Di Carla Cannas
Amministrazione di sostegno, fragilità e zone d’ombra tra cronaca giudiziaria ed esperienza personale.
Negli ultimi mesi in Sardegna diversi casi legati all’amministrazione di sostegno sono finiti sulle pagine della cronaca giudiziaria, riportando l’attenzione su un istituto nato per tutelare le persone fragili ma che, in alcune situazioni, è diventato anche terreno di contestazioni, indagini e procedimenti per peculato.
A Carbonia, secondo quanto riportato da L’Unione Sarda il 13 maggio 2026, un’avvocata nominata amministratrice di sostegno è stata condannata in primo grado a due anni di reclusione con pena sospesa con l’accusa di aver sottratto oltre 21 mila euro a un anziano assistito.
In un altro caso emerso nel Sulcis Iglesiente e riportato sempre da L’Unione Sarda il 12 maggio 2026, un amministratore di sostegno è stato denunciato con l’accusa di aver sottratto circa 35 mila euro a un anziano assistito, utilizzandoli per spese personali.
Un ulteriore caso, noto anche come “caso Barabino”, riportato da La Nuova Sardegna il 5 maggio 2026, riguarda invece una ex amministratrice di sostegno del Nuorese coinvolta in procedimenti e condanne per peculato e autoriciclaggio. Secondo quanto emerso dalla stampa, avrebbe sottratto nel tempo somme di denaro appartenenti a più assistiti, utilizzando parte dei fondi anche per spese personali e beni non legati alle necessità delle persone affidate alla sua gestione.
Si tratta di vicende differenti tra loro, ma accomunate da un elemento centrale: il possibile uso improprio — o comunque contestato — di un ruolo pensato per la protezione di soggetti fragili.
Ho riportato questi casi anche perché, spesso, episodi di questo tipo vengono percepiti come lontani, casi isolati che riguardano altri territori o altre storie. La mia esperienza, invece, mi ha fatto capire quanto il tema della tutela delle persone fragili possa essere più vicino e diffuso di quanto sembri. Parlare di questi casi significa anche aprire uno spazio di consapevolezza: ciò che accade altrove può riguardare, in forme diverse, anche il nostro territorio e le nostre famiglie.
Quando si parla di amministrazione di sostegno e possibili abusi, però, una domanda resta inevitabilmente sullo sfondo: quanti casi esistono davvero?
Non esiste una statistica pubblica precisa sugli abusi legati all’amministrazione di sostegno, sulle appropriazioni indebite non emerse o sui controlli rivelatisi inefficaci. Quello che arriva alla cronaca è soltanto la parte visibile: denunce, procedimenti, sentenze. Tutto il resto rischia di restare invisibile finché non emerge qualcosa di irreparabile.
Esistono certamente situazioni in cui i controlli risultano insufficienti. I movimenti economici non sempre sono monitorabili in tempo reale o, in alcuni casi, non risultano monitorabili nemmeno dai familiari, perché progressivamente esclusi dalla gestione. Molte persone amministrate sono anziane, fragili o prive di una rete familiare forte, e il sistema appare spesso più reattivo che preventivo: interviene quando il danno si è già verificato, più che impedirlo in anticipo.
Ed è proprio dentro questa zona grigia che tante famiglie finiscono per sentirsi sole.
Per molto tempo ho evitato di raccontare pubblicamente alcuni aspetti della vicenda che ha coinvolto mia madre. Non perché mancassero le domande, ma perché quando certe storie entrano dentro casa tua smettono di essere semplici articoli di cronaca. Diventano vita reale.
Quando venne nominato il primo amministratore di sostegno per mia madre, la nostra famiglia non conosceva davvero in profondità questa legge 6/2004. Come tante persone, pensavamo si trattasse semplicemente di uno strumento di tutela. Ci fidammo.
Probabilmente pesarono la scarsa informazione, la fiducia riposta in alcune persone e la mancata conoscenza di ciò che veniva realmente rappresentato al giudice tutelare. Con il tempo iniziammo però a percepire che, nel nostro caso, l’amministrazione di sostegno stava producendo anche un progressivo allontanamento di parte della famiglia dalle decisioni riguardanti mia madre.
Con la successiva nomina di un’amministratrice esterna quella sensazione aumentò ulteriormente. Molte decisioni sembravano non passare più né dalla volontà di mia madre né dal confronto con chi la seguiva quotidianamente.
Eppure, nelle dichiarazioni rese durante le indagini, la stessa amministratrice descriveva il mio ruolo in termini molto diversi, parlando di collaborazione e di un rapporto non conflittuale.
Nel corso della vicenda sono state attribuite nei miei confronti anche alcune definizioni come “scontrosa” e “conflittuale”, mentre in altri passaggi la stessa amministratrice di sostegno descriveva invece una collaborazione concreta nella gestione quotidiana. L’unica etichetta ricorrente resta quella di “no vax”, che tuttavia non ha alcuna attinenza con la gestione reale della situazione.
La parola “andavamo d’accordo”, riletta oggi, mi appare persino eccessiva. In quel contesto cercavo soprattutto di mantenere un equilibrio per il bene di mia madre e per evitare che determinate tensioni peggiorassero ulteriormente la situazione. Perché quello che accadde negli ultimi mesi della sua vita, quando i rapporti con l’ADS si interruppero di fatto, temo sarebbe potuto accadere molto prima.
Io ero una delle figlie più presenti fisicamente accanto a mia madre. Mi occupavo concretamente della casa, della sua persona e delle necessità quotidiane, soprattutto durante le sostituzioni della badante convivente. Lavoro nell’assistenza e conosco bene cosa significhi seguire persone fragili, anziani e pazienti con patologie degenerative.
Negli ultimi due mesi di vita di mia madre il mio rapporto con l’amministratrice di sostegno si era di fatto interrotto e i contatti erano diventati estremamente limitati. Anche sul piano sanitario il mio coinvolgimento diretto con il medico non era più continuativo, in un sistema di comunicazioni che risultava filtrato attraverso altri soggetti.
Eppure, col tempo, la mia figura sembrò trasformarsi progressivamente in altro.
La narrazione attorno a me iniziò a ridursi a due etichette: “conflittuale” e “no vax”.
A un certo punto non sembrava più importante ciò che facevo concretamente per mia madre. Sembrava contare soprattutto l’immagine che altri stavano costruendo di me.
Ed è forse questo uno degli aspetti più difficili da spiegare: la sensazione che, quando denunci determinate anomalie, il problema rischi di diventare non ciò che segnali, ma la tua stessa credibilità. Come se una persona potesse essere ridotta a uno slogan.
La questione sanitaria resta ancora oggi quella che mi pesa di più.
L’8 marzo 2022 mia madre stava male. Esiste un verbale del 118. Eppure il ricovero non avvenne immediatamente. Un primo ricovero venne rifiutato.
Il giorno successivo un medico visitò mia madre a casa. C’erano tosse, malessere e sintomi evidenti. Ma non venne eseguito nemmeno un tampone, nonostante il periodo Covid.
Anche sulle comunicazioni con l’ospedale emersero versioni difficili da conciliare. Da una parte veniva esclusa l’esistenza di indicazioni volte a limitare le informazioni ai familiari. Dall’altra comparivano riferimenti a comunicazioni che avrebbero dovuto passare esclusivamente tramite l’ADS.
Una delle persone ascoltate durante le indagini dichiarò che io fossi presente prima del ricovero del marzo 2022 e che avrei cercato di oppormi al trasferimento di mia madre in ospedale. La stessa persona riferì anche di aver intimato a me e alla badante di indossare la mascherina. Eppure in altre ricostruzioni emergeva che io, in quei giorni, non fossi presente perché positiva al Covid.
Sono versioni difficili da conciliare.
Ed è proprio questo che continua a lasciarmi interrogativi profondi: non soltanto sui fatti, ma sul modo in cui certe ricostruzioni vengano considerate più credibili di altre.
Compresi che qualcosa si stava muovendo dietro le quinte quasi per caso. Un giorno, mentre facevo la spesa con mia figlia, incontrai una figura istituzionale coinvolta nella vicenda di mia madre. Tentò di stringermi la mano. Io non ricambiai il gesto. E quella persona mi disse, con un tono che percepii come provocatorio: “Glielo avevo detto che avevo ragione.”
Fu dopo quell’episodio che andai personalmente in tribunale e scoprii casualmente che esisteva già una richiesta di archiviazione.
Durante un interrogatorio, l’amministratrice spiegò di seguire numerosi casi contemporaneamente, alcuni in delega e altri con nomina diretta. E aggiunse che soltanto il nostro caso le aveva creato difficoltà.
Ma ascoltando quelle parole mi sono posta una domanda molto semplice: come può una sola persona seguire davvero così tante situazioni fragili contemporaneamente?
Perché qui non si parla di pratiche astratte. Si parla di anziani, malattie, ricoveri, solitudine e persone non autosufficienti. Chi lavora davvero nell’assistenza sa quanto sia difficile seguire bene anche un solo caso complesso.
In un altro passaggio venne chiesto all’ADS se avesse ricevuto segnalazioni da parte della badante riguardo alla situazione di mia madre. La risposta fu positiva. Ma negli atti consultati non ho trovato comunicazioni documentate che chiarissero in modo preciso modalità, tempi e contenuti di tali segnalazioni.
E allora nasce spontanea una domanda: quando si parla della gestione di una persona fragile, possono bastare comunicazioni verbali o informali?
All’inizio delle indagini venivano ipotizzate omissioni sanitarie e mancate decisioni urgenti riguardanti la salute di mia madre. Successivamente, però, le valutazioni cambiarono radicalmente e il contesto venne ricondotto soprattutto alla conflittualità familiare.
Ed è forse questo l’aspetto più destabilizzante di tutta la vicenda.
Gli stessi fatti, nel giro di poco tempo, sembravano assumere significati completamente diversi. Da possibili questioni sanitarie da approfondire a semplice conflitto familiare. Da dubbi concreti a risentimento personale.
E quando vivi tutto questo dall’interno, inizi inevitabilmente a chiederti se il problema siano davvero i fatti oppure chi il sistema decide di ritenere credibile.
C’è una frase che ancora oggi mi ferisce profondamente. Parlando degli ultimi momenti di vita di mia madre, una figura coinvolta nella vicenda utilizzò l’espressione: “È scoppiato un putiferio.”
Leggere quelle parole mi lasciò senza fiato.
Perché lì non si parlava di una lite qualsiasi. Si parlava degli ultimi momenti di vita di una madre. E quella ricostruzione, così com’è stata riportata, non corrisponde a ciò che io e la mia famiglia abbiamo vissuto.
Noi non abbiamo mai discusso davanti a lui.
Non ci fu alcuna scena.
E forse è proprio questo che continua a ferirmi di più: la sensazione che anche il dolore più estremo sia stato ridotto a una formula superficiale, quasi fastidiosa. Come se gli ultimi istanti di vita di una madre potessero essere archiviati dentro una frase pronunciata con leggerezza.
Io e mia sorella Serenella ci portiamo ancora dentro il dolore di non essere riuscite a proteggere nostra madre come avremmo voluto. Negli ultimi mesi della sua vita abbiamo vissuto situazioni che, umanamente, ci sono sembrate sempre più pesanti, fredde e difficili da comprendere.
Per molto tempo ho avuto anche la sensazione che attorno a me si stesse costruendo una narrazione precisa, quasi come se dovessi diventare io la causa di ciò che era accaduto.
Due tamponi negativi, eseguiti in quei giorni, restano per me un elemento impossibile da dimenticare. Non soltanto sul piano sanitario, ma anche umano. Perché mi hanno evitato di convivere per tutta la vita con il peso di un’accusa implicita che ho sentito gravare addosso.
Ma mia madre non era un fascicolo.
Non era una pratica da gestire.
Non era un problema amministrativo.
Era una persona.
E quello che so è che attorno alla sua fragilità si è mosso un sistema che, nel mio caso — e non solo — troppo spesso, invece di semplificare ha complicato, invece di ascoltare ha etichettato, invece di unire ha diviso.
Io non so se avrò mai tutte le risposte che cerco.
Non so se riuscirò mai a comprendere fino in fondo tutto ciò che è accaduto negli ultimi anni della sua vita.
Ma voglio ancora credere che la giustizia, prima o poi, sappia guardare oltre le etichette, oltre le versioni costruite e oltre i ruoli.
Perché dietro ogni fascicolo esiste una vita vera.
E a un certo punto, la persona reale sparisce.
Resta soltanto la gestione del caso.
E nessuna madre dovrebbe mai diventare semplicemente un caso.
Dietro questa storia c’era una madre.
La nostra madre.
Mia e di mia sorella Serenella.
Questo articolo è per Lei.
Vola alto, mamma.
Dove nessuna firma, nessun ruolo e nessuna etichetta potranno più farti del male.
E per tutte quelle persone che rischiano di diventare soltanto pratiche amministrative, invece che vite da proteggere.
N.B. Per approfondire il tema dell’amministrazione di sostegno, della tutela delle persone fragili e delle criticità emerse in diversi casi italiani:
Dossier su casi, storie e testimonianze destinato a organismi nazionali e internazionali per i diritti umani:
Perché dietro ogni pratica amministrativa esiste una persona reale, una famiglia e una storia che meritano ascolto, rispetto e tutela.
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