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Diritti alla follia

Associazione impegnata sul fronte della tutela e della promozione dei diritti fondamentali delle persone in ambito psichiatrico e giuridico.

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Diritti alla Follia

Quando il sistema decide chi debba essere creduto

Diritti alla Follia · 01/06/2026 · Lascia un commento

Di Carla Cannas

Amministrazione di sostegno, fragilitĆ  e zone d’ombra tra cronaca giudiziaria ed esperienza personale.

Negli ultimi mesi in Sardegna diversi casi legati all’amministrazione di sostegno sono finiti sulle pagine della cronaca giudiziaria, riportando l’attenzione su un istituto nato per tutelare le persone fragili ma che, in alcune situazioni, ĆØ diventato anche terreno di contestazioni, indagini e procedimenti per peculato.

A Carbonia, secondo quanto riportato da L’Unione Sarda il 13 maggio 2026, un’avvocata nominata amministratrice di sostegno ĆØ stata condannata in primo grado a due anni di reclusione con pena sospesa con l’accusa di aver sottratto oltre 21 mila euro a un anziano assistito.

In un altro caso emerso nel Sulcis Iglesiente e riportato sempre da L’Unione Sarda il 12 maggio 2026, un amministratore di sostegno ĆØ stato denunciato con l’accusa di aver sottratto circa 35 mila euro a un anziano assistito, utilizzandoli per spese personali.

Un ulteriore caso, noto anche come ā€œcaso Barabinoā€, riportato da La Nuova Sardegna il 5 maggio 2026, riguarda invece una ex amministratrice di sostegno del Nuorese coinvolta in procedimenti e condanne per peculato e autoriciclaggio. Secondo quanto emerso dalla stampa, avrebbe sottratto nel tempo somme di denaro appartenenti a più assistiti, utilizzando parte dei fondi anche per spese personali e beni non legati alle necessitĆ  delle persone affidate alla sua gestione.

Si tratta di vicende differenti tra loro, ma accomunate da un elemento centrale: il possibile uso improprio — o comunque contestato — di un ruolo pensato per la protezione di soggetti fragili.

Ho riportato questi casi anche perché, spesso, episodi di questo tipo vengono percepiti come lontani, casi isolati che riguardano altri territori o altre storie. La mia esperienza, invece, mi ha fatto capire quanto il tema della tutela delle persone fragili possa essere più vicino e diffuso di quanto sembri. Parlare di questi casi significa anche aprire uno spazio di consapevolezza: ciò che accade altrove può riguardare, in forme diverse, anche il nostro territorio e le nostre famiglie.

Quando si parla di amministrazione di sostegno e possibili abusi, però, una domanda resta inevitabilmente sullo sfondo: quanti casi esistono davvero?

Non esiste una statistica pubblica precisa sugli abusi legati all’amministrazione di sostegno, sulle appropriazioni indebite non emerse o sui controlli rivelatisi inefficaci. Quello che arriva alla cronaca ĆØ soltanto la parte visibile: denunce, procedimenti, sentenze. Tutto il resto rischia di restare invisibile finchĆ© non emerge qualcosa di irreparabile.

Esistono certamente situazioni in cui i controlli risultano insufficienti. I movimenti economici non sempre sono monitorabili in tempo reale o, in alcuni casi, non risultano monitorabili nemmeno dai familiari, perché progressivamente esclusi dalla gestione. Molte persone amministrate sono anziane, fragili o prive di una rete familiare forte, e il sistema appare spesso più reattivo che preventivo: interviene quando il danno si è già verificato, più che impedirlo in anticipo.

Ed ĆØ proprio dentro questa zona grigia che tante famiglie finiscono per sentirsi sole.

Per molto tempo ho evitato di raccontare pubblicamente alcuni aspetti della vicenda che ha coinvolto mia madre. Non perchƩ mancassero le domande, ma perchƩ quando certe storie entrano dentro casa tua smettono di essere semplici articoli di cronaca. Diventano vita reale.

Quando venne nominato il primo amministratore di sostegno per mia madre, la nostra famiglia non conosceva davvero in profonditĆ  questa legge 6/2004. Come tante persone, pensavamo si trattasse semplicemente di uno strumento di tutela. Ci fidammo.

Probabilmente pesarono la scarsa informazione, la fiducia riposta in alcune persone e la mancata conoscenza di ciò che veniva realmente rappresentato al giudice tutelare. Con il tempo iniziammo però a percepire che, nel nostro caso, l’amministrazione di sostegno stava producendo anche un progressivo allontanamento di parte della famiglia dalle decisioni riguardanti mia madre.

Con la successiva nomina di un’amministratrice esterna quella sensazione aumentò ulteriormente. Molte decisioni sembravano non passare più nĆ© dalla volontĆ  di mia madre nĆ© dal confronto con chi la seguiva quotidianamente.

Eppure, nelle dichiarazioni rese durante le indagini, la stessa amministratrice descriveva il mio ruolo in termini molto diversi, parlando di collaborazione e di un rapporto non conflittuale.

Nel corso della vicenda sono state attribuite nei miei confronti anche alcune definizioni come ā€œscontrosaā€ e ā€œconflittualeā€, mentre in altri passaggi la stessa amministratrice di sostegno descriveva invece una collaborazione concreta nella gestione quotidiana. L’unica etichetta ricorrente resta quella di ā€œno vaxā€, che tuttavia non ha alcuna attinenza con la gestione reale della situazione.

La parola ā€œandavamo d’accordoā€, riletta oggi, mi appare persino eccessiva. In quel contesto cercavo soprattutto di mantenere un equilibrio per il bene di mia madre e per evitare che determinate tensioni peggiorassero ulteriormente la situazione. PerchĆ© quello che accadde negli ultimi mesi della sua vita, quando i rapporti con l’ADS si interruppero di fatto, temo sarebbe potuto accadere molto prima.

Io ero una delle figlie più presenti fisicamente accanto a mia madre. Mi occupavo concretamente della casa, della sua persona e delle necessitĆ  quotidiane, soprattutto durante le sostituzioni della badante convivente. Lavoro nell’assistenza e conosco bene cosa significhi seguire persone fragili, anziani e pazienti con patologie degenerative.

Negli ultimi due mesi di vita di mia madre il mio rapporto con l’amministratrice di sostegno si era di fatto interrotto e i contatti erano diventati estremamente limitati. Anche sul piano sanitario il mio coinvolgimento diretto con il medico non era più continuativo, in un sistema di comunicazioni che risultava filtrato attraverso altri soggetti.

Eppure, col tempo, la mia figura sembrò trasformarsi progressivamente in altro.

La narrazione attorno a me iniziò a ridursi a due etichette: ā€œconflittualeā€ e ā€œno vaxā€.

A un certo punto non sembrava più importante ciò che facevo concretamente per mia madre. Sembrava contare soprattutto l’immagine che altri stavano costruendo di me.

Ed è forse questo uno degli aspetti più difficili da spiegare: la sensazione che, quando denunci determinate anomalie, il problema rischi di diventare non ciò che segnali, ma la tua stessa credibilità. Come se una persona potesse essere ridotta a uno slogan.

La questione sanitaria resta ancora oggi quella che mi pesa di più.

L’8 marzo 2022 mia madre stava male. Esiste un verbale del 118. Eppure il ricovero non avvenne immediatamente. Un primo ricovero venne rifiutato.

Il giorno successivo un medico visitò mia madre a casa. C’erano tosse, malessere e sintomi evidenti. Ma non venne eseguito nemmeno un tampone, nonostante il periodo Covid.

Anche sulle comunicazioni con l’ospedale emersero versioni difficili da conciliare. Da una parte veniva esclusa l’esistenza di indicazioni volte a limitare le informazioni ai familiari. Dall’altra comparivano riferimenti a comunicazioni che avrebbero dovuto passare esclusivamente tramite l’ADS.

Una delle persone ascoltate durante le indagini dichiarò che io fossi presente prima del ricovero del marzo 2022  e che avrei cercato di oppormi al trasferimento di mia madre in ospedale. La stessa persona riferƬ anche di aver intimato a me e alla badante di indossare la mascherina. Eppure in altre ricostruzioni emergeva che io, in quei giorni, non fossi presente perchĆ© positiva al Covid.

Sono versioni difficili da conciliare.

Ed è proprio questo che continua a lasciarmi interrogativi profondi: non soltanto sui fatti, ma sul modo in cui certe ricostruzioni vengano considerate più credibili di altre.

Compresi che qualcosa si stava muovendo dietro le quinte quasi per caso. Un giorno, mentre facevo la spesa con mia figlia, incontrai una figura istituzionale coinvolta nella vicenda di mia madre. Tentò di stringermi la mano. Io non ricambiai il gesto. E quella persona mi disse, con un tono che percepii come provocatorio: ā€œGlielo avevo detto che avevo ragione.ā€

Fu dopo quell’episodio che andai personalmente in tribunale e scoprii casualmente che esisteva giĆ  una richiesta di archiviazione.

Durante un interrogatorio, l’amministratrice spiegò di seguire numerosi casi contemporaneamente, alcuni in delega e altri con nomina diretta. E aggiunse che soltanto il nostro caso le aveva creato difficoltĆ .

Ma ascoltando quelle parole mi sono posta una domanda molto semplice: come può una sola persona seguire davvero così tante situazioni fragili contemporaneamente?

PerchĆ© qui non si parla di pratiche astratte. Si parla di anziani, malattie, ricoveri, solitudine e persone non autosufficienti. Chi lavora davvero nell’assistenza sa quanto sia difficile seguire bene anche un solo caso complesso.

In un altro passaggio venne chiesto all’ADS se avesse ricevuto segnalazioni da parte della badante riguardo alla situazione di mia madre. La risposta fu positiva. Ma negli atti consultati non ho trovato comunicazioni documentate che chiarissero in modo preciso modalitĆ , tempi e contenuti di tali segnalazioni.

E allora nasce spontanea una domanda: quando si parla della gestione di una persona fragile, possono bastare comunicazioni verbali o informali?

All’inizio delle indagini venivano ipotizzate omissioni sanitarie e mancate decisioni urgenti riguardanti la salute di mia madre. Successivamente, però, le valutazioni cambiarono radicalmente e il contesto venne ricondotto soprattutto alla conflittualitĆ  familiare.

Ed ĆØ forse questo l’aspetto più destabilizzante di tutta la vicenda.

Gli stessi fatti, nel giro di poco tempo, sembravano assumere significati completamente diversi. Da possibili questioni sanitarie da approfondire a semplice conflitto familiare. Da dubbi concreti a risentimento personale.

E quando vivi tutto questo dall’interno, inizi inevitabilmente a chiederti se il problema siano davvero i fatti oppure chi il sistema decide di ritenere credibile.

C’è una frase che ancora oggi mi ferisce profondamente. Parlando degli ultimi momenti di vita di mia madre, una figura coinvolta nella vicenda utilizzò l’espressione: ā€œĆˆ scoppiato un putiferio.ā€

Leggere quelle parole mi lasciò senza fiato.

PerchĆ© lƬ non si parlava di una lite qualsiasi. Si parlava degli ultimi momenti di vita di una madre. E quella ricostruzione, cosƬ com’è stata riportata, non corrisponde a ciò che io e la mia famiglia abbiamo vissuto.

Noi non abbiamo mai discusso davanti a lui.

Non ci fu alcuna scena.

E forse è proprio questo che continua a ferirmi di più: la sensazione che anche il dolore più estremo sia stato ridotto a una formula superficiale, quasi fastidiosa. Come se gli ultimi istanti di vita di una madre potessero essere archiviati dentro una frase pronunciata con leggerezza.

Io e mia sorella Serenella ci portiamo ancora dentro il dolore di non essere riuscite a proteggere nostra madre come avremmo voluto. Negli ultimi mesi della sua vita abbiamo vissuto situazioni che, umanamente, ci sono sembrate sempre più pesanti, fredde e difficili da comprendere.

Per molto tempo ho avuto anche la sensazione che attorno a me si stesse costruendo una narrazione precisa, quasi come se dovessi diventare io la causa di ciò che era accaduto.

Due tamponi negativi, eseguiti in quei giorni, restano per me un elemento impossibile da dimenticare. Non soltanto sul piano sanitario, ma anche umano. PerchĆ© mi hanno evitato di convivere per tutta la vita con il peso di un’accusa implicita che ho sentito gravare addosso.

Ma mia madre non era un fascicolo.

Non era una pratica da gestire.

Non era un problema amministrativo.

Era una persona.

E quello che so ĆØ che attorno alla sua fragilitĆ  si ĆØ mosso un sistema che, nel mio caso — e non solo — troppo spesso, invece di semplificare ha complicato, invece di ascoltare ha etichettato, invece di unire ha diviso.

Io non so se avrò mai tutte le risposte che cerco.

Non so se riuscirò mai a comprendere fino in fondo tutto ciò che è accaduto negli ultimi anni della sua vita.

Ma voglio ancora credere che la giustizia, prima o poi, sappia guardare oltre le etichette, oltre le versioni costruite e oltre i ruoli.

PerchƩ dietro ogni fascicolo esiste una vita vera.

E a un certo punto, la persona reale sparisce.

Resta soltanto la gestione del caso.

E nessuna madre dovrebbe mai diventare semplicemente un caso.

Dietro questa storia c’era una madre.

La nostra madre.

Mia e di mia sorella Serenella.

Questo articolo ĆØ per Lei. 

Vola alto, mamma.

Dove nessuna firma, nessun ruolo e nessuna etichetta potranno più farti del male.

E per tutte quelle persone che rischiano di diventare soltanto pratiche amministrative, invece che vite da proteggere.

N.B. Per approfondire il tema dell’amministrazione di sostegno, della tutela delle persone fragili e delle criticitĆ  emerse in diversi casi italiani:

LE PROPOSTE DI RIFORMA

Dossier su casi, storie e testimonianze destinato a organismi nazionali e internazionali per i diritti umani:

Richiesta di collaborazione – Dossier su casi, storie e testimonianze. Trasmissione a organismi nazionali e internazionali per i diritti umani

PerchƩ dietro ogni pratica amministrativa esiste una persona reale, una famiglia e una storia che meritano ascolto, rispetto e tutela.

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I fatti di Modena e il legno storto dell’umanitĆ 

Diritti alla Follia · 30/05/2026 · Lascia un commento

Di Renato Ventura

Il recente episodio di Modena nel quale una persona (Salim El Koudri di 29 anni), seguita in passato dai servizi di salute mentale, ha investito i passanti nel tentativo, pare volontario, di provocare una strage, induce alcune riflessioni che in questa sede non possono che essere espresse in modo molto (troppo) sintetico.

Molti sono gli elementi in gioco a prescindere da una condanna preliminare di una condotta gravissimamente etero lesiva e tentativamente omicidiaria.

Il giovane Salim ĆØ immigrato di seconda generazione; benchĆ© sia laureato in Economia aziendale non aveva un lavoro, in passato lavori saltuari e non qualificati (magazziniere). Viene descritto come sofferente per un disturbo schizoide di personalitĆ  con tendenza all’isolamento sociale e con atteggiamenti rivendicativi nei confronti della societĆ  dalla quale si sentiva espulso o non accettato con chiaro slittamento paranoide delle sue difficoltĆ  esistenziali.

Il ministro Piantedosi afferma che ā€œGli inquirenti faranno ulteriori accertamenti ma quello che ĆØ accaduto ĆØ collocabile in una situazione di disagio psichicoā€ā€¦ā€œquesto non cambia la tragicitĆ  dei fatti, anzi per certi versi ci preoccupa, ma registrare che non c’entra nulla con il terrorismo e che non ci ĆØ sfuggito nulla dal punto di vista della prevenzione antiterrorismo ci confortaā€.

Secondo Starace (Presidente SocietĆ  Italiana Epidemiologia Psichiatrica) inveceĀ questo aspetto ĆØ estremamente preoccupante. ā€œNon tirerei un sospiro di sollievo –spiega– perchĆ© la frequenza con cui il malessere si manifesta sotto forme eclatanti ĆØ una cartina al tornasole di come sta l’intera comunitĆ . I cosiddetti ā€˜gesti folli’ minano la convivenza pacifica e civile obbligando a mettere in discussione un assetto complessivo che va ben oltre i servizi di salute mentaleā€.

Ecco il gioco del cerino: se si tratta di un problema psichiatrico (Piantedosi) se ne devono occupare gli psichiatri. Se invece, come anch’io penso, il problema ĆØ connesso a un ā€œodio socialeā€ che trova alimento da vissuti di mancata integrazione e fragilitĆ  personologica, non si può prescindere da una messa in discussione sia dei sevizi di salute mentale che non hanno saputo/potuto ā€œagganciareā€ Salim, sia dai meccanismi di isolamento sociale e probabilmente di stigmatizzazione generati dalla condizione di immigrato (sia pure di seconda generazione e formalmente cittadino italiano) che, probabilmente anche sulla base di una particolare vulnerabilitĆ  e ipersensibilitĆ , amplificata dalla difficoltĆ  a trovare lavoro, l’hanno portato a compiere ā€œil gesto folleā€. Allora ā€œnon ĆØ una questione di servizi di salute mentale: si sono persi i capisaldi e le figure che aiutavano a ā€˜riportare’ in carreggiata le persone più fragiliā€ (ancora Starace). E questo prescinde dal depotenziamento dei servizi di salute mentale che ĆØ il tallone d’Achille italiano, come dimostrano i dati.Ā  Angelozzi su QSĀ  (ā€œModena, il caso della tentata strage e la psicologia popolare con i suoi pregiudiziā€: https://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/modena-il-caso-della-tentata-strage-e-la-psicologia-popolare-con-i-suoi-pregiudizi/) non si stanca di ricordarlo. Anche Pellegrini, sempre su QS (ā€œNon solo psichiatria, la salute mentale ha radici sociali ed ĆØ una responsabilitĆ  collettivaā€: https://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/non-solo-psichiatria-la-salute-mentale-ha-radici-sociali-ed-e-una-responsabilita-collettiva/), in un’ampia rassegna delle possibili interpretazioni dei fatti di Modena in un’ottica psicosociale e psicodinamica, raccomanda ā€œUn approccio olistico, One health, che deve essere sempre tenuto presente evitando ogni forma di riduzionismoā€.

Invece di fare il gioco del cerinoĀ ĆØ necessario ammettere kantianamente che ā€œda un legno storto, come quello di cui l’uomo ĆØ fatto, non può uscire nulla di interamente diritto.ā€ Nel 1792 Kant scrisse un saggio sul male ā€œradicaleā€ intendendo con l’espressione male radicale quello che attiene alla nostra radice e sostenendo che la tendenza al male radicale ĆØ strettamente intrecciata con la natura umana (Vito Mancuso). Il concetto di legno storto ĆØ stato ripreso, come ĆØ noto, dal filosofo IsaiahĀ Berlin che nel saggio dal titolo omonimo si pone dalla parte dell’uomo, del Ā«legno stortoĀ», per applicare il suo bisturi a molte piante ideologiche e penetrare ben oltre la corteccia, fino al nucleo e alla patologia. Diffidente verso tutte le teorie troppoĀ dritte, perchĆ© consapevole della necessaria conflittualitĆ  fra valori comunque irrinunciabili quali libertĆ , giustizia, uguaglianza, Berlin ha sviluppato una illuminata, salutare visione pluralistica, che ci può vaccinare per sempre dai devastantiĀ guaritori dell’umanità…(dalla sinossi del saggio Il legno storto dell’umanitĆ ,1990).

L’idea di controllare la follia (e i fenomeni immigratori) come pure le manifestazioni di dissenso e marginalitĆ  sociale con provvedimenti polizieschi fa appunto parte di una concezione totalitaria che ritiene di  poter raddrizzare il legno storto e guarire l’umanità…

Ecco allora che, su questa base pluralistica e antiideologica, si rende necessario interpretare il fenomeno dei tentativi di stragismo compiuti da persone psicologicamente disturbate, spesso con identitĆ  personale precaria (immigrati) e storia di mancata integrazione, alla luce di prospettive meno anguste di quelle psichiatriche o come fenomeno sociale, utilizzando i saperi psicologici, filosofici e antropologici, oltre a meglio definire politicamente di quale societĆ  vogliamo essere parte: societĆ  accogliente o che difende la sicurezza emarginando i diversi siano essi immigrati o persone con disturbo mentale. Spesso abbiamo visto che le due condizioni inevitabilmente coincidono essendo la condizione di ā€œospite indesideratoā€ al quale può essere tolta la cittadinanza, se cittadino italiano di seconda generazione (!) (Salvini), tale da ingenerare sentimenti di precarietĆ , indegnitĆ , rifiuto e isolamento sociale. Ma fino a che generazione si risale per stabilire la ā€œpurezzaā€ razziale? Ho un padre ebreo discendente verosimilmente da una popolazione ebraica vittima di espulsione e migrazione dalla Spagna a seguito del Decreto dell’Alhambra (o editto di Granada), emanato il 31 marzo 1492 dai Re ā€œCattolicissimiā€ (sic), Isabella di Castiglia e Ferdinando II d’Aragona. Il provvedimento impose la cacciata di tutte le comunitĆ  ebraiche dai regni spagnoli. Sono anch’io pertanto a rischio di privazione di cittadinanza in quanto immigrato da x generazioni? Ci sarebbe da ridere ma in un recente passato il conteggio delle generazioni per stabilire la purezza o meno del sangue ariano era pratica ā€œnormaleā€ e sappiamo dove ha portato l’umanità…

In questa prospettiva di integrazione dei saperi credo che si debba innestare il Piano sanitario nazionale che QS riferisce al ā€œrush finaleā€ dopo venti anni: uno dei citati ā€œassi portantiā€ (One Health) comprenderĆ  anche l’One Mental Health? L’assistenza territoriale potrĆ  contare su un servizio di psicologia territoriale? Ricordiamo che ĆØ stato presentato un Progetto di legge per una rete psicologica nazionale (Proposta di Legge di Iniziativa Popolare ā€œIstituzione della Rete Nazionale dei Servizi Pubblici per il Benessere Psicologicoā€ (Atto Senato n. 1740, XIX Legislatura) che prevede, tra l’altro, lo psicologo di comunitĆ . La salute mentale viene indicata tra le grandi emergenze sanitarie. SarĆ  ancora tutto demandato al consolidato ma attempato servizio psichiatrico basato sui DSM con le loro articolazioni e un funzionamento che utilizza essenzialmente un modello di salute mentale di tipo medico biologico e una organizzazione di tipo essenzialmente sanitaria con evidente tradimento della vantata ascendenza basagliana? Ricordiamo che BasagliaĀ era critico sulla legge 180 e aveva dichiarato aĀ La Stampa che la nuova legge Ā«cerca[va] di omologare la psichiatria alla medicina, cioĆØ il comportamento umano al corpo. ƈ come se volessimo omologare i cani con le banane […]. ƈ sul territorio – aveva poi precisato – che prima di tutto bisogna intervenire. Con strutture non ghettizzanti, combattendo l’emarginazione a tutti i livelli, facendo opera di prevenzione, lottando contro le contraddizioni della societĆ . Negli ospedali ci sarĆ  sempre il pericolo dei reparti speciali, del perpetuarsi di una visione segregante ed emarginanteĀ». Nel nuovo Piano sanitario nazionale ci sarĆ  posto per altre competenze di tipo sociologico e psicologico? E’ previsto un cambio di paradigma (da medico biologico a psicosociale) per affrontare le problematiche della salute mentale?

Dott. Renato Ventura

Psichiatra e Psicoanalista

Associato a Diritti alla Follia

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Alcune riflessioni sulla ricerca ā€œIl TSO nella cittĆ  di Torino (2015-2024)ā€ di Carolina Di Luciano e Michele Miravalle

Diritti alla Follia · 19/05/2026 · Lascia un commento

Di Cristina Paderi

Tra i momenti più importanti dell’VIII Congresso ā€œDiritti alla Folliaā€, svoltosi a Collegno a fine marzo, c’è stato sicuramente il panel dedicato al Trattamento Sanitario Obbligatorio dopo le recenti pronunce della Corte costituzionale. Gli interventi di Michele Miravalle e Luigi Gariglio, dell’Osservatorio TSO della CittĆ  di Torino, hanno avuto il merito di riportare la discussione su un terreno troppo spesso evitato: quello della realtĆ  concreta del TSO, oltre le formule giuridiche e le retoriche rassicuranti.

Da anni il dibattito pubblico continua a descrivere il TSO come uno strumento eccezionale, residuale, utilizzato solo in casi limite e circondato da solide garanzie. La ricerca presentata al Congresso racconta invece qualcosa di molto diverso. Analizzando quasi dieci anni di provvedimenti nella città di Torino (oltre duemila fascicoli e più di millecinquecento persone coinvolte) emerge con chiarezza che il TSO non rappresenta affatto una misura straordinaria, ma un dispositivo ormai pienamente strutturale nel funzionamento quotidiano della salute mentale italiana.

Non colpiscono soltanto i numeri, pur significativi. Colpisce soprattutto il modo in cui il sistema opera concretamente. La quasi totalitĆ  delle richieste viene convalidata automaticamente dalle autoritĆ  competenti, attraverso procedure spesso standardizzate e seriali, prive di una reale valutazione individualizzata. ƈ difficile non vedere qui proprio quei nodi che la Corte costituzionale ha recentemente iniziato a mettere in discussione: l’assenza di un effettivo contraddittorio, la debolezza delle garanzie difensive, la trasformazione della convalida in un passaggio sostanzialmente burocratico.

Per anni, chi come noi denunciava questi aspetti veniva accusato di estremismo o di ideologismo. Oggi, invece, quelle stesse questioni entrano nel cuore del dibattito costituzionale e mostrano tutta la fragilitĆ  di un sistema che continua a limitare la libertĆ  personale attraverso meccanismi scarsamente controllabili dalle persone che li subiscono.

La relazione di Miravalle ha però mostrato anche un altro elemento fondamentale, spesso rimosso nel racconto pubblico del TSO: il fatto che non si tratti semplicemente di un atto sanitario. Il TSO si produce dentro una rete di poteri che coinvolge servizi psichiatrici, amministrazioni comunali, giudici tutelari, forze dell’ordine. ƈ dentro questo intreccio istituzionale che viene amministrato il confine tra cura e coercizione.

E quando si osservano i dati longitudinali, cioè il ripetersi dei TSO sulle stesse persone nel corso degli anni, il quadro diventa ancora più problematico. Una quota significativa delle persone coinvolte subisce infatti ricoveri coatti ripetuti, con percorsi segnati da reiterazioni, proroghe e cicli continui di coercizione. Formalmente si tratta di episodi distinti; materialmente, molto spesso, siamo davanti a vere e proprie traiettorie di istituzionalizzazione intermittente, che finiscono per accompagnare stabilmente la vita delle persone.

È forse questo uno dei punti più importanti emersi dal Congresso di Collegno. Il TSO non può più essere letto soltanto come risposta emergenziale a una crisi individuale. Sempre più chiaramente appare come uno strumento attraverso cui il sistema tenta di governare ciò che non riesce, o non vuole, sostenere diversamente.

Quando mancano casa, reddito, relazioni, supporti territoriali reali e possibilitĆ  concrete di autodeterminazione, la coercizione tende inevitabilmente ad espandersi. In questo senso, il TSO non riguarda soltanto la psichiatria. Riguarda il modello sociale complessivo che decide quali vite siano considerate sostenibili dentro la comunitĆ  e quali invece debbano essere continuamente amministrate, sorvegliate o contenute.

La ricerca torinese ha avuto il merito di sottrarsi sia alle semplificazioni securitarie sia alle autoassoluzioni istituzionali. Non nega la complessità delle situazioni, ma mostra con chiarezza che la coercizione psichiatrica non può essere ridotta a una mera necessità tecnica o clinica. Dietro il TSO agiscono sempre scelte politiche, culturali e sociali che riguardano il rapporto tra libertà, rischio, controllo e marginalità.

Ed ĆØ proprio questo che il Congresso ā€œDiritti alla Folliaā€ ha cercato di mettere al centro: la distanza ancora enorme tra i principi proclamati (consenso, autodeterminazione, diritti umani) e il funzionamento reale delle istituzioni psichiatriche.

Una distanza che non potrĆ  essere colmata attraverso semplici correzioni procedurali o ritocchi normativi, ma solo aprendo finalmente una discussione pubblica radicale sul rapporto tra psichiatria, diritto e libertĆ  personale.

Miravalle – Di Luciano_TSO cittĆ  di Torino 2015-2024-1Download
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Il Gattopardo in tribunale: le reazioni alla sentenza n. 76 del 2025 della Corte Costituzionale

Diritti alla Follia · 12/05/2026 · Lascia un commento

Nel corso di un convegno tenutosi a Torino il 13 marzo, Michele Capano, presidente di Diritti alla Follia, ĆØ intervenuto con una relazione dal titolo ā€œIl Gattopardo in tribunale: le reazioni alla sentenza n. 76 del 2025 della Corte Costituzionaleā€, offrendo un’analisi durissima dello stato reale dei diritti delle persone sottoposte a trattamento sanitario obbligatorio.

L’intervento parte dalla storica sentenza n. 76 del 2025 della Corte Costituzionale, che ha finalmente riconosciuto l’illegittimitĆ  di alcuni aspetti fondamentali della normativa sul TSO. Dopo quasi cinquant’anni dall’approvazione della legge 180 e della legge 833, la Consulta ha sancito che alla persona sottoposta a ricovero coatto devono essere garantiti diritti elementari: la comunicazione del provvedimento del sindaco, l’audizione davanti al giudice tutelare prima della convalida e la notifica del decreto di convalida stesso.

Capano ricorda come Diritti alla Follia denunciasse da anni proprio l’assenza di queste garanzie, spesso nell’indifferenza generale e tra le critiche di larga parte dell’establishment psichiatrico. Dietro la retorica della ā€œlegge Basagliaā€ come simbolo assoluto di civiltĆ  e progresso, l’associazione ha continuato a evidenziare come il TSO mantenga ancora oggi caratteristiche profondamente coercitive, con margini enormi di arbitrarietĆ .

Uno dei punti centrali dell’intervento riguarda infatti la vaghezza dei criteri che permettono l’attivazione del TSO. Secondo Capano, la decisione dipende spesso esclusivamente dalla valutazione soggettiva del medico, mentre le successive ā€œgaranzieā€ previste dalla procedura risultano nella pratica puramente formali: il secondo medico raramente contraddice il collega, il sindaco firma senza reali verifiche e il giudice tutelare, fino alla sentenza della Consulta, quasi mai ascoltava direttamente la persona coinvolta.

L’intervento denuncia inoltre numerose prassi illegittime e sistematiche: pazienti sedati prima ancora dell’emissione dell’ordinanza, telefoni cellulari sottratti nei reparti psichiatrici, impossibilitĆ  di comunicare liberamente con l’esterno, fino all’uso quotidiano della minaccia di TSO nei Centri di Salute Mentale per costringere le persone ad accettare ricoveri o terapie farmacologiche. Una coercizione spesso invisibile nelle statistiche ufficiali, ma reale nelle vite di migliaia di persone.

Capano mette poi in evidenza un dato politico estremamente significativo: nessuna delle proposte di legge presentate in Parlamento negli ultimi anni — nĆ© dal centrodestra nĆ© dal centrosinistra — prevedeva quelle garanzie procedurali minime che la Corte Costituzionale ha poi dichiarato indispensabili. Allo stesso modo, la proposta di riforma di Diritti alla Follia, che introduceva notifiche effettive, udienze reali e diritto di difesa, ĆØ stata ignorata o accolta con ostilitĆ  dagli ambienti psichiatrici istituzionali.

Ma la parte più allarmante della relazione riguarda ciò che sta accadendo dopo la sentenza 76/2025. Secondo Capano, è in corso una vera e propria operazione di svuotamento delle nuove garanzie introdotte dalla Consulta. Le notifiche vengono spesso consegnate a persone sedate e incapaci di comprendere o reagire; le udienze davanti al giudice tutelare si riducono frequentemente a brevi videochiamate effettuate tramite i cellulari degli operatori sanitari; il giudice si confronta quasi esclusivamente con il personale del reparto, senza una reale possibilità di contraddittorio per la persona sottoposta a TSO.

Da qui il riferimento al ā€œGattopardoā€ contenuto nel titolo del convegno: cambiare tutto affinchĆ© nulla cambi davvero. Una formula che, secondo Capano, descrive perfettamente il rischio attuale. Le nuove garanzie esistono formalmente, ma potrebbero restare prive di efficacia concreta se continuerĆ  a prevalere una cultura che considera i diritti dei pazienti psichiatrici un fastidio burocratico anzichĆ© un limite invalicabile al potere coercitivo dello Stato.

L’intervento si conclude guardando alla nuova ordinanza del Tribunale di Firenze, pubblicata nel marzo 2026, che ha rimesso nuovamente la questione alla Corte Costituzionale sollevando il problema del diritto di difesa nel TSO: informazione sulla possibilitĆ  di nominare un avvocato, comunicazioni anche al difensore, presenza del legale durante l’audizione e notifiche effettive. Diritti che nel processo penale vengono considerati basilari, ma che continuano a essere negati a chi subisce una privazione della libertĆ  in ambito psichiatrico.

Quello di Michele Capano non è stato soltanto un intervento tecnico-giuridico. È stato soprattutto un richiamo politico e culturale: senza un reale riconoscimento della piena dignità e soggettività delle persone coinvolte, ogni riforma rischia di trasformarsi in un semplice maquillage normativo. E la violenza istituzionale può continuare a riprodursi, anche sotto il linguaggio dei diritti.

Leggi l’intervento integrale di Michele Capano

Capano Il TSO in psichiatria, un problema di diritto e discriminazione – Reazioni sentenza 76 del 2025 della Corte CostituzionaleDownload
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Gabriella e Fabio: quando la legge entra nelle vite delle persone e non le lascia più.

Diritti alla Follia · 11/05/2026 · Lascia un commento

Due arresti, una stessa frattura.

Di Carla Cannas

La vicenda giudiziaria che ha coinvolto Gabriella Cassano e Fabio Degli Angeli nasce intorno alla storia di Marta Garofalo Spagnolo, una giovane donna inserita per anni in un percorso di amministrazione di sostegno, ricoveri psichiatrici e permanenza in strutture protette da cui tentò più volte di allontanarsi.

Secondo l’accusa, Gabriella e Fabio avrebbero approfittato della sua fragilitĆ  inducendola ad allontanarsi dal sistema di tutela predisposto per lei. Per questo sono stati condannati in via definitiva per sequestro di persona, circonvenzione di incapace, abbandono e sottrazione di incapace.

Secondo loro, invece, e secondo chi negli anni ĆØ rimasto loro vicino, avevano cercato di aiutare Marta a riconquistare libertĆ  e autodeterminazione.

Nel 2022 Marta Garofalo Spagnolo ĆØ morta dopo avere assunto una massiccia dose di psicofarmaci all’interno della struttura in cui si trovava.

È dentro questa storia, dolorosa e complessa, che si colloca tutto ciò che oggi resta nelle vite di Gabriella, Fabio e di chi è rimasto accanto a loro.

Negli ultimi mesi ho potuto percepire da vicino il peso devastante che questa vicenda ha avuto sulle vite di Gabriella Cassano e Fabio Degli Angeli, entrambi iscritti all’Associazione Diritti alla Follia come me.

Gabriella Cassano, avvocata, e Fabio Degli Angeli non sono soltanto nomi dentro un procedimento giudiziario. Sono persone. Persone con relazioni, famiglie, responsabilità, fragilità, paure. Persone che ho ascoltato crollare lentamente sotto il peso di qualcosa più grande di loro.

Ho ascoltato la disperazione attraversare un filo telefonico per mesi. L’ ho sentita nelle pause improvvise, nelle parole trattenute, nei giorni e nelle notti che scorrevano nell’attesa di una notizia diversa, una possibilitĆ , un segnale che lasciasse ancora spazio alla speranza, perchĆ© anche quando una condanna esiste, la speranza ostinatamente resiste.

Si continua a sperare che qualcosa cambi.

Che qualcuno si fermi davvero ad ascoltare.

Che una vita non venga travolta definitivamente.

E forse proprio perchĆ© ho vissuto sulla pelle di mia madre gli effetti della Legge 6/2004 sull’amministrazione di sostegno, conoscevo giĆ  quel senso di impotenza che nasce quando una persona entra dentro certi meccanismi istituzionali e non riesce più a uscirne davvero.

Per questo non riuscivo a guardare questa storia da lontano.

Non era una vicenda astratta.

Non era soltanto un fascicolo giudiziario.

Era qualcosa che conoscevo intimamente, perchƩ certi passaggi li avevo giƠ visti, respirati, sofferti.

Sapevo cosa significa cercare ascolto e trovare muri.

Sapevo cosa significa tentare di spiegare che dietro certe etichette esistono persone, volontĆ , dolore, vite intere.

E sapevo anche quanto, in certi percorsi, chi prova ad aiutare finisca a sua volta travolto.

Prima ĆØ arrivato l’arresto di Gabriella Cassano, il 18 ottobre 2025.

Poi, mesi dopo, anche quello di Fabio Degli Angeli, divenuto esecutivo il 6 maggio 2026.

Non sono stati due episodi separati.

Sono stati due colpi dentro la stessa ferita.  

Lo stesso nodo si stringeva nel tempo, fino a diventare carcere.

E intorno a quel nodo si stringevano anche le vite rimaste fuori.

PerchƩ quando una persona viene privata della libertƠ, non si ferma mai soltanto la sua vita.

Si incrinano anche le vite che le stanno accanto.

Le case cambiano silenzio.

Le famiglie restano sospese.

Chi resta fuori continua a vivere, ma con addosso un peso che non riesce più a togliersi.

Ā«Cercavi giustizia ma trovasti la leggeĀ», cantava Francesco De Gregori.

Ed è difficile non sentire tutta la distanza che può esistere, a volte, tra ciò che è legale e ciò che viene percepito come giusto.

In un articolo pubblicato su Informare un’h, di cui consiglio la lettura, Simona Lancioni ha ripreso proprio questa riflessione, dedicandola alla vicenda di Gabriella e Fabio.

GiĆ  nel comunicato diffuso dall’Associazione Diritti alla Follia nel marzo 2025 — ā€œGiustizia tradita: lo Stato punisce chi difende la libertĆ  e protegge un sistema criminaleā€ — veniva denunciato il rischio che la tutela potesse trasformarsi in repressione e che l’aiuto verso una persona vulnerabile potesse diventare motivo di condanna.

Oggi, dopo l’arresto anche di Fabio, quelle parole sembrano avere assunto un peso ancora più concreto.

Ci sono momenti che non si dimenticano più.

Telefonate che restano dentro la memoria come fotografie.

Ricordo la voce di Fabio.

La sua preoccupazione costante per Gabriella, giĆ  in carcere.

In ogni telefonata tornava sempre lì: alla necessità di trovare ad ogni costo un modo per tirarla fuori il più velocemente possibile, prima che fosse troppo tardi.

C’era una corsa contro il tempo che sembrava consumargli il respiro.

Quasi il bisogno di riuscire a proteggerla almeno con la forza del pensiero, prima che arrivasse altro.

Eppure, anche nella disperazione, il loro pensiero continuava sempre a tornare a Marta Garofalo Spagnolo.

Mai un pentimento per averle dato ascolto.

Mai le parole di chi pensa di avere fatto del male.

Semmai il dolore profondo di chi continua a credere di non essere riuscito a salvarla.

Ed è forse questo uno degli aspetti più devastanti di tutta questa vicenda: vedere persone consumarsi dentro il peso di ciò che è accaduto, continuando però a portare dentro di sé soprattutto il dolore per Marta.

Poi ĆØ arrivata quell’ultima telefonata.

«Carla, stanno arrestando anche me in questo momento.»

Nelle tante telefonate, compresa l’ultima, quasi sempre nel sottofondo sentivo la voce della madre che lo chiamava. La mia sensazione era quella di una donna terrorizzata dall’idea di perderlo.

Non c’era soltanto paura.

C’era il caos emotivo di chi, fino a un attimo prima, stava ancora cercando una soluzione, una strada, qualcosa che potesse impedire che tutto precipitasse definitivamente.

Ma quellā€™ā€œaltroā€ ĆØ arrivato come una bomba.

Il carcere anche per Fabio.

E in quell’istante si ĆØ spezzato qualcosa che andava oltre la vicenda giudiziaria.

PerchĆ© da quel momento non c’era più soltanto il dolore per Gabriella detenuta, ma anche la consapevolezza che il vortice stava inghiottendo pure lui.

Sono momenti che restano addosso.

PerchĆ© in quell’istante capisci che la legge non sta più attraversando un fascicolo: sta entrando dentro le vite delle persone, dentro le case, dentro gli affetti, dentro la quotidianitĆ .

E quando accade, lascia ferite che non finiscono con una sentenza.

Questa vicenda continua a porre una domanda che non si riesce a evitare: cosa accade quando ciò che è legale produce effetti che non riconosciamo più come giusti?

Non si tratta di teoria.

Si tratta di vite.

Di conseguenze che si stratificano nel tempo.

Di famiglie travolte.

Di persone che restano sole.

Di un sistema che, mentre applica la legge, continua a lasciare dietro di sƩ domande senza risposta.

Non possiamo inoltre ignorare la morte di Marta Garofalo Spagnolo, inserita dentro un sistema di protezione giuridica previsto dalla Legge 6/2004 sull’amministrazione di sostegno, che in alcuni casi può incidere profondamente sulla libertĆ  personale di chi vi ĆØ sottoposto.

Per chi, come me, conosce da vicino le conseguenze dell’amministrazione di sostegno, tutto questo non ĆØ soltanto un dibattito giuridico o politico.  ƈ qualcosa che entra nella carne delle persone.

Per questo conosco il senso di disperazione di chi prova a chiedere ascolto e si sente invisibile.

Conosco la sensazione di trovarsi davanti a meccanismi che sembrano più forti della volontĆ , e davanti a chi ostenta potere persino di fronte alla sofferenza e all’umanitĆ  delle persone coinvolte. Ed ĆØ anche per questo che la richiesta di grazia presentata in data 21 marzo 2025 da Gabriella e Fabio, e sostenuta da tante persone, rappresentava molto più di un semplice atto giuridico.

Rappresentava la speranza che qualcuno si fermasse finalmente a guardare queste vite nella loro interezza.

Ma il rigetto di quella richiesta ha lasciato un vuoto difficile da spiegare.

Per noi questa vicenda non riguarda soltanto arresti o condanne.

Riguarda Gabriella Cassano.

Fabio Degli Angeli.

Marta Garofalo Spagnolo.

Riguarda esistenze che si intrecciano.Ā Famiglie che soffrono.

Relazioni travolte da conseguenze che continuano ad allargarsi nel tempo.

Come Associazione Diritti alla Follia continuiamo a esprimere la nostra vicinanza a Gabriella Cassano e Fabio Degli Angeli, oggi detenuti presso la Casa Circondariale di Lecce.

Continuiamo a farlo attraverso la parola, la testimonianza e la memoria pubblica di ciò che accade.

Gridiamo ancora una volta la loro innocenza e rifiutiamo che questa vicenda venga ridotta a una narrazione semplificata o distante dalla realtĆ  umana delle persone coinvolte.

Come ricordato nel comunicato dell’Associazione:

ā€œGli alti valori – di cui si parla ogni giorno senza viverli mai – della fratellanza e dell’umana solidarietĆ  hanno loro imposto di non restare indifferenti a tale richiesta di aiuto.ā€

Ed ĆØ proprio in questi valori che continuiamo a riconoscere il senso delle loro azioni.

Oggi più che mai, la nostra presenza vuole essere questo: una forma concreta di vicinanza, che non cancella la sofferenza ma rifiuta l’indifferenza.

PerchĆ© nessuno dovrebbe sentirsi solo quando la libertĆ  viene messa in discussione.                                                                                                               

Resta ciò che nessun atto giudiziario riuscirà mai davvero a contenere.                                                                              

Resta il prima e il dopo nelle vite delle persone.

Resta il telefono che non suona più.

Resta una casa che cambia silenzio.

Resta chi continua a fare i conti con l’assenza mentre il mondo fuori prosegue come se nulla fosse.

A chi decide, a chi osserva, alle istituzioni e alla politica, resta una responsabilitĆ  enorme: comprendere che dietro ogni decisione esistono conseguenze irreversibili per le persone coinvolte. E a chi guarda da fuori chiediamo una cosa semplice: non abituarsi.

Non abituarsi a queste storie.

Non abituarsi all’idea che le persone possano diventare rumore di fondo.

Non abituarsi alla distanza che a volte si crea tra la parola ā€œgiustiziaā€ e il dolore reale delle vite attraversate dalla legge.

Perché il punto non è soltanto ciò che è stato deciso.

Il punto è ciò che resta.

E ciò che resta, troppo spesso, è tutto quello che non entra in una sentenza.

In fondo, dentro tutta questa vicenda, io continuo a coltivare una speranza semplice.

Che Gabriella e Fabio riescano a restare uniti anche attraversando tutto questo dolore.

Che riescano a non perdere quella parte umana che li ha portati, nel bene o nel male, a non voltarsi dall’altra parte davanti alla sofferenza di Marta.

PerchĆ© ĆØ cosƬ che li ho conosciuti: attraverso una storia difficile, arrivata nella mia vita mentre anch’io cercavo di sopravvivere al dolore legato alla vicenda di mia madre. Ed ĆØ forse anche per questo che questa vicenda non ĆØ mai riuscita a sembrarmi distante.

E poi c’è Marta.

Marta Garofalo Spagnolo.

Che al di lĆ  delle sentenze, delle interpretazioni e delle contrapposizioni, resta una giovane donna morta dentro un sistema che avrebbe dovuto proteggerla.

Mi auguro che il suo nome continui a essere ricordato.

Non come un caso.

Non come un fascicolo.

Ma come una vita che continua a interrogare le coscienze di tutti noi.

Per chi volesse comprendere davvero questa vicenda, andando oltre i nomi e i singoli episodi, esistono giĆ  materiali che ne ricostruiscono il percorso nel tempo, le posizioni e le diverse letture che si sono intrecciate lungo il cammino.

Tra questi:

– il comunicato stampa ā€œGiustizia traditaā€ pubblicato da Diritti alla Follia:

COMUNICATO STAMPA DELL’ASSOCIAZIONE ā€˜DIRITTI ALLA FOLLIA’: Giustizia tradita: Lo Stato punisce chi difende la libertĆ  e protegge un sistema criminale

– l’approfondimento pubblicato su Informare un’h di Simona Lancioni:

Cari Gabriella e Fabio, cercavate giustizia, ma avete trovato la legge

– l’archivio degli articoli e degli approfondimenti dedicati al caso su Diritti alla Follia: https://dirittiallafollia.it/2025/10/29/quando-lidealismo-porta-dritto-in-galera/

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