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Diritti alla follia

Associazione impegnata sul fronte della tutela e della promozione dei diritti fondamentali delle persone in ambito psichiatrico e giuridico.

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Diritti alla Follia

DIPENDENZA, ADDICTION, CURA E DIRITTI

Diritti alla Follia · 10/09/2026 · Lascia un commento

Non ogni uso o abuso di sostanze è dipendenza e, soprattutto, non ogni dipendenza è addiction.

È questa una distinzione centrale del nuovo articolo di Icro Maremmani, Andrea Michelazzi e Michele Capano, pubblicato su Heroin Addiction and Related Clinical Problems. Gli autori distinguono la dipendenza fisiologica, caratterizzata da fenomeni di neuroadattamento quali tolleranza e astinenza, dall’addiction, che è invece una malattia cronica del comportamento, nella quale si determina una progressiva compromissione della capacità di controllo sull’uso della sostanza, nonostante le conseguenze negative. La semplice dipendenza fisiologica, infatti, non comporta necessariamente perdita del controllo comportamentale.

È l’addiction, intesa in questo specifico senso clinico, e non il semplice uso o abuso di sostanze né la mera dipendenza fisiologica, che gli autori riconducono alla prospettiva della disabilità e dei diritti delineata dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (CRPD). Il punto discriminante è la compromissione progressiva del controllo: la persona può conservare la consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni e, al tempo stesso, vedere ridotta la capacità di tradurre tale consapevolezza in un’effettiva inibizione del comportamento.

Questa distinzione impedisce di ricondurre tutte le situazioni a un unico modello terapeutico. Tipo di sostanza, gravità, caratteristiche dell’addiction, condizioni individuali e comorbilità richiedono interventi differenti e individualizzati. Ciò che deve essere evitato è che la cura venga confusa con il controllo sociale e che la condizione patologica diventi motivo di discriminazione o di maggiore restrizione dei diritti.

Su questo terreno l’articolo si confronta direttamente con il DPR 309/1990. Gli artt. 122-124, nella prospettiva proposta dagli autori, possono essere letti come forme di accomodamento ragionevole ai sensi della CRPD; gli artt. 94-95, invece, pongono il problema del possibile trasferimento della dimensione punitiva all’interno della cura, quando la partecipazione al programma terapeutico diviene parte dell’esecuzione della pena.

La questione investe direttamente il consenso. Quando il trattamento viene accettato sotto la pressione delle conseguenze penali, può permanere formalmente il consenso, mentre diventa problematica la sua effettiva libertà.

La recentissima legge n. 140/2026, introducendo gli artt. 94-ter e 94-quater del DPR 309/1990, amplia le possibilità di eseguire la pena attraverso programmi terapeutico-riabilitativi, ma lascia aperta la questione centrale: fino a che punto può considerarsi realmente libero il consenso a una cura quando l’alternativa è la detenzione?

La CRPD offre quindi una chiave di lettura fondata su autonomia, integrità personale, non discriminazione e individualizzazione degli interventi, imponendo di mantenere distinta la cura dalla pena.

Il diverso problema del rapporto tra addiction e responsabilità penale merita invece una riflessione autonoma, che ci riserviamo di affrontare in altra occasione, anche alla luce della recente sentenza n. 21/2026 della Corte costituzionale.

Per Diritti alla Follia il punto è essenziale: non è l’uso di sostanze, non è l’abuso e non è la semplice dipendenza a fondare una condizione di disabilità. È l’addiction, quando assume le caratteristiche di una malattia cronica del comportamento con compromissione del controllo, a porre la questione dei diritti e delle garanzie riconosciuti dalla CRPD.

Articolo in lingua originale. Maremmani-Michelazzi-CapanoDownload
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Il lupo non ha più il pelo nero: le favole degli adulti nel bosco dei diritti

Diritti alla Follia · 31/08/2026 · Lascia un commento

Cambiano le parole, cambiano i nomi, ma se la realtà non cambia, il bosco rimane lo stesso.

Di Carla Cannas, con la collaborazione di Maria D’Oronzo

C’era una volta.

È così che iniziano molte delle favole che abbiamo ascoltato da bambini.

C’era una volta Cappuccetto Rosso, una bambina che attraversava il bosco e incontrava il Lupo.

C’era una volta Pinocchio, che voleva diventare grande e che, proprio perché inesperto e fiducioso, finiva nelle mani del Gatto e della Volpe.

C’era una volta Alice, che cadeva nella tana del Bianconiglio e si ritrovava in un mondo nel quale le regole sembravano cambiare continuamente e persino le parole potevano assumere significati diversi.

E poi c’era l’Orco cattivo, insaziabile, quello che rappresentava il male senza bisogno di troppe spiegazioni.

Ma forse questa è un’altra favola.

O forse no.

Perché il bosco, in fondo, è sempre lo stesso.

Da bambini imparavamo a riconoscere il pericolo. Il Lupo aveva il pelo nero, il Gatto e la Volpe erano personaggi dai quali diffidare, l’Orco aveva un volto preciso.

Da adulti scopriamo che non è così semplice.

Il Lupo può non avere più il pelo nero.

Può avere una qualifica, un incarico, una scrivania, una struttura. Può parlare di cura, assistenza, protezione, tutela, inclusione e diritti.

Ed è proprio qui che le favole smettono di essere soltanto favole.

Perché il pericolo non sempre si presenta con il volto che ci hanno insegnato a riconoscere.

E una persona fragile non è soltanto qualcuno da proteggere: è una persona che deve essere ascoltata, rispettata e coinvolta nelle decisioni che riguardano la propria vita.

Questa riflessione nasce anche da una storia personale.

Chi scrive ha conosciuto, attraverso la storia della propria madre, quanto possa essere doloroso e complesso attraversare un sistema nel quale entrano in gioco fragilità, tutela, servizi, professionisti, istituzioni e decisioni capaci di incidere profondamente sulla vita di una persona.

Ma questo articolo non nasce soltanto da quella esperienza.

Nasce da anni di ascolto, confronto e ricerca della sottoscritta insieme a Maria D’Oronzo, psicologa. Nasce dalle testimonianze di persone e famiglie, dal confronto con associazioni e professionisti e da storie diverse che, pur provenendo da territori differenti, raccontano talvolta difficoltà sorprendentemente simili.

Parole che ritornano:

ascolto difficile, solitudine, impotenza, burocrazia, famiglie stanche, affetti messi da parte, decisioni prese da altri.

Non tutte queste testimonianze hanno lo stesso valore sul piano dei fatti e non tutte possono diventare automaticamente verità giudiziarie.

Ma non tutte possono essere ignorate.

Quando persone che non si conoscono raccontano esperienze che presentano interrogativi simili, forse vale la pena fermarsi.

Non per emettere sentenze.

Non per accusare un intero sistema.

Ma per fare domande.

Chi protegge davvero una persona fragile?

Chi controlla chi ha il compito di proteggerla?

Chi ascolta quella persona quando la sua voce rischia di perdersi dentro una procedura, una struttura o una decisione presa da altri?

E ancora: quanto può essere grande la distanza tra un diritto scritto e un diritto realmente vissuto?

Sono domande che ci riportano alle favole.

Pensiamo a Pinocchio.

Pinocchio è fragile, inesperto, curioso. Vuole conoscere il mondo, diventare grande, essere libero. Ma proprio perché non conosce ancora la strada, può essere facilmente ingannato.

Poi arrivano il Gatto e la Volpe.

Non si presentano come nemici. Si presentano come quelli che sanno, quelli che conoscono la strada, quelli che hanno una soluzione.

Pinocchio si fida.

Ed è qui che la favola incontra l’amministrazione di sostegno.

L’amministratore di sostegno nasce come strumento di supporto per una persona che può avere bisogno di aiuto nel provvedere ai propri interessi. Ma supportare non dovrebbe significare sostituire la persona, né trasformare la protezione in un potere incontrollato sulle sue scelte e sulla sua vita.

Il problema, dunque, non è soltanto chiedersi se un amministratore possa diventare il Gatto o la Volpe. È interrogarsi su cosa accade quando un potere nato per sostenere finisce per comprimere la libertà di scelta, quando la persona viene progressivamente sostituita e quando i controlli non sono abbastanza forti.

È una delle ragioni per cui Diritti alla Follia sostiene da anni la necessità di riformare l’amministrazione di sostegno per renderla maggiormente coerente con i diritti sanciti dalla Convenzione ONU e per contrastare limitazioni e coercizioni che possono incidere profondamente sulla vita delle persone.

La cronaca giudiziaria dimostra che il problema dei controlli non è soltanto teorico.

Nel 2025 la Cassazione ha confermato, dichiarando inammissibile il ricorso, la condanna per peculato di un’amministratrice di sostegno accusata di avere sottratto somme appartenenti a diversi assistiti e utilizzato per profitto personale anche un immobile di una persona assistita, gestito come bed and breakfast.

A Ravenna, inoltre, la Guardia di Finanza ha sequestrato beni, risorse finanziarie e un immobile per un valore di 54 mila euro riconducibili a un amministratore di sostegno indagato per peculato e autoriciclaggio. Secondo gli accertamenti, l’amministratore si sarebbe appropriato di circa 130 mila euro, utilizzandoli per spese personali e investimenti, tra cui viaggi, automobili, motocicli e ristoranti.

Sono vicende diverse e le responsabilità devono essere accertate nei rispettivi procedimenti. Ma pongono una domanda comune:

quanto deve essere forte il sistema dei controlli quando chi dovrebbe essere protetto ha meno possibilità di controllare autonomamente ciò che accade?

La tutela non può basarsi soltanto sulla fiducia.

Il controllo non è il contrario della tutela. È parte della tutela.

Poi c’è Alice.

Alice cade nella tana del Bianconiglio e finisce nel Paese delle Meraviglie: un mondo nel quale le regole sembrano cambiare continuamente e ciò che prima appariva normale improvvisamente non lo è più.

Alice cerca di capire.

Chiede.

Osserva.

Mette in discussione ciò che le viene detto.

È forse questa la parte più attuale della sua favola.

Perché una persona con disabilità o in una condizione di fragilità, insieme alla propria famiglia, può entrare in un sistema nel quale diventa difficile capire chi decide, secondo quali regole, quali siano le possibilità concrete di scelta e, soprattutto, dove sia finita la voce della persona.

Valutazioni, autorizzazioni, udienze, relazioni, servizi, professionisti, moduli e comunicazioni.

Tutto può essere formalmente corretto sulla carta e, nello stesso tempo, lontano dalla realtà vissuta.

Un fascicolo può essere completo.

Una procedura può essere rispettata.

Una relazione può essere perfetta.

Ma nessuna carta può sostituire la voce di chi quella vita la vive.

Quando il fascicolo diventa più importante della persona, il sistema rischia di proteggere la procedura invece di proteggere chi dovrebbe essere al centro della procedura.

Alice, allora, pone una domanda semplicissima:

Chi mi sta ascoltando?

Nel frattempo il linguaggio è cambiato.

Si parla di diritti, partecipazione, inclusione, autodeterminazione e progetto di vita.

Il decreto legislativo 62 del 2024 ha introdotto il progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato, che deve tenere conto anche dei desideri, delle aspettative e delle scelte della persona.

È un cambiamento importante.

Ma cambiare le parole significa automaticamente cambiare la vita?

Una persona non vive dentro una definizione.

Vive nelle cure che riceve, nell’ascolto che trova, nella possibilità concreta di scegliere e di essere protagonista della propria esistenza.

E qui entrano anche le risorse.

Una recente analisi pubblicata da Informare un’H, a firma di Pierluigi Frassineti, vicepresidente di FIDA (Coordinamento Italiano Diritti Autismo), ha evidenziato criticità relative alle risorse destinate alla riforma della disabilità, segnalando un taglio di 45,8 milioni di euro. Sono valutazioni che vanno naturalmente confrontate con gli atti ufficiali, ma la domanda resta concreta: come si trasformano i diritti in realtà se mancano personale, servizi e risorse?

Perché un diritto può essere scritto molto bene.

Ma se per ottenerlo occorrono anni, ricorsi, avvocati e famiglie capaci di sostenere una battaglia, il rischio è che proprio le persone più fragili rimangano indietro.

E c’è un’altra domanda che non possiamo evitare: dove finiscono le risorse?

Perché parlare di diritti significa parlare anche di soldi.

Non in senso cinico.

In senso molto concreto.

Perché ogni scelta di bilancio racconta quale idea di società abbiamo deciso di costruire.

E su questo punto la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità è molto chiara. Il Comitato ONU sui diritti delle persone con disabilità, nelle osservazioni rivolte all’Italia nel 2016, aveva espresso preoccupazione per la permanenza di forme di istituzionalizzazione e per le disuguaglianze nella disponibilità e nel finanziamento dei servizi territoriali e di assistenza domiciliare. Il Comitato ha raccomandato all’Italia di non destinare risorse del bilancio nazionale alle istituzioni e di riallocarle verso i servizi basati sulla comunità, assicurando inoltre che i servizi sociali territoriali e i servizi di assistenza domiciliare siano disponibili in tutte le aree del Paese.

Questa indicazione si colloca nel quadro dell’articolo 19 della Convenzione ONU, che riconosce il diritto delle persone con disabilità a vivere nella comunità, con la stessa libertà di scelta delle altre persone.

Non è una semplice questione contabile.

È una questione di diritti.

Perché se una parte significativa delle risorse viene concentrata nelle strutture, mentre l’assistenza personale, i servizi domiciliari, i servizi territoriali e le alternative alla residenzialità rimangono insufficienti, la libertà di scelta rischia di diventare soltanto teorica.

La domanda, allora, non è soltanto:

quanto spendiamo per le persone fragili?

Dovremmo chiederci anche:

per che cosa spendiamo?

Per costruire luoghi nei quali le persone devono andare a vivere?

Oppure per creare le condizioni perché possano continuare a vivere nella propria comunità, nella propria casa, mantenendo relazioni, affetti, abitudini e possibilità di scelta?

La differenza non è soltanto economica.

È la differenza tra assistere una persona e metterla nelle condizioni di vivere la propria vita.

E qui il concetto di deistituzionalizzazione assume il suo significato più profondo.

Non significa semplicemente chiudere una struttura.

Significa costruire alternative concrete.

Significa servizi territoriali, assistenza personale, sostegno domiciliare, abitare supportato, sostegno alle famiglie e possibilità reali di scegliere dove e come vivere.

Significa spostare il baricentro.

Dalla struttura alla persona.

Dal posto letto alla vita.

Dalla risposta standardizzata al sostegno individualizzato.

Dalla dipendenza dal servizio alla possibilità concreta di scegliere.

Perché non basta liberare una persona dalle mura di un’istituzione se poi non le vengono garantiti i sostegni necessari per vivere davvero nella comunità.

Altrimenti rischiamo semplicemente di cambiare il nome del bosco.

E di raccontarci che il Lupo non c’è più.

Quando, invece, abbiamo soltanto cambiato la forma della sua tana.

E poi arriva Cappuccetto Rosso.

È vulnerabile.

Attraversa un bosco che non conosce.

Incontra il Lupo.

La favola ci insegna a riconoscere il pericolo.

La vita adulta aggiunge una lezione più inquietante:

il pericolo non è sempre riconoscibile.

Può arrivare attraverso un incarico, una qualifica, una struttura, un servizio, un documento, una parola rassicurante.

Cura.

Protezione.

Assistenza.

Tutela.

La cronaca degli ultimi mesi lo ricorda.

Nel Casertano un’indagine ha coinvolto cinque strutture socio-sanitarie, assistenziali, educative e riabilitative. Secondo l’accusa, sarebbero stati commessi maltrattamenti nei confronti di minori con problemi psichici, adulti e anziani con disabilità, con contestazioni che comprendono anche la somministrazione di farmaci senza prescrizione e una violenza sessuale ai danni di una donna con problemi psichici. L’indagine ha portato a cinque misure cautelari e alla chiusura di quattro delle cinque strutture coinvolte.

Un’altra vicenda, questa volta in Sicilia, è emersa a Modica. Un’indagine della Procura di Ragusa su un centro diurno ANFFAS ha portato alla chiusura della struttura, a due arresti domiciliari, a cinque misure interdittive e a tredici persone complessivamente indagate per presunti maltrattamenti ed esercizio abusivo della professione infermieristica. Secondo la Procura, due indagati avrebbero posto direttamente in essere le condotte violente, mentre agli altri viene contestato di non essere intervenuti o di non aver denunciato quanto accadeva. È contestata inoltre la somministrazione di farmaci da parte di personale non abilitato, in assenza di infermieri.

Su questa vicenda si è espressa anche Simona Lancioni, responsabile del Centro Informare un’h, che ha analizzato le posizioni assunte da ANFFAS, FISH e dall’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, evidenziando il rischio di una normalizzazione dell’istituzionalizzazione e richiamando la necessità di promuovere la deistituzionalizzazione e servizi basati sulla comunità. È una sua analisi, che va distinta dai fatti oggetto dell’indagine giudiziaria.

I casi che abbiamo raccontato sono soltanto alcuni esempi. Avremmo potuto aggiungerne molti altri, perché le storie, le segnalazioni e le esperienze che arrivano sono numerose e il tema è molto più vasto di quanto queste poche vicende possano rappresentare.

Abbiamo scelto di non trasformare questo articolo in un elenco di casi. Diritti alla Follia continua a raccogliere testimonianze, approfondire, fare domande e proporre cambiamenti.

Chi condivide queste battaglie può sostenerci e iscriversi alla nostra associazione. Più siamo, più possiamo dare voce alle persone, difendere i diritti e lavorare perché ciò che oggi sembra inevitabile possa finalmente cambiare.

E proprio qui è necessario essere chiari.

Noi siamo per la deistituzionalizzazione.

Ma deistituzionalizzare non significa semplicemente chiudere una struttura e lasciare sole le persone che oggi vi vivono o le famiglie che non hanno alternative.

Significa costruire le alternative.

Significa servizi territoriali, assistenza personale, sostegni alla famiglia, abitare supportato, inclusione nella comunità e possibilità reali di scegliere dove e come vivere.

Perché il problema non è soltanto ciò che può accadere dentro una struttura.

Il problema comincia anche prima, quando una persona entra in un sistema nel quale la residenzialità diventa l’unica risposta concretamente disponibile.

È in quel momento che la scelta rischia di non essere più una scelta.

Da una parte una persona che ha bisogno di assistenza.

Dall’altra una famiglia esausta.

In mezzo, servizi insufficienti, liste d’attesa, burocrazia e costi.

E alla fine arriva la struttura.

Non necessariamente perché sia stata scelta.

A volte perché non c’è altro.

La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, all’articolo 19, riconosce il diritto a vivere nella comunità con la stessa libertà di scelta delle altre persone e a non essere obbligati a vivere in una particolare sistemazione.

La domanda, allora, non è soltanto dove mettere una persona fragile.

È come permetterle di vivere la propria vita nel modo più libero, dignitoso e partecipato possibile.

E questo vale anche quando il livello di sostegno necessario è molto alto.

Perché la deistituzionalizzazione non può diventare una parola vuota.

Deve significare che la comunità si organizza per accogliere anche chi ha bisogno di molto sostegno, invece di trasformare il bisogno di assistenza nella ragione per allontanare una persona dalla propria vita, dalle proprie relazioni e dalla propria libertà.

È qui che Pinocchio, Alice e Cappuccetto Rosso si incontrano.

Pinocchio ci ricorda che chi riceve la fiducia di una persona deve essere responsabile del potere che quella fiducia comporta.

Alice ci ricorda che nessun sistema dovrebbe diventare così complicato da rendere invisibile la persona che dovrebbe servire.

Cappuccetto Rosso ci ricorda che il pericolo non sempre si presenta con il volto che immaginiamo.

Le favole degli adulti aggiungono però una lezione che quelle dei bambini non potevano ancora insegnarci: non basta aspettare che arrivi qualcuno a salvarci.

Bisogna costruire sistemi capaci di prevenire, controllare, ascoltare e intervenire prima che il danno sia

compiuto.

La vera protezione non è quella che arriva dopo l’incubo.

È quella che costruisce le condizioni perché l’incubo abbia meno possibilità di cominciare.

Ed è anche per questo che Diritti alla Follia va oltre le singole vicende e prova a interrogare le regole, i poteri e gli istituti che possono incidere sulla vita delle persone. L’associazione si occupa della tutela e della promozione dei diritti fondamentali in ambito psichiatrico e giuridico e porta avanti proposte di riforma, tra cui quella dell’amministrazione di sostegno.

La realtà va molto oltre questo articolo.

Per questo invitiamo chi ci legge a seguirci sul sito di Diritti alla Follia, sui nostri canali YouTube e Facebooke nella diretta settimanale Il Diritto Fragile, dove continuiamo a parlare di diritti, salute mentale, disabilità, amministrazione di sostegno, istituzioni e vita reale.

Ogni mese, inoltre, la nostra rassegna stampa, con la collaborazione di Laura Ressa – Frasi Volanti e dell’Assemblea dei Pazienti Psichiatrici, prova a leggere ciò che accade oltre il rumore della cronaca.

Perché questo articolo non vuole essere una conclusione.

Vuole essere una domanda.

Forse i nostri antenati avevano visto lungo quando hanno cominciato a raccontare le favole.

Come ben cantava Lucio Dalla, “Attenti al lupo”.

Perché il bosco, nelle favole, non è soltanto un luogo incantato.

È la vita nel suo essere complicata, imprevedibile, a volte crudele.

È il luogo nel quale il più forte può mangiare il più debole.

Ma quel bosco dovrebbe rappresentare anche la salvezza.

C’era una volta Cappuccetto Rosso.

C’era una volta Pinocchio.

C’era una volta Alice nel Paese delle Meraviglie.

C’era il bosco.

C’era il Lupo.

C’erano il Gatto e la Volpe.

E c’era l’Orco cattivo, insaziabile.

Ma forse questa è un’altra favola.

O forse no.

Perché il bosco è sempre lo stesso.

Cambiano le parole.

Cambiano i nomi.

Cambiano i volti.

Il Lupo, forse, non ha più il pelo nero.

E allora non basta più imparare a riconoscerlo.

Dobbiamo costruire un bosco nel quale, qualunque volto abbia il pericolo, esistano occhi capaci di vederlo, strumenti capaci di fermarlo e persone capaci di ascoltare chi chiede aiuto.

Un bosco nel quale la tutela non tolga libertà, la cura non cancelli la volontà, l’assistenza non diventi possesso, nessuno sia costretto all’istituzionalizzazione per mancanza di alternative e i diritti non rimangano scritti soltanto sulla carta.

Perché alla fine, dietro ogni fascicolo, ogni firma, ogni patrimonio, ogni servizio, ogni posto letto e ogni decisione, non c’è un caso da amministrare.

C’è una persona.

E la sua vita non appartiene a chi la protegge.

Appartiene a chi la vive.

Questa, forse, è la morale della favola.

Non che dobbiamo avere paura del Lupo.

Ma che dobbiamo costruire un bosco nel quale nessuno debba averne paura.

E forse è proprio questa la favola che dobbiamo ancora imparare a raccontare.

Fonti essenziali

Normativa e documenti istituzionali

Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, in particolare articolo 19.

Comitato ONU sui diritti delle persone con disabilità, General Comment n. 5 (2017) sulla vita indipendente e l’inclusione nella comunità.

Comitato ONU sui diritti delle persone con disabilità, Concludingobservations on the initial report of Italy, CRPD/C/ITA/CO/1, 6 ottobre 2016, paragrafi 47-48, articolo 19.

Decreto legislativo 3 maggio 2024, n. 62, sul progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato.

Cronaca e vicende giudiziarie

LexCED, Peculato amministratore di sostegno: la Cassazione, 11 settembre 2025

ANSA – “Soldi sottratti ad una persona fragile, sequestrati 54 mila euro”, 6 agosto 2026.

ANSA – “Disabili maltrattati all’interno di cinque strutture riabilitative”, 21 luglio 2026.

ANSA – “Disabili maltrattati, chiuso centro Anffas di Modica, 2 arresti e 13 indagati”, 4 agosto 2026.

Analisi e approfondimenti

Pierluigi Frassineti – “Dei diritti e delle pene della disabilità”, Informare un’H, 17 agosto 2026.

Simona Lancioni – “Caso ANFFAS di Modica”, considerazioni sulle posizioni assunte da ANFFAS, FISH e Autorità Garante nazionale sulla disabilità, Informare un’H, 16 agosto 2026.

Simona Lancioni – “Videosorveglianza nelle strutture per persone disabili? Sarebbe una forma di vittimizzazione secondaria”, Informare un’H, 28 luglio 2026.

Sara Bonanno, “Caso ANFFAS di Modica, il bisogno di assistenza non è una condanna”, Informare un’H, 22 agosto 2026.

Risorse. News – “Il linguaggio cambia la società: la Costituzione aggiorna le parole e guarda a una nuova cultura della disabilità”, 30 giugno 2026.

LE PROPOSTE DI RIFORMA

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Richiesta di collaborazione – Dossier su casi, storie e testimonianze. Trasmissione a organismi nazionali e internazionali per i diritti umani
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Dall’imputabilità alla capacità di colpa

Diritti alla Follia · 16/08/2026 · Lascia un commento

Per un nuovo modo di pensare responsabilità penale, cura e controllo

Dott. Andrea Michelazzi psichiatra, membro del direttivo  Associazione Diritti alla Follia

Il sistema penale italiano continua a fondare l’imputabilità sulla capacità di intendere e di volere, secondo una costruzione che risale al Codice Rocco. Questo modello ha avuto una propria coerenza storica, ma ha progressivamente favorito una centralità della diagnosi psichiatrica nell’accertamento delle condizioni soggettive della responsabilità. Il problema non è che la psichiatria abbia formalmente sostituito il giudice: il giudizio sulla responsabilità resta giuridico. Il punto è piuttosto che una questione normativa – se e in quale misura sia possibile rimproverare una persona per il fatto commesso – tende spesso a essere ricostruita attraverso categorie prevalentemente cliniche.

Da qui nasce la proposta di assumere come nuovo oggetto dell’accertamento la «capacità di colpa». Non si tratta di una nuova diagnosi né di una semplice riformulazione della capacità di intendere e di volere. La domanda centrale cambia: non soltanto «quale infermità era presente?», ma «in quale misura quella persona, in quelle concrete condizioni, era in grado di comprendere il significato normativo della propria condotta e di autodeterminarsi rispetto ad esso?».

Una responsabilità graduabile

La capacità di colpa riguarda la concreta possibilità di muovere all’autore un rimprovero giuridico. A differenza dell’imputabilità tradizionale, collegata alla capacità di intendere e di volere, essa concentra l’attenzione sul rapporto tra la persona, la condotta e la norma violata. Comprendere il significato normativo non significa possedere una conoscenza tecnica del codice penale: significa poter cogliere il valore giuridico e sociale dell’azione e utilizzare la rappresentazione del dovere giuridico come effettivo criterio di orientamento della propria decisione.

Questa capacità non viene pensata come necessariamente dicotomica. Può essere piena, significativamente ridotta o annullata. L’annullamento esclude il rimprovero penale; una riduzione significativa comporta una corrispondente graduazione della responsabilità. Disturbi psichiatrici, deficit neurocognitivi, dipendenze, alterazioni emotive, età, condizioni sociali, culturali o relazionali possono incidere sull’autodeterminazione, ma nessuno di questi fattori determina automaticamente una diminuzione della responsabilità. Ciò che conta è la loro concreta incidenza sulla possibilità di comprendere il significato normativo della condotta e di orientare le proprie scelte.

Più saperi, ma la decisione resta al giudice

Una simile valutazione non può essere affidata a una sola disciplina. Psichiatria, psicologia, neuroscienze, criminologia, sociologia, antropologia e servizio sociale possono offrire elementi conoscitivi differenti. L’équipe multidisciplinare ricostruisce le condizioni concrete nelle quali la decisione è maturata; non stabilisce però il grado di colpevolezza. Spetta esclusivamente al giudice attribuire significato giuridico a quegli elementi, determinare il grado della capacità di colpa e formulare il giudizio di rimproverabilità.

Questa distinzione è decisiva anche per evitare un equivoco: superare il paradigma prevalentemente medico non significa marginalizzare la psichiatria. Significa ricondurla al proprio specifico ambito conoscitivo, evitando che una diagnosi diventi, da sola, criterio di responsabilità. L’analisi clinica, psicologica e criminologica rimane inoltre essenziale nella fase esecutiva, quando occorre individuare il percorso più appropriato: terapeutico, riabilitativo, educativo, assistenziale oppure caratterizzato da supervisione e controllo.

Superare il doppio binario

La proposta investe quindi anche il sistema sanzionatorio. Nel modello tradizionale, alla distinzione tra imputabile e non imputabile corrisponde quella tra pena e misura di sicurezza. La capacità di colpa separa invece due problemi: da un lato la responsabilità per il fatto, dall’altro le modalità con cui la risposta dell’ordinamento deve essere eseguita. Il superamento del doppio binario non significa uniformare tutti i percorsi, ma assoggettarli a principi comuni di legalità, proporzionalità, individualizzazione, temporaneità ed extrema ratio.

Questa impostazione non riguarda soltanto la cosiddetta follia. La distinzione tra responsabilità personale e modalità esecutive dovrebbe valere per qualsiasi autore di reato, indipendentemente dalla presenza di una diagnosi. La cura deve essere scelta perché risponde a un bisogno terapeutico; il controllo perché ricorrono specifici presupposti giuridici; la pena perché proporzionata al fatto e al grado di responsabilità. Condizioni soggettive come disabilità o dipendenza non possono, da sole, trasformarsi nel titolo per una maggiore restrizione della libertà.

Dalla “persona pericolosa” al rischio concreto di reiterazione

Un ulteriore passaggio riguarda la pericolosità sociale. La tutela della collettività resta un’esigenza essenziale, ma non dovrebbe dipendere dalla qualificazione complessiva di una persona come «pericolosa». La proposta è di ricondurre il rischio di reiterazione a comportamenti concreti e a indici normativamente tipizzati, verificati dal giudice nella loro attualità e periodicamente riesaminati. Tali indici avrebbero carattere indiziario, non potrebbero produrre presunzioni automatiche e non costituirebbero il fondamento della pena detentiva.

Essi rileverebbero, piuttosto, per l’eventuale applicazione di modalità esecutive caratterizzate da un livello più elevato di controllo. Nel modello proposto, queste ultime sarebbero circoscritte ai casi tassativamente previsti e, in particolare, ai reati contro la persona, evitando che la semplice reiterazione di reati patrimoniali o condotte legate alla marginalità o alla dipendenza possa condurre, proprio per la condizione soggettiva dell’autore, a un regime speciale ad elevato controllo.

Una prospettiva compatibile con i diritti

La capacità di colpa tenta, in definitiva, di tenere insieme esigenze che spesso vengono presentate come contrapposte: responsabilità personale e non discriminazione, tutela della collettività e libertà individuale, sapere scientifico e decisione giuridica. La CRPD non offre una teoria penalistica della responsabilità, ma il suo paradigma di dignità, autonomia e non discriminazione impone di interrogarsi criticamente sugli automatismi che collegano diagnosi, irresponsabilità e restrizione della libertà.

Il passaggio proposto è allora da una responsabilità costruita attorno a categorie soggettive a un giudizio individualizzato sulla concreta possibilità di comprendere la norma e autodeterminarsi; e, parallelamente, da una persona qualificata come pericolosa a condizioni concrete e attuali che, solo nei casi stabiliti dalla legge, possano giustificare specifiche forme di controllo. Non meno responsabilità, dunque, ma una responsabilità più rigorosamente personale; non meno tutela della collettività, ma una tutela sottoposta alle garanzie proprie dello Stato costituzionale di diritto.

Approfondimenti:

Riforma del Sistema Sanzionatorio Penale TrisDownload
La capacità di colpa come nuovo oggetto dell’accertamento della responsabilità penaleDownload
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Psicoterapia: il mio punto di vista

Diritti alla Follia · 12/08/2026 · Lascia un commento

Testo e immagine di Martina M.

In questo articolo vorrei trattare della psicoterapia e del metodo psicoterapico, partendo dalla mia personale esperienza di “paziente” in terapia per molti anni (troppi), a cui oggi tanto si fa riferimento come fosse lo strumento principale di risoluzione dei problemi di un individuo.  Cito una frase che mi è piaciuta particolarmente di un libro che sto leggendo in questo periodo. Il titolo del libro è: ”Un giorno questo dolore ti sarà utile” di Peter Cameron. La frase è: “Penso che la psicoterapia sia un soggetto fuorviante delle società capitalistiche, in base al quale il crogiolarsi nell’analisi della propria vita sostituisce l’atto stesso di viverla“.

E’ una frase un pò forte ma rappresenta bene il mio sentimento alla luce dei miei anni di analisi. Un sentimento di grande frustrazione. Per aver la psicoterapia non solo deluso le mie speranze vane ma per avermi considerata sin da subito una “paziente” e perciò “malata”, con tutte le conseguenze che ne sono derivate, con una sensazione di profonda inadeguatezza da parte mia che inevitabilmente ha influenzato la mia capacità di compiere delle scelte. Racconto la mia storia perchè spero che possa essere di utilità per qualcun altro e di spinta a non cadere nelle stesse insidie in cui io sono, purtroppo per me, precipitata. La mia vuole essere una voce controcorrente rispetto alla maggioranza che dipinge la “terapia dell’anima” come qualcosa di moderno e oggi come oggi importantissimo.

Penso si debba ritornare a centinaia di anni fa , quando l’autenticità dell’aiuto era connessa alla sua imprescindibile gratuità.

Vorrei chiarire un ultimo punto: quando parlo di “gratuità” dell’aiuto non intendo certo sostenere che il lavoro di uno specialista non debba essere riconosciuto e adeguatamente retribuito. Penso, piuttosto, alla necessità di recuperare una dimensione dell’aiuto che non sia necessariamente mediata dal mercato e dalla figura dello specialista. Soprattutto nei piccoli borghi e nelle comunità, forse dovremmo tornare a valorizzare quelle forme di solidarietà, ascolto e vicinanza reciproca che per secoli hanno accompagnato le persone nei momenti difficili. Un aiuto che non parte necessariamente dalla definizione di un problema o di una malattia, ma dall’incontro tra persone.

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Quando la cura incontra il controllo: il diritto di dissentire in psichiatria

Diritti alla Follia · 03/08/2026 · Lascia un commento

La libertà non è fuggire dalla realtà.
 È poterla abitare da persona consapevole, responsabile e autodeterminata.

Testo e immagine: Susanna Brunelli

Nota dell’autrice:

Questa riflessione nasce dal punto di vista di una ESP – Esperta per Esperienza: una persona che ha attraversato questi mondi non solo come utente sopravvissuta a percorsi psichiatrici e come “familiare cronica” (un percorso lungo e continuativo accanto a una persona con esperienza psichiatrica), ma anche come osservatrice attenta delle dinamiche che si creano tra chi cura e chi viene curato.

Uno sguardo che nasce dall’esperienza diretta e che non pretende di sostituirsi a quello dei professionisti, ma vuole portare l’attenzione su una dimensione spesso poco esplorata: quella vissuta da chi entra nei percorsi di cura e il delicato equilibrio tra tutela, sicurezza, relazione terapeutica, autodeterminazione e diritto al dissenso.

La libertà di dissentire potrebbe essere parte della cura?

Molte persone arrivano ai servizi psichiatrici dopo aver trascorso anni in contesti familiari e relazionali nei quali l’autodeterminazione è stata limitata e il compiacere chi detiene il potere è diventato una strategia di sopravvivenza.

Non vale per tutti, naturalmente, ma è una dinamica che merita attenzione.

Quando una persona cresce o vive a lungo in ambienti dove il proprio punto di vista viene poco ascoltato, dove scegliere, dissentire o esprimere un’opinione diversa può avere conseguenze dolorose, può sviluppare modalità di adattamento basate sul compiacimento, sul silenzio o sulla rinuncia alla propria voce.

A volte può arrivare anche a rinunciare ai propri progetti di vita per aderire alle aspettative degli altri, perdendo progressivamente il contatto con i propri desideri e con il proprio senso di autodeterminazione.

Se questo schema non viene riconosciuto, rischia di riprodursi anche nella relazione di cura. L’esperienza psichiatrica, per alcune persone, può essere vissuta inconsapevolmente come il prolungamento di un ambiente nel quale sono state abituate a non poter scegliere, dissentire o esprimere pienamente il proprio punto di vista.

Ed è proprio nella difficoltà di riconoscersi come soggetti autodeterminati che, a volte, può nascere una parte importante del disagio o della disarmonia relazionale: un conflitto che può diventare persistente e difficile da interrompere.

Da qui nasce una domanda scomoda, ma necessaria: la soddisfazione del paziente è sempre sinonimo di libertà?

Se un paziente si dichiara soddisfatto del proprio percorso di cura, sta esprimendo davvero un’esperienza libera oppure sta ancora rispondendo secondo uno schema di adattamento e di compiacenza?

Oppure si trova semplicemente in una condizione nella quale uscire dalla propria “zona di comfort” appare troppo difficile o rischioso?

Esistono questionari che misurano la qualità dei servizi e la soddisfazione degli utenti e familiari (la cosiddetta qualità percepita).

Tuttavia, dovremmo interrogarci sulle condizioni che permettono a quelle voci di arrivare nella loro autenticità.

Una persona si sente davvero libera di dire:

“Non mi sono trovato bene”
 “Non sono d’accordo”

 “Questa cosa mi ha fatto male”

 “Mi sono sentito controllato o sottoposto a forme di coercizione
“

 quando dall’altra parte ci sono figure percepite come autorevoli e detentrici di un potere istituzionale significativo?

Forse il vero indicatore di una buona cura non è soltanto quanto un paziente sia “soddisfatto”, ma quanto si senta libero di dissentire, criticare e dire di no senza temerne le conseguenze.

E forse andrebbe guardato con maggiore attenzione anche chi dissente in modo caotico, come espressione di soggettività: chi protesta, chi si oppone o chi viene percepito come una persona “problematica” o che “fa casini”.

Quel comportamento potrebbe non essere soltanto qualcosa da contenere, ma anche il tentativo, magari ancora inconsapevole e disorganizzato, di riappropriarsi di una parte della propria autodeterminazione.

Esiste poi un’altra forma di dissenso: quella di chi sa perfettamente da cosa vuole prendere le distanze e sceglie di esprimerlo attraverso forme di protesta pubblica o politica.

Anche in questi casi dovremmo avere il coraggio di interrogarci sul confine delicato tra sofferenza psichica, disagio emotivo, comportamento considerato problematico, tutela della persona, sicurezza pubblica e possibile trasformazione del dissenso in qualcosa da controllare.

La domanda non è semplice: quando un comportamento critico o provocatorio viene interpretato come espressione di disagio psichico? E quando invece rischiamo di non riconoscere o non accettare una forma di dissenso o di protesta?

Negli ultimi anni alcune vicende pubbliche hanno alimentato un dibattito sul rapporto tra dissenso, salute mentale, TSO e tutela dei diritti. Indipendentemente dalle valutazioni giuridiche e cliniche dei singoli casi, queste vicende hanno contribuito a portare all’attenzione pubblica interrogativi sul confine tra trattamento sanitario, libertà personale e gestione del dissenso.

Tra queste possiamo ricordare il caso di Dario Musso, sottoposto a TSO nel 2020, che ha suscitato un confronto pubblico sul rapporto tra trattamento sanitario obbligatorio, libertà personale e modalità di gestione del dissenso.

Un altro caso riguarda lo studente di Fano sottoposto a TSO nel 2021, vicenda seguita e discussa anche dall’associazione Diritti alla Follia, che ha sollevato interrogativi sul confine tra comportamento anticonformista, protesta e valutazione psichiatrica.

Anche il caso più recente di Enrico Gianini, affrontato nella puntata Il Diritto Fragile: “Le misure di sicurezza per i non imputabili – il caso di Enrico Gianini”, è stato portato all’attenzione pubblica nell’ambito del dibattito sulle misure di sicurezza per le persone non imputabili, contribuendo alla discussione più ampia sul rapporto tra psichiatria, giustizia e libertà individuale.

Questi casi, al di là delle valutazioni specifiche che spettano agli organi competenti, pongono una domanda che riguarda tutti: quanto spazio lasciamo, nella nostra società e nei nostri sistemi di cura, alla possibilità di essere diversi, critici o in disaccordo?

Sono domande per tutti.

Non sono comode, mi rendo conto, ma forse una psichiatria realmente orientata alla cura, così come una società consapevole, dovrebbe avere la capacità di accoglierle.

Perché queste domande non riguardano soltanto gli specialisti, ma ogni cittadino chiamato a riflettere sul rapporto tra cura, tutela, sicurezza, libertà e autodeterminazione.

Una cura autentica non dovrebbe chiedere soltanto consenso.

Dovrebbe creare le condizioni perché una persona possa sentirsi libera anche di non essere d’accordo.

Perché forse il segno più grande di una relazione di cura riuscita non è avere davanti una persona che annuisce sempre, ma una persona che si sente abbastanza libera da poter dire anche:

«No. Io la penso diversamente.»

Approfondimenti e fonti

Le vicende citate in questo articolo hanno generato discussioni pubbliche sul rapporto tra dissenso, salute mentale, trattamenti sanitari obbligatori e tutela dei diritti.

  • Caso Dario Musso – approfondimento e documentazione a cura di Diritti alla Follia: – DARIO MUSSO è LIBERO!!!!!! ⋆ Diritti alla follia
  • Caso dello studente di Fano sottoposto a TSO: Intervista sul caso dello studente di Fano –TSO nullo per lo studente di Fano: la svolta dopo anni ⋆ Diritti alla follia   
  • Caso Enrico Gianini –Puntata 221 Il Diritto Fragile: le misure di sicurezza per i non imputabili il caso di Enrico Gianini 
  • Client SatisfactionQuestionnaire (CSQ-8) Strumenti di valutazione della patientsatisfaction | Psychiatry on line Italia
  • Verona Service Satisfaction Scale (VSSS): sviluppata proprio in Italia ed è una delle più note a livello internazionale eprovide.mapi-trust.org › verona-service-satisfaction-scal

SUSANNA BRUNELLI
 MEMBRO DI GIUNTA

È veneta e abita a Verona

Familiare e Survivor della psichiatria

Impegnata su vari fronti riguardanti la salute mentale nel campo dell’associazionismo e del volontariato come accompagnatrice alla Recovery

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