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Diritti alla follia

Associazione impegnata sul fronte della tutela e della promozione dei diritti fondamentali delle persone in ambito psichiatrico e giuridico.

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Diritti alla Follia

Recensione all’articolo di Ciro Tarantino “Per ordine di giustizia”. Su alcuni casi di internamento di fatto

Diritti alla Follia · 22/02/2026 · 2 commenti

Di Cristina Paderi

L’articolo di Ciro Tarantino, “Per ordine di giustizia”. Su alcuni casi di internamento di fatto (in Aut Aut, 2023), si inserisce nel dibattito sul destino della psichiatria dopo la fine del manicomio e propone una tesi tanto semplice quanto inquietante: l’internamento non è scomparso, si è trasformato. Non si presenta più nella forma dichiarata del ricovero coatto, ma sopravvive come pratica diffusa, amministrativa e quotidiana, nascosta dentro il sistema socio-assistenziale contemporaneo.

Tarantino parte da un dato apparentemente neutro: centinaia di migliaia di persone vivono stabilmente in strutture residenziali non familiari, soprattutto anziani e disabili. Numeri inferiori ad altri paesi europei ma, se letti nella storia italiana della deistituzionalizzazione, rivelatori di qualcosa di diverso: non il ritorno del manicomio, bensì la persistenza di una zona di segregazione. L’autore introduce perciò il concetto di “istituzioni totaloidi”, luoghi semichiusi che non sono formalmente totali ma condividono con le istituzioni totali una limitazione sostanziale della libertà. Non si entra con un ordine pubblico spettacolare, non si varca una soglia simbolica: si scivola dentro una normalità amministrativa, dove la libertà resta formale mentre la vita quotidiana diventa regolata da altri.

Il punto decisivo dell’analisi è che l’istituzionalizzazione non coincide con la perdita della libertà personale ma con la perdita della libertà di scelta. La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità tutela la possibilità di scegliere dove vivere e con chi vivere, oltre all’accesso a servizi alternativi alla residenzialità. Tuttavia, quando tali alternative mancano, il consenso al ricovero diventa un assenso necessario: non una decisione, ma l’assenza di condizioni per decidere. In questo passaggio concettuale l’autore sposta l’attenzione dalla coercizione fisica alla coercizione decisionale, mostrando come l’internamento contemporaneo operi prima sul piano della volontà che su quello del corpo.

È qui che entra in scena il dispositivo psichiatrico-giudiziario e, al suo centro, la figura dell’amministratore di sostegno. Nato per sostenere la persona ‘fragile’ senza sostituirla, lo strumento viene spesso impiegato in senso opposto: quando l’interessato rifiuta il ricovero, il rifiuto viene interpretato come sintomo, la capacità decisionale viene ritenuta compromessa e il giudice attribuisce all’amministratore il potere di prestare il consenso al posto suo. Il ricovero appare allora volontario nella forma ma obbligatorio nella sostanza. Senza dichiarare un trattamento sanitario obbligatorio si ottiene lo stesso effetto, cioè una restrizione della libertà priva di base legale esplicita.

Tarantino mostra con chiarezza che qui non si produce una violazione aperta del diritto, bensì una sua torsione: l’amministratore di sostegno diventa il punto di articolazione tra tutela e coercizione. Lo strumento giuridico pensato per valorizzare l’autodeterminazione si trasforma in un meccanismo di sostituzione decisionale. Il passaggio non avviene contro la legge, ma attraverso di essa, grazie alla collaborazione di servizi sociali, psichiatria e giudice tutelare. La sequenza è sempre simile: segnalazione del rischio, patologizzazione del dissenso, ampliamento dei poteri dell’AdS, consenso sostitutivo. Il risultato è quello che l’autore definisce internamento di fatto: non si forza la persona a entrare, si rende irrilevante il suo rifiuto.

Il contrasto con l’ordinamento è esplicito. Dalla legge 180 in poi il sistema italiano fonda i trattamenti sanitari sulla volontarietà e limita drasticamente quelli obbligatori. Alcuni provvedimenti giudiziari citati nell’articolo ribadiscono infatti che né il giudice né l’amministratore possono superare il dissenso a un ricovero prolungato, se non violando i principi costituzionali. Tuttavia la prassi continua, sostenuta da fattori strutturali: mancanza di servizi territoriali, gestione del rischio sociale, inerzia burocratica e soprattutto una lunga abitudine storica alla segregazione dei soggetti considerati problematici.

Il valore dell’articolo sta proprio nel mostrare che la storia della psichiatria non procede per rotture nette. La chiusura dei manicomi non elimina la funzione sociale dell’internamento: la redistribuisce. Il potere non scompare ma cambia tecnologia. Se prima era l’ordine di ricovero, oggi è il consenso sostitutivo; se prima si controllava lo spazio, ora si controlla la decisione. L’amministratore di sostegno diventa così l’equivalente funzionale del vecchio potere manicomiale: non un agente di repressione intenzionale, ma l’ingranaggio che rende possibile una pratica collettiva di normalizzazione.

La conclusione di Tarantino è volutamente ambivalente. Da un lato il sistema appare fragile, perché basta un rifiuto professionale o un’interpretazione rigorosa della legge per interromperlo; dall’altro la sua forza deriva dall’abitudine sociale, dalla tendenza a considerare naturale la collocazione istituzionale dei soggetti ‘fragili’. L’internamento contemporaneo vive quindi in una zona intermedia: non è più legittimo, ma è ancora possibile.

Ne emerge una recensione implicitamente critica del presente della salute mentale. L’articolo non denuncia abusi individuali ma una forma ordinaria di governo delle vulnerabilità, in cui cura e controllo coincidono. Il contributo più originale consiste nell’aver spostato la questione dalla psichiatria alla struttura delle decisioni: la vera posta in gioco non è dove vivono le persone, ma chi decide dove vivono. In questo senso il testo offre una lettura convincente e disturbante della post-deistituzionalizzazione italiana: la libertà conquistata con la fine del manicomio resta incompiuta finché la scelta può essere sostituita.

Articolo completo in Aut Aut, 398/2023 La psichiatria e il futuro della salute mentale

398/2023 La psichiatria e il futuro della salute mentale

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TSO post Consulta — Il diritto entra in reparto, ma la difesa è ancora alla porta

Diritti alla Follia · 20/02/2026 · Lascia un commento

Dopo la sentenza n. 76 del 30 maggio 2025 della Corte costituzionale si è verificato qualcosa di curioso: nessuno ha davvero contestato il principio, ma quasi tutti hanno faticato ad accettarne le conseguenze.
La decisione della Consulta — che ha imposto comunicazione del provvedimento del sindaco, audizione personale e notifica del decreto di convalida — ha riportato il TSO dentro lo statuto della libertà personale. Non più solo atto sanitario-amministrativo con controllo cartolare, ma procedimento giurisdizionale effettivo. Tuttavia, il passaggio dalla teoria alla pratica ha mostrato un dato costante: l’apparato pubblico non era organizzato per garantire diritti, ma per gestire procedure. E quando le procedure cambiano per proteggere la persona, si apre inevitabilmente un conflitto organizzativo.

Nei mesi successivi alla sentenza, i tribunali italiani hanno prodotto decreti sorprendentemente simili. Una generale sovrapponibilità, quasi un riflesso automatico: recepire il dispositivo, tradurlo in adempimenti, distribuire responsabilità. Ma proprio nella distribuzione degli adempimenti emergono le differenze più interessanti — e più rivelatrici.

La prima domanda concreta è stata: chi comunica l’ordinanza del sindaco alla persona sottoposta a TSO?

Il decreto del Tribunale di Taranto del 23 luglio 2025, quasi ironicamente, ha offerto una via di uscita: la comunicazione può avvenire con qualsiasi modalità idonea a rendere edotto l’interessato o il rappresentante legale. Non è necessario inserirla nelle formalità della notificazione. Addirittura il tribunale prevede che, se il paziente è sedato, si possa darne atto nella relata in presenza di personale sanitario.
Una soluzione pragmatica, che in pratica alleggerisce la polizia municipale — ma contemporaneamente formalizza la possibilità di “comunicare” anche quando la persona non può realmente comprendere. Qui appare una prima tensione tra garanzia giuridica e realtà clinica: la conoscenza legale non coincide sempre con la conoscenza effettiva.

Curiosamente, lo stesso tribunale pretende invece la consegna materiale dell’ordinanza in cancelleria da parte dei vigili, salvo eccezioni via PEC. Il percorso della carta sembra più importante del percorso dell’informazione.

La seconda grande domanda riguarda il destinatario delle notifiche.
Il dispositivo della Corte ha creato una distinzione quasi enigmatica: comunicazione dell’ordinanza e notificazione del decreto di convalida alla persona interessata o al legale rappresentante. Una scelta poco motivata nella sentenza, che tuttavia i tribunali hanno applicato senza deviazioni. Il sistema si adegua rapidamente alle formule, meno rapidamente alle ragioni.

Sul piano operativo le prassi divergono soprattutto sull’audizione.
Alcuni tribunali — come Pisa o diverse realtà meridionali — privilegiano l’incontro diretto in reparto. Cagliari ha costruito modelli cooperativi con i servizi sanitari: si concordano gli orari compatibili con lo stato clinico e l’audizione avviene nel luogo di ricovero. Qui il controllo giurisdizionale diventa esperienza fisica, relazione, osservazione.

Altrove prevale la soluzione tecnologica. Milano ha organizzato canali di collegamento video con gli SPDC per rispettare il termine delle 48 ore. Non esiste un protocollo pubblicato, ma la prassi è nota agli operatori: meglio una video-audizione che nessuna audizione.
Dottrina e osservatori però segnalano un rischio: se l’ascolto diventa remoto e standardizzato, la garanzia può ridursi a rituale. La Corte aveva parlato di ascolto “presso il luogo in cui la persona si trova”, cioè di incontro con la realtà concreta della cura.

È proprio qui che la sentenza produce il suo effetto più profondo. Non tanto nell’aggiungere un atto, quanto nel cambiare la natura del controllo.
Prima la verifica era documentale: certificati, firme, tempi.
Ora il giudice deve incontrare la persona.

Il sistema reagisce cercando scorciatoie organizzative: chi comunica, chi traduce, chi collega il computer, chi paga l’interprete. Tutte questioni legittime, ma sintomatiche. La pubblica amministrazione si muove per competenze, mentre la decisione costituzionale impone responsabilità condivisa verso un soggetto concreto.

Il risultato è una geografia disomogenea. Decreti simili, prassi diverse.
In alcuni luoghi il TSO diventa finalmente un procedimento giurisdizionale reale. In altri resta vicino a una verifica amministrativa ampliata.

La sentenza 76/2025 non ha trasformato automaticamente il sistema: ha aperto un conflitto tra organizzazione e diritti.

Il conflitto non dimostra che la garanzia stia funzionando.
Dimostra che la garanzia, appena compare, viene immediatamente contenuta.

La sentenza ha introdotto un principio elementare — prima di limitare la libertà di una persona la si ascolta davvero — ma la pratica quotidiana mostra un’altra direzione: adattare la garanzia alle vecchie abitudini, ridurla a formalità compatibile, trasformarla in adempimento gestibile.

Comunicazioni fatte quando la persona non può capire, audizioni in video perché è più veloce, discussioni infinite su chi debba informare e chi debba tradurre: non sono problemi tecnici.
Sono resistenze.
Sono il modo in cui un apparato costruito per decidere senza contraddittorio prova a continuare a funzionare anche quando il contraddittorio diventa obbligatorio.

Il punto non è organizzativo.
È politico.

Il TSO è un atto di potere sulla libertà personale.
E un potere sulla libertà, senza difesa, resta potere puro.

Per questo Diritti alla Follia, nella propria proposta di riforma, prevede l’assistenza legale fin dal momento della notifica: non dopo la convalida, non dopo il ricovero, non quando tutto è già avvenuto.
Nel momento stesso in cui lo Stato interviene sulla libertà, la persona deve poter avere qualcuno che stia dalla sua parte.

Non come garanzia simbolica, ma come presenza reale nel procedimento.
Perché l’audizione senza difesa rischia di essere ascolto unilaterale, e la comunicazione senza comprensione resta informazione imposta.

Il cambiamento non avverrà perché esistono decreti dei tribunali.
Avverrà quando il TSO smetterà di essere una procedura amministrata sulla persona e diventerà davvero un procedimento davanti alla persona.

Fino ad allora non siamo di fronte a una garanzia pienamente operativa.
Siamo di fronte a una garanzia che il sistema sta imparando a sopportare — senza ancora accettarla.

Riforma della procedura di applicazione del Trattamento Sanitario Obbligatorio

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Amministrazione di sostegno: aiuto o esclusione?

Diritti alla Follia · 05/02/2026 · 10 commenti

Dietro i proclami sulla tutela dei “fragili”, storie di isolamento, abusi e dignità negata

di Carla Cannas

La legge dice che tutela.
La realtà è che spesso, spezza legami, isola, zittisce, svuota le persone della possibilità di decidere della propria vita.

Dietro molte amministrazioni di sostegno non ci sono solo atti burocratici: ci sono madri separate dai figli, anziani rinchiusi contro la loro volontà, persone private dei propri soldi, delle relazioni, perfino della voce.

Questo articolo racconta ciò che le istituzioni e una parte dell’informazione continuano a ignorare: la vita reale dei cosiddetti “fragili” e la loro dignità negata.

La legge 6/2004, che ha introdotto l’amministrazione di sostegno, è stata presentata come uno strumento moderno e “mite”, pensato per aiutare senza sostituirsi, per accompagnare senza annullare.

Nel dibattito pubblico è stata spesso descritta come una conquista di civiltà. Anche il giurista Paolo Cendon, tra i promotori della norma, ne ha rappresentato a lungo il volto ideale. La sua recente scomparsa, ricordata dalla stampa, ha riportato l’attenzione sul senso originario della legge e sulle intenzioni che l’avevano ispirata.

Ma tra le intenzioni e ciò che accade nella vita concreta delle persone c’è una distanza che non può più essere ignorata.

Per noi figlie – io e mia sorella Serenella – l’amministrazione di sostegno applicata a nostra madre non è stata tutela, ma spoliazione:
spoliazione di libertà, di dignità, di relazioni, del diritto di scegliere sulle cure e sulla propria vita quotidiana.

Il mito dell’amministratore che “dà voce ai fragili” si è infranto contro un muro di silenzi, decisioni calate dall’alto, porte chiuse.

Quando l’amministrazione di sostegno diventa potere senza ascolto, la persona non è più al centro: diventa oggetto di gestione.

Dopo la morte di nostra madre non ci siamo fermate.
Abbiamo scritto a istituzioni, parlamentari, giornali. Abbiamo chiesto ascolto, chiesto verità, chiesto che si guardasse in faccia ciò che accade davvero.

Quasi tutti hanno taciuto.

Fanno eccezione alcune giornaliste che hanno avuto il coraggio di raccontare ciò che molti preferiscono non vedere.

Tra queste, Serenella Bettin, che il 19 giugno 2023 su La Verità ha denunciato abusi e distorsioni legate all’amministrazione di sostegno, portando all’attenzione pubblica anche il caso di nostra madre.

E soprattutto Stefania Delendati, storica direttrice di Superando, che per anni ha dato spazio a storie di persone private della propria voce da decisioni prese “per il loro bene”. Con sensibilità rara e rigore civile, ha mostrato come strumenti nati per proteggere possano trasformarsi in dispositivi di controllo, isolamento e compressione dei diritti.

Il silenzio, però, resta la regola.
E il silenzio:

  • permette che gli abusi si ripetano
  • impedisce un vero dibattito pubblico
  • blocca le riforme
  • lascia le famiglie sole e impotenti

Criticare questa legge non significa negare che possa servire in alcuni casi.
Significa dire che così com’è applicata oggi può produrre danni gravissimi, con poteri enormi e controlli spesso deboli o inefficaci.

Le storie non sono eccezioni. Sono tante. Troppo simili tra loro.

Casi emblematici raccontati nel tempo anche da Superando e da familiari:

  • Carlo Gilardi, 92 anni, rinchiuso in RSA contro la sua volontà per anni
  • Marta Garofalo Spagnolo, giovane donna privata di autonomia
  • C. e Barbara, separati e trasferiti in RSA senza rispetto della loro volontà
  • Simone e Sara, ricovero forzato e ricatto affettivo
  • Oriana, morta isolata dai familiari con decisioni sanitarie imposte
  • Giovanna e la madre, separate da amministratori che limitano autonomia e affetti
  • Un giovane uomo fiorentino, a cui la madre-amministratrice impedisce contatti con familiari e compagna
  • Maria Antonietta, vittima di ripetuti abusi economici da parte della propria amministratrice
  • Gigi Monello, professore assolto dopo anni di processo, separato ingiustamente dalla madre

Temi ricorrenti:
isolamento affettivo, gestione arbitraria dei poteri, abusi economici, negazione dei diritti fondamentali.

La fragilità non dovrebbe mai diventare il varco attraverso cui si entra nella vita delle persone per decidere al posto loro tutto, anche contro la loro volontà.

Il giornalismo vero non tace davanti al dolore.
Non si limita ai casi eclatanti, non raccoglie testimonianze per poi sparire.

Scegliere cosa raccontare – e cosa no – modella la realtà pubblica.
Raccontare queste storie è scomodo, complesso, spesso impopolare.
Ma è lì che il giornalismo smette di essere vetrina e torna a essere servizio pubblico.

Finché le testimonianze resteranno ai margini, il problema non sarà solo una legge da riformare:
sarà anche un’informazione che ha scelto di non vedere.

Scrivo perché mia madre non può più parlare.
Scrivo perché altre madri, padri, figli non facciano la stessa fine nel silenzio.
Scrivo perché il vero scandalo non è criticare una legge, ma fingere di non vedere le vittime.

L’amministrazione di sostegno può essere uno strumento importante solo se profondamente ripensato, con:

  • uso limitato ai casi di reale necessità
  • controlli effettivi e trasparenza
  • rispetto della volontà e delle relazioni affettive della persona

Finché questo non accade, continueremo a raccontare.

E lo faccio anche nel nome di Stefania Delendati, che ha dato voce ai “fragili” quando il silenzio era la regola.
Ci ha lasciati, ma la sua luce resta: in chi continua a parlare per chi non può più farlo, trasformando il dolore in impegno e la memoria in coraggio.

Diritti alla Follia, l’associazione di cui faccio parte, fa informazione e divulgazione attraverso i propri canali: blog, canali video e incontri pubblici.

L’obiettivo è anche quello di elaborare un Dossier di casi documentati da portare all’attenzione di organismi nazionali e internazionali per la tutela dei diritti umani.

Chi desidera raccontare la propria storia può scrivere a:
dirittiallafollia@gmail.com
È garantito il massimo rispetto della volontà delle persone e l’anonimato.

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“Per il tuo bene”

Diritti alla Follia · 29/01/2026 · 1 commento

Decisioni prese per amore, cura o controllo?
Una frase che rassicura chi decide, silenzia chi subisce e scompare dietro le buone intenzioni.

Disegnino di Federico – Un ricordo di famiglia: la purezza del bene secondo un bambino, spontaneo e senza filtri. Negli ex bambini – gli adulti – invece, il “bene” spesso si trasforma in ricatto, ambiguità e imposizione.

Di Susanna Brunelli

“Per il tuo bene”. Quante volte l’abbiamo sentito? Parole che dovrebbero rassicurare, ma che spesso soffocano chi le subisce. In psichiatria, tra medici, familiari e operatori, queste tre parole diventano un mantra: sembrano spiegare tutto, ma in realtà nascondono controllo, imposizione e decisioni imposte dall’alto, senza ascoltare chi sta davvero vivendo l’esperienza.

In questo articolo condivido il mio punto di vista: quello di chi ha vissuto tutto dall’interno, come ex paziente e come ESP – Esperta in Supporto tra Pari. Racconto perché il bene non può essere imposto, come la responsabilità viene spesso spostata dal sistema sulla persona, e perché imparare a riconoscere, comunicare e costruire il proprio bene è un percorso fondamentale e trasformativo.

Chi decide per te?

  • I familiari agiscono per il suo bene
  • I medici decidono per il suo bene
  • Gli operatori – infermieri, TERP, educatori – intervengono per il suo bene
  • Gli amministratori di sostegno amministrano per il suo bene
  • I giuristi legittimano per il suo bene
  • Il TSO viene disposto per il suo bene
  • I farmaci vengono somministrati per il suo bene

E il diretto interessato?

Spesso asseconda.
Non perché sia d’accordo, ma perché si adegua al sistema.
Così facendo, però, non persegue il proprio bene, bensì quello che altri hanno deciso al posto suo.

Quando una persona non viene messa nelle condizioni di conoscere sé stessa, di riconoscere i propri bisogni, di dare un nome — non una diagnosi o un’etichetta — a ciò che sente e di comunicarlo, quel “bene” rischia di trasformarsi nel suo contrario.

Il bene imposto

Il bene imposto, non negoziato, non ascoltato, non condiviso, può diventare una forma di violenza.

  • Anche quando è legittimata
  • Anche quando è protocollata
  • Anche quando è animata dalle migliori intenzioni

La domanda allora non è più: di chi è questo bene, e chi ha il diritto di definirlo?
Ecco che il “bene” diventa una parola vuota, usata da tutti tranne che da chi la subisce.
Una vera e propria espropriazione del soggetto.

Dove stanno il consenso, l’autodeterminazione, la voce dell’utente?
Dove si colloca il paziente rispetto a tutto questo?
Dietro? Di lato? Davanti? Sopra? Sotto…?

La mia posizione

Io, personalmente, mi posiziono di fronte
Voglio il confronto
Pretendo il confronto
Scelgo di rompere schemi e condizionamenti ben precisi, proposti o imposti sempre in nome del “mio bene”.

Un bene giustificato e truccato da un buonismo che silenzia il grido di chi si sente in gabbia, chiude le discussioni, evita il conflitto e non ascolta il dissenso.
Un bene che non ammette replica.

E se qualcosa va storto? 

Se succede qualcosa?
La responsabilità ricade sempre sulla persona:

  • chi “non ha collaborato”
  • chi “non era consapevole”
  • chi “non era aderente alle cure”

Intanto il sistema si protegge: farmaci somministrati per silenziare e dimostrare che si sta facendo qualcosa.

 Il bene vero

Ma il bene non è un decreto.
Il bene è un processo, interno ed esterno, che riguarda la persona direttamente coinvolta e il suo contesto relazionale.

“Chi vuole sperare in una guarigione deve passare attraverso la de – prescrizione delle imposizioni esterne, inclusi farmaci e protocolli imposti, e allo stesso tempo affrontare il proprio personale inferno per elaborare e risolvere il trauma.” (Cit. Giovanni “Survivor”)

È qualcosa che si costruisce, con libertà e volontà di scelta, che si programma e si decide insieme, nel rispetto dei tempi e delle risorse a disposizione.
Anche con la possibilità di errore.

 “Il bene se non è imposto. Allora diventa davvero tuo.”

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Non chiamiamoli più ‘malati mentali’

Diritti alla Follia · 24/01/2026 · 1 commento

Di V.C.

Chi si porta dentro le ferite del trauma non è un malato, è un sopravvissuto. Ed è per questo che un approccio alla cura informato sul trauma e incentrato sulla persona deve partire da un linguaggio umano e umanizzante.

Matto. Pazzo. Non collaborante. Problematico. Oppositivo. Scompensato. Sono solo alcune delle parole con cui spesso la stampa, l’opinione pubblica, i familiari degli utenti e lo stesso personale medico ─ in altre parole, l’intero sistema ─ descrive persone che hanno vissuto momenti di crisi e sofferenza acuta che necessitavano di attenzione e aiuto tempestivo.

Eppure, invece di trovare l’appoggio di cui avevano bisogno, si sono scontrati con un muro di ostilità e pregiudizi, etichettati con diagnosi spesso fuorvianti e stigmatizzanti, che rendono chi le subisce un numero senza identità e storia propria piuttosto che un individuo protagonista della propria vita.

Vi sarà capitato almeno una volta nella vita, magari in un periodo di particolare stress emotivo, di sentire dolore in un punto specifico del corpo e di esservi sentiti dire, dopo analisi e indagini approfondite, che non avevate alcun problema fisiologico, che era “tutto nella vostra mente”, come se ciò rendesse il dolore più sopportabile o meno importante.

Che eravate solo ansiosi o troppo sensibili, che si trattava solo di un’emicrania o di un colon irritabile.

Ma quello che si dimenticavano di dire è che, come è stato ampiamente dimostrato, corpo e mente sono strettamente collegati e che molti dei disturbi o patologie di cui soffriamo hanno radice nei dolori dell’anima.

Non si tratta di persone malate o geneticamente difettate. Si tratta di persone traumatizzate, che come tali devono essere sostenute verso un percorso di guarigione interiore piuttosto che vittimizzate e criminalizzate come accade nella maggior parte dei casi nel nostro sistema sociosanitario.

Ma che cos’è il trauma?

A differenza di quanto comunemente si crede, il trauma non sono gli eventi avversi che sono successi nella nostra vita.

Come afferma in un’intervista Gabor Maté, il medico ungaro-canadese noto per la sua esperienza nell’ambito della dipendenza, dello sviluppo infantile e del trauma: “Il trauma non è ciò che ci accade[…] Il trauma è la ferita psichica che subiamo. E i nostri traumi psicologici hanno un impatto per tutta la vita. Nel mio lavoro di medico, ho scoperto che il trauma psicologico, la ferita, è alla base di molte delle cosiddette malattie, che si tratti di malattie autoimmuni o di cancro, o di varie condizioni di salute mentale.”

In altre parole, il trauma è come il nostro corpo e la nostra mente hanno reagito per poter sopravvivere a delle circostanze avverse.

Le reazioni al trauma sono veri e propri meccanismi di difesa radicati nel nostro cervello emotivo, ovvero il sistema limbico, responsabile per regolare le emozioni e il comportamento.

Questi ultimi possono variare dal fight (attacco) o flight (fuga), al freeze (congelamento), o al fawn (accondiscendenza), che spesso si manifestano in comportamenti rispettivamente narcisisti, ossessivi/compulsivi, dissociativi o codipendenti, come Pete Walker, uno psicoterapista americano con quasi quarant’anni di esperienza nella sindrome del disturbo da stress post-traumatico ─ comunemente nota come PTSD ─ scrive nel suo libro Complex PTSD: From Surviving to Thriving.

Il rapporto corpo-mente

Il ruolodi infanzie traumatizzate (che non necessariamente implicano forme di abuso o catastrofi estreme) nella maggior parte dei disturbi psicologici in fase adulta è enorme, dice Walker.

Nel suo libro The body keeps the score. Brain, Mind, and Body in the Healing of Trauma, lo psichiatra e ricercatore olandese Bessel van der Kolk, riconosciuto a livello internazionale come uno dei massimi esperti nel trattamento del trauma, spiega che quest’ultimo modifica il cervello al punto tale da incidere persino sul rischio di sviluppare una qualche forma di demenza nella terza età, come un recente studio dell’University College London ha confermato.

Così come spiega che, a differenza di una carezza, un sorriso, un abbraccio, gli psicofarmaci non ci insegnano ad autoregolare le nostre emozioni.

Non solo, scrive van der Kolk: la negazione delle conseguenze del trauma può avere un impatto devastante sul tessuto sociale della società.

Se dunque si analizzasse la realtà che ci circonda attraverso le lenti del trauma, si avrebbe una società molto più equa e compassionevole verso se stessa e ogni suo membro vulnerabile.

Cosa implica un approccio trauma-informed?

Secondo la definizione dell’Ufficio per il Miglioramento della Salute e delle Disparità del governo inglese (Office for Health Improvement & Disparities), parte del Dipartimento della Salute e dell’Assistenza Sociale (Department of Health and Social Care), che a sua volta si basa sulla definizione riconosciuta a livello internazionale dell’Amministrazione dei Servizi per l’Abuso di Sostanze e la Salute Mentale degli Stati Uniti (United States Substance Abuse and Mental Health Services Administration), la pratica informata sul trauma è un “approccio agli interventi sanitari e assistenziali fondato sulla consapevolezza che l’esposizione al trauma può avere un impatto sullo sviluppo neurologico, biologico, psicologico e sociale di un individuo.”

In altre parole, un approccio trauma-informed vuol dire semplicemente rendersi conto che dietro ogni persona c’è una storia che merita di essere ascoltata.

E invece il nostro attuale modello di cura ─ basato sul controllo, la coercizione, la contenzione fisica o chimica che sia ─ unito ad una narrazione deumanizzante che riduce l’individuo a una bambola di pezza, privandolo dei propri diritti e della propria dignità, non porta ad altro che alla cronicizzazione di qualunque sofferenza della mente, del corpo, e anche dell’anima.

I dati lo confermano: l’istituzionalizzazione è in continuo aumento, nonostante secondo le Linee guida sulla deistituzionalizzazione del Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (CRPD), essa sia una chiara violazione dei diritti umani.

Patologizzare l’ampia gamma di emozioni che fanno parte della natura umana, cercando a tutti i costi di sopprimerle, reprimerle e contenerle, trattando i sintomi del disagio e della sofferenza come un virus da estirpare, un’onta da cui distanziarsi e di cui vergognarsi, piuttosto che come un grido disperato d’aiuto, non fa altro che acuirle e cronicizzarle.

Tutto ciò è peggiorato da obiettivi irrealistici e distorti del percorso di guarigione, che non è una linea retta, ma al contrario, può subire battute di arresto e ricadute.

Ciò non rende la persona irrecuperabile o fallita. La rende semplicemente umana.

Persone, non diagnosi

Le istituzioni dovrebbero accompagnare e sostenere l’individuo in un percorso che l’aiuti ad accettare e ad ascoltare il proprio disagio interiore in un’ottica non giudicante e accogliente.

Purtroppo, nella maggioranza dei casi, accade esattamente l’opposto: l’utente impara a definire se stesso tramite la propria diagnosi, per via di un sistema che colpevolizza e stigmatizza.

Invece che sentirsi motivato a migliorare, la persona perde fiducia nelle sue capacità di recupero e resilienza e nel sistema stesso.

Il potere delle parole

Leggendo i commenti sui socials, emerge un quadro preoccupante: una buona fetta dell’opinione pubblica sembra essere convinta che la soluzione ai mali della società sia proprio l’istituzionalizzazione.

Riapriamo i manicomi! Si legge nove volte su dieci a commento di articoli che parlano dell’ennesimo episodio di cronaca nera.

Se invece si scavasse più a fondo, alla radice del problema, ci si renderebbe conto che essa risiede proprio nell’assenza di una rete di supporto sociosanitario basata sull’ascolto attivo e sull’empatia, su un approccio che incoraggia le persone a migliorarsi e non le discrimina ed etichetta a vita.

La situazione non migliora di certo quando si parla di persone anziane.

È tornata la bestia. Il mostro si è impossessato di mia madre, tuonano spesso i caregivers descrivendo comportamenti a loro detta illogici e irrazionali dei propri cari che soffrono di demenza.

La verità è che quel linguaggio deumanizzante, dietro cui spesso non si nascondono altro che bisogni disattesi, è lo stesso che legittima l’abuso degli anziani nelle strutture ospedaliere e residenziali, o il disabilicidio di persone con disturbi cognitivi più o meno gravi.

Se la malattia le rende persone a metà, ne consegue che anche il loro diritto a vivere viene considerato inferiore a quello di una persona sana di mente.

Una persona non smette mai di esserlo, nè a pochi mesi di vita con un cervello in piena fase di sviluppo, nè a novant’anni, quando le sue capacità cognitive sono in fase di regressione.

Aboliamo l’espressione malato mentale dal vocabolario. E con essa, tutto il resto della terminologia vittimizzante e umiliante che vi gravita attorno.

Parliamo di salute mentale, di cure non farmacologiche, di deistituzionalizzazione.

Portiamo corsi di formazione sul trauma nelle scuole, negli ospedali, nei centri di salute mentale, negli SPDC, nelle carceri, nelle case di cura e di riposo.

Ne guadagneremmo tutti, persino i conti pubblici. Perchè se è vero che il trauma è alla base della maggioranza dei disturbi mentali, parlarne contribuisce a prevenirlo.

È una sfida, un invito e una promessa.

Non siamo diagnosi cliniche o difetti di fabbrica. Siamo esseri umani.

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Diritti alla follia

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