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Diritti alla follia

Associazione impegnata sul fronte della tutela e della promozione dei diritti fondamentali delle persone in ambito psichiatrico e giuridico.

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Articoli

Oltre il ā€œcapezzaleā€: la voce di un’ESP

Diritti alla Follia · 17/10/2026 · Lascia un commento

Di Susanna Brunelli

Da ESP — Esperta Per Esperienza — che esercita attivitĆ  di advocacy, sono stata ispirata dall’articolo del dott. Starace ā€œUn avvocato al capezzale del pazienteā€.

La sua riflessione mi ha portato a chiedermi che cosa rappresenta, invece, questa sentenza per la persona che ha vissuto o sta vivendo una limitazione della propria libertĆ  personale attraverso un TSO?

Ho immaginato una risposta.

Dott. Starace,

dopo aver letto il suo articolo, vorrei condividere con lei alcune considerazioni da ESP — Esperta Per Esperienza, che pratica attivitĆ  di advocacy.

Questa vuole essere una provocazione benevola, non rivolta alla sua persona, ma al modo in cui viene rappresentata una questione che riguarda direttamente le persone sottoposte a TSO.

Penso che l’ironia che ha usato serva proprio a mettere in luce e, in qualche modo, a sdrammatizzare le difficoltĆ  concrete che questa sentenza può creare nei servizi. Le diverse reazioni, i cluster che lei ha identificato, fanno pensare a possibili preoccupazioni e interrogativi su ciò che questa sentenza comporterĆ  per i servizi e su come dovranno organizzarsi per affrontare questo cambiamento.

Tutto questo ĆØ comprensibile.

Da quello che ho letto, però, mi sembra di capire che lei non metta in discussione l’importanza della sentenza. Al contrario, la riconosce come una conquista sul piano dei diritti, ma mette in guardia dal rischio che possa rimanere una garanzia soltanto formale, se non vengono create le condizioni perchĆ© possa essere realmente esercitata.

In altre parole, secondo lei: la sentenza, da sola, non basta? Lei sottolinea la necessitĆ  che i servizi territoriali siano capaci di offrire vere alternative al TSO e che bisogna evitare che la presenza del difensore si trasformi semplicemente in un nuovo passaggio burocratico.

ƈ questo che teme?

Lei osserva che il difensore potrebbe fare domande scomode: c’erano alternative? Il Centro di salute mentale era aperto? Esisteva un’équipe in grado di intervenire a domicilio? Era stato tentato, nei giorni precedenti, un percorso condiviso con la persona e con la sua famiglia per ottenere il consenso ai trattamenti?

Eh, certo, sono domande veramente scomode e imbarazzanti, perchƩ mettono allo scoperto criticitƠ che noi conosciamo molto bene.

Ma potrebbero essere, invece, un’opportunitĆ  obbligatoria per mettere in discussione non il singolo professionista, ma il funzionamento del sistema? Come dice lei: Ā«Di fatto ĆØ una richiesta di investimento sui Dipartimenti di salute mentale: converrebbe non sprecarla.Ā»

Il difensore può introdurre uno sguardo esterno, capace di fare domande sul modo in cui viene esercitata la cura e, proprio per questo, costringere anche la politica a cambiare paradigma e a organizzare i servizi in modo da limitare il TSO ai casi di estrema necessità, evitando che le carenze del sistema trasformino altre situazioni in una necessità estrema.

Ma la domanda che, da ESP, mi preme e mi viene spontanea ĆØ un’altra:

Che cosa significa questa sentenza per la persona che, fino a oggi, ha vissuto o sta vivendo una limitazione della propria libertĆ  personale?

Come pensa che si senta?

Sollevata? Contenta? Soddisfatta? Vittoriosa?

Forse, semplicemente, pensa che finalmente sarĆ  tutelata.

Certo, anche a questa persona possono sorgere dubbi e interrogativi. Ma ciò che pensa, spera e sa è che la presenza di un difensore rappresenta una figura di garanzia, ora prevista e imposta dalla legge.

PerchƩ ci sarƠ qualcuno che, in quel momento, farƠ da sentinella e avrƠ il compito di ascoltarla, rappresentarla e difendere i suoi diritti.

Una grande conquista? Per me sƬ!

Chi subisce un TSO, o chi lo ha subito, non si pone tutte le domande che possiamo porci noi dall’esterno.

La sua richiesta ĆØ molto più concreta: essere difeso nel momento in cui la propria libertĆ  personale viene limitata attraverso procedure coercitive, che possono lasciare un’impronta profonda nella storia della persona.

Vuole solo una cosa:

essere messo nelle condizioni di poter avere una difesa reale, attraverso un difensore capace di portare davanti al giudice le proprie ragioni e di far emergere una questione fondamentale: il TSO non è un atto terapeutico volontario, ma un trattamento sanitario coattivo che limita la libertà personale e comprime la possibilità di scegliere se sottoporsi alla cura, andando oltre la violazione del corpo e coinvolgendo anche la sfera più intima della persona.

E vorrei aggiungere un altro punto, che per me ĆØ importante come ESP.

La persona sottoposta a TSO ĆØ una persona che detiene dei diritti, anche quando si trova in una situazione momentanea di vulnerabilitĆ .

Non ĆØ necessariamente il ā€œpoverettoā€ fragile, solo, povero, privo di una rete familiare e inconsapevole, che rischiamo di evocare attraverso la figura dellā€™ā€ avvocato al capezzaleā€.

Può essere una persona istruita, con una famiglia, un lavoro, delle competenze e una propria capacità di comprendere ciò che le sta accadendo.

Mi vengono in mente figure come Vitaliano Trevisan, Fabio Massimo Nicosia o Francesco Mastrogiovanni, e altri: persone che, nelle loro diverse storie, non possono essere ricondotte semplicemente a un pensiero debole o a una mancanza di capacitĆ  critica.

Esiste anche una storia della psichiatria del dissenso, nella quale il confine tra sofferenza, comportamento non conforme e dissenso ĆØ stato, ed ĆØ ancora, oggetto di discussione.

La crisi psichica, o una condizione che altri ritengono da TSO, non cancella la persona, la sua storia, il suo pensiero e soprattutto i suoi diritti.

Deve avere qualcuno che possa portare davanti al giudice la sua condizione, le sue ragioni e le sue eventuali contestazioni, traducendole in termini giuridicamente rappresentabili.

E forse è proprio qui che la nostra prospettiva può essere diversa.

Quella che per il servizio può apparire come una difficoltà organizzativa, per la persona rappresenta finalmente una possibilità di tutela.

Se la presenza di un difensore costringe il sistema a modificare le procedure e lavorare sulle alternative al TSO e sul modo in cui viene esercitata la cura, non posso che considerarlo un fatto positivo.

Anche perchƩ significa che siamo arrivati a una sentenza della Corte costituzionale perchƩ queste domande diventassero finalmente obbligatorie.

Per lei e per i suoi colleghi può essere un problema organizzativo; per la persona può essere finalmente una tutela concreta.

Per questo faccio fatica a considerare il difensore un problema. Se la sua presenza mette in discussione ciò che fino a oggi abbiamo dato per scontato, forse è proprio questo il cambiamento di cui avevamo bisogno.

E vorrei chiudere con una frase che conosciamo tutti, ma che forse, nel contesto del TSO, dovremmo ricordare ancora di più:

ā€œLa libertĆ  personale ĆØ inviolabileā€.

Lo dice l’articolo 13 della nostra Costituzione.

Leggi l’articolo di Fabrizio Starace: ā€œUn avvocato al capezzale del pazienteā€

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Diritti alla Follia a Parma e a Vallo della Lucania: due convegni, un impegno comune per i diritti e la libertĆ  personale

Diritti alla Follia · 13/10/2026 · Lascia un commento

Il 15 e 16 ottobre 2026 la nostra associazione sarĆ  presente a due appuntamenti di confronto su temi centrali per la tutela dei diritti: il superamento della contenzione e le garanzie giuridiche nei procedimenti di Trattamento sanitario obbligatorio (TSO).

Diritti alla Follia parteciperĆ  a due convegni che si svolgeranno contemporaneamente in cittĆ  diverse e affronteranno, da prospettive differenti, questioni strettamente legate alla libertĆ  personale, alla dignitĆ  e ai diritti delle persone.

A Parma sarĆ  presente una nostra associata, Silvia Michelazzo, mentre a Vallo della Lucania interverrĆ  l’avvocato Giuseppe Alterio. Entrambi fanno parte della Giunta di Diritti alla Follia.

Parma: «Diritti, pratiche ed etica del No Restraint»

Il 15 e 16 ottobre, presso il Palazzo del Governatore di Parma, si terrĆ  il convegno Ā«Diritti, pratiche ed etica del No Restraint. PerchĆ© il No Restraint rischia di scomparire? Quali paure?Ā», organizzato dal DAI-SMDP dell’AUSL di Parma, in collaborazione con il Club SPDC No Restraint e il Comune di Parma.

L’iniziativa propone un confronto multidisciplinare sul tema della contenzione meccanica e farmacologica nei contesti psichiatrici, interrogandosi sulle ragioni per cui queste pratiche continuano a essere utilizzate, nonostante i rischi per le persone e le criticitĆ  etiche, cliniche e giuridiche che comportano.

Il programma prevede approfondimenti sugli aspetti normativi e costituzionali, etico-deontologici e legali, la presentazione di esperienze, l’analisi dei dati sulle contenzioni e uno spazio dedicato alle esperienze delle persone sottoposte a contenzione e degli operatori.

Il 16 ottobre alle ore 15:30, Silvia Michelazzo rappresenterĆ  Diritti alla Follia nella tavola rotonda dedicata alle associazioni, insieme a diverse realtĆ  nazionali.

 

Vallo della Lucania: «Il procedimento di TSO dopo la Consulta»

Nelle stesse date, presso l’Aula Sofia del Tribunale di Vallo della Lucania, si svolgerĆ  il convegno Ā«Il procedimento di TSO dopo la Consulta. Quale contraddittorio con la difesa tecnica obbligatoria?Ā», promosso dall’Ordine degli Avvocati di Vallo della Lucania, dalla Camera Penale Ā«G. LombardiĀ» e dall’AIGA – Associazione Italiana Giovani Avvocati.

L’iniziativa ĆØ dedicata alle questioni giuridiche poste dal Trattamento sanitario obbligatorio dopo l’intervento della Corte costituzionale, con particolare attenzione alla procedura di convalida, al contraddittorio e alle garanzie di difesa.

Il programma ĆØ articolato in due sessioni.

La prima, giovedƬ 15 ottobre alle ore 15:30, sarĆ  dedicata a Ā«La procedura giurisdizionale di convalida del TSOĀ». Dopo gli indirizzi di saluto e l’inaugurazione della sessione, interverranno rappresentanti della magistratura, dell’avvocatura e della procura.

In questa sessione ĆØ previsto l’intervento dell’avvocato Giuseppe Alterio, per l’associazione Diritti alla Follia, che porterĆ  il contributo della nostra realtĆ  associativa al confronto sulle garanzie giuridiche nei procedimenti di TSO.

La seconda sessione, venerdƬ 16 ottobre alle ore 15:00, affronterĆ  Ā«I presupposti delle limitazioni alla libertĆ  con TSOĀ», con interventi di professionisti provenienti dall’ambito giuridico, medico-legale e sanitario, oltre che delle istituzioni locali.

La presenza contemporanea di Diritti alla Follia a Parma e a Vallo della Lucania testimonia l’importanza di intervenire nei diversi luoghi in cui si discutono le pratiche, le norme e le garanzie che incidono sulla libertĆ  delle persone.

Per Diritti alla Follia, la tutela dei diritti non può fermarsi alle dichiarazioni di principio. Richiede regole effettive, possibilità di difesa, ascolto della persona e strumenti capaci di contrastare gli abusi e le limitazioni ingiustificate della libertà.

Per questo riteniamo importante partecipare ai momenti di confronto pubblico, portando la prospettiva dell’associazione e contribuendo alla discussione sulle trasformazioni necessarie per garantire il rispetto dei diritti umani.

La libertĆ  personale e l’autodeterminazione non sono concessioni: sono diritti che devono essere riconosciuti e tutelati, anche quando si mettono in discussione pratiche consolidate e assetti istituzionali.

Qui di seguito le locandine con i programmi completi

Locandina Convegno No Restraint Parma15-16 ottDownload
Locandina TSO dopo Consulta Vallo della Lucania 15-16 ottobreDownload

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Il Diritto Fragile: il 10 ottobre presentiamo pubblicamente il nostro Dossier:

Diritti alla Follia · 04/10/2026 · Lascia un commento

ā€œITALIA, 2026: Psichiatria, Tribunali e limitazioni della libertĆ , dell’autodeterminazione e dei diritti della personaā€

Il 10 ottobre 2026, Giornata mondiale della salute mentale, Diritti alla Follia presenterĆ  pubblicamente Il Diritto Fragile, il Dossier che raccoglie una parte delle testimonianze e delle esperienze arrivate all’Associazione nel corso della propria attivitĆ  e le mette in relazione con il quadro dei diritti e delle garanzie che dovrebbero tutelare le persone sottoposte a forme di coercizione o di limitazione della libertĆ . SarĆ  una presentazione pubblica, ma non una celebrazione.

Il Dossier nasce infatti da una domanda molto semplice: che cosa accade quando, accanto alla narrazione istituzionale e professionale della psichiatria, vengono ascoltate le persone che quelle pratiche le hanno vissute direttamente?

Le loro parole raccontano esperienze diverse: TSO, ricoveri psichiatrici, contenzione, trattamenti farmacologici non consensuali, misure di sicurezza, strutture residenziali, amministrazione di sostegno, procedimenti giudiziari e percorsi nei quali la possibilitĆ  di decidere, dissentire, uscire da una struttura o riappropriarsi della propria vita ĆØ stata vissuta come fortemente limitata. Non sono tutte storie uguali e non vengono presentate come tali.

Il Dossier non pretende di trasformare le testimonianze individuali in statistiche, né di stabilire automaticamente che ogni vicenda raccontata costituisca una violazione di legge o dei diritti umani. Le testimonianze sono esperienze personali, raccolte e presentate come tali. La scelta di presentare il Dossier il 10 ottobre non è casuale.

Per il 2026 l’Organizzazione mondiale della sanitĆ  ha scelto come tema della Giornata mondiale della salute mentale ā€œLived experiences heard: real voices, real changeā€, sottolineando il valore delle esperienze vissute e la necessitĆ  che le persone direttamente interessate non siano semplicemente chiamate a raccontare le proprie storie, ma possano contribuire concretamente alle decisioni che riguardano la loro vita, i servizi e le politiche. Ed ĆØ proprio qui che incontriamo anche la retorica della Giornata mondiale della salute mentale.

PerchĆ© ascoltare le persone, celebrare le loro ā€œvociā€ e parlare di partecipazione ha senso soltanto se quelle voci possono realmente mettere in discussione ciò che esiste e contribuire a cambiarlo. Altrimenti il rischio ĆØ che l’esperienza vissuta venga trasformata in una testimonianza da ascoltare per un giorno, mentre le decisioni continuano a essere prese altrove e da altri. ƈ proprio da questa contraddizione che vogliamo partire.

Ascoltare una testimonianza non significa soltanto darle uno spazio. Significa chiedersi che cosa quella testimonianza mette in discussione, quali meccanismi rende visibili, quali diritti chiama in causa e quali domande pone alle istituzioni, ai professionisti, alla societĆ  e alle stesse persone che lavorano nei servizi.

Il nostro Dossier prova a fare questo: non parlare delle persone senza le persone, ma partire dalle loro esperienze per interrogare il sistema nel quale quelle esperienze si sono prodotte.

Nel dibattito pubblico sulla psichiatria, molto spesso la voce delle persone direttamente interessate rimane sullo sfondo. Si parla di diagnosi, trattamenti, servizi, protocolli, sicurezza, presa in carico. Si parla di ciò che dovrebbe essere fatto per una persona. Più raramente ci si ferma a chiedere che cosa abbia significato per quella persona vivere un TSO, essere contenuta, ricevere un trattamento contro la propria volontĆ , essere sottoposta a una misura di sicurezza, entrare in una struttura dalla quale non era possibile allontanarsi liberamente o vedere altri decidere al proprio posto. Il Dossier prova a spostare il punto di osservazione. Non per sostituire una narrazione con un’altra narrazione dominante, ma per aggiungere alla discussione ciò che troppo spesso manca: le esperienze di chi quelle decisioni le ha subite o vissute direttamente. ƈ una forma di contro-informazione, nel senso di mettere a disposizione informazioni, testimonianze e questioni che normalmente faticano a trovare spazio nel racconto pubblico.

Il Dossier non si limita però alla raccolta delle storie. Le testimonianze sono accompagnate da un’analisi delle questioni giuridiche e dei diritti fondamentali che entrano in gioco: libertĆ  personale, autodeterminazione, consenso, capacitĆ  giuridica, garanzie giudiziarie, diritto all’informazione, possibilitĆ  di contestare una misura, condizioni di privazione della libertĆ  e divieto di trattamenti inumani o degradanti.

Il lavoro mette in relazione queste questioni con la Costituzione italiana, la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilitĆ , gli standard internazionali in materia di diritti umani e quelli elaborati dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura (CPT).

Da questo percorso nasce anche la parte dedicata alle proposte di riforma elaborate da Diritti alla Follia, riguardanti il TSO, l’amministrazione di sostegno e le misure di sicurezza per le persone non imputabili.

Il Dossier è stato trasmesso, prima della sua presentazione pubblica, a diversi organismi istituzionali nazionali e internazionali affinché le esperienze raccolte possano essere conosciute anche da chi ha responsabilità di monitoraggio, tutela e promozione dei diritti.

Il webinar del 10 ottobre

La presentazione pubblica si svolgerĆ  sabato 10 ottobre con un webinar della durata di circa un’ora e mezza. L’incontro sarĆ  registrato e trasmesso in differita alle ore 20.30 sulla nostra pagina Facebook. SarĆ  dedicato alla presentazione del Dossier, alle ragioni che hanno portato alla sua realizzazione e soprattutto alle testimonianze e alle questioni che emergono dalla loro lettura.

La presentazione del 10 ottobre non sarĆ  un punto di arrivo. Il Dossier vuole essere uno strumento per aprire ulteriori occasioni di confronto, online e in presenza, con persone direttamente interessate, professionisti, associazioni, ricercatori e istituzioni.

Occorre metterle in relazione con le norme, con le pratiche, con le responsabilitĆ  e con le domande che pongono. E soprattutto occorre evitare che le esperienze vissute rimangano confinate alla dimensione della storia personale.

ƈ in questo spazio che vogliamo collocare il Dossier Il Diritto Fragile: non come una celebrazione, ma come uno strumento per ascoltare, documentare, interrogare e aprire un confronto.

Il Dossier

IL DIRITTO FRAGILE
 
Italia, 2026: Psichiatria, Tribunali e limitazioni della libertĆ , dell’autodeterminazione e dei diritti della persona

Dossier a cura dell’Associazione Diritti alla Follia

In allegato:

IL_DIRITTO_FRAGILE_Dossier_2026Download

English Version

FRAGILE RIGHTS Dossier_2026_ENDownload
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La Corte costituzionale introduce l’avvocato nel TSO. E nella sentenza cita la proposta di Diritti alla Follia

Diritti alla Follia · 03/10/2026 · Lascia un commento

La sentenza n. 157/2026 riconosce la necessitĆ  della difesa tecnica obbligatoria nella convalida e nella proroga del TSO. Ma per la nostra Associazione c’è un altro elemento particolarmente significativo: la Corte richiama espressamente la proposta di legge di iniziativa popolare che avevamo elaborato e le garanzie che giĆ  prevedeva.

Il 2 ottobre 2026 la Corte costituzionale ha depositato la sentenza n. 157/2026, con la quale ha dichiarato l’illegittimitĆ  costituzionale dell’articolo 35 della legge n. 833 del 1978 nella parte in cui non prevede che la persona sottoposta a trattamento sanitario obbligatorio sia assistita, nella procedura di convalida e nell’eventuale proroga, da un difensore di fiducia o, in mancanza, da un difensore d’ufficio.

La Corte parte da un dato fondamentale: il TSO incide sulla libertĆ  fisica della personae, proprio per questo, deve essere circondato dalle garanzie previste dall’articolo 13 della Costituzione. La difesa tecnica non può quindi essere semplicemente facoltativa. Secondo la Corte, una simile soluzione rischierebbe di lasciare prive di assistenza proprio le persone che, per le condizioni in cui si trovano, possono avere maggiori difficoltĆ  a nominare autonomamente un difensore. La difesa tecnica obbligatoria serve invece ad assicurare a ogni persona un’assistenza professionale nel momento in cui ĆØ sottoposta a una coazione fisica autoritativa.

La sentenza stabilisce quindi che, quando viene comunicata l’ordinanza che dispone il TSO, la persona deve essere informata della facoltĆ  di nominare un difensore di fiducia. Se non lo nomina, dovrĆ  essere assistita da un difensore d’ufficio designato dal Giudice tutelare. Il difensore dovrĆ  essere tempestivamente informato e potrĆ  partecipare all’audizione della persona ai fini della convalida; il decreto di convalida dovrĆ  essergli notificato. Le stesse garanzie valgono anche per l’eventuale proroga del TSO. 

Fin qui, la decisione della Corte rappresenta un passaggio di grande rilievo sul terreno delle garanzie della persona sottoposta a TSO.

Ma per Diritti alla Follia c’è qualcosa di ulteriore.

Nella sentenza la Corte dedica infatti uno specifico passaggio agli interventi degli amicus curiae e richiama espressamente l’Associazione Diritti alla Follia, che aveva depositato un proprio intervento nel giudizio.

La Corte ricorda che la nostra Associazione aveva presentato una proposta di legge di iniziativa popolare dal titolo Ā«Adeguamento della procedura e dell’esecuzione del TSO psichiatrico alla Costituzione ed agli obblighi internazionali dell’ItaliaĀ», annunciata nella Gazzetta Ufficiale del 22 novembre 2024. E soprattutto ne richiama il contenuto.

La proposta prevedeva infatti giĆ  la notificazione dell’ordinanza di TSO con l’avviso, a pena di nullitĆ , del diritto alla difesa tecnica obbligatoria e gratuita, l’applicazione delle garanzie proprie del procedimento penale nella fase di convalida, la nomina di un difensore d’ufficio in assenza di un difensore di fiducia e la garanzia dell’audizione della persona interessata, anche attraverso il proprio difensore.

La Corte dĆ  conto anche della posizione sostenuta da Diritti alla Follia nel giudizio: dopo la precedente sentenza n. 76 del 2025, l’introduzione della difesa tecnica obbligatoria costituirebbe uno ā€œsviluppo costituzionalmente impostoā€ delle garanzie riconosciute alla persona sottoposta a TSO. ƈ un passaggio che per noi ha un significato preciso.

Non ĆØ una ricostruzione fatta oggi, dopo la decisione della Corte. La proposta esisteva giĆ . La difesa tecnica obbligatoria era giĆ  scritta nella nostra proposta di riforma del TSO.

È per questo che possiamo dire che quello raggiunto oggi è un approdo che indicavamo come indispensabile fin dalla nascita di Diritti alla Follia, nel 2018.

Abbiamo cominciato allora una lunga nuotata che oggi ci ha portato a riva. Una piccola zattera che, nel corso degli anni, ha dovuto resistere a parecchi pescecani, compresi quelli di razza adriatica che navigano nelle acque di Trieste, e che hanno cercato di affondare la prospettiva che indicavamo, ostracizzandola o apertamente osteggiandola.

Lā€™ā€œavvocato tra i piediā€ ĆØ stato per anni uno spauracchio non soltanto negli ambienti più retrivi della psichiatria e del diritto italiani, ma anche, e per certi versi soprattutto, in una parte della psichiatria e del diritto ā€œprogressistiā€, sedicenti ā€œbasaglianiā€, impegnati nella celebrazione dei riti misterici nei quali si venerava l’intoccabilitĆ  della ā€œ180ā€.

La possibilitĆ  che una persona sottoposta a TSO potesse avere accanto un professionista incaricato di difenderne concretamente i diritti veniva considerata quasi un corpo estraneo.

Oggi quel corpo estraneo ĆØ diventato una garanzia costituzionale.

La sentenza n. 157/2026 arriva a poco più di un anno dalla sentenza n. 76/2025, con la quale la Corte costituzionale era giĆ  intervenuta sull’articolo 35 della legge n. 833 del 1978, riconoscendo alla persona sottoposta a TSO garanzie relative alla conoscenza del provvedimento, all’informazione e all’ascolto da parte del Giudice tutelare.

Ora la Corte aggiunge un altro elemento essenziale: la persona deve poter essere assistita da un difensore nel procedimento che decide della convalida e dell’eventuale proroga di una misura che incide sulla sua libertĆ  personale.

Non è dunque una nostra ricostruzione a posteriori. È scritto nella sentenza della Corte. La proposta che avevamo elaborato prevedeva già quella garanzia.

E dunque dobbiamo riprendere il mare.

Dai ā€œbeneficiariā€ dell’Amministrazione di sostegno, istituzionalizzati e privati della possibilitĆ  di esprimere il consenso alle cure attraverso procedure che non prevedono, tra l’altro, l’indispensabile presenza di un avvocato, ai ā€œliberi vigilatiā€ condannati alla cura a tempo indeterminato, ci sono altri approdi da raggiungere, altre difficili traversate da compiere.

Alle persone che hanno subito per decenni il ā€œTSO realeā€, alle vittime della violazione del diritto di difesa mentre la Repubblica si impossessava del loro corpo, magari sepolte e dimenticate nelle discariche del nostro Paese, dedichiamo questa giornata, questa vittoria. 

Leggi la Sentenza 157/2026 della Corte costituzionale

Corte Costituzionale – Sentenza TSO obbligo Difesa tecnica

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A proposito dell’articolo: Aggressioni agli infermieri. Nursing Up: ā€œIn psichiatria il 36,2% degli episodi, più che nei Pronto soccorsoā€, pubblicato su Quotidiano SanitĆ .it

Diritti alla Follia · 20/09/2026 · Lascia un commento

BenchĆ© necessarie le statistiche vanno interpretate con cautela e non strumentalizzate.Ā L’articolo (QS del 18.09.2026 https://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/aggressioni-agli-infermieri-nursing-up-in-psichiatria-il-36-2-degli-episodi-pi-che-nei-pronto-soccorso/) sembra che riguardi prevalentemente il personale di assistenza infermieristico, per aggressioni da parte di persone ricoverate in SPDC. A buon diritto il problema deve essere portato all’attenzione generale e stimolare a fornire i mezzi,Ā personale, organizzazione, formazione eĀ ambienti idonei a prevenire e gestire al meglio tali situazioni.Ā L’articolo stesso definisce queste manifestazioni inevitabilmente correlate alla psicopatologia sottostante.Ā 

GiĆ  in occasione della morte della psichiatra Barbara Capovani (https://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/l-orsa-jj-e-l-omicidio-della-psichiatra/e), poi a proposito del decreto ZaffiniĀ (https://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/ddl-zaffini-e-sicurezza-degli-operatori-e-dei-familiari/) e infine in occasione della morte per soffocamento di AbderraimĀ Fakir a BolognaĀ (vedi sul blog di Diritti alla follia: https://dirittiallafollia.it/2026/05/30/i-fatti-di-modena-e-il-legno-storto-dellumanita/) avevo espresso alcune considerazioni in merito al problema dell’aggressivitĆ  dei pazienti psichiatrici e della gestione di queste vere e proprie emergenze medico (?) psichiatriche e/o di ordine pubblico (?): il problema ĆØ aperto e necessita di grande prudenza, di approfondimento e di essere affrontato senza pregiudizi, senza ideologismi e senza illusorie semplificazioni ad impronta securitaria che paiono al momento quelle prevalenti.

Stimolato dall’articolo riprendo alcune considerazioni.

In primo luogo bisogna interrogarsi circa il significato che hanno tali manifestazioni abnormi nel contesto di un disturbo psichiatrico. L’etichetta diagnostica non ĆØ sufficiente e non spiega nulla. Tutta la nosografia psichiatrica ĆØ un tentativo di incasellare un problema psichiatrico in un rassicurante definizione diagnostica che non offre alcuna possibilitĆ  di risalire alla natura e alla causa dei disturbi.

Chi si occupa dei disturbi psichiatrici, specie se in contesti ove spesso ĆØ presente un acuto e difficilmente gestibile malessere, deve essere formato ad affrontare tali situazioni con tutti gli strumenti che sono oggi disponibili (in primo luogo le tecniche di de-escalation, queste sconosciute), in ambienti idonei e con sufficiente presenza di personale.

La risposta securitaria con l’utilizzo della contenzione fisica o farmacologica non assolve il compito di gestire l’acuzie psichiatrica se non integrata in un approccio che sui fondi sull’empatia (che non si insegna all’universitĆ ) e sulla comprensione profonda del disagio. Ciò che ĆØ possibile solo se chi si occupa del paziente mette a disposizione tutto il tempo necessario e le risorse (personali e le competenze acquisite) per capire e interpretare il malessere e quale sia il senso dell’aggressivitĆ  che può apparire immotivata ed ĆØ spesso frutto di condizioni deliranti e confusionali. Oggi si parla di delirio agitato o delirio iperattivo.

Dopo l’episodio di Bologna pare che il tema di come trattare tali condizioni sia diventato più acuto. Alessandro Riccardi, Presidente della SocietĆ  Italiana di Medicina di Emergenza-Urgenza (SIMEU) ha proposto ai ministri della Salute dell’Interno un tavolo tecnico interministeriale sulla gestione degli stati di agitazione psicomotoria acuta. Infatti tali condizioni possono comportare, se non gestiti con grande professionalitĆ , la morte del paziente (mortalitĆ  che può arrivare al 30%).  Importante ĆØ sapere che uno degli aspetti critici più rilevanti e più spesso sottovalutata del delirio iperattivo riguarda Le modalitĆ  di gestione fisica di chi si trova in questo stato. Immobilizzare Il paziente in posizione prona, bloccarlo con le manette peggiora in modo significativo il quadro clinico… per il rischio di andare incontro a una carenza di ossigenazione

 E’ però opportuno non confondere questi stati con altre condizioni di minor gravitĆ , ma di grande impatto a livello degli operatori psichiatrici, citate nell’articolo. L’articolo critica e segnala infatti situazioni molto diverse per gravitĆ , frequenza e non contestualizza gli episodi minori che spesso avvengono non solo e non tanto per immotivata aggressivitĆ  del paziente ma all’interno di una violenza sistematica che caratterizza troppo spesso l’operare psichiatrico. Se i reparti sono chiusi, se la persona ĆØ stata sottoposta a TSO , se ĆØ stata contenuta, se l’ambiente ĆØ squallido e non accogliente, se chi si occupa del paziente ĆØ spesso In una condizione di burnout a causa dello stress lavorativo, di mancata formazione e supervisione o, peggio, di mancanza di motivazioni, se non ĆØ stato adeguatamente supportato e preparato ad affrontare le crisi psichiatriche, se la psichiatria che viene praticata nei reparti (SPDC) e nelle strutture ambulatoriali psichiatriche (CSM) ĆØ fondamentalmente di tipo biologico-farmacologico e utilizza lo psicofarmaco come soluzione del problema in assenza di una visione dei disturbi psichiatrici intesi non solo e non tanto come espressione di una patologia neurologica, peraltro mai dimostrata, ma di un disturbo che interseca i vari piani nei quali si estrinseca la vita e i vissuti della persona (psicologico, sociale, relazionale, ambientale e anche, ma spesso residuale, biologico), quale potrĆ  essere la risposta al disagio e ai comportamenti abnormi che spesso caratterizzano i pazienti psichiatrici e che sono appunto l’espressione (il sintomo) del disagio?

Dott. Renato Ventura

Psichiatra e Psicoanalista

Membro associato di Diritti alla Follia

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