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Diritti alla follia

Associazione impegnata sul fronte della tutela e della promozione dei diritti fondamentali delle persone in ambito psichiatrico e giuridico.

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diritti alla follia

Diritti alla Follia a Parma e a Vallo della Lucania: due convegni, un impegno comune per i diritti e la libertĆ  personale

Diritti alla Follia · 13/10/2026 · Lascia un commento

Il 15 e 16 ottobre 2026 la nostra associazione sarĆ  presente a due appuntamenti di confronto su temi centrali per la tutela dei diritti: il superamento della contenzione e le garanzie giuridiche nei procedimenti di Trattamento sanitario obbligatorio (TSO).

Diritti alla Follia parteciperĆ  a due convegni che si svolgeranno contemporaneamente in cittĆ  diverse e affronteranno, da prospettive differenti, questioni strettamente legate alla libertĆ  personale, alla dignitĆ  e ai diritti delle persone.

A Parma sarĆ  presente una nostra associata, Silvia Michelazzo, mentre a Vallo della Lucania interverrĆ  l’avvocato Giuseppe Alterio. Entrambi fanno parte della Giunta di Diritti alla Follia.

Parma: «Diritti, pratiche ed etica del No Restraint»

Il 15 e 16 ottobre, presso il Palazzo del Governatore di Parma, si terrĆ  il convegno Ā«Diritti, pratiche ed etica del No Restraint. PerchĆ© il No Restraint rischia di scomparire? Quali paure?Ā», organizzato dal DAI-SMDP dell’AUSL di Parma, in collaborazione con il Club SPDC No Restraint e il Comune di Parma.

L’iniziativa propone un confronto multidisciplinare sul tema della contenzione meccanica e farmacologica nei contesti psichiatrici, interrogandosi sulle ragioni per cui queste pratiche continuano a essere utilizzate, nonostante i rischi per le persone e le criticitĆ  etiche, cliniche e giuridiche che comportano.

Il programma prevede approfondimenti sugli aspetti normativi e costituzionali, etico-deontologici e legali, la presentazione di esperienze, l’analisi dei dati sulle contenzioni e uno spazio dedicato alle esperienze delle persone sottoposte a contenzione e degli operatori.

Il 16 ottobre alle ore 15:30, Silvia Michelazzo rappresenterĆ  Diritti alla Follia nella tavola rotonda dedicata alle associazioni, insieme a diverse realtĆ  nazionali.

 

Vallo della Lucania: «Il procedimento di TSO dopo la Consulta»

Nelle stesse date, presso l’Aula Sofia del Tribunale di Vallo della Lucania, si svolgerĆ  il convegno Ā«Il procedimento di TSO dopo la Consulta. Quale contraddittorio con la difesa tecnica obbligatoria?Ā», promosso dall’Ordine degli Avvocati di Vallo della Lucania, dalla Camera Penale Ā«G. LombardiĀ» e dall’AIGA – Associazione Italiana Giovani Avvocati.

L’iniziativa ĆØ dedicata alle questioni giuridiche poste dal Trattamento sanitario obbligatorio dopo l’intervento della Corte costituzionale, con particolare attenzione alla procedura di convalida, al contraddittorio e alle garanzie di difesa.

Il programma ĆØ articolato in due sessioni.

La prima, giovedƬ 15 ottobre alle ore 15:30, sarĆ  dedicata a Ā«La procedura giurisdizionale di convalida del TSOĀ». Dopo gli indirizzi di saluto e l’inaugurazione della sessione, interverranno rappresentanti della magistratura, dell’avvocatura e della procura.

In questa sessione ĆØ previsto l’intervento dell’avvocato Giuseppe Alterio, per l’associazione Diritti alla Follia, che porterĆ  il contributo della nostra realtĆ  associativa al confronto sulle garanzie giuridiche nei procedimenti di TSO.

La seconda sessione, venerdƬ 16 ottobre alle ore 15:00, affronterĆ  Ā«I presupposti delle limitazioni alla libertĆ  con TSOĀ», con interventi di professionisti provenienti dall’ambito giuridico, medico-legale e sanitario, oltre che delle istituzioni locali.

La presenza contemporanea di Diritti alla Follia a Parma e a Vallo della Lucania testimonia l’importanza di intervenire nei diversi luoghi in cui si discutono le pratiche, le norme e le garanzie che incidono sulla libertĆ  delle persone.

Per Diritti alla Follia, la tutela dei diritti non può fermarsi alle dichiarazioni di principio. Richiede regole effettive, possibilità di difesa, ascolto della persona e strumenti capaci di contrastare gli abusi e le limitazioni ingiustificate della libertà.

Per questo riteniamo importante partecipare ai momenti di confronto pubblico, portando la prospettiva dell’associazione e contribuendo alla discussione sulle trasformazioni necessarie per garantire il rispetto dei diritti umani.

La libertĆ  personale e l’autodeterminazione non sono concessioni: sono diritti che devono essere riconosciuti e tutelati, anche quando si mettono in discussione pratiche consolidate e assetti istituzionali.

Qui di seguito le locandine con i programmi completi

Locandina Convegno No Restraint Parma15-16 ottDownload
Locandina TSO dopo Consulta Vallo della Lucania 15-16 ottobreDownload

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Il Diritto Fragile: il 10 ottobre presentiamo pubblicamente il nostro Dossier:

Diritti alla Follia · 04/10/2026 · Lascia un commento

ā€œITALIA, 2026: Psichiatria, Tribunali e limitazioni della libertĆ , dell’autodeterminazione e dei diritti della personaā€

Il 10 ottobre 2026, Giornata mondiale della salute mentale, Diritti alla Follia presenterĆ  pubblicamente Il Diritto Fragile, il Dossier che raccoglie una parte delle testimonianze e delle esperienze arrivate all’Associazione nel corso della propria attivitĆ  e le mette in relazione con il quadro dei diritti e delle garanzie che dovrebbero tutelare le persone sottoposte a forme di coercizione o di limitazione della libertĆ . SarĆ  una presentazione pubblica, ma non una celebrazione.

Il Dossier nasce infatti da una domanda molto semplice: che cosa accade quando, accanto alla narrazione istituzionale e professionale della psichiatria, vengono ascoltate le persone che quelle pratiche le hanno vissute direttamente?

Le loro parole raccontano esperienze diverse: TSO, ricoveri psichiatrici, contenzione, trattamenti farmacologici non consensuali, misure di sicurezza, strutture residenziali, amministrazione di sostegno, procedimenti giudiziari e percorsi nei quali la possibilitĆ  di decidere, dissentire, uscire da una struttura o riappropriarsi della propria vita ĆØ stata vissuta come fortemente limitata. Non sono tutte storie uguali e non vengono presentate come tali.

Il Dossier non pretende di trasformare le testimonianze individuali in statistiche, né di stabilire automaticamente che ogni vicenda raccontata costituisca una violazione di legge o dei diritti umani. Le testimonianze sono esperienze personali, raccolte e presentate come tali. La scelta di presentare il Dossier il 10 ottobre non è casuale.

Per il 2026 l’Organizzazione mondiale della sanitĆ  ha scelto come tema della Giornata mondiale della salute mentale ā€œLived experiences heard: real voices, real changeā€, sottolineando il valore delle esperienze vissute e la necessitĆ  che le persone direttamente interessate non siano semplicemente chiamate a raccontare le proprie storie, ma possano contribuire concretamente alle decisioni che riguardano la loro vita, i servizi e le politiche. Ed ĆØ proprio qui che incontriamo anche la retorica della Giornata mondiale della salute mentale.

PerchĆ© ascoltare le persone, celebrare le loro ā€œvociā€ e parlare di partecipazione ha senso soltanto se quelle voci possono realmente mettere in discussione ciò che esiste e contribuire a cambiarlo. Altrimenti il rischio ĆØ che l’esperienza vissuta venga trasformata in una testimonianza da ascoltare per un giorno, mentre le decisioni continuano a essere prese altrove e da altri. ƈ proprio da questa contraddizione che vogliamo partire.

Ascoltare una testimonianza non significa soltanto darle uno spazio. Significa chiedersi che cosa quella testimonianza mette in discussione, quali meccanismi rende visibili, quali diritti chiama in causa e quali domande pone alle istituzioni, ai professionisti, alla societĆ  e alle stesse persone che lavorano nei servizi.

Il nostro Dossier prova a fare questo: non parlare delle persone senza le persone, ma partire dalle loro esperienze per interrogare il sistema nel quale quelle esperienze si sono prodotte.

Nel dibattito pubblico sulla psichiatria, molto spesso la voce delle persone direttamente interessate rimane sullo sfondo. Si parla di diagnosi, trattamenti, servizi, protocolli, sicurezza, presa in carico. Si parla di ciò che dovrebbe essere fatto per una persona. Più raramente ci si ferma a chiedere che cosa abbia significato per quella persona vivere un TSO, essere contenuta, ricevere un trattamento contro la propria volontĆ , essere sottoposta a una misura di sicurezza, entrare in una struttura dalla quale non era possibile allontanarsi liberamente o vedere altri decidere al proprio posto. Il Dossier prova a spostare il punto di osservazione. Non per sostituire una narrazione con un’altra narrazione dominante, ma per aggiungere alla discussione ciò che troppo spesso manca: le esperienze di chi quelle decisioni le ha subite o vissute direttamente. ƈ una forma di contro-informazione, nel senso di mettere a disposizione informazioni, testimonianze e questioni che normalmente faticano a trovare spazio nel racconto pubblico.

Il Dossier non si limita però alla raccolta delle storie. Le testimonianze sono accompagnate da un’analisi delle questioni giuridiche e dei diritti fondamentali che entrano in gioco: libertĆ  personale, autodeterminazione, consenso, capacitĆ  giuridica, garanzie giudiziarie, diritto all’informazione, possibilitĆ  di contestare una misura, condizioni di privazione della libertĆ  e divieto di trattamenti inumani o degradanti.

Il lavoro mette in relazione queste questioni con la Costituzione italiana, la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilitĆ , gli standard internazionali in materia di diritti umani e quelli elaborati dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura (CPT).

Da questo percorso nasce anche la parte dedicata alle proposte di riforma elaborate da Diritti alla Follia, riguardanti il TSO, l’amministrazione di sostegno e le misure di sicurezza per le persone non imputabili.

Il Dossier è stato trasmesso, prima della sua presentazione pubblica, a diversi organismi istituzionali nazionali e internazionali affinché le esperienze raccolte possano essere conosciute anche da chi ha responsabilità di monitoraggio, tutela e promozione dei diritti.

Il webinar del 10 ottobre

La presentazione pubblica si svolgerĆ  sabato 10 ottobre con un webinar della durata di circa un’ora e mezza. L’incontro sarĆ  registrato e trasmesso in differita alle ore 20.30 sulla nostra pagina Facebook. SarĆ  dedicato alla presentazione del Dossier, alle ragioni che hanno portato alla sua realizzazione e soprattutto alle testimonianze e alle questioni che emergono dalla loro lettura.

La presentazione del 10 ottobre non sarĆ  un punto di arrivo. Il Dossier vuole essere uno strumento per aprire ulteriori occasioni di confronto, online e in presenza, con persone direttamente interessate, professionisti, associazioni, ricercatori e istituzioni.

Occorre metterle in relazione con le norme, con le pratiche, con le responsabilitĆ  e con le domande che pongono. E soprattutto occorre evitare che le esperienze vissute rimangano confinate alla dimensione della storia personale.

ƈ in questo spazio che vogliamo collocare il Dossier Il Diritto Fragile: non come una celebrazione, ma come uno strumento per ascoltare, documentare, interrogare e aprire un confronto.

Il Dossier

IL DIRITTO FRAGILE
 
Italia, 2026: Psichiatria, Tribunali e limitazioni della libertĆ , dell’autodeterminazione e dei diritti della persona

Dossier a cura dell’Associazione Diritti alla Follia

In allegato:

IL_DIRITTO_FRAGILE_Dossier_2026Download

English Version

FRAGILE RIGHTS Dossier_2026_ENDownload
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Il lupo non ha più il pelo nero: le favole degli adulti nel bosco dei diritti

Diritti alla Follia · 31/08/2026 · Lascia un commento

Cambiano le parole, cambiano i nomi, ma se la realtĆ  non cambia, il bosco rimane lo stesso.

Di Carla Cannas, con la collaborazione di Maria D’Oronzo

C’era una volta.

ƈ cosƬ che iniziano molte delle favole che abbiamo ascoltato da bambini.

C’era una volta Cappuccetto Rosso, una bambina che attraversava il bosco e incontrava il Lupo.

C’era una volta Pinocchio, che voleva diventare grande e che, proprio perchĆ© inesperto e fiducioso, finiva nelle mani del Gatto e della Volpe.

C’era una volta Alice, che cadeva nella tana del Bianconiglio e si ritrovava in un mondo nel quale le regole sembravano cambiare continuamente e persino le parole potevano assumere significati diversi.

E poi c’era l’Orco cattivo, insaziabile, quello che rappresentava il male senza bisogno di troppe spiegazioni.

Ma forse questa ĆØ un’altra favola.

O forse no.

Perché il bosco, in fondo, è sempre lo stesso.

Da bambini imparavamo a riconoscere il pericolo. Il Lupo aveva il pelo nero, il Gatto e la Volpe erano personaggi dai quali diffidare, l’Orco aveva un volto preciso.

Da adulti scopriamo che non è così semplice.

Il Lupo può non avere più il pelo nero.

Può avere una qualifica, un incarico, una scrivania, una struttura. Può parlare di cura, assistenza, protezione, tutela, inclusione e diritti.

Ed ĆØ proprio qui che le favole smettono di essere soltanto favole.

PerchƩ il pericolo non sempre si presenta con il volto che ci hanno insegnato a riconoscere.

E una persona fragile non ĆØ soltanto qualcuno da proteggere: ĆØ una persona che deve essere ascoltata, rispettata e coinvolta nelle decisioni che riguardano la propria vita.

Questa riflessione nasce anche da una storia personale.

Chi scrive ha conosciuto, attraverso la storia della propria madre, quanto possa essere doloroso e complesso attraversare un sistema nel quale entrano in gioco fragilitĆ , tutela, servizi, professionisti, istituzioni e decisioni capaci di incidere profondamente sulla vita di una persona.

Ma questo articolo non nasce soltanto da quella esperienza.

Nasce da anni di ascolto, confronto e ricerca della sottoscritta insieme a Maria D’Oronzo, psicologa. Nasce dalle testimonianze di persone e famiglie, dal confronto con associazioni e professionisti e da storie diverse che, pur provenendo da territori differenti, raccontano talvolta difficoltĆ  sorprendentemente simili.

Parole che ritornano:

ascolto difficile, solitudine, impotenza, burocrazia, famiglie stanche, affetti messi da parte, decisioni prese da altri.

Non tutte queste testimonianze hanno lo stesso valore sul piano dei fatti e non tutte possono diventare automaticamente veritĆ  giudiziarie.

Ma non tutte possono essere ignorate.

Quando persone che non si conoscono raccontano esperienze che presentano interrogativi simili, forse vale la pena fermarsi.

Non per emettere sentenze.

Non per accusare un intero sistema.

Ma per fare domande.

Chi protegge davvero una persona fragile?

Chi controlla chi ha il compito di proteggerla?

Chi ascolta quella persona quando la sua voce rischia di perdersi dentro una procedura, una struttura o una decisione presa da altri?

E ancora: quanto può essere grande la distanza tra un diritto scritto e un diritto realmente vissuto?

Sono domande che ci riportano alle favole.

Pensiamo a Pinocchio.

Pinocchio è fragile, inesperto, curioso. Vuole conoscere il mondo, diventare grande, essere libero. Ma proprio perché non conosce ancora la strada, può essere facilmente ingannato.

Poi arrivano il Gatto e la Volpe.

Non si presentano come nemici. Si presentano come quelli che sanno, quelli che conoscono la strada, quelli che hanno una soluzione.

Pinocchio si fida.

Ed ĆØ qui che la favola incontra l’amministrazione di sostegno.

L’amministratore di sostegno nasce come strumento di supporto per una persona che può avere bisogno di aiuto nel provvedere ai propri interessi. Ma supportare non dovrebbe significare sostituire la persona, nĆ© trasformare la protezione in un potere incontrollato sulle sue scelte e sulla sua vita.

Il problema, dunque, non è soltanto chiedersi se un amministratore possa diventare il Gatto o la Volpe. È interrogarsi su cosa accade quando un potere nato per sostenere finisce per comprimere la libertà di scelta, quando la persona viene progressivamente sostituita e quando i controlli non sono abbastanza forti.

ƈ una delle ragioni per cui Diritti alla Follia sostiene da anni la necessitĆ  di riformare l’amministrazione di sostegno per renderla maggiormente coerente con i diritti sanciti dalla Convenzione ONU e per contrastare limitazioni e coercizioni che possono incidere profondamente sulla vita delle persone.

La cronaca giudiziaria dimostra che il problema dei controlli non ĆØ soltanto teorico.

Nel 2025 la Cassazione ha confermato, dichiarando inammissibile il ricorso, la condanna per peculato di un’amministratrice di sostegno accusata di avere sottratto somme appartenenti a diversi assistiti e utilizzato per profitto personale anche un immobile di una persona assistita, gestito come bed and breakfast.

A Ravenna, inoltre, la Guardia di Finanza ha sequestrato beni, risorse finanziarie e un immobile per un valore di 54 mila euro riconducibili a un amministratore di sostegno indagato per peculato e autoriciclaggio. Secondo gli accertamenti, l’amministratore si sarebbe appropriato di circa 130 mila euro, utilizzandoli per spese personali e investimenti, tra cui viaggi, automobili, motocicli e ristoranti.

Sono vicende diverse e le responsabilitĆ  devono essere accertate nei rispettivi procedimenti. Ma pongono una domanda comune:

quanto deve essere forte il sistema dei controlli quando chi dovrebbe essere protetto ha meno possibilità di controllare autonomamente ciò che accade?

La tutela non può basarsi soltanto sulla fiducia.

Il controllo non è il contrario della tutela. È parte della tutela.

Poi c’ĆØ Alice.

Alice cade nella tana del Bianconiglio e finisce nel Paese delle Meraviglie: un mondo nel quale le regole sembrano cambiare continuamente e ciò che prima appariva normale improvvisamente non lo è più.

Alice cerca di capire.

Chiede.

Osserva.

Mette in discussione ciò che le viene detto.

È forse questa la parte più attuale della sua favola.

Perché una persona con disabilità o in una condizione di fragilità, insieme alla propria famiglia, può entrare in un sistema nel quale diventa difficile capire chi decide, secondo quali regole, quali siano le possibilità concrete di scelta e, soprattutto, dove sia finita la voce della persona.

Valutazioni, autorizzazioni, udienze, relazioni, servizi, professionisti, moduli e comunicazioni.

Tutto può essere formalmente corretto sulla carta e, nello stesso tempo, lontano dalla realtà vissuta.

Un fascicolo può essere completo.

Una procedura può essere rispettata.

Una relazione può essere perfetta.

Ma nessuna carta può sostituire la voce di chi quella vita la vive.

Quando il fascicolo diventa più importante della persona, il sistema rischia di proteggere la procedura invece di proteggere chi dovrebbe essere al centro della procedura.

Alice, allora, pone una domanda semplicissima:

Chi mi sta ascoltando?

Nel frattempo il linguaggio ĆØ cambiato.

Si parla di diritti, partecipazione, inclusione, autodeterminazione e progetto di vita.

Il decreto legislativo 62 del 2024 ha introdotto il progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato, che deve tenere conto anche dei desideri, delle aspettative e delle scelte della persona.

ƈ un cambiamento importante.

Ma cambiare le parole significa automaticamente cambiare la vita?

Una persona non vive dentro una definizione.

Vive nelle cure che riceve, nell’ascolto che trova, nella possibilitĆ  concreta di scegliere e di essere protagonista della propria esistenza.

E qui entrano anche le risorse.

Una recente analisi pubblicata da Informare un’H, a firma di Pierluigi Frassineti, vicepresidente di FIDA (Coordinamento Italiano Diritti Autismo), ha evidenziato criticitĆ  relative alle risorse destinate alla riforma della disabilitĆ , segnalando un taglio di 45,8 milioni di euro. Sono valutazioni che vanno naturalmente confrontate con gli atti ufficiali, ma la domanda resta concreta: come si trasformano i diritti in realtĆ  se mancano personale, servizi e risorse?

Perché un diritto può essere scritto molto bene.

Ma se per ottenerlo occorrono anni, ricorsi, avvocati e famiglie capaci di sostenere una battaglia, il rischio è che proprio le persone più fragili rimangano indietro.

E c’ĆØ un’altra domanda che non possiamo evitare: dove finiscono le risorse?

PerchƩ parlare di diritti significa parlare anche di soldi.

Non in senso cinico.

In senso molto concreto.

PerchƩ ogni scelta di bilancio racconta quale idea di societƠ abbiamo deciso di costruire.

E su questo punto la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilitĆ  ĆØ molto chiara. Il Comitato ONU sui diritti delle persone con disabilitĆ , nelle osservazioni rivolte all’Italia nel 2016, aveva espresso preoccupazione per la permanenza di forme di istituzionalizzazione e per le disuguaglianze nella disponibilitĆ  e nel finanziamento dei servizi territoriali e di assistenza domiciliare. Il Comitato ha raccomandato all’Italia di non destinare risorse del bilancio nazionale alle istituzioni e di riallocarle verso i servizi basati sulla comunitĆ , assicurando inoltre che i servizi sociali territoriali e i servizi di assistenza domiciliare siano disponibili in tutte le aree del Paese.

Questa indicazione si colloca nel quadro dell’articolo 19 della Convenzione ONU, che riconosce il diritto delle persone con disabilitĆ  a vivere nella comunitĆ , con la stessa libertĆ  di scelta delle altre persone.

Non ĆØ una semplice questione contabile.

ƈ una questione di diritti.

PerchĆ© se una parte significativa delle risorse viene concentrata nelle strutture, mentre l’assistenza personale, i servizi domiciliari, i servizi territoriali e le alternative alla residenzialitĆ  rimangono insufficienti, la libertĆ  di scelta rischia di diventare soltanto teorica.

La domanda, allora, non ĆØ soltanto:

quanto spendiamo per le persone fragili?

Dovremmo chiederci anche:

per che cosa spendiamo?

Per costruire luoghi nei quali le persone devono andare a vivere?

Oppure per creare le condizioni perchƩ possano continuare a vivere nella propria comunitƠ, nella propria casa, mantenendo relazioni, affetti, abitudini e possibilitƠ di scelta?

La differenza non ĆØ soltanto economica.

ƈ la differenza tra assistere una persona e metterla nelle condizioni di vivere la propria vita.

E qui il concetto di deistituzionalizzazione assume il suo significato più profondo.

Non significa semplicemente chiudere una struttura.

Significa costruire alternative concrete.

Significa servizi territoriali, assistenza personale, sostegno domiciliare, abitare supportato, sostegno alle famiglie e possibilitĆ  reali di scegliere dove e come vivere.

Significa spostare il baricentro.

Dalla struttura alla persona.

Dal posto letto alla vita.

Dalla risposta standardizzata al sostegno individualizzato.

Dalla dipendenza dal servizio alla possibilitĆ  concreta di scegliere.

PerchĆ© non basta liberare una persona dalle mura di un’istituzione se poi non le vengono garantiti i sostegni necessari per vivere davvero nella comunitĆ .

Altrimenti rischiamo semplicemente di cambiare il nome del bosco.

E di raccontarci che il Lupo non c’ĆØ più.

Quando, invece, abbiamo soltanto cambiato la forma della sua tana.

E poi arriva Cappuccetto Rosso.

ƈ vulnerabile.

Attraversa un bosco che non conosce.

Incontra il Lupo.

La favola ci insegna a riconoscere il pericolo.

La vita adulta aggiunge una lezione più inquietante:

il pericolo non ĆØ sempre riconoscibile.

Può arrivare attraverso un incarico, una qualifica, una struttura, un servizio, un documento, una parola rassicurante.

Cura.

Protezione.

Assistenza.

Tutela.

La cronaca degli ultimi mesi lo ricorda.

Nel Casertano un’indagine ha coinvolto cinque strutture socio-sanitarie, assistenziali, educative e riabilitative. Secondo l’accusa, sarebbero stati commessi maltrattamenti nei confronti di minori con problemi psichici, adulti e anziani con disabilitĆ , con contestazioni che comprendono anche la somministrazione di farmaci senza prescrizione e una violenza sessuale ai danni di una donna con problemi psichici. L’indagine ha portato a cinque misure cautelari e alla chiusura di quattro delle cinque strutture coinvolte.

Un’altra vicenda, questa volta in Sicilia, ĆØ emersa a Modica. Un’indagine della Procura di Ragusa su un centro diurno ANFFAS ha portato alla chiusura della struttura, a due arresti domiciliari, a cinque misure interdittive e a tredici persone complessivamente indagate per presunti maltrattamenti ed esercizio abusivo della professione infermieristica. Secondo la Procura, due indagati avrebbero posto direttamente in essere le condotte violente, mentre agli altri viene contestato di non essere intervenuti o di non aver denunciato quanto accadeva. ƈ contestata inoltre la somministrazione di farmaci da parte di personale non abilitato, in assenza di infermieri.

Su questa vicenda si ĆØ espressa anche Simona Lancioni, responsabile del Centro Informare un’h, che ha analizzato le posizioni assunte da ANFFAS, FISH e dall’AutoritĆ  Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilitĆ , evidenziando il rischio di una normalizzazione dell’istituzionalizzazione e richiamando la necessitĆ  di promuovere la deistituzionalizzazione e servizi basati sulla comunitĆ . ƈ una sua analisi, che va distinta dai fatti oggetto dell’indagine giudiziaria.

I casi che abbiamo raccontato sono soltanto alcuni esempi. Avremmo potuto aggiungerne molti altri, perché le storie, le segnalazioni e le esperienze che arrivano sono numerose e il tema è molto più vasto di quanto queste poche vicende possano rappresentare.

Abbiamo scelto di non trasformare questo articolo in un elenco di casi. Diritti alla Follia continua a raccogliere testimonianze, approfondire, fare domande e proporre cambiamenti.

Chi condivide queste battaglie può sostenerci e iscriversi alla nostra associazione. Più siamo, più possiamo dare voce alle persone, difendere i diritti e lavorare perché ciò che oggi sembra inevitabile possa finalmente cambiare.

E proprio qui ĆØ necessario essere chiari.

Noi siamo per la deistituzionalizzazione.

Ma deistituzionalizzare non significa semplicemente chiudere una struttura e lasciare sole le persone che oggi vi vivono o le famiglie che non hanno alternative.

Significa costruire le alternative.

Significa servizi territoriali, assistenza personale, sostegni alla famiglia, abitare supportato, inclusione nella comunitĆ  e possibilitĆ  reali di scegliere dove e come vivere.

Perché il problema non è soltanto ciò che può accadere dentro una struttura.

Il problema comincia anche prima, quando una persona entra in un sistema nel quale la residenzialitĆ  diventa l’unica risposta concretamente disponibile.

È in quel momento che la scelta rischia di non essere più una scelta.

Da una parte una persona che ha bisogno di assistenza.

Dall’altra una famiglia esausta.

In mezzo, servizi insufficienti, liste d’attesa, burocrazia e costi.

E alla fine arriva la struttura.

Non necessariamente perchƩ sia stata scelta.

A volte perchĆ© non c’ĆØ altro.

La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilitĆ , all’articolo 19, riconosce il diritto a vivere nella comunitĆ  con la stessa libertĆ  di scelta delle altre persone e a non essere obbligati a vivere in una particolare sistemazione.

La domanda, allora, non ĆØ soltanto dove mettere una persona fragile.

È come permetterle di vivere la propria vita nel modo più libero, dignitoso e partecipato possibile.

E questo vale anche quando il livello di sostegno necessario ĆØ molto alto.

Perché la deistituzionalizzazione non può diventare una parola vuota.

Deve significare che la comunitĆ  si organizza per accogliere anche chi ha bisogno di molto sostegno, invece di trasformare il bisogno di assistenza nella ragione per allontanare una persona dalla propria vita, dalle proprie relazioni e dalla propria libertĆ .

ƈ qui che Pinocchio, Alice e Cappuccetto Rosso si incontrano.

Pinocchio ci ricorda che chi riceve la fiducia di una persona deve essere responsabile del potere che quella fiducia comporta.

Alice ci ricorda che nessun sistema dovrebbe diventare cosƬ complicato da rendere invisibile la persona che dovrebbe servire.

Cappuccetto Rosso ci ricorda che il pericolo non sempre si presenta con il volto che immaginiamo.

Le favole degli adulti aggiungono però una lezione che quelle dei bambini non potevano ancora insegnarci: non basta aspettare che arrivi qualcuno a salvarci.

Bisogna costruire sistemi capaci di prevenire, controllare, ascoltare e intervenire prima che il danno sia

compiuto.

La vera protezione non ĆØ quella che arriva dopo l’incubo.

ƈ quella che costruisce le condizioni perchĆ© l’incubo abbia meno possibilitĆ  di cominciare.

Ed ĆØ anche per questo che Diritti alla Follia va oltre le singole vicende e prova a interrogare le regole, i poteri e gli istituti che possono incidere sulla vita delle persone. L’associazione si occupa della tutela e della promozione dei diritti fondamentali in ambito psichiatrico e giuridico e porta avanti proposte di riforma, tra cui quella dell’amministrazione di sostegno.

La realtĆ  va molto oltre questo articolo.

Per questo invitiamo chi ci legge a seguirci sul sito di Diritti alla Follia, sui nostri canali YouTube e Facebooke nella diretta settimanale Il Diritto Fragile, dove continuiamo a parlare di diritti, salute mentale, disabilitĆ , amministrazione di sostegno, istituzioni e vita reale.

Ogni mese, inoltre, la nostra rassegna stampa, con la collaborazione di Laura Ressa – Frasi Volanti e dell’Assemblea dei Pazienti Psichiatrici, prova a leggere ciò che accade oltre il rumore della cronaca.

PerchƩ questo articolo non vuole essere una conclusione.

Vuole essere una domanda.

Forse i nostri antenati avevano visto lungo quando hanno cominciato a raccontare le favole.

Come ben cantava Lucio Dalla, ā€œAttenti al lupoā€.

Perché il bosco, nelle favole, non è soltanto un luogo incantato.

ƈ la vita nel suo essere complicata, imprevedibile, a volte crudele.

È il luogo nel quale il più forte può mangiare il più debole.

Ma quel bosco dovrebbe rappresentare anche la salvezza.

C’era una volta Cappuccetto Rosso.

C’era una volta Pinocchio.

C’era una volta Alice nel Paese delle Meraviglie.

C’era il bosco.

C’era il Lupo.

C’erano il Gatto e la Volpe.

E c’era l’Orco cattivo, insaziabile.

Ma forse questa ĆØ un’altra favola.

O forse no.

Perché il bosco è sempre lo stesso.

Cambiano le parole.

Cambiano i nomi.

Cambiano i volti.

Il Lupo, forse, non ha più il pelo nero.

E allora non basta più imparare a riconoscerlo.

Dobbiamo costruire un bosco nel quale, qualunque volto abbia il pericolo, esistano occhi capaci di vederlo, strumenti capaci di fermarlo e persone capaci di ascoltare chi chiede aiuto.

Un bosco nel quale la tutela non tolga libertĆ , la cura non cancelli la volontĆ , l’assistenza non diventi possesso, nessuno sia costretto all’istituzionalizzazione per mancanza di alternative e i diritti non rimangano scritti soltanto sulla carta.

PerchĆ© alla fine, dietro ogni fascicolo, ogni firma, ogni patrimonio, ogni servizio, ogni posto letto e ogni decisione, non c’ĆØ un caso da amministrare.

C’ĆØ una persona.

E la sua vita non appartiene a chi la protegge.

Appartiene a chi la vive.

Questa, forse, ĆØ la morale della favola.

Non che dobbiamo avere paura del Lupo.

Ma che dobbiamo costruire un bosco nel quale nessuno debba averne paura.

E forse ĆØ proprio questa la favola che dobbiamo ancora imparare a raccontare.

Fonti essenziali

Normativa e documenti istituzionali

Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilitĆ , in particolare articolo 19.

Comitato ONU sui diritti delle persone con disabilitĆ , General Comment n. 5 (2017) sulla vita indipendente e l’inclusione nella comunitĆ .

Comitato ONU sui diritti delle persone con disabilitĆ , Concludingobservations on the initial report of Italy, CRPD/C/ITA/CO/1, 6 ottobre 2016, paragrafi 47-48, articolo 19.

Decreto legislativo 3 maggio 2024, n. 62, sul progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato.

Cronaca e vicende giudiziarie

LexCED, Peculato amministratore di sostegno: la Cassazione, 11 settembre 2025

ANSA – ā€œSoldi sottratti ad una persona fragile, sequestrati 54 mila euroā€, 6 agosto 2026.

ANSA – ā€œDisabili maltrattati all’interno di cinque strutture riabilitativeā€, 21 luglio 2026.

ANSA – ā€œDisabili maltrattati, chiuso centro Anffas di Modica, 2 arresti e 13 indagatiā€, 4 agosto 2026.

Analisi e approfondimenti

Pierluigi Frassineti – ā€œDei diritti e delle pene della disabilitĆ ā€, Informare un’H, 17 agosto 2026.

Simona Lancioni – ā€œCaso ANFFAS di Modicaā€, considerazioni sulle posizioni assunte da ANFFAS, FISH e AutoritĆ  Garante nazionale sulla disabilitĆ , Informare un’H, 16 agosto 2026.

Simona Lancioni – ā€œVideosorveglianza nelle strutture per persone disabili? Sarebbe una forma di vittimizzazione secondariaā€, Informare un’H, 28 luglio 2026.

Sara Bonanno, ā€œCaso ANFFAS di Modica, il bisogno di assistenza non ĆØ una condannaā€, Informare un’H, 22 agosto 2026.

Risorse. News – ā€œIl linguaggio cambia la societĆ : la Costituzione aggiorna le parole e guarda a una nuova cultura della disabilitĆ ā€, 30 giugno 2026.

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Germania: persone psichiatrizzate e registrazione presso la polizia. Un dibattito che riguarda tutti.

Diritti alla Follia · 07/06/2026 · Lascia un commento

Di Cristina Paderi

Dalla Germania all’Italia, il tema ĆØ lo stesso: fino a che punto dati sanitari e diagnosi possono entrare nei circuiti del controllo e della sicurezza senza compromettere diritti fondamentali, privacy e dignitĆ  delle persone?

Nei giorni scorsi RenƩ Talbot, attivista impegnato a livello internazionale sui diritti delle persone sottoposte a trattamenti psichiatrici, ha inviato a Diritti alla Follia una segnalazione riguardante un dibattito in corso in Germania che merita attenzione anche nel nostro Paese.

La segnalazione rimanda a un documento pubblicato dall’Associazione Federale dei Sopravvissuti alla Psichiatria (Bundesverband Psychiatrie-Erfahrener) e dal Werner-Fuss-Center, dal titolo “How an attack based on alleged danger is turned into an offensive” (“Come un attacco fondato sulla presunta pericolositĆ  viene trasformato in un’offensiva”).

Il testo prende spunto da due gravi episodi di cronaca avvenuti in Germania: l’accoltellamento alla stazione centrale di Amburgo nel maggio 2025 e un omicidio avvenuto a Lipsia nel maggio 2026. In entrambi i casi gli autori evidenziano che le persone coinvolte erano state recentemente dimesse da strutture psichiatriche.

Da questi episodi il documento sviluppa una critica radicale alla psichiatria contemporanea, sostenendo che essa non disponga di strumenti scientificamente affidabili per prevedere i comportamenti individuali e che quindi non possa stabilire in modo oggettivo chi sia pericoloso e chi non lo sia. Il testo solleva interrogativi importanti che riguardano i diritti fondamentali delle persone con diagnosi psichiatrica.

Secondo quanto riferisce RenĆ© Talbot, nel dibattito tedesco sarebbero infatti emerse proposte volte a consentire forme di registrazione presso le forze dell’ordine delle persone considerate affette da disturbi mentali e ritenute potenzialmente pericolose.

Si tratta di una prospettiva che richiama questioni estremamente delicate.

Chi decide che una persona ĆØ pericolosa? Sulla base di quali criteri?

Quali garanzie esistono per impedire che informazioni sanitarie altamente sensibili vengano utilizzate per finalitĆ  di controllo sociale? Quale tutela viene garantita alla privacy e alla dignitĆ  delle persone coinvolte?

Sono domande che riguardano non soltanto la Germania ma tutte le societĆ  democratiche.

La questione assume particolare rilevanza alla luce della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con DisabilitĆ  (CRPD), ratificata sia dalla Germania sia dall’Italia, che afferma il diritto delle persone con disabilitĆ  all’uguaglianza davanti alla legge, alla libertĆ  personale, alla protezione della vita privata e alla non discriminazione.

Da anni le organizzazioni che si occupano di diritti umani denunciano il rischio che la sovrapposizione automatica tra diagnosi psichiatrica e pericolositĆ  sociale produca stigma, esclusione e limitazioni dei diritti civili.

La storia insegna che l’uso di registri, schedature e sistemi di sorveglianza rivolti a specifiche categorie di persone può facilmente trasformarsi in uno strumento di discriminazione.

La questione non riguarda soltanto la Germania.

Anche in Italia, negli ultimi mesi, sono emersi interrogativi sul rapporto tra dati sanitari, forze dell’ordine e tutela della privacy. Un’inchiesta pubblicata da Stefano Baudino su L’Indipendenteil 31 maggio 2026 ha documentato le testimonianze di centinaia di pazienti in trattamento con cannabis terapeutica che sarebbero stati convocati presso caserme dei Carabinieri in diverse cittĆ  italiane per fornire informazioni sulla propria terapia, sulle prescrizioni ricevute, sui medici curanti e sulle modalitĆ  di approvvigionamento del farmaco.

Secondo quanto riportato nell’articolo, tra i convocati vi sarebbero persone affette da patologie gravi, anziani, giovani pazienti e perfino proprietari di animali sottoposti a trattamenti veterinari con cannabinoidi. Alcuni hanno riferito di essere stati interrogati sulle proprie cure e, in taluni casi, di aver ricevuto richieste di esibire email o messaggi privati.

La vicenda avrebbe origine da accertamenti sui canali di distribuzione della cannabis terapeutica. Tuttavia, il caso ha sollevato interrogativi che vanno oltre il profilo amministrativo o investigativo: come sono stati individuati i pazienti? Chi ha avuto accesso ai loro dati sanitari? Con quali autorizzazioni e con quali garanzie?

Si tratta di domande particolarmente rilevanti perchĆ© le informazioni relative alla salute appartengono alle categorie di dati maggiormente protette dalla normativa europea e nazionale sulla privacy. L’accesso a tali dati richiede infatti basi giuridiche precise, finalitĆ  determinate e adeguate garanzie per i cittadini.

Pur trattandosi di situazioni diverse, il dibattito tedesco e quello italiano sembrano convergere su una questione comune: il rischio che persone accomunate da una condizione sanitaria possano essere oggetto di forme di monitoraggio, controllo o schedatura che meritano un rigoroso scrutinio democratico.

Quando la salute diventa un elemento che giustifica l’intervento delle forze dell’ordine o la circolazione di dati sensibili tra istituzioni, la tutela dei diritti fondamentali deve essere particolarmente forte. Diversamente, il confine tra protezione, prevenzione e controllo sociale rischia di diventare sempre più sottile.

Per questo riteniamo importante seguire con attenzione quanto accade in Germania e, allo stesso tempo, riflettere su quanto sta emergendo anche nel nostro Paese.

Una questione appare centrale: nessuna misura che incida sulla libertĆ  personale, sulla privacy o sull’accesso ai diritti può essere introdotta senza un rigoroso confronto pubblico, senza adeguate garanzie giuridiche e senza il pieno rispetto dei principi sanciti dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con DisabilitĆ .

Diritti alla Follia continuerĆ  a monitorare questo dibattito e a promuovere una riflessione pubblica sul rapporto tra salute mentale, diritti umani, privacy e intervento delle istituzioni.

Fonti

  • RenĆ© Talbot, comunicazione inviata a Diritti alla Follia (2026).
  • Bundesverband Psychiatrie-Erfahrener (BPE) e Werner-Fuss-Center, “How an attack based on alleged danger is turned into an offensive”:
    Ā https://www.zwangspsychiatrie.de/how-an-attack-based-on-alleged-danger-is-turned-into-an-offensive/
  • Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con DisabilitĆ  (CRPD):
    Ā https://www.un.org/development/desa/disabilities/convention-on-the-rights-of-persons-with-disabilities.html
  • Stefano Baudino, “In tutta Italia centinaia di malati che usano cannabis medica sono stati convocati in caserma”, L’Indipendente, 31 maggio 2026:
    Ā https://www.lindipendente.online/2026/05/31/in-tutta-italia-centinaia-di-malati-che-usano-cannabis-medica-sono-stati-convocati-in-caserma/
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Quando il sistema decide chi debba essere creduto

Diritti alla Follia · 01/06/2026 · Lascia un commento

Di Carla Cannas

Amministrazione di sostegno, fragilitĆ  e zone d’ombra tra cronaca giudiziaria ed esperienza personale.

Negli ultimi mesi in Sardegna diversi casi legati all’amministrazione di sostegno sono finiti sulle pagine della cronaca giudiziaria, riportando l’attenzione su un istituto nato per tutelare le persone fragili ma che, in alcune situazioni, ĆØ diventato anche terreno di contestazioni, indagini e procedimenti per peculato.

A Carbonia, secondo quanto riportato da L’Unione Sarda il 13 maggio 2026, un’avvocata nominata amministratrice di sostegno ĆØ stata condannata in primo grado a due anni di reclusione con pena sospesa con l’accusa di aver sottratto oltre 21 mila euro a un anziano assistito.

In un altro caso emerso nel Sulcis Iglesiente e riportato sempre da L’Unione Sarda il 12 maggio 2026, un amministratore di sostegno ĆØ stato denunciato con l’accusa di aver sottratto circa 35 mila euro a un anziano assistito, utilizzandoli per spese personali.

Un ulteriore caso, noto anche come ā€œcaso Barabinoā€, riportato da La Nuova Sardegna il 5 maggio 2026, riguarda invece una ex amministratrice di sostegno del Nuorese coinvolta in procedimenti e condanne per peculato e autoriciclaggio. Secondo quanto emerso dalla stampa, avrebbe sottratto nel tempo somme di denaro appartenenti a più assistiti, utilizzando parte dei fondi anche per spese personali e beni non legati alle necessitĆ  delle persone affidate alla sua gestione.

Si tratta di vicende differenti tra loro, ma accomunate da un elemento centrale: il possibile uso improprio — o comunque contestato — di un ruolo pensato per la protezione di soggetti fragili.

Ho riportato questi casi anche perché, spesso, episodi di questo tipo vengono percepiti come lontani, casi isolati che riguardano altri territori o altre storie. La mia esperienza, invece, mi ha fatto capire quanto il tema della tutela delle persone fragili possa essere più vicino e diffuso di quanto sembri. Parlare di questi casi significa anche aprire uno spazio di consapevolezza: ciò che accade altrove può riguardare, in forme diverse, anche il nostro territorio e le nostre famiglie.

Quando si parla di amministrazione di sostegno e possibili abusi, però, una domanda resta inevitabilmente sullo sfondo: quanti casi esistono davvero?

Non esiste una statistica pubblica precisa sugli abusi legati all’amministrazione di sostegno, sulle appropriazioni indebite non emerse o sui controlli rivelatisi inefficaci. Quello che arriva alla cronaca ĆØ soltanto la parte visibile: denunce, procedimenti, sentenze. Tutto il resto rischia di restare invisibile finchĆ© non emerge qualcosa di irreparabile.

Esistono certamente situazioni in cui i controlli risultano insufficienti. I movimenti economici non sempre sono monitorabili in tempo reale o, in alcuni casi, non risultano monitorabili nemmeno dai familiari, perché progressivamente esclusi dalla gestione. Molte persone amministrate sono anziane, fragili o prive di una rete familiare forte, e il sistema appare spesso più reattivo che preventivo: interviene quando il danno si è già verificato, più che impedirlo in anticipo.

Ed ĆØ proprio dentro questa zona grigia che tante famiglie finiscono per sentirsi sole.

Per molto tempo ho evitato di raccontare pubblicamente alcuni aspetti della vicenda che ha coinvolto mia madre. Non perchƩ mancassero le domande, ma perchƩ quando certe storie entrano dentro casa tua smettono di essere semplici articoli di cronaca. Diventano vita reale.

Quando venne nominato il primo amministratore di sostegno per mia madre, la nostra famiglia non conosceva davvero in profonditĆ  questa legge 6/2004. Come tante persone, pensavamo si trattasse semplicemente di uno strumento di tutela. Ci fidammo.

Probabilmente pesarono la scarsa informazione, la fiducia riposta in alcune persone e la mancata conoscenza di ciò che veniva realmente rappresentato al giudice tutelare. Con il tempo iniziammo però a percepire che, nel nostro caso, l’amministrazione di sostegno stava producendo anche un progressivo allontanamento di parte della famiglia dalle decisioni riguardanti mia madre.

Con la successiva nomina di un’amministratrice esterna quella sensazione aumentò ulteriormente. Molte decisioni sembravano non passare più nĆ© dalla volontĆ  di mia madre nĆ© dal confronto con chi la seguiva quotidianamente.

Eppure, nelle dichiarazioni rese durante le indagini, la stessa amministratrice descriveva il mio ruolo in termini molto diversi, parlando di collaborazione e di un rapporto non conflittuale.

Nel corso della vicenda sono state attribuite nei miei confronti anche alcune definizioni come ā€œscontrosaā€ e ā€œconflittualeā€, mentre in altri passaggi la stessa amministratrice di sostegno descriveva invece una collaborazione concreta nella gestione quotidiana. L’unica etichetta ricorrente resta quella di ā€œno vaxā€, che tuttavia non ha alcuna attinenza con la gestione reale della situazione.

La parola ā€œandavamo d’accordoā€, riletta oggi, mi appare persino eccessiva. In quel contesto cercavo soprattutto di mantenere un equilibrio per il bene di mia madre e per evitare che determinate tensioni peggiorassero ulteriormente la situazione. PerchĆ© quello che accadde negli ultimi mesi della sua vita, quando i rapporti con l’ADS si interruppero di fatto, temo sarebbe potuto accadere molto prima.

Io ero una delle figlie più presenti fisicamente accanto a mia madre. Mi occupavo concretamente della casa, della sua persona e delle necessitĆ  quotidiane, soprattutto durante le sostituzioni della badante convivente. Lavoro nell’assistenza e conosco bene cosa significhi seguire persone fragili, anziani e pazienti con patologie degenerative.

Negli ultimi due mesi di vita di mia madre il mio rapporto con l’amministratrice di sostegno si era di fatto interrotto e i contatti erano diventati estremamente limitati. Anche sul piano sanitario il mio coinvolgimento diretto con il medico non era più continuativo, in un sistema di comunicazioni che risultava filtrato attraverso altri soggetti.

Eppure, col tempo, la mia figura sembrò trasformarsi progressivamente in altro.

La narrazione attorno a me iniziò a ridursi a due etichette: ā€œconflittualeā€ e ā€œno vaxā€.

A un certo punto non sembrava più importante ciò che facevo concretamente per mia madre. Sembrava contare soprattutto l’immagine che altri stavano costruendo di me.

Ed è forse questo uno degli aspetti più difficili da spiegare: la sensazione che, quando denunci determinate anomalie, il problema rischi di diventare non ciò che segnali, ma la tua stessa credibilità. Come se una persona potesse essere ridotta a uno slogan.

La questione sanitaria resta ancora oggi quella che mi pesa di più.

L’8 marzo 2022 mia madre stava male. Esiste un verbale del 118. Eppure il ricovero non avvenne immediatamente. Un primo ricovero venne rifiutato.

Il giorno successivo un medico visitò mia madre a casa. C’erano tosse, malessere e sintomi evidenti. Ma non venne eseguito nemmeno un tampone, nonostante il periodo Covid.

Anche sulle comunicazioni con l’ospedale emersero versioni difficili da conciliare. Da una parte veniva esclusa l’esistenza di indicazioni volte a limitare le informazioni ai familiari. Dall’altra comparivano riferimenti a comunicazioni che avrebbero dovuto passare esclusivamente tramite l’ADS.

Una delle persone ascoltate durante le indagini dichiarò che io fossi presente prima del ricovero del marzo 2022  e che avrei cercato di oppormi al trasferimento di mia madre in ospedale. La stessa persona riferƬ anche di aver intimato a me e alla badante di indossare la mascherina. Eppure in altre ricostruzioni emergeva che io, in quei giorni, non fossi presente perchĆ© positiva al Covid.

Sono versioni difficili da conciliare.

Ed è proprio questo che continua a lasciarmi interrogativi profondi: non soltanto sui fatti, ma sul modo in cui certe ricostruzioni vengano considerate più credibili di altre.

Compresi che qualcosa si stava muovendo dietro le quinte quasi per caso. Un giorno, mentre facevo la spesa con mia figlia, incontrai una figura istituzionale coinvolta nella vicenda di mia madre. Tentò di stringermi la mano. Io non ricambiai il gesto. E quella persona mi disse, con un tono che percepii come provocatorio: ā€œGlielo avevo detto che avevo ragione.ā€

Fu dopo quell’episodio che andai personalmente in tribunale e scoprii casualmente che esisteva giĆ  una richiesta di archiviazione.

Durante un interrogatorio, l’amministratrice spiegò di seguire numerosi casi contemporaneamente, alcuni in delega e altri con nomina diretta. E aggiunse che soltanto il nostro caso le aveva creato difficoltĆ .

Ma ascoltando quelle parole mi sono posta una domanda molto semplice: come può una sola persona seguire davvero così tante situazioni fragili contemporaneamente?

PerchĆ© qui non si parla di pratiche astratte. Si parla di anziani, malattie, ricoveri, solitudine e persone non autosufficienti. Chi lavora davvero nell’assistenza sa quanto sia difficile seguire bene anche un solo caso complesso.

In un altro passaggio venne chiesto all’ADS se avesse ricevuto segnalazioni da parte della badante riguardo alla situazione di mia madre. La risposta fu positiva. Ma negli atti consultati non ho trovato comunicazioni documentate che chiarissero in modo preciso modalitĆ , tempi e contenuti di tali segnalazioni.

E allora nasce spontanea una domanda: quando si parla della gestione di una persona fragile, possono bastare comunicazioni verbali o informali?

All’inizio delle indagini venivano ipotizzate omissioni sanitarie e mancate decisioni urgenti riguardanti la salute di mia madre. Successivamente, però, le valutazioni cambiarono radicalmente e il contesto venne ricondotto soprattutto alla conflittualitĆ  familiare.

Ed ĆØ forse questo l’aspetto più destabilizzante di tutta la vicenda.

Gli stessi fatti, nel giro di poco tempo, sembravano assumere significati completamente diversi. Da possibili questioni sanitarie da approfondire a semplice conflitto familiare. Da dubbi concreti a risentimento personale.

E quando vivi tutto questo dall’interno, inizi inevitabilmente a chiederti se il problema siano davvero i fatti oppure chi il sistema decide di ritenere credibile.

C’è una frase che ancora oggi mi ferisce profondamente. Parlando degli ultimi momenti di vita di mia madre, una figura coinvolta nella vicenda utilizzò l’espressione: ā€œĆˆ scoppiato un putiferio.ā€

Leggere quelle parole mi lasciò senza fiato.

PerchĆ© lƬ non si parlava di una lite qualsiasi. Si parlava degli ultimi momenti di vita di una madre. E quella ricostruzione, cosƬ com’è stata riportata, non corrisponde a ciò che io e la mia famiglia abbiamo vissuto.

Noi non abbiamo mai discusso davanti a lui.

Non ci fu alcuna scena.

E forse è proprio questo che continua a ferirmi di più: la sensazione che anche il dolore più estremo sia stato ridotto a una formula superficiale, quasi fastidiosa. Come se gli ultimi istanti di vita di una madre potessero essere archiviati dentro una frase pronunciata con leggerezza.

Io e mia sorella Serenella ci portiamo ancora dentro il dolore di non essere riuscite a proteggere nostra madre come avremmo voluto. Negli ultimi mesi della sua vita abbiamo vissuto situazioni che, umanamente, ci sono sembrate sempre più pesanti, fredde e difficili da comprendere.

Per molto tempo ho avuto anche la sensazione che attorno a me si stesse costruendo una narrazione precisa, quasi come se dovessi diventare io la causa di ciò che era accaduto.

Due tamponi negativi, eseguiti in quei giorni, restano per me un elemento impossibile da dimenticare. Non soltanto sul piano sanitario, ma anche umano. PerchĆ© mi hanno evitato di convivere per tutta la vita con il peso di un’accusa implicita che ho sentito gravare addosso.

Ma mia madre non era un fascicolo.

Non era una pratica da gestire.

Non era un problema amministrativo.

Era una persona.

E quello che so ĆØ che attorno alla sua fragilitĆ  si ĆØ mosso un sistema che, nel mio caso — e non solo — troppo spesso, invece di semplificare ha complicato, invece di ascoltare ha etichettato, invece di unire ha diviso.

Io non so se avrò mai tutte le risposte che cerco.

Non so se riuscirò mai a comprendere fino in fondo tutto ciò che è accaduto negli ultimi anni della sua vita.

Ma voglio ancora credere che la giustizia, prima o poi, sappia guardare oltre le etichette, oltre le versioni costruite e oltre i ruoli.

PerchƩ dietro ogni fascicolo esiste una vita vera.

E a un certo punto, la persona reale sparisce.

Resta soltanto la gestione del caso.

E nessuna madre dovrebbe mai diventare semplicemente un caso.

Dietro questa storia c’era una madre.

La nostra madre.

Mia e di mia sorella Serenella.

Questo articolo ĆØ per Lei. 

Vola alto, mamma.

Dove nessuna firma, nessun ruolo e nessuna etichetta potranno più farti del male.

E per tutte quelle persone che rischiano di diventare soltanto pratiche amministrative, invece che vite da proteggere.

N.B. Per approfondire il tema dell’amministrazione di sostegno, della tutela delle persone fragili e delle criticitĆ  emerse in diversi casi italiani:

LE PROPOSTE DI RIFORMA

Dossier su casi, storie e testimonianze destinato a organismi nazionali e internazionali per i diritti umani:

Richiesta di collaborazione – Dossier su casi, storie e testimonianze. Trasmissione a organismi nazionali e internazionali per i diritti umani

PerchƩ dietro ogni pratica amministrativa esiste una persona reale, una famiglia e una storia che meritano ascolto, rispetto e tutela.

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