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Diritti alla follia

Associazione impegnata sul fronte della tutela e della promozione dei diritti fondamentali delle persone in ambito psichiatrico e giuridico.

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Articoli

“Avevate torto”: una lettera sul TSO rimasta inedita

Diritti alla Follia · 28/04/2026 · Lascia un commento

Introduzione
  La lettera che segue, inviata a “Quotidiano Sanità” e non pubblicata, interviene su un tema di grande rilievo: le garanzie dei diritti delle persone sottoposte a TSO e il ruolo delle istituzioni e della psichiatria.
  In assenza di pubblicazione sulla testata, l’Associazione “Diritti alla Follia” sceglie di renderla pubblica attraverso il proprio blog, affinché possa contribuire al dibattito.

Gentile Direttore,
il 19 luglio del 2017, su queste stesse pagine, (https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/gli-psichiatri-ecco-perch-siamo-contro-la-riforma-del-tso/), la Società Italiana di Psichiatria – nelle persone del presidente Bernardo Carpiniello, del past president Enrico Mencacci e del segretario Enrico Zanalda – “insorgevano” contro una proposta di riforma del TSO (allora promossa da Radicali Italiani, oggi portata avanti dall’Associazione “Diritti alla Follia”) mirante a stabilire maggiori garanzie procedurali (ivi compresa l’assistenza legale) per il soggetto attinto da trattamento sanitario obbligatorio.
Si scriveva tra l’altro: “Dov’è allora il vulnus, dov’è il diritto negato che si vuol tutelare? Siamo sicuri che non ci siano altri interessi in gioco nel promuovere una nuova normativa che richiederebbe un’ennesima azione legale “ordinaria”, con tanto di avvocato? Siamo sicuri che proporre un ricorso mediante un legale migliorerebbe la situazione, senza introdurre un ulteriore ostacolo all’esercizio dei propri diritti, visto che avere una tutela legale costa, e che lo stesso il gratuito patrocinio richiede precise condizioni che non sono fruibili da tutti?”.
Oggi, a distanza di anni, il quadro è cambiato. Nel disinteresse del parlamento, è in atto un’opera di “legalizzazione” del TSO, precisamente nella direzione indicata dalla proposta di legge, da parte della Corte Costituzionale:
1) Per un verso, la sentenza del 2025 n. 76 – ne ha dato conto il “Quotidiano sanità” – introduce l’obbligo di notifica all’interessato del provvedimento del Sindaco e del decreto del giudice tutelare, stabilendo altresì a carico di quest’ultimo l’obbligo di audizione del degente prima dell’emanazione del decreto di convalida;
2) Per altro verso, è fissata al 6 luglio 2026 un’udienza in cui la Consulta dovrà pronunciarsi su un’ordinanza del 29 dicembre del 2025 con cui il tribunale di Firenze rimette la questione di costituzionalità con riguardo alla mancata previsione dell’assistenza legale a beneficio del “ricoverato”.
La SIP, cioè, “aveva torto”.
Torto nel non rilevare quanto la procedura di TSO – oltre ogni sacralizzazione della “180” – presentasse macroscopiche mortificazioni delle garanzie a beneficio del soggetto attinto dalla procedura.
Torto nel non cogliere l’occasione per “liberare” lo stesso lavoro degli psichiatri pubblici da una responsabilità coercitiva in sé estranea alla professione medica.
Torto nel non allinearsi – come hanno poi fatto la Corte di Cassazione e la Corte Costituzionale – ai documenti di grandi istituzioni internazionali che indicavano all’Italia la via della riforma necessaria, da Comitato di Prevenzione della tortura operante in seno al Consiglio d’Europa, al Comitato Onu introdotto dalla Convenzione per i Diritti delle Persone con Disabilità, cui con grande lentezza e fatica il nostro sistema giuridico si sta adeguando.
Oggi sottoponiamo alla SIP e a tutti gli uomini “di nuova volontà” la ricchezza del dibattito su questi temi emerso durante l’VIII Congresso “Diritti alla Follia”, svoltosi a Collegno il 28 e 29 marzo 2026, i cui lavori sono disponibili on line.
Lo straordinario intervento di Enrico Tresca – psichiatra e psicoterapeuta in servizio all’ASL Caserta dal 2000, direttore di struttura complessa dal 2021 presso l’unità operativa salute mentale di Piedimonte Matese e da ottobre 2025 destinato alla UOSM di Santa Maria Capua Vetere – ha portato al centro della discussione una contraddizione che non può più essere elusa. Da un lato, un tentativo concreto di coraggiosi psichiatri di orientare i servizi ai principi della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (CRPD): deistituzionalizzazione, vita nella comunità, supporto alle decisioni, riconoscimento della piena capacità giuridica. Dall’altro, una reazione sociale e istituzionale che torna, nella stessa logica autoritaria che nel 2017 l’intervento dei vertici della SIP esibiva, a invocare controllo, sicurezza, protezione.
In quello che abbiamo chiamato “caso Caserta”, una petizione “di cittadini” denuncia criticità reali – mancanza di personale, disservizi, difficoltà nella presa in carico – ma le utilizza per costruire una narrazione in cui la presenza stessa delle persone nei territori diventa problema, rischio, minaccia. La risposta implicita non è più rafforzare i diritti e i supporti, ma rimettere in discussione la libertà, condannando alla segregazione ed alla coercizione i “malati”.
“Per il loro bene”.
Questa formula attraversa tutta la vicenda. Ed è la stessa che storicamente ha legittimato l’istituzionalizzazione, l’incapacitazione, la sostituzione delle persone nelle decisioni che riguardano la loro vita.
Il punto, allora, non è solo organizzativo o clinico. È politico.
Chi decide sulla vita di individui che non sono accusati di alcun reato ma la cui unica responsabilità è quella della “malattia”?
Le istituzioni, in nome della sicurezza? I professionisti, in nome della cura?
O non piuttosto le persone stesse, con i supporti necessari e dovuti in un contesto di solidarietà, come oggi indicato da un quadro normativo sempre più nitido?
L’intervento del dott. Tresca – che alleghiamo per suggerirne la pubblicazione – è cruciale perché non si limita a denunciare la pressione esterna. Mostra anche quanto l’ipocrita “per il tuo bene” attraversi i servizi stessi: nei ritardi culturali, nella paura della responsabilità in rapporto alla “posizione di garanzia” (su cui la proposta, frettolosamente “archiviata” dalla SIP, chiariva e chiarisce come non sia possibile processare uno psichiatra in rapporto a “mancate coercizioni”), nella pigrizia di routine burocratiche incompatibili con il rispetto della dignità degli individui. Nella difficoltà, in ultima analisi, di sostenere davvero, collettivamente, individualmente e professionalmente, il “rischio della libertà”.
Su di esso chiediamo alla “psichiatria organizzata” di prendere posizione, di schierarsi, e di farlo – questa volta – dalla parte giusta.
Vorremmo, tra altri dieci anni, potere dire insieme a loro “avevamo ragione”, piuttosto che tornare a segnalare loro “avevate torto”.
In allegato: – intervento di Enrico Tresca al Congresso Associazione Diritti alla Follia
Cordiali saluti,

Michele Capano, Cristina Paderi

per Associazione Diritti alla Follia

Enrico Tresca Per il tuo beneDownload
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Senza libertà di scelta non esiste cura.

Diritti alla Follia · 26/04/2026 · Lascia un commento

Un altro caso, un altro “TSO bianco”? Il silenzio sulla vicenda di Messina

Di Maria

Un altro episodio, un’altra vicenda che interroga profondamente il funzionamento del sistema psichiatrico pubblico.

L’11 aprile 2026, su Messina Today, il giornalista Andrea Castrorino riporta la notizia di un uomo di 34 anni che, dopo essere stato ricoverato presso l’ospedale Papardo di Messina, fugge dalla struttura e viene successivamente travolto da un’auto, riportando gravi ferite.

Secondo quanto riportato, l’uomo era già passato tre volte dal pronto soccorso in pochi giorni, senza che la situazione trovasse una reale risoluzione. Dopo una visita psichiatrica, avrebbe accettato un ricovero “volontario”, salvo poi allontanarsi poco dopo, con conseguenze drammatiche.

È difficile non pensare a quella frase attribuita ad Albert Einstein:
 “La follia è fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi.”

Tre accessi, tre interventi, nessuna risposta efficace.

La ricostruzione lascia aperti molti interrogativi.

Il ricovero viene definito volontario, ma è lecito chiedersi quanto lo fosse davvero. In molti casi, il cosiddetto “consenso” avviene sotto pressione, con la prospettiva — esplicita o implicita — di un TSO. In questi contesti si parla sempre più spesso di “TSO bianco”: una forma di coercizione non dichiarata, che formalmente mantiene la volontarietà ma sostanzialmente la svuota.

Se davvero il ricovero era volontario, allora una volta cambiata idea la persona avrebbe dovuto poter uscire. Parlare con i medici, essere ascoltata, essere dimessa.

Invece, l’unica via è stata la fuga.

E non una fuga qualsiasi: una fuga rischiosa, lucida, determinata.
 Una fuga che racconta molto più di quanto dicano le cartelle cliniche.

L’articolo solleva più dubbi di quanti ne chiarisca.

Non è chiaro dove fosse collocato il paziente, cosa sia quello spazio del pronto soccorso destinato ai pazienti psichiatrici “collaboranti”, quale tipo di presa in carico sia stata realmente attivata

I familiari lamentano di non essere stati informati della fuga e annunciano azioni legali. Ma la questione non può ridursi al controllo.

Il punto non è: perché non è stato sorvegliato meglio? Il punto è: perché è arrivato a scappare?

C’è una domanda che resta sullo sfondo, e che raramente viene posta: cosa è stato fatto, concretamente, per affrontare la sofferenza di questa persona?

Tre accessi in pronto soccorso in pochi giorni indicano una situazione critica. Eppure, il pronto soccorso è probabilmente uno dei luoghi meno adatti ad accogliere il disagio psichico: tempi rapidi, ambienti caotici, approccio emergenziale.

In queste condizioni, la risposta rischia di ridursi a contenimento, osservazione, gestione del rischio.

Ma la cura è un’altra cosa. La cura richiede ascolto, tempo, relazione. Richiede possibilità di scelta.

Questo episodio non è isolato. È parte di un quadro più ampio in cui le dinamiche di presa in carico nella salute mentale pubblica mostrano limiti evidenti.

Quando una persona, invece di trovare un luogo di ascolto, si trova in una situazione da cui sente il bisogno di fuggire — anche mettendo a rischio la propria vita — significa che qualcosa non sta funzionando. Non è solo un problema organizzativo. È un problema di impostazione.

“Senza libertà non c’è cura”. Questo caso lo dimostra in modo drammatico.

Se una persona non può scegliere, se non può dire “basta”, se non può uscire senza rischiare conseguenze, allora non siamo più nel campo della cura. Siamo nel campo del controllo.

📺 Guarda il video integrale della Rassegna Stampa del mese di aprile
 
https://youtu.be/-3238EUzRkk

📲 Guarda la Clip su Instagram:

https://bit.ly/4e5NJqG

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Famiglia nel bosco, la relazione Cantelmi: la battaglia sul corpo dei bambini

Diritti alla Follia · 24/04/2026 · 1 commento

Di Cristina Paderi

Sulla vicenda della cosiddetta famiglia nel bosco si è aperto un nuovo fronte. Non più solo narrazione mediatica, ma un documento tecnico che entra direttamente nel cuore del conflitto: la relazione firmata dallo psichiatra Tonino Cantelmi, depositata al Tribunale per i Minorenni dell’Aquila e ripresa da la Repubblica il 15 aprile 2026.

È un passaggio decisivo. Perché questa relazione non è neutra. È un atto che interviene in una contesa concreta: quella tra un intervento istituzionale che si definisce di tutela e una valutazione tecnica che afferma che quell’intervento ha prodotto sofferenza.

Secondo la relazione, i bambini si trovano oggi in una condizione di “disagio psicologico significativo e progressivo”. Non si parla di una fase di adattamento, ma di un peggioramento che attraversa più dimensioni della vita quotidiana.

Il primo elemento è la rottura radicale delle abitudini. Alimentazione, sonno, relazioni, ambiente: tutto cambia in modo improvviso. Ed è proprio sull’alimentazione che emerge uno dei punti più forti.

I bambini passano da una dieta naturale, priva di prodotti industriali, a un’alimentazione standardizzata con introduzione di zuccheri e cibi processati. La relazione descrive disorientamento e comportamenti compulsivi legati al cibo, soprattutto nei momenti di maggiore intensità emotiva. Il dato è rilevante anche alla luce delle ricerche più recenti: numerosi studi internazionali (2024–2026) collegano i cibi ultra-processati a effetti non solo fisici — infiammazione cronica, alterazioni metaboliche — ma anche psichici, con aumento di ansia, instabilità emotiva e difficoltà cognitive. In età evolutiva, questi effetti risultano più rapidi e più intensi, soprattutto quando si associano ad altre variabili ambientali.

Lo stesso vale per il sonno. La relazione segnala difficoltà nell’addormentamento, risvegli notturni e contenuti ansiosi. Viene introdotta la televisione serale, assente nella vita precedente. Anche qui il dato è coerente con la letteratura: l’esposizione a schermi nelle ore serali è associata a disturbi del sonno, alterazioni dei ritmi circadiani e maggiore vulnerabilità emotiva nei bambini.

Il modello educativo cambia radicalmente. Da un’impostazione basata sul dialogo si passa a meccanismi di rinforzo e punizione. I consulenti descrivono effetti di confusione e difficoltà nell’interiorizzazione delle regole. Sul piano relazionale, i bambini perdono i legami precedenti e vengono inseriti in un contesto non omogeneo, senza evidenze di miglioramento nella socializzazione.

Il punto centrale della relazione è la descrizione di uno “sradicamento affettivo”: una frattura nella continuità dell’esperienza che incide su identità, regolazione emotiva e senso di appartenenza.

Questo elemento entra in tensione con ciò che sta accadendo a livello internazionale sul tema della prevenzione. Negli ultimi anni, diversi Paesi hanno introdotto misure restrittive sull’uso dei dispositivi digitali da parte dei minori. L’Australia, dal dicembre 2025, ha vietato l’accesso ai social media agli under 16; in Europa si stanno diffondendo normative sempre più stringenti, con limiti di età e sistemi di verifica obbligatoria. Queste politiche si basano su un presupposto ormai condiviso: l’esposizione precoce e prolungata a dispositivi e piattaforme digitali è associata a un aumento di disagio psicologico, isolamento e difficoltà relazionali.

Nel caso in esame, la relazione segnala invece un incremento dell’uso di dispositivi e contenuti audiovisivi rispetto alla vita precedente, insieme a una riduzione del gioco attivo e delle attività all’aperto. Anche questo è un dato che si inserisce in un quadro già noto: minore movimento, maggiore esposizione a stimoli digitali e ambienti chiusi sono fattori associati a peggioramento del benessere psicofisico in età evolutiva.

La relazione Cantelmi, in questo senso, non introduce solo una valutazione clinica, ma porta dentro il procedimento giudiziario elementi che appartengono a un dibattito più ampio: quello sul rapporto tra ambiente, stili di vita e salute mentale.

E soprattutto documenta un punto preciso: l’intervento non ha prodotto un miglioramento delle condizioni dei minori, ma una trasformazione che viene descritta come fonte di disagio crescente.

È su questo terreno che si gioca oggi la vicenda.

Bibliografia

Fonti giornalistiche sul caso

  • Zunino, C. (2026). Famiglia nel bosco, l’ultima relazione: “Bimbi nutriti con zuccheri e cibi industriali”. la Repubblica, 15 aprile 2026.

1. Alimentazione, cibi ultra-processati e salute

  • Lane, M. M., et al. (2024). Ultra-processed food exposure and adverse health outcomes: umbrella review of epidemiological meta-analyses. BMJ, 384, e077310.
     Disponibile su: https://www.bmj.com/content/384/bmj-2023-077310
  • Srour, B., et al. (2025). Impact of ultra-processed foods on gut microbiota and chronic inflammation. Nutrients / PMC Review.
     Disponibile su: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11901572/
  • Adjibade, M., et al. (2026). Ultra-processed food consumption and mental health outcomes: systematic review and meta-analysis. Public Health Nutrition / PMC.
     Disponibile su: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12984291/
  • Wang, Y., et al. (2026). Ultra-processed foods and mental health in children and adolescents. Nutrients, 18(6), 899.
     Disponibile su: https://www.mdpi.com/2072-6643/18/6/899
  • Monteiro, C. A., et al. (2025). Neurobiological and inflammatory effects of ultra-processed foods. Frontiers in Nutrition.
     Disponibile su: https://www.frontiersin.org/journals/nutrition/articles/10.3389/fnut.2025.1754492/full

2. Schermi, sonno e sviluppo in età evolutiva

  • Carter, B., et al. (2026). Screen time duration and sleep disturbances in school-age children: systematic review and meta-analysis.
     Disponibile su: https://jccpractice.com/article/a-systematic-review-and-meta-analysis-on-correlation-between-screen-time-duration-and-sleep-disturbances-in-school-going-children-aged-between-six-to-twelve-years-1864/
  • Hale, L., et al. (2025). Screen exposure and sleep outcomes in early childhood: a systematic review. Sleep Medicine Reviews / ScienceDirect.
     Disponibile su: https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2451958825003367
  • Centers for Disease Control and Prevention (CDC). (2025). Screen time and sleep behaviors among adolescents.
     Disponibile su: https://www.cdc.gov/pcd/issues/2025/24_0537.htm
  • Twenge, J. M., et al. (2025). Associations between screen time, sleep and depressive symptoms in adolescents. ScienceDaily (report su studio peer-reviewed).
     Disponibile su: https://www.sciencedaily.com/releases/2025/04/250402142400.htm

3. Politiche internazionali su minori e social media

  • Reuters. (2026). Australia and Europe move to curb children’s social media access.
     Disponibile su: https://www.reuters.com/world/asia-pacific/australia-europe-countries-move-curb-childrens-social-media-access-2026-04-08/
  • Australian Government – eSafety Commissioner. (2025). Social media age restrictions framework.
     Disponibile su: https://www.esafety.gov.au/about-us/industry-regulation/social-media-age-restrictions
  • Anadolu Agency. (2026). Europe moves to tighten social media rules for children amid safety concerns.
     Disponibile su: https://www.aa.com.tr/en/europe/europe-moves-to-tighten-social-media-rules-for-children-amid-safety-concerns/3909782
  • The Guardian. (2025). European Parliament calls for social media ban for under-16s.
     Disponibile su: https://www.theguardian.com/technology/2025/nov/26/social-media-ban-under-16s-european-parliament-resolution
  • ALM Corp. (2026). EU teen social media ban explained: France, Spain, Greece.
     Disponibile su: https://almcorp.com/blog/eu-teen-social-media-ban-explained/

 

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Considerazioni a caldo (e a freddo) dopo l’VIII Congresso “Diritti alla Follia”

Diritti alla Follia · 16/04/2026 · Lascia un commento

Di Cristina Paderi

Ci sono due tempi, dopo un Congresso come questo.

Il primo è quello immediato: l’intensità, la concentrazione, la sensazione (rara) di stare dentro qualcosa che conta davvero. Non un convegno come tanti, non una vetrina, non un esercizio di stile. Ma un luogo dove si parla sul serio, dove le parole hanno conseguenze, dove i conflitti non vengono smussati ma attraversati.

Il secondo tempo è quello che viene dopo. Il “giorno dopo”. Quando si torna alle proprie vite, alle proprie battaglie. E lì si misura davvero cosa resta. Di questo Congresso resta molto.

Resta, anzitutto, una qualità del dibattito che non è scontata. Interventi diversi tra loro, anche in tensione, ma capaci di stare dentro lo stesso spazio senza ridursi a rituale. Nessuna pacificazione forzata, nessuna finta armonia. E questo, oggi, è già un risultato politico.

Resta la sensazione netta che il terreno su cui ci muoviamo sia sempre più chiaro: non è un problema tecnico, non è una questione di aggiustamenti normativi. È uno scontro politico, pieno, aperto.

Lo si è visto in tutti i panel. Nel confronto sui Dipartimenti di Salute Mentale, con il cosiddetto “caso Caserta” portato da Enrico Tresca, è emerso con forza uno dei nodi centrali: di fronte a servizi carenti e “fragili”, la risposta dominante non è rafforzare i diritti, ma spostare il discorso su sicurezza, controllo, gestione del rischio. È un movimento che conosciamo bene. E che continua a riprodursi.

Nel panel sul TSO, alla luce delle pronunce della Corte costituzionale, si è aperto uno spazio che fino a pochi anni fa sembrava impensabile. Posizioni che venivano liquidate come “estremiste” entrano oggi nel perimetro del diritto. Ma questo non significa che il sistema sia disposto a cambiare davvero. Anzi: proprio mentre il diritto si muove, le pratiche mostrano tutta la loro resistenza.

Il panel sulle misure di sicurezza ha riportato il discorso lì dove spesso si evita di guardare: il punto in cui psichiatria e diritto si saldano nel governo delle vite. Non in teoria, ma nei corpi, nelle biografie concrete, nei percorsi senza uscita.

E nella sessione sull’amministrazione di sostegno, con i casi Vattimo e Garofalo, è riemerso ciò che l’associazione denuncia da anni: uno strumento che continua a produrre abusi, sostituzione, espropriazione delle vite. Non come deviazione, ma come funzionamento ordinario.

A tenere insieme tutto questo, più che una linea univoca, è stata una consapevolezza condivisa: il problema non è solo “fuori”. Non è solo nelle istituzioni, nei tribunali, nei servizi.

È dentro. Dentro le pratiche. Dentro i linguaggi. Dentro quella formula che ritorna ovunque: “per il tuo bene”.

Tresca lo ha detto esplicitamente. Ma lo si è sentito, in forme diverse, in molti interventi. Il “per il tuo bene” non è un residuo del passato. È il dispositivo attuale, perfettamente funzionante, che consente di tenere insieme diritti proclamati e pratiche che li negano.

E allora la domanda che attraversa il Congresso non è più se i diritti siano giusti o sbagliati. È se siamo disposti a sostenerli davvero, fino in fondo. Anche quando questo significa rinunciare al controllo. Anche quando espone al rischio. Anche quando mette in crisi ruoli, competenze, poteri consolidati.

Non è una domanda teorica. È ciò che si gioca ogni giorno nei servizi, nei tribunali, nelle relazioni con le persone.

E poi c’è stato il finale. La votazione della mozione. Un passaggio interno, certo. Ma non secondario. Un punto di sintesi che non cancella le differenze, ma le tiene dentro una direzione comune. In un contesto in cui tutto tende a frammentarsi, non è poco.

Eppure, tornando al “giorno dopo”, resta anche un’altra sensazione. Una distanza. Quella tra ciò che si è discusso al Congresso e ciò che accade fuori.

Una distanza che non riguarda le nostre proposte (che pure restano radicali) ma le stesse indicazioni normative già esistenti. La CRPD, le pronunce della Corte costituzionale, gli obblighi internazionali. Tutto questo esiste. E tuttavia, nel dibattito pubblico e politico, è come se non esistesse.

Non c’è un’iniziativa parlamentare che affronti seriamente questi temi. Non c’è un’assunzione di responsabilità. Non c’è, nemmeno, un tentativo opportunistico di cavalcare la questione.

È come se il paese si fosse abituato.

Abituato all’idea che si possa decidere al posto delle persone.
Abituato all’istituzionalizzazione diffusa.
Abituato al fatto che diritti fondamentali restino sulla carta.

È forse questa, più di ogni altra cosa, la sensazione che resta dopo il Congresso.

E allora il senso di quello che è accaduto a Collegno sta anche qui.

Nel dire, ancora una volta, che questa abitudine non è inevitabile, che deve essere contrastata.

Non con dichiarazioni di principio, ma con lavoro politico, con conflitto, con presenza.

Il Congresso non chiude nulla. Non risolve, rilancia.

E, soprattutto, ribadisce una cosa semplice, che può sembrare poco ma non lo è affatto: noi non ci abituiamo.

Guarda la clip sul nostro canale youtube

Guarda i video dell’VII Congresso ‘Diritti alla Follia’

https://www.youtube.com/@associazioneradicalediritt5504/videos

Iscriviti e riceverai la tua tessera direttamente via mail

https://dirittiallafollia.it/iscriviti

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Restituire lo sguardo: le iniziative dell’Assemblea Permanente dei Pazienti Psichiatrici

Diritti alla Follia · 15/04/2026 · Lascia un commento

Di Cristina Paderi

Nel lavoro portato avanti dall’Assemblea Permanente dei Pazienti Psichiatrici (APPP) emerge con forza una questione centrale: chi ha il diritto di guardare, raccontare e rappresentare la follia?

Per Diritti alla Follia, dare spazio a queste iniziative significa sostenere un passaggio fondamentale: da oggetti di osservazione a soggetti attivi di narrazione.

Con “S/Pazzi – Fotografa gli spazi della psichiatria”, l’APPP invita le persone che attraversano i servizi di salute mentale a fotografare i luoghi della psichiatria contemporanea.

Non si cercano immagini perfette, ma testimonianze.

Reparti, corridoi, sale d’attesa: spazi in cui lo sguardo è quasi sempre unidirezionale — si è osservati, valutati, classificati. Fotografare questi luoghi diventa allora un atto politico: lasciare traccia, affermare una presenza.

Dopo le esperienze storiche di denuncia, come quelle di Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin nel contesto della riforma di Franco Basaglia, oggi manca una memoria visiva dei luoghi “post-manicomiali”.

S/Pazzi prova a colmare questo vuoto costruendo un archivio collettivo e anonimo.

Accanto all’open call, l’APPP propone il Corso di fotografia di Simona Novelli per S/Pazzi.

Un percorso accessibile che attraversa la storia della fotografia in psichiatria — da strumento di controllo a mezzo di denuncia — fino a un passaggio chiave: ora fotografiamo noi.

Con “La Zona Cineforum”, l’APPP porta lo sguardo sul terreno dell’immaginario.

Il cinema ha costruito rappresentazioni della follia spesso stereotipate. Questo spazio nasce per analizzarle criticamente, a partire dall’esperienza di chi le vive.

Come ricorda Michel Foucault, la follia è anche una costruzione sociale. E le immagini contribuiscono a definirla.

Guardarle insieme significa sottrarle alla passività e restituirle al confronto politico.

Queste iniziative mostrano che la questione psichiatrica è ancora aperta.

Fotografare e discutere significa rendere visibile ciò che resta invisibile; mettere in discussione lo sguardo dominante e affermare una voce spesso esclusa.

Non sono solo pratiche culturali: sono pratiche politiche.

Se attraversi questi luoghi, se li hai vissuti, se senti il bisogno di raccontarli: scatta una foto, oppure entra nella Zona, guarda, discuti. Non serve essere esperti. Serve esserci.

Ci auguriamo che da questo scambio possa nascere una collaborazione tra Diritti alla Follia e l’Assemblea Permanente dei Pazienti Psichiatrici.

Un grazie a Lucilla per l’invio dei materiali.

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