Vitaliano Trevisan
Il 05 novembre 2021 Repubblica diffonde un articolo a firma di Vitaliano Trevisan, scrittore, attore e regista teatrale.
Il giorno dopo Vitaliano Trevisan lo condivide sul suo profilo facebook accompagnandolo dal seguente post :
ā del resto, fin da subito, glielāavevo detto: tutto questo io lo scriverò ā.
Qui di seguito il testo integrale
Repubblica 05 novembre 2021
Io un matto trattato senza pietĆ
di Vitaliano Trevisan
Un uomo che cammina in piena luce, in Italia, ĆØ scoperto, nudo, indifeso. [ā¦] Cammina come una vittima, e come un colpevole. [ā¦] Ć lƬ, scoperto, inerme, esposto ai colpi, alle indagini, alle accuse. Non si può nĆ© schermire, nĆ© difendere. Ć una condizione terribile: noi Italiani, non ci possiamo difendere, mai, da nulla, nĆ© dallāassassino nĆ© dal giudiceĀ» (Curzio Malaparte, Misura della Francia, Il Tempo, 4 dicembre 1952).
NĆ© tantomeno, in un paese come lāItalia, ci si può difendere dallo psichiatra, specie se, comāĆØ il (fresco) caso di chi scrive, si ĆØ soggetti a un A.S.O. (Accertamento Sanitario Obbligatorio), parente stretto del famigerato, e ben più noto, T.S.O. (Trattamento Sanitario Obbligatorio), ovvero accertamento e trattamento āpsichiatricoā obbligatorio, giacchĆ© sanitario sta qui per psichiatrico.
Iniziamo col dire che, del mio caso personale, non voglio e non posso dire nulla, sia perchĆ© trattasi di questione strettamente privata, che peraltro coinvolge anche dei minori; sia perchĆ©, anzi direi soprattutto, se dicessi di aver subito lāaccertamento psichiatrico in questione, e il successivo internamento coatto, ingiustamente, sarebbe come se affermassi di non essere pazzo, cosa che, comāĆØ noto (vedi il famosissimo Comma 22) non ĆØ possibile affermare.
Partiamo dalla fine, ovvero dalla lettera di dimissioni dellāAzienda Ulss n.8 Berica, dellāOspedale di Montecchio Maggiore, reparto di psichiatria, firmata dal dott. Christian Di Marco, dove, oltre alla data del ricovero, 3 ottobre, e quella di dimissione, 13 ottobre, tra lāaltro si legge: Ā«Emesso provvedimento di accertamento sanitario obbligatorio, paziente si recava e ricoverava poi volontariamente in nosocomio per la valutazione ed il ricoveroĀ».
Signor no, signore. Volontariamente, da domenica 3 ottobre, ho fatto solo ciò che mi ĆØ stato permesso fare, cioĆØ poco o nulla. Sulle circostanze del mio āarresto sanitarioā, per ragioni di spazio, dirò solo che lāAso mi ĆØ stato notificato, peraltro in forma esclusivamente verbale, nella stazione dei Carabinieri di Crespadoro, mio comune di residenza, dal comandante della stazione stessa, alla presenza di due vigili urbani del comando di Arzignano, e un medico e due infermieri di unāunitĆ del 118, venuti appositamente in ambulanza per prelevarmi; ambulanza su cui sono costretto a salire āvolontariamenteā, sotto la minaccia di un Tso.
Lāaccertamento vero e proprio, avviene infatti nellāOspedale di Vicenza, dove lo psichiatra di turno, dott. Gardellin, sempre sotto minaccia di un Tso, mi costringe a ingurgitare, seduta stante, due compresse di tavor da 2,5 mg più due compresse di depakin da 500 mg. CosƬ, io che, grazie a una dieta ferrea, allāassunzione di pochi integratori vitaminici a base di erbe, e a una disciplina fisica che seguo scrupolosamente, ormai da un paio dāanni, non assumo più psicofarmaci, dopo circa venti minuti, letteralmente svengo, per risvegliarmi la mattina seguente, intorno alle cinque, in reparto, dove resto fino al pomeriggio verso le sedici, quando unāaltra ambulanza mi preleva e mi consegna al reparto psichiatrico dellāOspedale di Montecchio Maggiore, dove vengo, sempre āvolontariamenteā, ricoverato.
CioĆØ imprigionato, perchĆ© di questo si tratta, visto che tutte le finestre hanno le sbarre, le porte sono chiuse a chiave e si ĆØ strettamente sorvegliati, giorno e notte, da un manipolo di infermieri/e, che in realtĆ sono, e per la maggior parte anche si comportano, dei secondini, che, come tutti i sorveglianti che si rispettino, sono sempre pronti a sfogare la propria frustrazione ā le paghe sono basse e il lavoro ingrato ā sui pazienti/prigionieri, approfittando di un regolamento tanto assurdo quanto legalmente discutibile, che prevede il sequestro dei cellulari, che vengono concessi due ore la mattina, dalle 10 alle 12, e due al pomeriggio, dalle 16 alle 18, e dĆ la possibilitĆ di fumare solo a orari prestabiliti, circa ogni ora e mezza, allāaperto, in uno spazio chiuso, sotto la sorveglianza di almeno un infermiere. E siccome gli infermieri e le infermiere hanno sempre tanto da fare, come più o meno tutti i dipendenti pubblici, gli orari saltano e, per telefonare o per fumare, tocca aspettare, o, nel caso di unāemergenza, rassegnarsi a saltare il turno.
Il reparto, misto maschi e femmine e tutti i generi vari, occupa unāala del vecchio ospedale ā ala ristrutturata, questo sāintende, ma ristrutturata per gara dāappalto al āmiglior prezzo di mercatoā, cioĆØ al ribasso ā , si compone di sei stanze da quattro posti letto cadauna, collegate da un corridoio a L; una piccola sala mensa con annessa cucina, dove si riscaldano e si servono, di malavoglia, le solite schifezze precotte, ovvero la solita pasta scotta, riso scotto, carne e pesce del tutto insapore eccetera, fornite, sempre in appalto al miglior prezzo eccetera, dalla solita cooperativa che ha vinto il primo appalto almeno ventāanni fa, e periodicamente ri-vinto tutti i successivi. Poi cāĆØ la sala comune, che ĆØ anche lāingresso, con un grande tavolo per le attivitĆ comuni, e la televisione. In bagni sono in tutto due, ma uno ĆØ spesso fuori uso. Ne resta dunque solo uno, cui il prigioniero può accedere esclusivamente se accompagnato da unāinfermiera, che gli apre la porta chiusa a chiave e poi aspetta, in anti-bagno, che il disgraziato abbia espletato, in tempi ragionevoli, cioĆØ brevi, i suoi bisogni corporali.
Lāangolo inferiore sinistro del telaio in alluminio verniciato della finestra del bagno ĆØ squarciato. Bel materiale lāalluminio: lamiere da 3/5 mm, resistenti, leggere, e, cosƬ scoperte, taglienti come un rasoio. Appena esco, riferisco la situazione, con una certa veemenza e a gran voce, alla capo-infermiera, che mi guarda sorpresa. Lāangolo della finestra ĆØ rotto, dice, e allora? E allora, dico, se solo avessi voluto, ora sarei steso con le vene dei polsi recise. E voi, aggiungo quasi urlando, lasciate che i vostri pazienti si chiudano a chiave in bagno con un rasoio a disposizione? Lei non risponde. E per una volta, ĆØ il prigioniero a zittire il sorvegliante. Il giorno seguente, quando vado in bagno, noto che lo squarcio ĆØ stato malamente rabberciato con del nastro adesivo. Poi, ed ĆØ la cosa più importante, ci sono loro, cioĆØ noi: i pazienti psichiatrici. E, sottoscritto a parte, chi sono questi prigionieri?
Ć presto detto: A., un ragazzo di 25 anni, dentro da quasi un anno, perchĆ© a casa non lo rivogliono, cosƬ lui, e ha dei precedenti per consumo e spaccio, scappato in Francia per evitare il Tso, e lƬ, dopo due mesi, arrestato, imprigionato per mesi due, e infine estradato e internato in attesa di essere accolto in una qualche comunitĆ . Poi cāĆØ F, 19 anni, biondo, occhi azzurri, frangia sugli occhi, rapper maledetto che ha tentato il suicidio, e ora ĆØ dentro per uso di sostanze stupefacenti e alcol, con cui lego, chiacchiero di musica, e mi metto dāaccordo per una session post-prigionia. E G., 23 anni, anche lei bionda, pelle bianchissima, alta, slanciata, bellissime mani che tremano, e bellissimo viso dellāest dagli zigomi alti, tipico di questi luoghi, fresca di tre giorni di rianimazione dopo un tentato suicidio. Ed E, madre sola di 45 anni con problemi di alcolismo, cui i servizi sociali hanno appena tolto il figlio di anni 8. S, 27 anni, padre sardo e madre veneta, e perciò, cosƬ lui, sardo in Veneto e veneto in Sardegna, sotto metadone da anni tre, parcheggiato in reparto in attesa di essere accolto in comunitĆ . Poi I. e C., due signore di una certa etĆ , una anche appena operata allāanca, dentro non so per cosa. E infine, isolati in stanza in stato di contenzione, cioĆØ legati al letto, un vecchio demente e un cinquantenne, minorato dalla nascita, che continua ad agitarsi, parlare e urlare, continuamente, giorno e notte, internato da un paio di settimane, per dar modo alla madre, ormai ottantenne, che lo ha sempre tenuto con sĆ©, ma ormai non ce la fa più, di avere un paio di settimane di respiro.
In questa compagnia, e non certo per merito di un personale scontroso e permalosissimo, a partire da psichiatri e psicologi, i quali, se solo ci si sogna di porsi con loro in rapporto dialettico, cioè si sfida il principio di autorità , si irritano e non si peritano di interrompere il paziente alzando la voce, e di zittirlo minacciando un trattamento obbligatorio, ma forse proprio grazie a questo, i miei giorni di detenzione scorrono via abbastanza velocemente. Il pomeriggio di mercoledì 13 ottobre, dopo aver firmato una lettera di dimissioni falsa, abborracciata e piena di inesattezze, vengo rilasciato.
Sono passate un paio di settimane. Lo shock ĆØ riassorbito. Sto scrivendo un reportage, come fossi stato non un paziente, ma un inviato speciale in incognito.
A questo riguardo, resta da dire una cosa. Ć una cosa che tutti più o meno sanno, ma nessuno dice, e che gli statistici vari, sempre cosƬ pronti e zelanti quando si tratta di fornire numeri e dati a supporto di questa o quella teoria filo-governativa, si guardano bene dal rilevare, e la cosa che resta da dire ĆØ che i ricoverati, tutti i ricoverati, a prescindere da sesso e religione, hanno in comune una cosa: sono tutti, ripeto tutti italiani, di classe proletaria e sottoproletaria. E sono bianchi. PerchĆ© cāĆØ poco da fare o da dire: ĆØ il proletariato e il sottoproletariato italiano bianco, oggi, a rappresentare la classe sociale meno protetta di tutte, la meno āvistaā di tutte. Agli italiani bianchi di classe sociale inferiore, lāassistenza sociale di stato può espropriare i bambini, mentre la psichiatria di stato, dal canto suo, può internare a colpi di Aso e Tso, e trattare ogni cosa a forza di psicofarmaci, senza che nessuna delle innumerevoli associazioni che lotta per i cosiddetti diritti civili abbia niente da dire.
Ai tempi di Berlusconi, in una delle mie rare apparizioni televisive, Dandini mi chiese se fossi di destra o di sinistra. Risposi: forse sono di destra, risposi, ma non di questa destra. Sono passati più di dieci anni. Ora, dopo aver letto Gramsci, se qualcuno mi facesse la stessa domanda risponderei: non so, forse sono di sinistra. Ma non di questa sinistra.
Nota di Repubblica
Ora quel reparto ĆØ stato chiuso
Il reparto di psichiatria dellāospedale di Montecchio Maggiore (Vicenza) ha chiuso lo scorso 3 novembre. Lāintera struttura ā che ha ospitato la degenza coatta dello scrittore Vitaliano Trevisan il cui racconto riportiamo in queste pagine ā ĆØ stata trasferita al San Bortolo di Vicenza, stessa azienda sanitaria Ussl 8 Berica. La decisione ĆØ arrivata come un fulmine a ciel sereno in Veneto tanto da sollevare le domande del Partito democratico: il capogruppo in Regione Giacomo Possamai ha posto se non dubbi sulla trasparenza dellāoperazione, almeno quesiti. Ā«Quali sono le ragioni della chiusura improvvisa del reparto di Psichiatria dellāospedale di Montecchio e del trasferimento al San Bortolo? E, soprattutto, sarĆ realmente una scelta temporanea?Ā», si chiede il consigliere regionale del Veneto. Risponde lāUssl in una nota: Ā«Le degenze del servizio psichiatrico saranno riattivate a Montecchio Maggiore una volta completato il nuovo ospedaleĀ». Forse nel 2025