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Diritti alla follia

Associazione impegnata sul fronte della tutela e della promozione dei diritti fondamentali delle persone in ambito psichiatrico e giuridico.

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diritti alla follia

Considerazioni a caldo (e a freddo) dopo l’VIII Congresso “Diritti alla Follia”

Diritti alla Follia · 16/04/2026 · Lascia un commento

Di Cristina Paderi

Ci sono due tempi, dopo un Congresso come questo.

Il primo è quello immediato: l’intensità, la concentrazione, la sensazione (rara) di stare dentro qualcosa che conta davvero. Non un convegno come tanti, non una vetrina, non un esercizio di stile. Ma un luogo dove si parla sul serio, dove le parole hanno conseguenze, dove i conflitti non vengono smussati ma attraversati.

Il secondo tempo è quello che viene dopo. Il “giorno dopo”. Quando si torna alle proprie vite, alle proprie battaglie. E lì si misura davvero cosa resta. Di questo Congresso resta molto.

Resta, anzitutto, una qualità del dibattito che non è scontata. Interventi diversi tra loro, anche in tensione, ma capaci di stare dentro lo stesso spazio senza ridursi a rituale. Nessuna pacificazione forzata, nessuna finta armonia. E questo, oggi, è già un risultato politico.

Resta la sensazione netta che il terreno su cui ci muoviamo sia sempre più chiaro: non è un problema tecnico, non è una questione di aggiustamenti normativi. È uno scontro politico, pieno, aperto.

Lo si è visto in tutti i panel. Nel confronto sui Dipartimenti di Salute Mentale, con il cosiddetto “caso Caserta” portato da Enrico Tresca, è emerso con forza uno dei nodi centrali: di fronte a servizi carenti e “fragili”, la risposta dominante non è rafforzare i diritti, ma spostare il discorso su sicurezza, controllo, gestione del rischio. È un movimento che conosciamo bene. E che continua a riprodursi.

Nel panel sul TSO, alla luce delle pronunce della Corte costituzionale, si è aperto uno spazio che fino a pochi anni fa sembrava impensabile. Posizioni che venivano liquidate come “estremiste” entrano oggi nel perimetro del diritto. Ma questo non significa che il sistema sia disposto a cambiare davvero. Anzi: proprio mentre il diritto si muove, le pratiche mostrano tutta la loro resistenza.

Il panel sulle misure di sicurezza ha riportato il discorso lì dove spesso si evita di guardare: il punto in cui psichiatria e diritto si saldano nel governo delle vite. Non in teoria, ma nei corpi, nelle biografie concrete, nei percorsi senza uscita.

E nella sessione sull’amministrazione di sostegno, con i casi Vattimo e Garofalo, è riemerso ciò che l’associazione denuncia da anni: uno strumento che continua a produrre abusi, sostituzione, espropriazione delle vite. Non come deviazione, ma come funzionamento ordinario.

A tenere insieme tutto questo, più che una linea univoca, è stata una consapevolezza condivisa: il problema non è solo “fuori”. Non è solo nelle istituzioni, nei tribunali, nei servizi.

È dentro. Dentro le pratiche. Dentro i linguaggi. Dentro quella formula che ritorna ovunque: “per il tuo bene”.

Tresca lo ha detto esplicitamente. Ma lo si è sentito, in forme diverse, in molti interventi. Il “per il tuo bene” non è un residuo del passato. È il dispositivo attuale, perfettamente funzionante, che consente di tenere insieme diritti proclamati e pratiche che li negano.

E allora la domanda che attraversa il Congresso non è più se i diritti siano giusti o sbagliati. È se siamo disposti a sostenerli davvero, fino in fondo. Anche quando questo significa rinunciare al controllo. Anche quando espone al rischio. Anche quando mette in crisi ruoli, competenze, poteri consolidati.

Non è una domanda teorica. È ciò che si gioca ogni giorno nei servizi, nei tribunali, nelle relazioni con le persone.

E poi c’è stato il finale. La votazione della mozione. Un passaggio interno, certo. Ma non secondario. Un punto di sintesi che non cancella le differenze, ma le tiene dentro una direzione comune. In un contesto in cui tutto tende a frammentarsi, non è poco.

Eppure, tornando al “giorno dopo”, resta anche un’altra sensazione. Una distanza. Quella tra ciò che si è discusso al Congresso e ciò che accade fuori.

Una distanza che non riguarda le nostre proposte (che pure restano radicali) ma le stesse indicazioni normative già esistenti. La CRPD, le pronunce della Corte costituzionale, gli obblighi internazionali. Tutto questo esiste. E tuttavia, nel dibattito pubblico e politico, è come se non esistesse.

Non c’è un’iniziativa parlamentare che affronti seriamente questi temi. Non c’è un’assunzione di responsabilità. Non c’è, nemmeno, un tentativo opportunistico di cavalcare la questione.

È come se il paese si fosse abituato.

Abituato all’idea che si possa decidere al posto delle persone.
Abituato all’istituzionalizzazione diffusa.
Abituato al fatto che diritti fondamentali restino sulla carta.

È forse questa, più di ogni altra cosa, la sensazione che resta dopo il Congresso.

E allora il senso di quello che è accaduto a Collegno sta anche qui.

Nel dire, ancora una volta, che questa abitudine non è inevitabile, che deve essere contrastata.

Non con dichiarazioni di principio, ma con lavoro politico, con conflitto, con presenza.

Il Congresso non chiude nulla. Non risolve, rilancia.

E, soprattutto, ribadisce una cosa semplice, che può sembrare poco ma non lo è affatto: noi non ci abituiamo.

Guarda la clip sul nostro canale youtube

Guarda i video dell’VII Congresso ‘Diritti alla Follia’

https://www.youtube.com/@associazioneradicalediritt5504/videos

Iscriviti e riceverai la tua tessera direttamente via mail

https://dirittiallafollia.it/iscriviti

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“Per il tuo bene”: quando i diritti diventano rovesci

Diritti alla Follia · 13/04/2026 · Lascia un commento

Nel panel dedicato ai Dipartimenti di Salute Mentale dell’VIII Congresso “Diritti alla Follia”, l’intervento di Enrico Tresca, direttore della UOSM del DSM ASL Caserta – “Per il tuo bene: le aporie della istituzione” – ha messo a nudo qualcosa che raramente viene detto così chiaramente: il conflitto sulla salute mentale oggi non è tecnico, è politico.

Il cosiddetto “caso Caserta”, insieme alla petizione promossa nel territorio dell’Alto Matese, mostra una dinamica ormai ricorrente. Di fronte a carenze reali – mancanza di operatori, servizi fragili, difficoltà nella presa in carico – invece di rivendicare più diritti, più risorse per la vita indipendente, più sostegno nei contesti di vita, si produce uno slittamento. La questione diventa sicurezza. Controllo. Gestione del rischio.

Nella petizione questo passaggio è evidente: le persone con sofferenza mentale compaiono implicitamente come problema, come possibile minaccia, come fonte di tensione per il territorio. E così, senza mai dirlo apertamente, si costruisce un discorso in cui la soluzione torna a essere quella di sempre: proteggere, contenere, decidere al posto loro.

“Per il loro bene”.

È esattamente questo il punto. Non siamo di fronte a una semplice divergenza di vedute, ma a due idee incompatibili. Da un lato un tentativo – fragile, contraddittorio, ma reale – di praticare la deistituzionalizzazione, il supporto alle decisioni, il diritto a vivere nella comunità. Dall’altro una pressione sociale e istituzionale che rimette al centro l’incapacitazione, la delega, la sostituzione.

Il linguaggio dei diritti viene piegato: si dice di voler tutelare le persone, ma lo si fa mettendo in discussione la loro libertà. Si invoca la qualità delle cure, ma per giustificare il ritorno a forme di istituzionalizzazione. Si parla di bisogni “oggettivi”, senza interrogarsi su desideri, volontà, possibilità di scelta.

Non è un equivoco. È un rovesciamento.

Ma l’intervento di Tresca è interessante proprio perché non si limita a denunciare questo movimento. Mostra anche quanto il problema attraversi i servizi stessi. La paura della responsabilità, la posizione di garanzia, il timore costante che “possa succedere qualcosa” continuano a produrre, anche nelle pratiche più avanzate, forme di controllo e sostituzione.

Il “per il tuo bene” non è solo fuori. È dentro.

Dentro le decisioni prese senza le persone.
Dentro i progetti costruiti più come modelli che come percorsi condivisi.
Dentro la difficoltà a sostenere davvero il rischio della libertà.

Ed è qui che il discorso si blocca, diventa aporia. Non perché manchino le soluzioni tecniche, ma perché manca una scelta politica fino in fondo: riconoscere che le persone hanno diritto a vivere la propria vita, anche quando questo mette in crisi assetti, abitudini, equilibri istituzionali.

Finché questa scelta non viene assunta davvero, continueremo a oscillare. Tra diritti dichiarati e diritti negati. Tra deistituzionalizzazione enunciata e pratiche che la svuotano. Tra emancipazione e controllo.

E continueremo a chiamare tutela ciò che, troppo spesso, resta solo un altro modo di decidere al posto di qualcuno.

👉 Guarda il video del panel sui Dipartimenti Salute Mentale al minuto 17.10 l’intervento del dott. Enrico Tresca

Leggi la relazione integrale di Enrico Tresca

Enrico Tresca Per il tuo beneDownload
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VIII Congresso “Diritti alla Follia”Collegno (TO), 28–29 marzo 2026

Diritti alla Follia · 15/03/2026 · Lascia un commento

Il Congresso annuale di Diritti alla Follia torna per la sua ottava edizione e si terrà sabato 28 e domenica 29 marzo 2026 a Collegno (Torino), presso la Sala Consiliare del Comune – Parco della Certosa.

Anche quest’anno il Congresso nasce dall’urgenza di interrogare le pratiche istituzionali che attraversano la “salute mentale” e il diritto, partendo da casi concreti.
Non come cronaca giudiziaria o sanitaria, ma come lenti critiche: dietro ogni “caso” ci sono persone, diritti compressi, relazioni spezzate o ricomposte, responsabilità collettive spesso rimosse.

Il Congresso si articolerà in quattro sessioni tematiche, ciascuna centrata su un caso emblematico:

  • DSM – Dipartimenti di Salute Mentale
    Il “caso Caserta” per discutere di organizzazione dei servizi, criticità strutturali, ruolo delle persone esperte in supporto tra pari e scenari di riforma
  • TSO – Trattamento Sanitario Obbligatorio dopo la Consulta
    Un focus sugli effetti concreti della recente sentenza della Corte costituzionale: pratiche attuative, garanzie, limiti e impatto sui diritti delle persone
  • Misure di sicurezza e REMS
    Il “caso Gianini” per affrontare il tema delle misure limitative della libertà, delle perizie psichiatriche e della necessità di una riforma profonda
  • Amministrazione di Sostegno
    I “casi Vattimo e Garofalo” per mettere a fuoco abusi, criticità sistemiche e prospettive di cambiamento di uno strumento che troppo spesso si trasforma in controllo sostitutivo.

Accanto agli interventi di operatori, giuristi, ricercatori e rappresentanti istituzionali, il Congresso darà spazio centrale a testimonianze dirette, perché senza le voci delle persone coinvolte non esiste analisi credibile né trasformazione possibile.

Il programma prevede inoltre:

  • una passeggiata collettiva nel Parco della Certosa
  • la presentazione del libro Le bocche inutili di Alberto Gaino
  • attività parallele legate alla memoria dell’ex ospedale psichiatrico

Informazioni pratiche

Il Congresso si svolgerà presso la Sala Consiliare del Comune di Collegno – Parco della Certosa, uno spazio pubblico facilmente raggiungibile.

Questo Congresso non è sponsorizzato. È uno spazio libero, indipendente e accessibile, costruito con il lavoro volontario di alcuni di noi e con risorse sempre limitate.

Per continuare a portare alla luce ciò che spesso resta invisibile, e farlo in uno spazio pubblico e condiviso, abbiamo bisogno anche del tuo supporto.
Ogni contributo aiuta a coprire i costi organizzativi, logistici e di accoglienza, e rende possibile la partecipazione di chi altrimenti resterebbe escluso.

💛 Puoi sostenere il Congresso con una donazione:

  • PayPal: https://www.paypal.com/donate/?hosted_button_id=V782HRYQSPJ9J
  • Bonifico bancario
    Intestatario: Associazione Diritti alla Follia APS
    Causale: Donazione Congresso
    IBAN: IT89N0306909606100000192123

Per chi può, l’invito è anche a esserci di persona: il Congresso vive di presenze, corpi, incontri, conflitti e alleanze reali.

👉 Seguiteci su Fecebook, Instagram e Telegram per tutti gli aggiornamenti

Informazioni_logistiche_Congresso_Diritti_alla_Follia_2026

Locandina DEFINITIVA VIII Congresso Diritti alla Follia Collegno

 

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TSO e diritto di difesa: il Tribunale di Firenze porta alla Corte costituzionale un nodo irrisolto della legge 833

Diritti alla Follia · 05/03/2026 · Lascia un commento

Una nuova questione sul trattamento sanitario obbligatorio (TSO) arriva davanti alla Corte costituzionale. Con un’importante ordinanza, il Tribunale di Firenze ha sollevato dubbi di legittimità costituzionale su alcune lacune della normativa che regola il procedimento di TSO, in particolare per quanto riguarda il diritto alla difesa della persona sottoposta al trattamento.

L’ordinanza è stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, 1ª Serie speciale – Corte costituzionale n. 9 del 4 marzo 2026.

Per l’associazione Diritti alla Follia, si tratta di un passaggio di grande rilievo nel dibattito sulla tutela dei diritti fondamentali delle persone sottoposte a trattamenti sanitari coercitivi.

La questione nasce da un ricorso presentato da una persona sottoposta a TSO contro il provvedimento di convalida del giudice tutelare. Nel corso del procedimento, il Tribunale di Firenze ha rilevato che la normativa vigente — in particolare l’articolo 35 della legge 23 dicembre 1978, n. 833, che disciplina il procedimento di convalida del TSO — presenta una serie di lacune rispetto alle garanzie difensive.

Nel caso concreto, durante l’audizione davanti al giudice tutelare il paziente aveva dichiarato di voler contattare i propri avvocati. Tuttavia, tale richiesta non è stata presa in considerazione nel procedimento di convalida. Questo elemento ha contribuito a far emergere il problema più generale: la legge non prevede espressamente il diritto alla difesa tecnica nel procedimento di TSO.

Secondo il Tribunale di Firenze, la disciplina attuale non garantisce adeguatamente il diritto di difesa sancito dall’articolo 24 della Costituzione.

In particolare, la normativa non prevede:

  • l’obbligo di informare la persona sottoposta a TSO della facoltà di nominare un difensore di fiducia
  • la comunicazione dell’ordinanza del sindaco anche al difensore eventualmente nominato
  • la presenza del difensore durante l’audizione davanti al giudice tutelare
  • la comunicazione al difensore del decreto di convalida del giudice.

Secondo il collegio giudicante, queste omissioni assumono un peso ancora maggiore se si considera la natura del TSO. Pur essendo formalmente collocato nell’ambito dei procedimenti civili di volontaria giurisdizione, il trattamento sanitario obbligatorio comporta una significativa limitazione della libertà personale, poiché la persona viene ricoverata e trattenuta coattivamente in una struttura ospedaliera.

Per questo motivo, il Tribunale ritiene che la tutela del diritto di difesa non possa essere considerata un elemento accessorio.

La questione si inserisce in un percorso giurisprudenziale recente.

Nel 2025 la Corte costituzionale è già intervenuta sulla disciplina del TSO con la sentenza n. 76, dichiarando illegittimo l’art. 35 della legge 833 nella parte in cui non garantiva alcune fondamentali garanzie procedurali, tra cui:

  • la comunicazione del provvedimento alla persona interessata
  • l’audizione della persona prima della convalida
  • la notifica del decreto di convalida.

L’ordinanza del Tribunale di Firenze rappresenta quindi un nuovo passo nello stesso percorso di rafforzamento delle garanzie.

Se la Corte costituzionale dovesse accogliere la questione sollevata dal tribunale, la normativa potrebbe essere ulteriormente modificata per riconoscere esplicitamente il diritto alla difesa tecnica nel procedimento di TSO.

Il trattamento sanitario obbligatorio è uno degli strumenti più delicati dell’ordinamento sanitario. Introdotto con la riforma psichiatrica del 1978 e oggi disciplinato dagli articoli 33-35 della legge n. 833/1978, esso consente l’imposizione di cure anche contro la volontà della persona quando sussistono determinate condizioni cliniche e di urgenza.

Ma proprio perché si tratta di un intervento coercitivo, esso deve essere accompagnato da garanzie giuridiche particolarmente rigorose.

Quando lo Stato interviene sulla libertà personale e sull’autodeterminazione sanitaria, non è sufficiente che la procedura sia rapida: deve essere anche giusta e garantita.

La possibilità di essere assistiti da un avvocato — soprattutto quando la persona stessa lo richiede — rappresenta una condizione essenziale per assicurare un effettivo contraddittorio e per evitare che decisioni così incisive vengano prese senza un adeguato controllo giuridico.

L’associazione Diritti alla Follia segue da anni le criticità della normativa e delle prassi relative al TSO.

La questione sollevata dal Tribunale di Firenze evidenzia ancora una volta come il sistema attuale presenti zone d’ombra sul piano delle garanzie procedurali.

Riteniamo che il riconoscimento esplicito del diritto alla difesa tecnica nel procedimento di TSO sia un passaggio necessario per assicurare il pieno rispetto dei diritti fondamentali delle persone coinvolte.

Quella oggi riconosciuta dal Tribunale di Firenze come una lacuna della normativa vigente è esattamente una delle criticità che l’associazione Diritti alla Follia denuncia da anni. Nella propria proposta di riforma della procedura di applicazione del TSO, l’associazione ha infatti previsto esplicitamente il diritto alla difesa tecnica della persona sottoposta a trattamento sanitario obbligatorio, con la possibilità di essere assistita da un avvocato nel procedimento di convalida davanti al giudice tutelare. Per questa posizione, Diritti alla Follia ha ricevuto negli anni sberleffi e alzate di spalle da gran parte della psichiatria italiana organizzata e dalla quasi totalità delle associazioni che si presentano come paladine dei diritti dei “pazienti psichiatrici”. La questione oggi rimessa alla Corte costituzionale dimostra invece che quella richiesta non era affatto eccentrica o provocatoria, ma individuava un problema reale di tutela dei diritti fondamentali.

La proposta di riforma e la relativa relazione illustrativa sono consultabili qui:
https://dirittiallafollia.it/2021/04/26/riforma-della-procedura-di-applicazione-del-trattamento-sanitario-obbligatorio/

Testo dell’ordinanza pubblicata in Gazzetta Ufficiale:
https://www.gazzettaufficiale.it/atto/vediMenuHTML?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2026-03-04&atto.codiceRedazionale=26C00038&tipoSerie=corte_costituzionale&tipoVigenza=originario

L’auspicio è che la Corte costituzionale colga questa occasione per rafforzare ulteriormente le garanzie previste dall’ordinamento, affermando un principio semplice ma fondamentale: anche nelle situazioni di crisi, i diritti non possono essere sospesi.

Leggi il Comunicato stampa

Comunicato stampa ordinanza 29 TSO Tribunale FirenzeDownload
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Italia, il silenzio che divora i vulnerabili

Diritti alla Follia · 05/03/2026 · Lascia un commento

Di Carla Cannas

Nel 1978 l’Italia chiudeva i manicomi, presentando quella scelta come una svolta di civiltà. Ma chiudere dei luoghi non significa eliminare la cultura dell’istituzione. La domanda resta: abbiamo davvero superato la logica dell’esclusione o l’abbiamo resa meno visibile? I muri non sono scomparsi, si sono trasformati in procedure, firme, automatismi. Il linguaggio resta rassicurante, la realtà spesso molto meno.

Le parole contano. A Platone è attribuita una frase ancora attuale: “La perversione della città inizia con la frode delle parole”. Quando “cura” diventa controllo, “tutela” diventa imposizione e “protezione” diventa esclusione, non siamo davanti a un semplice slittamento terminologico, ma a un problema democratico. Se le parole vengono piegate, insieme a esse rischia di essere piegata la persona.

Le leggi esistono, ma quando si moltiplicano, si sovrappongono e cambiano continuamente, il sistema si ingarbuglia: cresce l’incertezza, si indeboliscono i controlli e diventano meno accessibili le tutele per chi ne ha più bisogno. Non servono più norme, ma norme più chiare e realmente applicate. La Corte Costituzionale e la Corte europea dei diritti dell’uomo hanno ribadito che, soprattutto per le persone vulnerabili, sono indispensabili proporzionalità, ascolto reale e tutela concreta della difesa. Se questi principi restano sulla carta, la fiducia nella protezione dei diritti si indebolisce.

Una persona vulnerabile non è un fascicolo o un problema organizzativo: è un soggetto di diritto. Lo Stato deve intervenire quando salute e sicurezza sono in pericolo, ma ogni intervento deve essere proporzionato, motivato, controllato e temporaneo.

Negli ultimi anni vicende diverse hanno mostrato un filo comune: la compressione dei diritti delle persone più ‘fragili’. Francesco Mastrogiovanni morì il 4 agosto 2009 dopo oltre 80 ore di contenzione durante un TSO; la Corte di Cassazione nel 2016 ha confermato le condanne, affermando che la contenzione non è atto terapeutico ordinario e, senza rigorosi presupposti di necessità, proporzionalità, temporaneità e adeguata documentazione, può integrare il reato di sequestro di persona. Andrea Soldi morì il 5 agosto 2015 durante un TSO a Torino; la Cassazione nel 2022 ha confermato le condanne per omicidio colposo, ribadendo che anche un TSO legittimo deve essere eseguito con modalità proporzionate e rispettose della dignità. La coercizione è extrema ratio, non prassi.

Nelle RSA e nelle strutture per anziani le cronache riportano maltrattamenti, violenze, carenze strutturali e omissioni, con condanne anche per omicidio colposo o peculato in diverse realtà territoriali: episodi diversi, ma indicativi di una fragilità sistemica nei controlli. Anche nell’amministrazione di sostegno emergono criticità: con sentenza n. 3252/2026 la Cassazione ha chiarito che il trasferimento di denaro dal conto dell’assistito a quello dell’amministratore integra peculato, poiché l’amministratore agisce come pubblico ufficiale, e il consenso del beneficiario non esclude il reato. Quando la tutela patrimoniale si trasforma in sottrazione di risorse, la persona perde autonomia e fiducia.

In tema di minori e allontanamenti vi sono situazioni denunciate come sospensioni ingiustificate di incontri e perizie controverse: ogni caso è diverso e richiede prudenza, ma la protezione del minore non può prescindere da trasparenza, contraddittorio effettivo e controllo indipendente. Anche nei CPR emergono segnalazioni di trattenimenti illegittimi o condizioni non rispettose della dignità: quando la libertà è limitata per via amministrativa, le garanzie devono essere massime.

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha più volte censurato l’Italia per violazioni dell’articolo 3 CEDU e di altre garanzie fondamentali. Tra le decisioni recenti: Niort c. Italia (2025), Morabito c. Italia (2025), A.Z. c. Italia (2024) e Gilardi c. Italia (2022). Non si tratta di casi astratti, ma di vite reali.

Perché accade? Il sistema è frammentato: lo Stato legifera, le Regioni organizzano la sanità, le ASL applicano, i Comuni gestiscono i servizi sociali, la magistratura interviene spesso quando il danno è già avvenuto. Quando la responsabilità è diffusa, rischia di non essere di nessuno. A ciò si aggiungono interessi economici rilevanti, autotutela burocratica, scarso ritorno politico e una cultura del controllo che rende più semplice contenere che accompagnare. Non è un complotto, ma l’inerzia di un sistema che tende ad auto-conservarsi.

Le persone ‘fragili’ rappresentano il banco di prova di una democrazia: un anziano può non denunciare, un paziente psichiatrico può non essere creduto, un minore non può difendersi da solo, un migrante ha strumenti limitati, una persona sottoposta ad amministrazione di sostegno può non controllare più le proprie scelte. È nelle stanze chiuse che si misura la qualità delle garanzie. Deistituzionalizzare non significa solo chiudere strutture, ma garantire servizi territoriali accessibili, progetti individualizzati verificabili, revisione periodica delle misure limitative, diritto all’informazione e controlli indipendenti. Se le limitazioni aumentano senza trasparenza e monitoraggi esterni, cambia la forma ma non la sostanza.

In un recente TG5 Speciale l’Italia è stata accostata a Singapore per l’elevato numero di anziani. Anche Singapore affronta un rapido invecchiamento, ma lo ha trattato come trasformazione strutturale da governare, non come emergenza. Pianifica quartieri integrati, rafforza l’assistenza domiciliare, monitora le strutture e investe in prevenzione e autonomia. Ha istituito l’Agency for Integrated Care per coordinare servizi sanitari e sociali ed evitare frammentazioni, e le politiche di invecchiamento attivo hanno ridotto la prevalenza di demenza attraverso screening precoci, promozione di stili di vita sani e inclusione sociale. Non è solo una questione di risorse, ma di volontà politica.

La stessa logica vale per la salute mentale: pazienti psichiatrici e persone con disabilità psicosociale non sono oggetti da gestire, ma cittadini con pari diritti. La Costituzione (artt. 2, 3, 13, 32), il Codice penale (artt. 582, 605, 610) e la CEDU (artt. 3, 5, 8) tutelano la libertà, la dignità e l’integrità della persona. La deistituzionalizzazione ha senso solo se accompagnata da servizi reali, continui e rispettosi della dignità di ciascuno.

Non cambiare non significa risparmiare: un sistema emergenziale costa di più in ricoveri ripetuti, ospedalizzazioni evitabili, contenzioso e perdita definitiva di autonomia. Quando la programmazione pubblica è debole, la risposta si sposta sulla buona volontà dei singoli. L’iniziativa annunciata da Achille Lauro e riportata da ANSA il 17 febbraio 2026, con la nascita della Fondazione Madre e l’apertura della Casa Ragazzi Madre a Zagarolo, è un segnale importante, ma la tutela dei diritti fondamentali non può dipendere dalla sensibilità individuale: deve essere una garanzia pubblica.

Non posso non ricordare la vicenda di mia madre, come quella di tante altre persone segnate dal sistema istituzionale. Troppe volte si è mostrata più attenzione a occultare errori che a prevenirli o correggerli, con conseguenze irreversibili. Raccontare queste storie non è rivendicazione personale, ma richiesta di responsabilità e trasparenza.

L’Associazione Diritti alla Follia, di cui sono socia iscritta, sta elaborando un dossier su TSO, misure di protezione giuridica – interdizione, inabilitazione, amministrazione di sostegno – e misure di sicurezza, strumenti che possono trasformarsi in pratiche di controllo comprimendo libertà e volontà anche in assenza di reati. Il dossier sarà trasmesso a enti nazionali e organismi internazionali per sollecitare ispezioni e maggiore tutela dei diritti fondamentali.

Dettagli e modalità di collaborazione:
https://dirittiallafollia.it/2026/01/15/richiesta-di-collaborazione-dossier-su-casi-storie-e-testimonianze-trasmissione-a-organismi-nazionali-e-internazionali-per-i-diritti-umani/

Informazioni sul VIII Congresso Diritti alla Follia (Collegno, 28-29 marzo 2026):
https://dirittiallafollia.it/2025/12/29/viii-congresso-diritti-alla-folliacollegno-to-28-29-marzo-2026/

Diffondere, partecipare, condividere è il contributo concreto che può trasformare la vulnerabilità in voce e tutela.

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