• Passa alla navigazione primaria
  • Passa al contenuto principale

Diritti alla follia

Associazione impegnata sul fronte della tutela e della promozione dei diritti fondamentali delle persone in ambito psichiatrico e giuridico.

  • HOME
  • ASSOCIAZIONE
    • Chi siamo
    • Consiglio direttivo
    • Aree tematiche
    • Lo statuto
  • CAMPAGNE
  • PROPOSTE DI RIFORMA
    • Vai alle proposte di riforma
    • Petizioni
  • BLOG
  • EVENTI
  • PUBBLICAZIONI
    • Bibliografia
  •  DONAZIONI 
  •  ISCRIVITI 
  • CONTATTI
  • Show Search
Hide Search

Diritti alla Follia

Chi parla in nome delle persone con disabilità? Il cortocircuito tra rappresentanza, servizi e trasparenza

Diritti alla Follia · 14/06/2026 · Lascia un commento

Il rumore mediatico passa, le domande restano

Di Carla Cannas, con la collaborazione di Maria D’Oronzo

Il dibattito sviluppatosi nel mese di maggio ha sollevato interrogativi profondi sulla governance della disabilità in Italia, sul pluralismo della rappresentanza e sulla capacità delle politiche pubbliche di trasformare i diritti formali in opportunità concrete.

Oggi che il clamore mediatico sembra essersi attenuato, diventa ancora più importante continuare a porre domande. I temi della trasparenza e della partecipazione non sono polemiche passeggere: riguardano il modo in cui vengono assunte decisioni che incidono sulla vita di milioni di persone.

Al centro del confronto non c’è un singolo episodio, ma un nodo strutturale: come si costruisce la rappresentanza delle persone con disabilità e quali garanzie di trasparenza accompagnano i processi decisionali?

Le inchieste pubblicate dal quotidiano Domani hanno sollevato interrogativi su nomine, incarichi, consulenze e sui rapporti tra amministrazione pubblica e organizzazioni associative nell’attuazione della riforma della disabilità. Pur trattandosi di ricostruzioni giornalistiche e non di accertamenti giudiziari, queste denunce hanno aperto un confronto necessario sull’uso delle risorse pubbliche e sulla qualità della nostra democrazia partecipativa.

Il cuore del problema risiede nel delicato equilibrio tra rappresentanza, consulenza e gestione dei servizi. In una democrazia partecipativa è naturale che le organizzazioni storiche siedano ai tavoli istituzionali. Il quadro si complica, però, quando gli stessi soggetti si trovano contemporaneamente a rappresentare gli interessi collettivi, a svolgere attività di consulenza per il Governo e a gestire i servizi concreti.

La compresenza di questi ruoli non implica automaticamente un’irregolarità, ma crea un intreccio pericoloso. Quando i confini si fanno sfumati, diventano essenziali regole chiare, procedure trasparenti e strumenti di verifica pubblica per distinguere le funzioni e salvaguardare la fiducia dei cittadini.

Che questo problema sia reale e urgente lo dimostra l’episodio che ha scosso il settore: le dimissioni di Roberto Speziale dall’incarico di vicepresidente di FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), ampiamente documentate dalle inchieste di Stefano Iannaccone su Domani. Speziale, vertice storico di Anffas(Associazione Nazionale di Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), si è trovato al centro di un dibattito che va ben oltre la sua vicenda personale.

Le inchieste giornalistiche hanno acceso i riflettori sull’assegnazione di ingenti finanziamenti ministeriali tramite decreti diretti stanziati proprio a ridosso della riforma: quasi 1,6 milioni di euro assegnati ad Anffase 1,3 milioni alla FISH. Sotto la lente è finita in particolare la piattaforma digitale InCare sviluppata da Anffas, destinata alla gestione e alla digitalizzazione dei “Progetti di vita personalizzati“.

Come evidenziato anche dalle analisi critiche del Coordinamento PERSONE, il rischio è che si realizzi un vero e proprio corto circuito democratico: gli stessi soggetti che siedono ai tavoli ministeriali per orientare le riforme (rappresentanza e consulenza) diventano i beneficiari diretti di milioni di euro per gestire le piattaforme e i servizi che quelle riforme devono attuare. Quando lo Stato appalta le sue funzioni strategiche a pochi interlocutori storici senza criteri di selezione pubblici e trasparenti, il confine tra sussidiarietà e potenziale conflitto di interessi rischia di azzerarsi.

Un elemento spesso ignorato dal dibattito è la posizione del Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (CRPD). Nella General Comment n. 7 del 2018, il Comitato distingue chiaramente le organizzazioni di persone con disabilità (DPO/OPD) – guidate e governate dalle persone con disabilità stesse – dalle organizzazioni che forniscono servizi o attività assistenziali.

Questa distinzione sposa il principio internazionale “NothingAboutUsWithoutUs” (Nulla su di noi senza di noi). Nelle decisioni pubbliche, la voce diretta delle persone con disabilità deve essere autonoma e riconoscibile, non assorbita da altri soggetti, seppur operanti in buona fede. Il Comitato ONU non vuole escludere gli enti gestori dal confronto, ma evidenzia che essi sono portatori di interessi organizzativi propri. Per questo, non possono essere considerati equivalenti alle associazioni di rappresentanza diretta. Coerentemente, l’ONU chiede agli Stati di assicurare alle DPO (organizzazioni persone con disabilità) un ruolo autonomo, tenendo ben separata la rappresentanza dalla gestione dei servizi.

Nel dibattito pubblico sono emerse posizioni distanti. Da un lato, diverse realtà chiedono maggiore trasparenza nei criteri di nomina; dall’altro, vi è il timore che la polemica strumentalizzi il tema della trasparenza per indebolire la partecipazione stessa delle persone con disabilità.

Al contrario, trasparenza e partecipazione dovrebbero rafforzarsi reciprocamente.

In questo scenario, Simona Lancioni (in un intervento su Informare un’h) ha richiamato la necessità di un confronto più esplicito e documentato sui temi emersi. Che il problema sia strutturale lo dimostra anche la recente interrogazione parlamentare presentata alla Camera, che ha chiesto chiarimenti al Governo su incarichi, consulenze e criteri di selezione negli organismi collegati alla riforma della disabilità.

Come Associazione Diritti alla Follia, i temi emersi nel dibattito degli ultimi mesi si inseriscono in un percorso di approfondimento già avviato sia nella rubrica “Diritto Fragile” (n. 231 e n. 244), dedicata alla deistituzionalizzazione e ai diritti delle persone con disabilità, sia nella rassegna stampa mensile, che nel mese di maggio ha seguito e analizzato l’evoluzione del confronto pubblico.

Riteniamo che questo confronto sia una risorsa democratica da valorizzare, non un disturbo da silenziare. Il silenzio non può diventare una forma di rimozione collettiva quando cala l’attenzione dei media.

Accanto alla riflessione collettiva, emerge una questione ancora più radicale: chi viene effettivamente rappresentato oggi? Se molte persone trovano un punto di riferimento nelle grandi organizzazioni storiche, moltissime altre costruiscono percorsi di informazione, mutuo aiuto e attivismo attraverso reti informali e comunità digitali che non trovano alcuno spazio nei tavoli istituzionali. I meccanismi attuali riescono davvero a intercettare la pluralità del mondo della disabilità? Garantire il pluralismo significa evitare che il confronto pubblico si riduca a un oligopolio di interlocutori consolidati.

Parlando per esperienza personale, di fronte alle enormi difficoltà legate all’applicazione della Legge 6/2004 e dell’istituto dell’amministrazione di sostegno, non ho trovato sul territorio alcun supporto associativo capace di fornirmi indicazioni realmente utili. Ho dovuto cercare risposte da sola, tramite reti informali e gruppi di confronto digitali. Questa esperienza individuale rispecchia un malcontento generale: la presenza di strutture rappresentative non garantisce l’accessibilità concreta ai servizi e al sostegno.

Dalle denunce sull’accesso alla vita indipendente fino alle richieste di superamento dei modelli ancora orientati all’istituzionalizzazione, la domanda delle famiglie è una sola: quanto le riforme si traducono in diritti esigibili?

In molti contesti prevalgono ancora modelli organizzativi standardizzati, più facili da gestire sul piano amministrativo ma drammaticamente distanti dalle esigenze dei singoli. La sfida posta dalla Convenzione ONU e dalle Linee guida sulla deistituzionalizzazione consiste, al contrario, nel progettare sostegni personalizzati: adattare il sistema alla persona, non la persona al sistema. Se il progetto di vita personalizzato resta un miraggio burocratico, significa che la governance si sta concentrando sulla gestione dei propri equilibri interni anziché sulla vita quotidiana dei cittadini.

Se vogliamo che questo dibattito produca un cambiamento utile, dobbiamo superare le contrapposizioni personali e concentrarci sulle garanzie democratiche del sistema. Servono misure concrete:

Pubblicazione sistematica e accessibile di tutti gli incarichi e le consulenze legati alle politiche per la disabilità.

Criteri oggettivi, pubblici e trasparenti per la selezione dei rappresentanti ai tavoli istituzionali.

Consultazioni aperte anche alle realtà associative minori, indipendenti e non integrate nelle grandi reti nazionali.

Forme periodiche di rendicontazione pubblica delle attività svolte dai soggetti coinvolti nei processi decisionali.

L’obiettivo non è limitare la partecipazione delle associazioni, ma renderla più forte, verificabile e inclusiva.

La rappresentanza non è una delega permanente, ma una relazione di fiducia che va continuamente verificata. Quando le persone con disabilità non conoscono chi parla in loro nome, o non trovano risposte ai loro bisogni concreti, il problema non è della singola associazione, ma della qualità democratica dell’intero sistema.

La qualità della rappresentanza si misura non soltanto dalla presenza ai tavoli istituzionali, ma dalla capacità di trasformare i diritti riconosciuti sulla carta in opportunità concretamente accessibili, sostegni adeguati e percorsi realmente personalizzati. È su questo terreno che si misura la credibilità delle istituzioni e delle organizzazioni rappresentative.

Le domande emerse in questi mesi meritano risposte pubbliche, documentate e verificabili. Quanto scritto in questo articolo rappresenta solo una parte delle questioni aperte; briciole rispetto alla complessità quotidiana delle famiglie. Ma sono domande troppo importanti per essere dimenticate non appena l’attenzione pubblica si sposterà altrove.

Fonti e metodo

Il presente contributo è stato elaborato dall’Associazione Diritti alla Follia a partire da: inchieste giornalistiche del quotidiano Domani (a firma di Stefano Iannaccone); contributi di Simona Lancioni e del Coordinamento PERSONE su Informare un’h; prese di posizione di Vorrei prendere il treno; atti di sindacato ispettivo parlamentare; General Comment n. 7 (2018) del Comitato ONU CRPD e Linee guida sulla deistituzionalizzazione; Associazione Diritti alla Follia – Rassegna stampa, 23 maggio 2026 https://www.youtube.com/watch?v=97GkHxg8ubg

Associazione Diritti alla Follia – Diritto Fragile, episodi n. 231 e n. 244 https://www.youtube.com/watch?v=PiNeRlYTTVA&t=20s https://www.youtube.com/watch?v=G8zWICr1nIM&t=327s ;  esperienza diretta dell’autore nell’accesso ai servizi. Il testo intende analizzare il dibattito pubblico e le sue implicazioni sistemiche sulla governance, senza costituire accertamento di responsabilità giudiziarie o amministrative, nel pieno rispetto del pluralismo delle posizioni

Condividi:

Germania: persone psichiatrizzate e registrazione presso la polizia. Un dibattito che riguarda tutti.

Diritti alla Follia · 07/06/2026 · Lascia un commento

Di Cristina Paderi

Dalla Germania all’Italia, il tema è lo stesso: fino a che punto dati sanitari e diagnosi possono entrare nei circuiti del controllo e della sicurezza senza compromettere diritti fondamentali, privacy e dignità delle persone?

Nei giorni scorsi René Talbot, attivista impegnato a livello internazionale sui diritti delle persone sottoposte a trattamenti psichiatrici, ha inviato a Diritti alla Follia una segnalazione riguardante un dibattito in corso in Germania che merita attenzione anche nel nostro Paese.

La segnalazione rimanda a un documento pubblicato dall’Associazione Federale dei Sopravvissuti alla Psichiatria (Bundesverband Psychiatrie-Erfahrener) e dal Werner-Fuss-Center, dal titolo “How an attack based on alleged danger is turned into an offensive” (“Come un attacco fondato sulla presunta pericolosità viene trasformato in un’offensiva”).

Il testo prende spunto da due gravi episodi di cronaca avvenuti in Germania: l’accoltellamento alla stazione centrale di Amburgo nel maggio 2025 e un omicidio avvenuto a Lipsia nel maggio 2026. In entrambi i casi gli autori evidenziano che le persone coinvolte erano state recentemente dimesse da strutture psichiatriche.

Da questi episodi il documento sviluppa una critica radicale alla psichiatria contemporanea, sostenendo che essa non disponga di strumenti scientificamente affidabili per prevedere i comportamenti individuali e che quindi non possa stabilire in modo oggettivo chi sia pericoloso e chi non lo sia. Il testo solleva interrogativi importanti che riguardano i diritti fondamentali delle persone con diagnosi psichiatrica.

Secondo quanto riferisce René Talbot, nel dibattito tedesco sarebbero infatti emerse proposte volte a consentire forme di registrazione presso le forze dell’ordine delle persone considerate affette da disturbi mentali e ritenute potenzialmente pericolose.

Si tratta di una prospettiva che richiama questioni estremamente delicate.

Chi decide che una persona è pericolosa? Sulla base di quali criteri?

Quali garanzie esistono per impedire che informazioni sanitarie altamente sensibili vengano utilizzate per finalità di controllo sociale? Quale tutela viene garantita alla privacy e alla dignità delle persone coinvolte?

Sono domande che riguardano non soltanto la Germania ma tutte le società democratiche.

La questione assume particolare rilevanza alla luce della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità (CRPD), ratificata sia dalla Germania sia dall’Italia, che afferma il diritto delle persone con disabilità all’uguaglianza davanti alla legge, alla libertà personale, alla protezione della vita privata e alla non discriminazione.

Da anni le organizzazioni che si occupano di diritti umani denunciano il rischio che la sovrapposizione automatica tra diagnosi psichiatrica e pericolosità sociale produca stigma, esclusione e limitazioni dei diritti civili.

La storia insegna che l’uso di registri, schedature e sistemi di sorveglianza rivolti a specifiche categorie di persone può facilmente trasformarsi in uno strumento di discriminazione.

La questione non riguarda soltanto la Germania.

Anche in Italia, negli ultimi mesi, sono emersi interrogativi sul rapporto tra dati sanitari, forze dell’ordine e tutela della privacy. Un’inchiesta pubblicata da Stefano Baudino su L’Indipendenteil 31 maggio 2026 ha documentato le testimonianze di centinaia di pazienti in trattamento con cannabis terapeutica che sarebbero stati convocati presso caserme dei Carabinieri in diverse città italiane per fornire informazioni sulla propria terapia, sulle prescrizioni ricevute, sui medici curanti e sulle modalità di approvvigionamento del farmaco.

Secondo quanto riportato nell’articolo, tra i convocati vi sarebbero persone affette da patologie gravi, anziani, giovani pazienti e perfino proprietari di animali sottoposti a trattamenti veterinari con cannabinoidi. Alcuni hanno riferito di essere stati interrogati sulle proprie cure e, in taluni casi, di aver ricevuto richieste di esibire email o messaggi privati.

La vicenda avrebbe origine da accertamenti sui canali di distribuzione della cannabis terapeutica. Tuttavia, il caso ha sollevato interrogativi che vanno oltre il profilo amministrativo o investigativo: come sono stati individuati i pazienti? Chi ha avuto accesso ai loro dati sanitari? Con quali autorizzazioni e con quali garanzie?

Si tratta di domande particolarmente rilevanti perché le informazioni relative alla salute appartengono alle categorie di dati maggiormente protette dalla normativa europea e nazionale sulla privacy. L’accesso a tali dati richiede infatti basi giuridiche precise, finalità determinate e adeguate garanzie per i cittadini.

Pur trattandosi di situazioni diverse, il dibattito tedesco e quello italiano sembrano convergere su una questione comune: il rischio che persone accomunate da una condizione sanitaria possano essere oggetto di forme di monitoraggio, controllo o schedatura che meritano un rigoroso scrutinio democratico.

Quando la salute diventa un elemento che giustifica l’intervento delle forze dell’ordine o la circolazione di dati sensibili tra istituzioni, la tutela dei diritti fondamentali deve essere particolarmente forte. Diversamente, il confine tra protezione, prevenzione e controllo sociale rischia di diventare sempre più sottile.

Per questo riteniamo importante seguire con attenzione quanto accade in Germania e, allo stesso tempo, riflettere su quanto sta emergendo anche nel nostro Paese.

Una questione appare centrale: nessuna misura che incida sulla libertà personale, sulla privacy o sull’accesso ai diritti può essere introdotta senza un rigoroso confronto pubblico, senza adeguate garanzie giuridiche e senza il pieno rispetto dei principi sanciti dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.

Diritti alla Follia continuerà a monitorare questo dibattito e a promuovere una riflessione pubblica sul rapporto tra salute mentale, diritti umani, privacy e intervento delle istituzioni.

Fonti

  • René Talbot, comunicazione inviata a Diritti alla Follia (2026).
  • Bundesverband Psychiatrie-Erfahrener (BPE) e Werner-Fuss-Center, “How an attack based on alleged danger is turned into an offensive”:
     https://www.zwangspsychiatrie.de/how-an-attack-based-on-alleged-danger-is-turned-into-an-offensive/
  • Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità (CRPD):
     https://www.un.org/development/desa/disabilities/convention-on-the-rights-of-persons-with-disabilities.html
  • Stefano Baudino, “In tutta Italia centinaia di malati che usano cannabis medica sono stati convocati in caserma”, L’Indipendente, 31 maggio 2026:
     https://www.lindipendente.online/2026/05/31/in-tutta-italia-centinaia-di-malati-che-usano-cannabis-medica-sono-stati-convocati-in-caserma/
Condividi:

Quando il sistema decide chi debba essere creduto

Diritti alla Follia · 01/06/2026 · Lascia un commento

Di Carla Cannas

Amministrazione di sostegno, fragilità e zone d’ombra tra cronaca giudiziaria ed esperienza personale.

Negli ultimi mesi in Sardegna diversi casi legati all’amministrazione di sostegno sono finiti sulle pagine della cronaca giudiziaria, riportando l’attenzione su un istituto nato per tutelare le persone fragili ma che, in alcune situazioni, è diventato anche terreno di contestazioni, indagini e procedimenti per peculato.

A Carbonia, secondo quanto riportato da L’Unione Sarda il 13 maggio 2026, un’avvocata nominata amministratrice di sostegno è stata condannata in primo grado a due anni di reclusione con pena sospesa con l’accusa di aver sottratto oltre 21 mila euro a un anziano assistito.

In un altro caso emerso nel Sulcis Iglesiente e riportato sempre da L’Unione Sarda il 12 maggio 2026, un amministratore di sostegno è stato denunciato con l’accusa di aver sottratto circa 35 mila euro a un anziano assistito, utilizzandoli per spese personali.

Un ulteriore caso, noto anche come “caso Barabino”, riportato da La Nuova Sardegna il 5 maggio 2026, riguarda invece una ex amministratrice di sostegno del Nuorese coinvolta in procedimenti e condanne per peculato e autoriciclaggio. Secondo quanto emerso dalla stampa, avrebbe sottratto nel tempo somme di denaro appartenenti a più assistiti, utilizzando parte dei fondi anche per spese personali e beni non legati alle necessità delle persone affidate alla sua gestione.

Si tratta di vicende differenti tra loro, ma accomunate da un elemento centrale: il possibile uso improprio — o comunque contestato — di un ruolo pensato per la protezione di soggetti fragili.

Ho riportato questi casi anche perché, spesso, episodi di questo tipo vengono percepiti come lontani, casi isolati che riguardano altri territori o altre storie. La mia esperienza, invece, mi ha fatto capire quanto il tema della tutela delle persone fragili possa essere più vicino e diffuso di quanto sembri. Parlare di questi casi significa anche aprire uno spazio di consapevolezza: ciò che accade altrove può riguardare, in forme diverse, anche il nostro territorio e le nostre famiglie.

Quando si parla di amministrazione di sostegno e possibili abusi, però, una domanda resta inevitabilmente sullo sfondo: quanti casi esistono davvero?

Non esiste una statistica pubblica precisa sugli abusi legati all’amministrazione di sostegno, sulle appropriazioni indebite non emerse o sui controlli rivelatisi inefficaci. Quello che arriva alla cronaca è soltanto la parte visibile: denunce, procedimenti, sentenze. Tutto il resto rischia di restare invisibile finché non emerge qualcosa di irreparabile.

Esistono certamente situazioni in cui i controlli risultano insufficienti. I movimenti economici non sempre sono monitorabili in tempo reale o, in alcuni casi, non risultano monitorabili nemmeno dai familiari, perché progressivamente esclusi dalla gestione. Molte persone amministrate sono anziane, fragili o prive di una rete familiare forte, e il sistema appare spesso più reattivo che preventivo: interviene quando il danno si è già verificato, più che impedirlo in anticipo.

Ed è proprio dentro questa zona grigia che tante famiglie finiscono per sentirsi sole.

Per molto tempo ho evitato di raccontare pubblicamente alcuni aspetti della vicenda che ha coinvolto mia madre. Non perché mancassero le domande, ma perché quando certe storie entrano dentro casa tua smettono di essere semplici articoli di cronaca. Diventano vita reale.

Quando venne nominato il primo amministratore di sostegno per mia madre, la nostra famiglia non conosceva davvero in profondità questa legge 6/2004. Come tante persone, pensavamo si trattasse semplicemente di uno strumento di tutela. Ci fidammo.

Probabilmente pesarono la scarsa informazione, la fiducia riposta in alcune persone e la mancata conoscenza di ciò che veniva realmente rappresentato al giudice tutelare. Con il tempo iniziammo però a percepire che, nel nostro caso, l’amministrazione di sostegno stava producendo anche un progressivo allontanamento di parte della famiglia dalle decisioni riguardanti mia madre.

Con la successiva nomina di un’amministratrice esterna quella sensazione aumentò ulteriormente. Molte decisioni sembravano non passare più né dalla volontà di mia madre né dal confronto con chi la seguiva quotidianamente.

Eppure, nelle dichiarazioni rese durante le indagini, la stessa amministratrice descriveva il mio ruolo in termini molto diversi, parlando di collaborazione e di un rapporto non conflittuale.

Nel corso della vicenda sono state attribuite nei miei confronti anche alcune definizioni come “scontrosa” e “conflittuale”, mentre in altri passaggi la stessa amministratrice di sostegno descriveva invece una collaborazione concreta nella gestione quotidiana. L’unica etichetta ricorrente resta quella di “no vax”, che tuttavia non ha alcuna attinenza con la gestione reale della situazione.

La parola “andavamo d’accordo”, riletta oggi, mi appare persino eccessiva. In quel contesto cercavo soprattutto di mantenere un equilibrio per il bene di mia madre e per evitare che determinate tensioni peggiorassero ulteriormente la situazione. Perché quello che accadde negli ultimi mesi della sua vita, quando i rapporti con l’ADS si interruppero di fatto, temo sarebbe potuto accadere molto prima.

Io ero una delle figlie più presenti fisicamente accanto a mia madre. Mi occupavo concretamente della casa, della sua persona e delle necessità quotidiane, soprattutto durante le sostituzioni della badante convivente. Lavoro nell’assistenza e conosco bene cosa significhi seguire persone fragili, anziani e pazienti con patologie degenerative.

Negli ultimi due mesi di vita di mia madre il mio rapporto con l’amministratrice di sostegno si era di fatto interrotto e i contatti erano diventati estremamente limitati. Anche sul piano sanitario il mio coinvolgimento diretto con il medico non era più continuativo, in un sistema di comunicazioni che risultava filtrato attraverso altri soggetti.

Eppure, col tempo, la mia figura sembrò trasformarsi progressivamente in altro.

La narrazione attorno a me iniziò a ridursi a due etichette: “conflittuale” e “no vax”.

A un certo punto non sembrava più importante ciò che facevo concretamente per mia madre. Sembrava contare soprattutto l’immagine che altri stavano costruendo di me.

Ed è forse questo uno degli aspetti più difficili da spiegare: la sensazione che, quando denunci determinate anomalie, il problema rischi di diventare non ciò che segnali, ma la tua stessa credibilità. Come se una persona potesse essere ridotta a uno slogan.

La questione sanitaria resta ancora oggi quella che mi pesa di più.

L’8 marzo 2022 mia madre stava male. Esiste un verbale del 118. Eppure il ricovero non avvenne immediatamente. Un primo ricovero venne rifiutato.

Il giorno successivo un medico visitò mia madre a casa. C’erano tosse, malessere e sintomi evidenti. Ma non venne eseguito nemmeno un tampone, nonostante il periodo Covid.

Anche sulle comunicazioni con l’ospedale emersero versioni difficili da conciliare. Da una parte veniva esclusa l’esistenza di indicazioni volte a limitare le informazioni ai familiari. Dall’altra comparivano riferimenti a comunicazioni che avrebbero dovuto passare esclusivamente tramite l’ADS.

Una delle persone ascoltate durante le indagini dichiarò che io fossi presente prima del ricovero del marzo 2022  e che avrei cercato di oppormi al trasferimento di mia madre in ospedale. La stessa persona riferì anche di aver intimato a me e alla badante di indossare la mascherina. Eppure in altre ricostruzioni emergeva che io, in quei giorni, non fossi presente perché positiva al Covid.

Sono versioni difficili da conciliare.

Ed è proprio questo che continua a lasciarmi interrogativi profondi: non soltanto sui fatti, ma sul modo in cui certe ricostruzioni vengano considerate più credibili di altre.

Compresi che qualcosa si stava muovendo dietro le quinte quasi per caso. Un giorno, mentre facevo la spesa con mia figlia, incontrai una figura istituzionale coinvolta nella vicenda di mia madre. Tentò di stringermi la mano. Io non ricambiai il gesto. E quella persona mi disse, con un tono che percepii come provocatorio: “Glielo avevo detto che avevo ragione.”

Fu dopo quell’episodio che andai personalmente in tribunale e scoprii casualmente che esisteva già una richiesta di archiviazione.

Durante un interrogatorio, l’amministratrice spiegò di seguire numerosi casi contemporaneamente, alcuni in delega e altri con nomina diretta. E aggiunse che soltanto il nostro caso le aveva creato difficoltà.

Ma ascoltando quelle parole mi sono posta una domanda molto semplice: come può una sola persona seguire davvero così tante situazioni fragili contemporaneamente?

Perché qui non si parla di pratiche astratte. Si parla di anziani, malattie, ricoveri, solitudine e persone non autosufficienti. Chi lavora davvero nell’assistenza sa quanto sia difficile seguire bene anche un solo caso complesso.

In un altro passaggio venne chiesto all’ADS se avesse ricevuto segnalazioni da parte della badante riguardo alla situazione di mia madre. La risposta fu positiva. Ma negli atti consultati non ho trovato comunicazioni documentate che chiarissero in modo preciso modalità, tempi e contenuti di tali segnalazioni.

E allora nasce spontanea una domanda: quando si parla della gestione di una persona fragile, possono bastare comunicazioni verbali o informali?

All’inizio delle indagini venivano ipotizzate omissioni sanitarie e mancate decisioni urgenti riguardanti la salute di mia madre. Successivamente, però, le valutazioni cambiarono radicalmente e il contesto venne ricondotto soprattutto alla conflittualità familiare.

Ed è forse questo l’aspetto più destabilizzante di tutta la vicenda.

Gli stessi fatti, nel giro di poco tempo, sembravano assumere significati completamente diversi. Da possibili questioni sanitarie da approfondire a semplice conflitto familiare. Da dubbi concreti a risentimento personale.

E quando vivi tutto questo dall’interno, inizi inevitabilmente a chiederti se il problema siano davvero i fatti oppure chi il sistema decide di ritenere credibile.

C’è una frase che ancora oggi mi ferisce profondamente. Parlando degli ultimi momenti di vita di mia madre, una figura coinvolta nella vicenda utilizzò l’espressione: “È scoppiato un putiferio.”

Leggere quelle parole mi lasciò senza fiato.

Perché lì non si parlava di una lite qualsiasi. Si parlava degli ultimi momenti di vita di una madre. E quella ricostruzione, così com’è stata riportata, non corrisponde a ciò che io e la mia famiglia abbiamo vissuto.

Noi non abbiamo mai discusso davanti a lui.

Non ci fu alcuna scena.

E forse è proprio questo che continua a ferirmi di più: la sensazione che anche il dolore più estremo sia stato ridotto a una formula superficiale, quasi fastidiosa. Come se gli ultimi istanti di vita di una madre potessero essere archiviati dentro una frase pronunciata con leggerezza.

Io e mia sorella Serenella ci portiamo ancora dentro il dolore di non essere riuscite a proteggere nostra madre come avremmo voluto. Negli ultimi mesi della sua vita abbiamo vissuto situazioni che, umanamente, ci sono sembrate sempre più pesanti, fredde e difficili da comprendere.

Per molto tempo ho avuto anche la sensazione che attorno a me si stesse costruendo una narrazione precisa, quasi come se dovessi diventare io la causa di ciò che era accaduto.

Due tamponi negativi, eseguiti in quei giorni, restano per me un elemento impossibile da dimenticare. Non soltanto sul piano sanitario, ma anche umano. Perché mi hanno evitato di convivere per tutta la vita con il peso di un’accusa implicita che ho sentito gravare addosso.

Ma mia madre non era un fascicolo.

Non era una pratica da gestire.

Non era un problema amministrativo.

Era una persona.

E quello che so è che attorno alla sua fragilità si è mosso un sistema che, nel mio caso — e non solo — troppo spesso, invece di semplificare ha complicato, invece di ascoltare ha etichettato, invece di unire ha diviso.

Io non so se avrò mai tutte le risposte che cerco.

Non so se riuscirò mai a comprendere fino in fondo tutto ciò che è accaduto negli ultimi anni della sua vita.

Ma voglio ancora credere che la giustizia, prima o poi, sappia guardare oltre le etichette, oltre le versioni costruite e oltre i ruoli.

Perché dietro ogni fascicolo esiste una vita vera.

E a un certo punto, la persona reale sparisce.

Resta soltanto la gestione del caso.

E nessuna madre dovrebbe mai diventare semplicemente un caso.

Dietro questa storia c’era una madre.

La nostra madre.

Mia e di mia sorella Serenella.

Questo articolo è per Lei. 

Vola alto, mamma.

Dove nessuna firma, nessun ruolo e nessuna etichetta potranno più farti del male.

E per tutte quelle persone che rischiano di diventare soltanto pratiche amministrative, invece che vite da proteggere.

N.B. Per approfondire il tema dell’amministrazione di sostegno, della tutela delle persone fragili e delle criticità emerse in diversi casi italiani:

LE PROPOSTE DI RIFORMA

Dossier su casi, storie e testimonianze destinato a organismi nazionali e internazionali per i diritti umani:

Richiesta di collaborazione – Dossier su casi, storie e testimonianze. Trasmissione a organismi nazionali e internazionali per i diritti umani

Perché dietro ogni pratica amministrativa esiste una persona reale, una famiglia e una storia che meritano ascolto, rispetto e tutela.

Condividi:

I fatti di Modena e il legno storto dell’umanità

Diritti alla Follia · 30/05/2026 · Lascia un commento

Di Renato Ventura

Il recente episodio di Modena nel quale una persona (Salim El Koudri di 29 anni), seguita in passato dai servizi di salute mentale, ha investito i passanti nel tentativo, pare volontario, di provocare una strage, induce alcune riflessioni che in questa sede non possono che essere espresse in modo molto (troppo) sintetico.

Molti sono gli elementi in gioco a prescindere da una condanna preliminare di una condotta gravissimamente etero lesiva e tentativamente omicidiaria.

Il giovane Salim è immigrato di seconda generazione; benché sia laureato in Economia aziendale non aveva un lavoro, in passato lavori saltuari e non qualificati (magazziniere). Viene descritto come sofferente per un disturbo schizoide di personalità con tendenza all’isolamento sociale e con atteggiamenti rivendicativi nei confronti della società dalla quale si sentiva espulso o non accettato con chiaro slittamento paranoide delle sue difficoltà esistenziali.

Il ministro Piantedosi afferma che “Gli inquirenti faranno ulteriori accertamenti ma quello che è accaduto è collocabile in una situazione di disagio psichico”…“questo non cambia la tragicità dei fatti, anzi per certi versi ci preoccupa, ma registrare che non c’entra nulla con il terrorismo e che non ci è sfuggito nulla dal punto di vista della prevenzione antiterrorismo ci conforta”.

Secondo Starace (Presidente Società Italiana Epidemiologia Psichiatrica) invece questo aspetto è estremamente preoccupante. “Non tirerei un sospiro di sollievo –spiega– perché la frequenza con cui il malessere si manifesta sotto forme eclatanti è una cartina al tornasole di come sta l’intera comunità. I cosiddetti ‘gesti folli’ minano la convivenza pacifica e civile obbligando a mettere in discussione un assetto complessivo che va ben oltre i servizi di salute mentale”.

Ecco il gioco del cerino: se si tratta di un problema psichiatrico (Piantedosi) se ne devono occupare gli psichiatri. Se invece, come anch’io penso, il problema è connesso a un “odio sociale” che trova alimento da vissuti di mancata integrazione e fragilità personologica, non si può prescindere da una messa in discussione sia dei sevizi di salute mentale che non hanno saputo/potuto “agganciare” Salim, sia dai meccanismi di isolamento sociale e probabilmente di stigmatizzazione generati dalla condizione di immigrato (sia pure di seconda generazione e formalmente cittadino italiano) che, probabilmente anche sulla base di una particolare vulnerabilità e ipersensibilità, amplificata dalla difficoltà a trovare lavoro, l’hanno portato a compiere “il gesto folle”. Allora “non è una questione di servizi di salute mentale: si sono persi i capisaldi e le figure che aiutavano a ‘riportare’ in carreggiata le persone più fragili” (ancora Starace). E questo prescinde dal depotenziamento dei servizi di salute mentale che è il tallone d’Achille italiano, come dimostrano i dati.  Angelozzi su QS  (“Modena, il caso della tentata strage e la psicologia popolare con i suoi pregiudizi”: https://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/modena-il-caso-della-tentata-strage-e-la-psicologia-popolare-con-i-suoi-pregiudizi/) non si stanca di ricordarlo. Anche Pellegrini, sempre su QS (“Non solo psichiatria, la salute mentale ha radici sociali ed è una responsabilità collettiva”: https://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/non-solo-psichiatria-la-salute-mentale-ha-radici-sociali-ed-e-una-responsabilita-collettiva/), in un’ampia rassegna delle possibili interpretazioni dei fatti di Modena in un’ottica psicosociale e psicodinamica, raccomanda “Un approccio olistico, One health, che deve essere sempre tenuto presente evitando ogni forma di riduzionismo”.

Invece di fare il gioco del cerino è necessario ammettere kantianamente che “da un legno storto, come quello di cui l’uomo è fatto, non può uscire nulla di interamente diritto.” Nel 1792 Kant scrisse un saggio sul male “radicale” intendendo con l’espressione male radicale quello che attiene alla nostra radice e sostenendo che la tendenza al male radicale è strettamente intrecciata con la natura umana (Vito Mancuso). Il concetto di legno storto è stato ripreso, come è noto, dal filosofo Isaiah Berlin che nel saggio dal titolo omonimo si pone dalla parte dell’uomo, del «legno storto», per applicare il suo bisturi a molte piante ideologiche e penetrare ben oltre la corteccia, fino al nucleo e alla patologia. Diffidente verso tutte le teorie troppo dritte, perché consapevole della necessaria conflittualità fra valori comunque irrinunciabili quali libertà, giustizia, uguaglianza, Berlin ha sviluppato una illuminata, salutare visione pluralistica, che ci può vaccinare per sempre dai devastanti guaritori dell’umanità…(dalla sinossi del saggio Il legno storto dell’umanità,1990).

L’idea di controllare la follia (e i fenomeni immigratori) come pure le manifestazioni di dissenso e marginalità sociale con provvedimenti polizieschi fa appunto parte di una concezione totalitaria che ritiene di  poter raddrizzare il legno storto e guarire l’umanità…

Ecco allora che, su questa base pluralistica e antiideologica, si rende necessario interpretare il fenomeno dei tentativi di stragismo compiuti da persone psicologicamente disturbate, spesso con identità personale precaria (immigrati) e storia di mancata integrazione, alla luce di prospettive meno anguste di quelle psichiatriche o come fenomeno sociale, utilizzando i saperi psicologici, filosofici e antropologici, oltre a meglio definire politicamente di quale società vogliamo essere parte: società accogliente o che difende la sicurezza emarginando i diversi siano essi immigrati o persone con disturbo mentale. Spesso abbiamo visto che le due condizioni inevitabilmente coincidono essendo la condizione di “ospite indesiderato” al quale può essere tolta la cittadinanza, se cittadino italiano di seconda generazione (!) (Salvini), tale da ingenerare sentimenti di precarietà, indegnità, rifiuto e isolamento sociale. Ma fino a che generazione si risale per stabilire la “purezza” razziale? Ho un padre ebreo discendente verosimilmente da una popolazione ebraica vittima di espulsione e migrazione dalla Spagna a seguito del Decreto dell’Alhambra (o editto di Granada), emanato il 31 marzo 1492 dai Re “Cattolicissimi” (sic), Isabella di Castiglia e Ferdinando II d’Aragona. Il provvedimento impose la cacciata di tutte le comunità ebraiche dai regni spagnoli. Sono anch’io pertanto a rischio di privazione di cittadinanza in quanto immigrato da x generazioni? Ci sarebbe da ridere ma in un recente passato il conteggio delle generazioni per stabilire la purezza o meno del sangue ariano era pratica “normale” e sappiamo dove ha portato l’umanità…

In questa prospettiva di integrazione dei saperi credo che si debba innestare il Piano sanitario nazionale che QS riferisce al “rush finale” dopo venti anni: uno dei citati “assi portanti” (One Health) comprenderà anche l’One Mental Health? L’assistenza territoriale potrà contare su un servizio di psicologia territoriale? Ricordiamo che è stato presentato un Progetto di legge per una rete psicologica nazionale (Proposta di Legge di Iniziativa Popolare “Istituzione della Rete Nazionale dei Servizi Pubblici per il Benessere Psicologico” (Atto Senato n. 1740, XIX Legislatura) che prevede, tra l’altro, lo psicologo di comunità. La salute mentale viene indicata tra le grandi emergenze sanitarie. Sarà ancora tutto demandato al consolidato ma attempato servizio psichiatrico basato sui DSM con le loro articolazioni e un funzionamento che utilizza essenzialmente un modello di salute mentale di tipo medico biologico e una organizzazione di tipo essenzialmente sanitaria con evidente tradimento della vantata ascendenza basagliana? Ricordiamo che Basaglia era critico sulla legge 180 e aveva dichiarato a La Stampa che la nuova legge «cerca[va] di omologare la psichiatria alla medicina, cioè il comportamento umano al corpo. È come se volessimo omologare i cani con le banane […]. È sul territorio – aveva poi precisato – che prima di tutto bisogna intervenire. Con strutture non ghettizzanti, combattendo l’emarginazione a tutti i livelli, facendo opera di prevenzione, lottando contro le contraddizioni della società. Negli ospedali ci sarà sempre il pericolo dei reparti speciali, del perpetuarsi di una visione segregante ed emarginante». Nel nuovo Piano sanitario nazionale ci sarà posto per altre competenze di tipo sociologico e psicologico? E’ previsto un cambio di paradigma (da medico biologico a psicosociale) per affrontare le problematiche della salute mentale?

Dott. Renato Ventura

Psichiatra e Psicoanalista

Associato a Diritti alla Follia

Condividi:

Alcune riflessioni sulla ricerca “Il TSO nella città di Torino (2015-2024)” di Carolina Di Luciano e Michele Miravalle

Diritti alla Follia · 19/05/2026 · Lascia un commento

Di Cristina Paderi

Tra i momenti più importanti dell’VIII Congresso “Diritti alla Follia”, svoltosi a Collegno a fine marzo, c’è stato sicuramente il panel dedicato al Trattamento Sanitario Obbligatorio dopo le recenti pronunce della Corte costituzionale. Gli interventi di Michele Miravalle e Luigi Gariglio, dell’Osservatorio TSO della Città di Torino, hanno avuto il merito di riportare la discussione su un terreno troppo spesso evitato: quello della realtà concreta del TSO, oltre le formule giuridiche e le retoriche rassicuranti.

Da anni il dibattito pubblico continua a descrivere il TSO come uno strumento eccezionale, residuale, utilizzato solo in casi limite e circondato da solide garanzie. La ricerca presentata al Congresso racconta invece qualcosa di molto diverso. Analizzando quasi dieci anni di provvedimenti nella città di Torino (oltre duemila fascicoli e più di millecinquecento persone coinvolte) emerge con chiarezza che il TSO non rappresenta affatto una misura straordinaria, ma un dispositivo ormai pienamente strutturale nel funzionamento quotidiano della salute mentale italiana.

Non colpiscono soltanto i numeri, pur significativi. Colpisce soprattutto il modo in cui il sistema opera concretamente. La quasi totalità delle richieste viene convalidata automaticamente dalle autorità competenti, attraverso procedure spesso standardizzate e seriali, prive di una reale valutazione individualizzata. È difficile non vedere qui proprio quei nodi che la Corte costituzionale ha recentemente iniziato a mettere in discussione: l’assenza di un effettivo contraddittorio, la debolezza delle garanzie difensive, la trasformazione della convalida in un passaggio sostanzialmente burocratico.

Per anni, chi come noi denunciava questi aspetti veniva accusato di estremismo o di ideologismo. Oggi, invece, quelle stesse questioni entrano nel cuore del dibattito costituzionale e mostrano tutta la fragilità di un sistema che continua a limitare la libertà personale attraverso meccanismi scarsamente controllabili dalle persone che li subiscono.

La relazione di Miravalle ha però mostrato anche un altro elemento fondamentale, spesso rimosso nel racconto pubblico del TSO: il fatto che non si tratti semplicemente di un atto sanitario. Il TSO si produce dentro una rete di poteri che coinvolge servizi psichiatrici, amministrazioni comunali, giudici tutelari, forze dell’ordine. È dentro questo intreccio istituzionale che viene amministrato il confine tra cura e coercizione.

E quando si osservano i dati longitudinali, cioè il ripetersi dei TSO sulle stesse persone nel corso degli anni, il quadro diventa ancora più problematico. Una quota significativa delle persone coinvolte subisce infatti ricoveri coatti ripetuti, con percorsi segnati da reiterazioni, proroghe e cicli continui di coercizione. Formalmente si tratta di episodi distinti; materialmente, molto spesso, siamo davanti a vere e proprie traiettorie di istituzionalizzazione intermittente, che finiscono per accompagnare stabilmente la vita delle persone.

È forse questo uno dei punti più importanti emersi dal Congresso di Collegno. Il TSO non può più essere letto soltanto come risposta emergenziale a una crisi individuale. Sempre più chiaramente appare come uno strumento attraverso cui il sistema tenta di governare ciò che non riesce, o non vuole, sostenere diversamente.

Quando mancano casa, reddito, relazioni, supporti territoriali reali e possibilità concrete di autodeterminazione, la coercizione tende inevitabilmente ad espandersi. In questo senso, il TSO non riguarda soltanto la psichiatria. Riguarda il modello sociale complessivo che decide quali vite siano considerate sostenibili dentro la comunità e quali invece debbano essere continuamente amministrate, sorvegliate o contenute.

La ricerca torinese ha avuto il merito di sottrarsi sia alle semplificazioni securitarie sia alle autoassoluzioni istituzionali. Non nega la complessità delle situazioni, ma mostra con chiarezza che la coercizione psichiatrica non può essere ridotta a una mera necessità tecnica o clinica. Dietro il TSO agiscono sempre scelte politiche, culturali e sociali che riguardano il rapporto tra libertà, rischio, controllo e marginalità.

Ed è proprio questo che il Congresso “Diritti alla Follia” ha cercato di mettere al centro: la distanza ancora enorme tra i principi proclamati (consenso, autodeterminazione, diritti umani) e il funzionamento reale delle istituzioni psichiatriche.

Una distanza che non potrà essere colmata attraverso semplici correzioni procedurali o ritocchi normativi, ma solo aprendo finalmente una discussione pubblica radicale sul rapporto tra psichiatria, diritto e libertà personale.

Miravalle – Di Luciano_TSO città di Torino 2015-2024-1Download
Condividi:
  • Pagina 1
  • Pagina 2
  • Pagina 3
  • Pagine interim omesse …
  • Pagina 62
  • Vai alla pagina successiva »

Diritti alla follia

SEGUICI SUI NOSTRI CANALI SOCIAL


  


Associazione diritti alla follia
Via Posidonia, 307 bis - 84129 - Salerno

Fondata il 25 luglio 2018 - dirittiallafollia@gmail.com

Copyright © 2026 * Tutti i diritti riservati

PRIVACY & COOKIE POLICY

GDPR - Trattamento dei dati personali
Utilizziamo i cookie sul nostro sito web per offrirti l'esperienza più pertinente alla navigazione di questo sito memorizzando le tue preferenze. Cliccando “Accetta” acconsenti all'uso di TUTTI i cookie. Puoi visitare le impostazioni dei cookie per fornire un consenso personalizzato al trattamento dei tuoi dati. Puoi inoltre visionare la nostra Privacy Policy completa
Impostazione Cookie ACCETTA
Rivedi il tuo consenso ai cookie

Panoramica della privacy

Questo sito web utilizza i cookie per migliorare la tua esperienza mentre navighi attraverso il sito web. Tra questi cookie, i cookie classificati come necessari vengono memorizzati sul tuo browser in quanto sono essenziali per il funzionamento delle funzionalità di base...
Strettamente necessari
Sempre abilitato
Questi strumenti di tracciamento sono strettamente necessari per garantire il funzionamento e la fornitura del servizio che ci hai richiesto e, pertanto, non richiedono il tuo consenso.
CookieDurataDescrizione
cookielawinfo-checbox-analytics11 monthsQuesto cookie è impostato dal plug-in di consenso sui cookie GDPR. Il cookie viene utilizzato per memorizzare il consenso dell'utente per i cookie nella categoria "Analytics".
cookielawinfo-checbox-functional11 monthsIl cookie è impostato dal consenso cookie GDPR per registrare il consenso dell'utente per i cookie nella categoria "Funzionale".
cookielawinfo-checbox-others11 monthsQuesto cookie è impostato dal plug-in di consenso sui cookie GDPR. Il cookie viene utilizzato per memorizzare il consenso dell'utente per i cookie nella categoria "Altri cookies non in categoria".
.
cookielawinfo-checkbox-necessary11 monthsQuesto cookie è impostato dal plug-in di consenso sui cookie GDPR. Il cookie viene utilizzato per memorizzare il consenso dell'utente per i cookie nella categoria "Necessario".
cookielawinfo-checkbox-performance11 monthsQuesto cookie è impostato dal plug-in di consenso sui cookie GDPR. Il cookie viene utilizzato per memorizzare il consenso dell'utente per i cookie nella categoria "Performance".
viewed_cookie_policy11 monthsIl cookie è impostato dal plug-in GDPR Cookie Consent e viene utilizzato per memorizzare se l'utente ha acconsentito o meno all'uso dei cookie. Non memorizza alcun dato personale.
Interazioni e funzionalità semplici
Questi strumenti di tracciamento abilitano semplici interazioni e funzionalità che ti permettono di accedere a determinate risorse del nostro servizio e ti consentono di comunicare più facilmente con noi.
Miglioramento dell'esperienza
Questi strumenti di tracciamento ci permettono di offrire una user experience personalizzata migliorando la gestione delle impostazioni e consentendo l'interazione con network e piattaforme esterne.
Misurazione
Questi strumenti di tracciamento ci permettono di misurare il traffico e analizzare il tuo comportamento con l'obiettivo di migliorare il nostro servizio.
Salva e accetta