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Diritti alla follia

Associazione impegnata sul fronte della tutela e della promozione dei diritti fondamentali delle persone in ambito psichiatrico e giuridico.

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diritti alla follia

Germania: persone psichiatrizzate e registrazione presso la polizia. Un dibattito che riguarda tutti.

Diritti alla Follia · 07/06/2026 · Lascia un commento

Di Cristina Paderi

Dalla Germania all’Italia, il tema è lo stesso: fino a che punto dati sanitari e diagnosi possono entrare nei circuiti del controllo e della sicurezza senza compromettere diritti fondamentali, privacy e dignità delle persone?

Nei giorni scorsi René Talbot, attivista impegnato a livello internazionale sui diritti delle persone sottoposte a trattamenti psichiatrici, ha inviato a Diritti alla Follia una segnalazione riguardante un dibattito in corso in Germania che merita attenzione anche nel nostro Paese.

La segnalazione rimanda a un documento pubblicato dall’Associazione Federale dei Sopravvissuti alla Psichiatria (Bundesverband Psychiatrie-Erfahrener) e dal Werner-Fuss-Center, dal titolo “How an attack based on alleged danger is turned into an offensive” (“Come un attacco fondato sulla presunta pericolosità viene trasformato in un’offensiva”).

Il testo prende spunto da due gravi episodi di cronaca avvenuti in Germania: l’accoltellamento alla stazione centrale di Amburgo nel maggio 2025 e un omicidio avvenuto a Lipsia nel maggio 2026. In entrambi i casi gli autori evidenziano che le persone coinvolte erano state recentemente dimesse da strutture psichiatriche.

Da questi episodi il documento sviluppa una critica radicale alla psichiatria contemporanea, sostenendo che essa non disponga di strumenti scientificamente affidabili per prevedere i comportamenti individuali e che quindi non possa stabilire in modo oggettivo chi sia pericoloso e chi non lo sia. Il testo solleva interrogativi importanti che riguardano i diritti fondamentali delle persone con diagnosi psichiatrica.

Secondo quanto riferisce René Talbot, nel dibattito tedesco sarebbero infatti emerse proposte volte a consentire forme di registrazione presso le forze dell’ordine delle persone considerate affette da disturbi mentali e ritenute potenzialmente pericolose.

Si tratta di una prospettiva che richiama questioni estremamente delicate.

Chi decide che una persona è pericolosa? Sulla base di quali criteri?

Quali garanzie esistono per impedire che informazioni sanitarie altamente sensibili vengano utilizzate per finalità di controllo sociale? Quale tutela viene garantita alla privacy e alla dignità delle persone coinvolte?

Sono domande che riguardano non soltanto la Germania ma tutte le società democratiche.

La questione assume particolare rilevanza alla luce della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità (CRPD), ratificata sia dalla Germania sia dall’Italia, che afferma il diritto delle persone con disabilità all’uguaglianza davanti alla legge, alla libertà personale, alla protezione della vita privata e alla non discriminazione.

Da anni le organizzazioni che si occupano di diritti umani denunciano il rischio che la sovrapposizione automatica tra diagnosi psichiatrica e pericolosità sociale produca stigma, esclusione e limitazioni dei diritti civili.

La storia insegna che l’uso di registri, schedature e sistemi di sorveglianza rivolti a specifiche categorie di persone può facilmente trasformarsi in uno strumento di discriminazione.

La questione non riguarda soltanto la Germania.

Anche in Italia, negli ultimi mesi, sono emersi interrogativi sul rapporto tra dati sanitari, forze dell’ordine e tutela della privacy. Un’inchiesta pubblicata da Stefano Baudino su L’Indipendenteil 31 maggio 2026 ha documentato le testimonianze di centinaia di pazienti in trattamento con cannabis terapeutica che sarebbero stati convocati presso caserme dei Carabinieri in diverse città italiane per fornire informazioni sulla propria terapia, sulle prescrizioni ricevute, sui medici curanti e sulle modalità di approvvigionamento del farmaco.

Secondo quanto riportato nell’articolo, tra i convocati vi sarebbero persone affette da patologie gravi, anziani, giovani pazienti e perfino proprietari di animali sottoposti a trattamenti veterinari con cannabinoidi. Alcuni hanno riferito di essere stati interrogati sulle proprie cure e, in taluni casi, di aver ricevuto richieste di esibire email o messaggi privati.

La vicenda avrebbe origine da accertamenti sui canali di distribuzione della cannabis terapeutica. Tuttavia, il caso ha sollevato interrogativi che vanno oltre il profilo amministrativo o investigativo: come sono stati individuati i pazienti? Chi ha avuto accesso ai loro dati sanitari? Con quali autorizzazioni e con quali garanzie?

Si tratta di domande particolarmente rilevanti perché le informazioni relative alla salute appartengono alle categorie di dati maggiormente protette dalla normativa europea e nazionale sulla privacy. L’accesso a tali dati richiede infatti basi giuridiche precise, finalità determinate e adeguate garanzie per i cittadini.

Pur trattandosi di situazioni diverse, il dibattito tedesco e quello italiano sembrano convergere su una questione comune: il rischio che persone accomunate da una condizione sanitaria possano essere oggetto di forme di monitoraggio, controllo o schedatura che meritano un rigoroso scrutinio democratico.

Quando la salute diventa un elemento che giustifica l’intervento delle forze dell’ordine o la circolazione di dati sensibili tra istituzioni, la tutela dei diritti fondamentali deve essere particolarmente forte. Diversamente, il confine tra protezione, prevenzione e controllo sociale rischia di diventare sempre più sottile.

Per questo riteniamo importante seguire con attenzione quanto accade in Germania e, allo stesso tempo, riflettere su quanto sta emergendo anche nel nostro Paese.

Una questione appare centrale: nessuna misura che incida sulla libertà personale, sulla privacy o sull’accesso ai diritti può essere introdotta senza un rigoroso confronto pubblico, senza adeguate garanzie giuridiche e senza il pieno rispetto dei principi sanciti dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.

Diritti alla Follia continuerà a monitorare questo dibattito e a promuovere una riflessione pubblica sul rapporto tra salute mentale, diritti umani, privacy e intervento delle istituzioni.

Fonti

  • René Talbot, comunicazione inviata a Diritti alla Follia (2026).
  • Bundesverband Psychiatrie-Erfahrener (BPE) e Werner-Fuss-Center, “How an attack based on alleged danger is turned into an offensive”:
     https://www.zwangspsychiatrie.de/how-an-attack-based-on-alleged-danger-is-turned-into-an-offensive/
  • Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità (CRPD):
     https://www.un.org/development/desa/disabilities/convention-on-the-rights-of-persons-with-disabilities.html
  • Stefano Baudino, “In tutta Italia centinaia di malati che usano cannabis medica sono stati convocati in caserma”, L’Indipendente, 31 maggio 2026:
     https://www.lindipendente.online/2026/05/31/in-tutta-italia-centinaia-di-malati-che-usano-cannabis-medica-sono-stati-convocati-in-caserma/
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Quando il sistema decide chi debba essere creduto

Diritti alla Follia · 01/06/2026 · Lascia un commento

Di Carla Cannas

Amministrazione di sostegno, fragilità e zone d’ombra tra cronaca giudiziaria ed esperienza personale.

Negli ultimi mesi in Sardegna diversi casi legati all’amministrazione di sostegno sono finiti sulle pagine della cronaca giudiziaria, riportando l’attenzione su un istituto nato per tutelare le persone fragili ma che, in alcune situazioni, è diventato anche terreno di contestazioni, indagini e procedimenti per peculato.

A Carbonia, secondo quanto riportato da L’Unione Sarda il 13 maggio 2026, un’avvocata nominata amministratrice di sostegno è stata condannata in primo grado a due anni di reclusione con pena sospesa con l’accusa di aver sottratto oltre 21 mila euro a un anziano assistito.

In un altro caso emerso nel Sulcis Iglesiente e riportato sempre da L’Unione Sarda il 12 maggio 2026, un amministratore di sostegno è stato denunciato con l’accusa di aver sottratto circa 35 mila euro a un anziano assistito, utilizzandoli per spese personali.

Un ulteriore caso, noto anche come “caso Barabino”, riportato da La Nuova Sardegna il 5 maggio 2026, riguarda invece una ex amministratrice di sostegno del Nuorese coinvolta in procedimenti e condanne per peculato e autoriciclaggio. Secondo quanto emerso dalla stampa, avrebbe sottratto nel tempo somme di denaro appartenenti a più assistiti, utilizzando parte dei fondi anche per spese personali e beni non legati alle necessità delle persone affidate alla sua gestione.

Si tratta di vicende differenti tra loro, ma accomunate da un elemento centrale: il possibile uso improprio — o comunque contestato — di un ruolo pensato per la protezione di soggetti fragili.

Ho riportato questi casi anche perché, spesso, episodi di questo tipo vengono percepiti come lontani, casi isolati che riguardano altri territori o altre storie. La mia esperienza, invece, mi ha fatto capire quanto il tema della tutela delle persone fragili possa essere più vicino e diffuso di quanto sembri. Parlare di questi casi significa anche aprire uno spazio di consapevolezza: ciò che accade altrove può riguardare, in forme diverse, anche il nostro territorio e le nostre famiglie.

Quando si parla di amministrazione di sostegno e possibili abusi, però, una domanda resta inevitabilmente sullo sfondo: quanti casi esistono davvero?

Non esiste una statistica pubblica precisa sugli abusi legati all’amministrazione di sostegno, sulle appropriazioni indebite non emerse o sui controlli rivelatisi inefficaci. Quello che arriva alla cronaca è soltanto la parte visibile: denunce, procedimenti, sentenze. Tutto il resto rischia di restare invisibile finché non emerge qualcosa di irreparabile.

Esistono certamente situazioni in cui i controlli risultano insufficienti. I movimenti economici non sempre sono monitorabili in tempo reale o, in alcuni casi, non risultano monitorabili nemmeno dai familiari, perché progressivamente esclusi dalla gestione. Molte persone amministrate sono anziane, fragili o prive di una rete familiare forte, e il sistema appare spesso più reattivo che preventivo: interviene quando il danno si è già verificato, più che impedirlo in anticipo.

Ed è proprio dentro questa zona grigia che tante famiglie finiscono per sentirsi sole.

Per molto tempo ho evitato di raccontare pubblicamente alcuni aspetti della vicenda che ha coinvolto mia madre. Non perché mancassero le domande, ma perché quando certe storie entrano dentro casa tua smettono di essere semplici articoli di cronaca. Diventano vita reale.

Quando venne nominato il primo amministratore di sostegno per mia madre, la nostra famiglia non conosceva davvero in profondità questa legge 6/2004. Come tante persone, pensavamo si trattasse semplicemente di uno strumento di tutela. Ci fidammo.

Probabilmente pesarono la scarsa informazione, la fiducia riposta in alcune persone e la mancata conoscenza di ciò che veniva realmente rappresentato al giudice tutelare. Con il tempo iniziammo però a percepire che, nel nostro caso, l’amministrazione di sostegno stava producendo anche un progressivo allontanamento di parte della famiglia dalle decisioni riguardanti mia madre.

Con la successiva nomina di un’amministratrice esterna quella sensazione aumentò ulteriormente. Molte decisioni sembravano non passare più né dalla volontà di mia madre né dal confronto con chi la seguiva quotidianamente.

Eppure, nelle dichiarazioni rese durante le indagini, la stessa amministratrice descriveva il mio ruolo in termini molto diversi, parlando di collaborazione e di un rapporto non conflittuale.

Nel corso della vicenda sono state attribuite nei miei confronti anche alcune definizioni come “scontrosa” e “conflittuale”, mentre in altri passaggi la stessa amministratrice di sostegno descriveva invece una collaborazione concreta nella gestione quotidiana. L’unica etichetta ricorrente resta quella di “no vax”, che tuttavia non ha alcuna attinenza con la gestione reale della situazione.

La parola “andavamo d’accordo”, riletta oggi, mi appare persino eccessiva. In quel contesto cercavo soprattutto di mantenere un equilibrio per il bene di mia madre e per evitare che determinate tensioni peggiorassero ulteriormente la situazione. Perché quello che accadde negli ultimi mesi della sua vita, quando i rapporti con l’ADS si interruppero di fatto, temo sarebbe potuto accadere molto prima.

Io ero una delle figlie più presenti fisicamente accanto a mia madre. Mi occupavo concretamente della casa, della sua persona e delle necessità quotidiane, soprattutto durante le sostituzioni della badante convivente. Lavoro nell’assistenza e conosco bene cosa significhi seguire persone fragili, anziani e pazienti con patologie degenerative.

Negli ultimi due mesi di vita di mia madre il mio rapporto con l’amministratrice di sostegno si era di fatto interrotto e i contatti erano diventati estremamente limitati. Anche sul piano sanitario il mio coinvolgimento diretto con il medico non era più continuativo, in un sistema di comunicazioni che risultava filtrato attraverso altri soggetti.

Eppure, col tempo, la mia figura sembrò trasformarsi progressivamente in altro.

La narrazione attorno a me iniziò a ridursi a due etichette: “conflittuale” e “no vax”.

A un certo punto non sembrava più importante ciò che facevo concretamente per mia madre. Sembrava contare soprattutto l’immagine che altri stavano costruendo di me.

Ed è forse questo uno degli aspetti più difficili da spiegare: la sensazione che, quando denunci determinate anomalie, il problema rischi di diventare non ciò che segnali, ma la tua stessa credibilità. Come se una persona potesse essere ridotta a uno slogan.

La questione sanitaria resta ancora oggi quella che mi pesa di più.

L’8 marzo 2022 mia madre stava male. Esiste un verbale del 118. Eppure il ricovero non avvenne immediatamente. Un primo ricovero venne rifiutato.

Il giorno successivo un medico visitò mia madre a casa. C’erano tosse, malessere e sintomi evidenti. Ma non venne eseguito nemmeno un tampone, nonostante il periodo Covid.

Anche sulle comunicazioni con l’ospedale emersero versioni difficili da conciliare. Da una parte veniva esclusa l’esistenza di indicazioni volte a limitare le informazioni ai familiari. Dall’altra comparivano riferimenti a comunicazioni che avrebbero dovuto passare esclusivamente tramite l’ADS.

Una delle persone ascoltate durante le indagini dichiarò che io fossi presente prima del ricovero del marzo 2022  e che avrei cercato di oppormi al trasferimento di mia madre in ospedale. La stessa persona riferì anche di aver intimato a me e alla badante di indossare la mascherina. Eppure in altre ricostruzioni emergeva che io, in quei giorni, non fossi presente perché positiva al Covid.

Sono versioni difficili da conciliare.

Ed è proprio questo che continua a lasciarmi interrogativi profondi: non soltanto sui fatti, ma sul modo in cui certe ricostruzioni vengano considerate più credibili di altre.

Compresi che qualcosa si stava muovendo dietro le quinte quasi per caso. Un giorno, mentre facevo la spesa con mia figlia, incontrai una figura istituzionale coinvolta nella vicenda di mia madre. Tentò di stringermi la mano. Io non ricambiai il gesto. E quella persona mi disse, con un tono che percepii come provocatorio: “Glielo avevo detto che avevo ragione.”

Fu dopo quell’episodio che andai personalmente in tribunale e scoprii casualmente che esisteva già una richiesta di archiviazione.

Durante un interrogatorio, l’amministratrice spiegò di seguire numerosi casi contemporaneamente, alcuni in delega e altri con nomina diretta. E aggiunse che soltanto il nostro caso le aveva creato difficoltà.

Ma ascoltando quelle parole mi sono posta una domanda molto semplice: come può una sola persona seguire davvero così tante situazioni fragili contemporaneamente?

Perché qui non si parla di pratiche astratte. Si parla di anziani, malattie, ricoveri, solitudine e persone non autosufficienti. Chi lavora davvero nell’assistenza sa quanto sia difficile seguire bene anche un solo caso complesso.

In un altro passaggio venne chiesto all’ADS se avesse ricevuto segnalazioni da parte della badante riguardo alla situazione di mia madre. La risposta fu positiva. Ma negli atti consultati non ho trovato comunicazioni documentate che chiarissero in modo preciso modalità, tempi e contenuti di tali segnalazioni.

E allora nasce spontanea una domanda: quando si parla della gestione di una persona fragile, possono bastare comunicazioni verbali o informali?

All’inizio delle indagini venivano ipotizzate omissioni sanitarie e mancate decisioni urgenti riguardanti la salute di mia madre. Successivamente, però, le valutazioni cambiarono radicalmente e il contesto venne ricondotto soprattutto alla conflittualità familiare.

Ed è forse questo l’aspetto più destabilizzante di tutta la vicenda.

Gli stessi fatti, nel giro di poco tempo, sembravano assumere significati completamente diversi. Da possibili questioni sanitarie da approfondire a semplice conflitto familiare. Da dubbi concreti a risentimento personale.

E quando vivi tutto questo dall’interno, inizi inevitabilmente a chiederti se il problema siano davvero i fatti oppure chi il sistema decide di ritenere credibile.

C’è una frase che ancora oggi mi ferisce profondamente. Parlando degli ultimi momenti di vita di mia madre, una figura coinvolta nella vicenda utilizzò l’espressione: “È scoppiato un putiferio.”

Leggere quelle parole mi lasciò senza fiato.

Perché lì non si parlava di una lite qualsiasi. Si parlava degli ultimi momenti di vita di una madre. E quella ricostruzione, così com’è stata riportata, non corrisponde a ciò che io e la mia famiglia abbiamo vissuto.

Noi non abbiamo mai discusso davanti a lui.

Non ci fu alcuna scena.

E forse è proprio questo che continua a ferirmi di più: la sensazione che anche il dolore più estremo sia stato ridotto a una formula superficiale, quasi fastidiosa. Come se gli ultimi istanti di vita di una madre potessero essere archiviati dentro una frase pronunciata con leggerezza.

Io e mia sorella Serenella ci portiamo ancora dentro il dolore di non essere riuscite a proteggere nostra madre come avremmo voluto. Negli ultimi mesi della sua vita abbiamo vissuto situazioni che, umanamente, ci sono sembrate sempre più pesanti, fredde e difficili da comprendere.

Per molto tempo ho avuto anche la sensazione che attorno a me si stesse costruendo una narrazione precisa, quasi come se dovessi diventare io la causa di ciò che era accaduto.

Due tamponi negativi, eseguiti in quei giorni, restano per me un elemento impossibile da dimenticare. Non soltanto sul piano sanitario, ma anche umano. Perché mi hanno evitato di convivere per tutta la vita con il peso di un’accusa implicita che ho sentito gravare addosso.

Ma mia madre non era un fascicolo.

Non era una pratica da gestire.

Non era un problema amministrativo.

Era una persona.

E quello che so è che attorno alla sua fragilità si è mosso un sistema che, nel mio caso — e non solo — troppo spesso, invece di semplificare ha complicato, invece di ascoltare ha etichettato, invece di unire ha diviso.

Io non so se avrò mai tutte le risposte che cerco.

Non so se riuscirò mai a comprendere fino in fondo tutto ciò che è accaduto negli ultimi anni della sua vita.

Ma voglio ancora credere che la giustizia, prima o poi, sappia guardare oltre le etichette, oltre le versioni costruite e oltre i ruoli.

Perché dietro ogni fascicolo esiste una vita vera.

E a un certo punto, la persona reale sparisce.

Resta soltanto la gestione del caso.

E nessuna madre dovrebbe mai diventare semplicemente un caso.

Dietro questa storia c’era una madre.

La nostra madre.

Mia e di mia sorella Serenella.

Questo articolo è per Lei. 

Vola alto, mamma.

Dove nessuna firma, nessun ruolo e nessuna etichetta potranno più farti del male.

E per tutte quelle persone che rischiano di diventare soltanto pratiche amministrative, invece che vite da proteggere.

N.B. Per approfondire il tema dell’amministrazione di sostegno, della tutela delle persone fragili e delle criticità emerse in diversi casi italiani:

LE PROPOSTE DI RIFORMA

Dossier su casi, storie e testimonianze destinato a organismi nazionali e internazionali per i diritti umani:

Richiesta di collaborazione – Dossier su casi, storie e testimonianze. Trasmissione a organismi nazionali e internazionali per i diritti umani

Perché dietro ogni pratica amministrativa esiste una persona reale, una famiglia e una storia che meritano ascolto, rispetto e tutela.

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Alcune riflessioni sulla ricerca “Il TSO nella città di Torino (2015-2024)” di Carolina Di Luciano e Michele Miravalle

Diritti alla Follia · 19/05/2026 · Lascia un commento

Di Cristina Paderi

Tra i momenti più importanti dell’VIII Congresso “Diritti alla Follia”, svoltosi a Collegno a fine marzo, c’è stato sicuramente il panel dedicato al Trattamento Sanitario Obbligatorio dopo le recenti pronunce della Corte costituzionale. Gli interventi di Michele Miravalle e Luigi Gariglio, dell’Osservatorio TSO della Città di Torino, hanno avuto il merito di riportare la discussione su un terreno troppo spesso evitato: quello della realtà concreta del TSO, oltre le formule giuridiche e le retoriche rassicuranti.

Da anni il dibattito pubblico continua a descrivere il TSO come uno strumento eccezionale, residuale, utilizzato solo in casi limite e circondato da solide garanzie. La ricerca presentata al Congresso racconta invece qualcosa di molto diverso. Analizzando quasi dieci anni di provvedimenti nella città di Torino (oltre duemila fascicoli e più di millecinquecento persone coinvolte) emerge con chiarezza che il TSO non rappresenta affatto una misura straordinaria, ma un dispositivo ormai pienamente strutturale nel funzionamento quotidiano della salute mentale italiana.

Non colpiscono soltanto i numeri, pur significativi. Colpisce soprattutto il modo in cui il sistema opera concretamente. La quasi totalità delle richieste viene convalidata automaticamente dalle autorità competenti, attraverso procedure spesso standardizzate e seriali, prive di una reale valutazione individualizzata. È difficile non vedere qui proprio quei nodi che la Corte costituzionale ha recentemente iniziato a mettere in discussione: l’assenza di un effettivo contraddittorio, la debolezza delle garanzie difensive, la trasformazione della convalida in un passaggio sostanzialmente burocratico.

Per anni, chi come noi denunciava questi aspetti veniva accusato di estremismo o di ideologismo. Oggi, invece, quelle stesse questioni entrano nel cuore del dibattito costituzionale e mostrano tutta la fragilità di un sistema che continua a limitare la libertà personale attraverso meccanismi scarsamente controllabili dalle persone che li subiscono.

La relazione di Miravalle ha però mostrato anche un altro elemento fondamentale, spesso rimosso nel racconto pubblico del TSO: il fatto che non si tratti semplicemente di un atto sanitario. Il TSO si produce dentro una rete di poteri che coinvolge servizi psichiatrici, amministrazioni comunali, giudici tutelari, forze dell’ordine. È dentro questo intreccio istituzionale che viene amministrato il confine tra cura e coercizione.

E quando si osservano i dati longitudinali, cioè il ripetersi dei TSO sulle stesse persone nel corso degli anni, il quadro diventa ancora più problematico. Una quota significativa delle persone coinvolte subisce infatti ricoveri coatti ripetuti, con percorsi segnati da reiterazioni, proroghe e cicli continui di coercizione. Formalmente si tratta di episodi distinti; materialmente, molto spesso, siamo davanti a vere e proprie traiettorie di istituzionalizzazione intermittente, che finiscono per accompagnare stabilmente la vita delle persone.

È forse questo uno dei punti più importanti emersi dal Congresso di Collegno. Il TSO non può più essere letto soltanto come risposta emergenziale a una crisi individuale. Sempre più chiaramente appare come uno strumento attraverso cui il sistema tenta di governare ciò che non riesce, o non vuole, sostenere diversamente.

Quando mancano casa, reddito, relazioni, supporti territoriali reali e possibilità concrete di autodeterminazione, la coercizione tende inevitabilmente ad espandersi. In questo senso, il TSO non riguarda soltanto la psichiatria. Riguarda il modello sociale complessivo che decide quali vite siano considerate sostenibili dentro la comunità e quali invece debbano essere continuamente amministrate, sorvegliate o contenute.

La ricerca torinese ha avuto il merito di sottrarsi sia alle semplificazioni securitarie sia alle autoassoluzioni istituzionali. Non nega la complessità delle situazioni, ma mostra con chiarezza che la coercizione psichiatrica non può essere ridotta a una mera necessità tecnica o clinica. Dietro il TSO agiscono sempre scelte politiche, culturali e sociali che riguardano il rapporto tra libertà, rischio, controllo e marginalità.

Ed è proprio questo che il Congresso “Diritti alla Follia” ha cercato di mettere al centro: la distanza ancora enorme tra i principi proclamati (consenso, autodeterminazione, diritti umani) e il funzionamento reale delle istituzioni psichiatriche.

Una distanza che non potrà essere colmata attraverso semplici correzioni procedurali o ritocchi normativi, ma solo aprendo finalmente una discussione pubblica radicale sul rapporto tra psichiatria, diritto e libertà personale.

Miravalle – Di Luciano_TSO città di Torino 2015-2024-1Download
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Gabriella e Fabio: quando la legge entra nelle vite delle persone e non le lascia più.

Diritti alla Follia · 11/05/2026 · Lascia un commento

Due arresti, una stessa frattura.

Di Carla Cannas

La vicenda giudiziaria che ha coinvolto Gabriella Cassano e Fabio Degli Angeli nasce intorno alla storia di Marta Garofalo Spagnolo, una giovane donna inserita per anni in un percorso di amministrazione di sostegno, ricoveri psichiatrici e permanenza in strutture protette da cui tentò più volte di allontanarsi.

Secondo l’accusa, Gabriella e Fabio avrebbero approfittato della sua fragilità inducendola ad allontanarsi dal sistema di tutela predisposto per lei. Per questo sono stati condannati in via definitiva per sequestro di persona, circonvenzione di incapace, abbandono e sottrazione di incapace.

Secondo loro, invece, e secondo chi negli anni è rimasto loro vicino, avevano cercato di aiutare Marta a riconquistare libertà e autodeterminazione.

Nel 2022 Marta Garofalo Spagnolo è morta dopo avere assunto una massiccia dose di psicofarmaci all’interno della struttura in cui si trovava.

È dentro questa storia, dolorosa e complessa, che si colloca tutto ciò che oggi resta nelle vite di Gabriella, Fabio e di chi è rimasto accanto a loro.

Negli ultimi mesi ho potuto percepire da vicino il peso devastante che questa vicenda ha avuto sulle vite di Gabriella Cassano e Fabio Degli Angeli, entrambi iscritti all’Associazione Diritti alla Follia come me.

Gabriella Cassano, avvocata, e Fabio Degli Angeli non sono soltanto nomi dentro un procedimento giudiziario. Sono persone. Persone con relazioni, famiglie, responsabilità, fragilità, paure. Persone che ho ascoltato crollare lentamente sotto il peso di qualcosa più grande di loro.

Ho ascoltato la disperazione attraversare un filo telefonico per mesi. L’ ho sentita nelle pause improvvise, nelle parole trattenute, nei giorni e nelle notti che scorrevano nell’attesa di una notizia diversa, una possibilità, un segnale che lasciasse ancora spazio alla speranza, perché anche quando una condanna esiste, la speranza ostinatamente resiste.

Si continua a sperare che qualcosa cambi.

Che qualcuno si fermi davvero ad ascoltare.

Che una vita non venga travolta definitivamente.

E forse proprio perché ho vissuto sulla pelle di mia madre gli effetti della Legge 6/2004 sull’amministrazione di sostegno, conoscevo già quel senso di impotenza che nasce quando una persona entra dentro certi meccanismi istituzionali e non riesce più a uscirne davvero.

Per questo non riuscivo a guardare questa storia da lontano.

Non era una vicenda astratta.

Non era soltanto un fascicolo giudiziario.

Era qualcosa che conoscevo intimamente, perché certi passaggi li avevo già visti, respirati, sofferti.

Sapevo cosa significa cercare ascolto e trovare muri.

Sapevo cosa significa tentare di spiegare che dietro certe etichette esistono persone, volontà, dolore, vite intere.

E sapevo anche quanto, in certi percorsi, chi prova ad aiutare finisca a sua volta travolto.

Prima è arrivato l’arresto di Gabriella Cassano, il 18 ottobre 2025.

Poi, mesi dopo, anche quello di Fabio Degli Angeli, divenuto esecutivo il 6 maggio 2026.

Non sono stati due episodi separati.

Sono stati due colpi dentro la stessa ferita.  

Lo stesso nodo si stringeva nel tempo, fino a diventare carcere.

E intorno a quel nodo si stringevano anche le vite rimaste fuori.

Perché quando una persona viene privata della libertà, non si ferma mai soltanto la sua vita.

Si incrinano anche le vite che le stanno accanto.

Le case cambiano silenzio.

Le famiglie restano sospese.

Chi resta fuori continua a vivere, ma con addosso un peso che non riesce più a togliersi.

«Cercavi giustizia ma trovasti la legge», cantava Francesco De Gregori.

Ed è difficile non sentire tutta la distanza che può esistere, a volte, tra ciò che è legale e ciò che viene percepito come giusto.

In un articolo pubblicato su Informare un’h, di cui consiglio la lettura, Simona Lancioni ha ripreso proprio questa riflessione, dedicandola alla vicenda di Gabriella e Fabio.

Già nel comunicato diffuso dall’Associazione Diritti alla Follia nel marzo 2025 — “Giustizia tradita: lo Stato punisce chi difende la libertà e protegge un sistema criminale” — veniva denunciato il rischio che la tutela potesse trasformarsi in repressione e che l’aiuto verso una persona vulnerabile potesse diventare motivo di condanna.

Oggi, dopo l’arresto anche di Fabio, quelle parole sembrano avere assunto un peso ancora più concreto.

Ci sono momenti che non si dimenticano più.

Telefonate che restano dentro la memoria come fotografie.

Ricordo la voce di Fabio.

La sua preoccupazione costante per Gabriella, già in carcere.

In ogni telefonata tornava sempre lì: alla necessità di trovare ad ogni costo un modo per tirarla fuori il più velocemente possibile, prima che fosse troppo tardi.

C’era una corsa contro il tempo che sembrava consumargli il respiro.

Quasi il bisogno di riuscire a proteggerla almeno con la forza del pensiero, prima che arrivasse altro.

Eppure, anche nella disperazione, il loro pensiero continuava sempre a tornare a Marta Garofalo Spagnolo.

Mai un pentimento per averle dato ascolto.

Mai le parole di chi pensa di avere fatto del male.

Semmai il dolore profondo di chi continua a credere di non essere riuscito a salvarla.

Ed è forse questo uno degli aspetti più devastanti di tutta questa vicenda: vedere persone consumarsi dentro il peso di ciò che è accaduto, continuando però a portare dentro di sé soprattutto il dolore per Marta.

Poi è arrivata quell’ultima telefonata.

«Carla, stanno arrestando anche me in questo momento.»

Nelle tante telefonate, compresa l’ultima, quasi sempre nel sottofondo sentivo la voce della madre che lo chiamava. La mia sensazione era quella di una donna terrorizzata dall’idea di perderlo.

Non c’era soltanto paura.

C’era il caos emotivo di chi, fino a un attimo prima, stava ancora cercando una soluzione, una strada, qualcosa che potesse impedire che tutto precipitasse definitivamente.

Ma quell’“altro” è arrivato come una bomba.

Il carcere anche per Fabio.

E in quell’istante si è spezzato qualcosa che andava oltre la vicenda giudiziaria.

Perché da quel momento non c’era più soltanto il dolore per Gabriella detenuta, ma anche la consapevolezza che il vortice stava inghiottendo pure lui.

Sono momenti che restano addosso.

Perché in quell’istante capisci che la legge non sta più attraversando un fascicolo: sta entrando dentro le vite delle persone, dentro le case, dentro gli affetti, dentro la quotidianità.

E quando accade, lascia ferite che non finiscono con una sentenza.

Questa vicenda continua a porre una domanda che non si riesce a evitare: cosa accade quando ciò che è legale produce effetti che non riconosciamo più come giusti?

Non si tratta di teoria.

Si tratta di vite.

Di conseguenze che si stratificano nel tempo.

Di famiglie travolte.

Di persone che restano sole.

Di un sistema che, mentre applica la legge, continua a lasciare dietro di sé domande senza risposta.

Non possiamo inoltre ignorare la morte di Marta Garofalo Spagnolo, inserita dentro un sistema di protezione giuridica previsto dalla Legge 6/2004 sull’amministrazione di sostegno, che in alcuni casi può incidere profondamente sulla libertà personale di chi vi è sottoposto.

Per chi, come me, conosce da vicino le conseguenze dell’amministrazione di sostegno, tutto questo non è soltanto un dibattito giuridico o politico.  È qualcosa che entra nella carne delle persone.

Per questo conosco il senso di disperazione di chi prova a chiedere ascolto e si sente invisibile.

Conosco la sensazione di trovarsi davanti a meccanismi che sembrano più forti della volontà, e davanti a chi ostenta potere persino di fronte alla sofferenza e all’umanità delle persone coinvolte. Ed è anche per questo che la richiesta di grazia presentata in data 21 marzo 2025 da Gabriella e Fabio, e sostenuta da tante persone, rappresentava molto più di un semplice atto giuridico.

Rappresentava la speranza che qualcuno si fermasse finalmente a guardare queste vite nella loro interezza.

Ma il rigetto di quella richiesta ha lasciato un vuoto difficile da spiegare.

Per noi questa vicenda non riguarda soltanto arresti o condanne.

Riguarda Gabriella Cassano.

Fabio Degli Angeli.

Marta Garofalo Spagnolo.

Riguarda esistenze che si intrecciano. Famiglie che soffrono.

Relazioni travolte da conseguenze che continuano ad allargarsi nel tempo.

Come Associazione Diritti alla Follia continuiamo a esprimere la nostra vicinanza a Gabriella Cassano e Fabio Degli Angeli, oggi detenuti presso la Casa Circondariale di Lecce.

Continuiamo a farlo attraverso la parola, la testimonianza e la memoria pubblica di ciò che accade.

Gridiamo ancora una volta la loro innocenza e rifiutiamo che questa vicenda venga ridotta a una narrazione semplificata o distante dalla realtà umana delle persone coinvolte.

Come ricordato nel comunicato dell’Associazione:

“Gli alti valori – di cui si parla ogni giorno senza viverli mai – della fratellanza e dell’umana solidarietà hanno loro imposto di non restare indifferenti a tale richiesta di aiuto.”

Ed è proprio in questi valori che continuiamo a riconoscere il senso delle loro azioni.

Oggi più che mai, la nostra presenza vuole essere questo: una forma concreta di vicinanza, che non cancella la sofferenza ma rifiuta l’indifferenza.

Perché nessuno dovrebbe sentirsi solo quando la libertà viene messa in discussione.                                                                                                               

Resta ciò che nessun atto giudiziario riuscirà mai davvero a contenere.                                                                              

Resta il prima e il dopo nelle vite delle persone.

Resta il telefono che non suona più.

Resta una casa che cambia silenzio.

Resta chi continua a fare i conti con l’assenza mentre il mondo fuori prosegue come se nulla fosse.

A chi decide, a chi osserva, alle istituzioni e alla politica, resta una responsabilità enorme: comprendere che dietro ogni decisione esistono conseguenze irreversibili per le persone coinvolte. E a chi guarda da fuori chiediamo una cosa semplice: non abituarsi.

Non abituarsi a queste storie.

Non abituarsi all’idea che le persone possano diventare rumore di fondo.

Non abituarsi alla distanza che a volte si crea tra la parola “giustizia” e il dolore reale delle vite attraversate dalla legge.

Perché il punto non è soltanto ciò che è stato deciso.

Il punto è ciò che resta.

E ciò che resta, troppo spesso, è tutto quello che non entra in una sentenza.

In fondo, dentro tutta questa vicenda, io continuo a coltivare una speranza semplice.

Che Gabriella e Fabio riescano a restare uniti anche attraversando tutto questo dolore.

Che riescano a non perdere quella parte umana che li ha portati, nel bene o nel male, a non voltarsi dall’altra parte davanti alla sofferenza di Marta.

Perché è così che li ho conosciuti: attraverso una storia difficile, arrivata nella mia vita mentre anch’io cercavo di sopravvivere al dolore legato alla vicenda di mia madre. Ed è forse anche per questo che questa vicenda non è mai riuscita a sembrarmi distante.

E poi c’è Marta.

Marta Garofalo Spagnolo.

Che al di là delle sentenze, delle interpretazioni e delle contrapposizioni, resta una giovane donna morta dentro un sistema che avrebbe dovuto proteggerla.

Mi auguro che il suo nome continui a essere ricordato.

Non come un caso.

Non come un fascicolo.

Ma come una vita che continua a interrogare le coscienze di tutti noi.

Per chi volesse comprendere davvero questa vicenda, andando oltre i nomi e i singoli episodi, esistono già materiali che ne ricostruiscono il percorso nel tempo, le posizioni e le diverse letture che si sono intrecciate lungo il cammino.

Tra questi:

– il comunicato stampa “Giustizia tradita” pubblicato da Diritti alla Follia:

COMUNICATO STAMPA DELL’ASSOCIAZIONE ‘DIRITTI ALLA FOLLIA’: Giustizia tradita: Lo Stato punisce chi difende la libertà e protegge un sistema criminale

– l’approfondimento pubblicato su Informare un’h di Simona Lancioni:

Cari Gabriella e Fabio, cercavate giustizia, ma avete trovato la legge

– l’archivio degli articoli e degli approfondimenti dedicati al caso su Diritti alla Follia: https://dirittiallafollia.it/2025/10/29/quando-lidealismo-porta-dritto-in-galera/

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“Avevate torto”: una lettera sul TSO rimasta inedita

Diritti alla Follia · 28/04/2026 · Lascia un commento

Introduzione
  La lettera che segue, inviata a “Quotidiano Sanità” e non pubblicata, interviene su un tema di grande rilievo: le garanzie dei diritti delle persone sottoposte a TSO e il ruolo delle istituzioni e della psichiatria.
  In assenza di pubblicazione sulla testata, l’Associazione “Diritti alla Follia” sceglie di renderla pubblica attraverso il proprio blog, affinché possa contribuire al dibattito.

Gentile Direttore,
il 19 luglio del 2017, su queste stesse pagine, (https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/gli-psichiatri-ecco-perch-siamo-contro-la-riforma-del-tso/), la Società Italiana di Psichiatria – nelle persone del presidente Bernardo Carpiniello, del past president Enrico Mencacci e del segretario Enrico Zanalda – “insorgevano” contro una proposta di riforma del TSO (allora promossa da Radicali Italiani, oggi portata avanti dall’Associazione “Diritti alla Follia”) mirante a stabilire maggiori garanzie procedurali (ivi compresa l’assistenza legale) per il soggetto attinto da trattamento sanitario obbligatorio.
Si scriveva tra l’altro: “Dov’è allora il vulnus, dov’è il diritto negato che si vuol tutelare? Siamo sicuri che non ci siano altri interessi in gioco nel promuovere una nuova normativa che richiederebbe un’ennesima azione legale “ordinaria”, con tanto di avvocato? Siamo sicuri che proporre un ricorso mediante un legale migliorerebbe la situazione, senza introdurre un ulteriore ostacolo all’esercizio dei propri diritti, visto che avere una tutela legale costa, e che lo stesso il gratuito patrocinio richiede precise condizioni che non sono fruibili da tutti?”.
Oggi, a distanza di anni, il quadro è cambiato. Nel disinteresse del parlamento, è in atto un’opera di “legalizzazione” del TSO, precisamente nella direzione indicata dalla proposta di legge, da parte della Corte Costituzionale:
1) Per un verso, la sentenza del 2025 n. 76 – ne ha dato conto il “Quotidiano sanità” – introduce l’obbligo di notifica all’interessato del provvedimento del Sindaco e del decreto del giudice tutelare, stabilendo altresì a carico di quest’ultimo l’obbligo di audizione del degente prima dell’emanazione del decreto di convalida;
2) Per altro verso, è fissata al 6 luglio 2026 un’udienza in cui la Consulta dovrà pronunciarsi su un’ordinanza del 29 dicembre del 2025 con cui il tribunale di Firenze rimette la questione di costituzionalità con riguardo alla mancata previsione dell’assistenza legale a beneficio del “ricoverato”.
La SIP, cioè, “aveva torto”.
Torto nel non rilevare quanto la procedura di TSO – oltre ogni sacralizzazione della “180” – presentasse macroscopiche mortificazioni delle garanzie a beneficio del soggetto attinto dalla procedura.
Torto nel non cogliere l’occasione per “liberare” lo stesso lavoro degli psichiatri pubblici da una responsabilità coercitiva in sé estranea alla professione medica.
Torto nel non allinearsi – come hanno poi fatto la Corte di Cassazione e la Corte Costituzionale – ai documenti di grandi istituzioni internazionali che indicavano all’Italia la via della riforma necessaria, da Comitato di Prevenzione della tortura operante in seno al Consiglio d’Europa, al Comitato Onu introdotto dalla Convenzione per i Diritti delle Persone con Disabilità, cui con grande lentezza e fatica il nostro sistema giuridico si sta adeguando.
Oggi sottoponiamo alla SIP e a tutti gli uomini “di nuova volontà” la ricchezza del dibattito su questi temi emerso durante l’VIII Congresso “Diritti alla Follia”, svoltosi a Collegno il 28 e 29 marzo 2026, i cui lavori sono disponibili on line.
Lo straordinario intervento di Enrico Tresca – psichiatra e psicoterapeuta in servizio all’ASL Caserta dal 2000, direttore di struttura complessa dal 2021 presso l’unità operativa salute mentale di Piedimonte Matese e da ottobre 2025 destinato alla UOSM di Santa Maria Capua Vetere – ha portato al centro della discussione una contraddizione che non può più essere elusa. Da un lato, un tentativo concreto di coraggiosi psichiatri di orientare i servizi ai principi della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (CRPD): deistituzionalizzazione, vita nella comunità, supporto alle decisioni, riconoscimento della piena capacità giuridica. Dall’altro, una reazione sociale e istituzionale che torna, nella stessa logica autoritaria che nel 2017 l’intervento dei vertici della SIP esibiva, a invocare controllo, sicurezza, protezione.
In quello che abbiamo chiamato “caso Caserta”, una petizione “di cittadini” denuncia criticità reali – mancanza di personale, disservizi, difficoltà nella presa in carico – ma le utilizza per costruire una narrazione in cui la presenza stessa delle persone nei territori diventa problema, rischio, minaccia. La risposta implicita non è più rafforzare i diritti e i supporti, ma rimettere in discussione la libertà, condannando alla segregazione ed alla coercizione i “malati”.
“Per il loro bene”.
Questa formula attraversa tutta la vicenda. Ed è la stessa che storicamente ha legittimato l’istituzionalizzazione, l’incapacitazione, la sostituzione delle persone nelle decisioni che riguardano la loro vita.
Il punto, allora, non è solo organizzativo o clinico. È politico.
Chi decide sulla vita di individui che non sono accusati di alcun reato ma la cui unica responsabilità è quella della “malattia”?
Le istituzioni, in nome della sicurezza? I professionisti, in nome della cura?
O non piuttosto le persone stesse, con i supporti necessari e dovuti in un contesto di solidarietà, come oggi indicato da un quadro normativo sempre più nitido?
L’intervento del dott. Tresca – che alleghiamo per suggerirne la pubblicazione – è cruciale perché non si limita a denunciare la pressione esterna. Mostra anche quanto l’ipocrita “per il tuo bene” attraversi i servizi stessi: nei ritardi culturali, nella paura della responsabilità in rapporto alla “posizione di garanzia” (su cui la proposta, frettolosamente “archiviata” dalla SIP, chiariva e chiarisce come non sia possibile processare uno psichiatra in rapporto a “mancate coercizioni”), nella pigrizia di routine burocratiche incompatibili con il rispetto della dignità degli individui. Nella difficoltà, in ultima analisi, di sostenere davvero, collettivamente, individualmente e professionalmente, il “rischio della libertà”.
Su di esso chiediamo alla “psichiatria organizzata” di prendere posizione, di schierarsi, e di farlo – questa volta – dalla parte giusta.
Vorremmo, tra altri dieci anni, potere dire insieme a loro “avevamo ragione”, piuttosto che tornare a segnalare loro “avevate torto”.
In allegato: – intervento di Enrico Tresca al Congresso Associazione Diritti alla Follia
Cordiali saluti,

Michele Capano, Cristina Paderi

per Associazione Diritti alla Follia

Enrico Tresca Per il tuo beneDownload
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