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Diritti alla follia

Associazione impegnata sul fronte della tutela e della promozione dei diritti fondamentali delle persone in ambito psichiatrico e giuridico.

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Articoli

Il Gattopardo in tribunale: le reazioni alla sentenza n. 76 del 2025 della Corte Costituzionale

Diritti alla Follia · 12/05/2026 · Lascia un commento

Nel corso di un convegno tenutosi a Torino il 13 marzo, Michele Capano, presidente di Diritti alla Follia, è intervenuto con una relazione dal titolo “Il Gattopardo in tribunale: le reazioni alla sentenza n. 76 del 2025 della Corte Costituzionale”, offrendo un’analisi durissima dello stato reale dei diritti delle persone sottoposte a trattamento sanitario obbligatorio.

L’intervento parte dalla storica sentenza n. 76 del 2025 della Corte Costituzionale, che ha finalmente riconosciuto l’illegittimità di alcuni aspetti fondamentali della normativa sul TSO. Dopo quasi cinquant’anni dall’approvazione della legge 180 e della legge 833, la Consulta ha sancito che alla persona sottoposta a ricovero coatto devono essere garantiti diritti elementari: la comunicazione del provvedimento del sindaco, l’audizione davanti al giudice tutelare prima della convalida e la notifica del decreto di convalida stesso.

Capano ricorda come Diritti alla Follia denunciasse da anni proprio l’assenza di queste garanzie, spesso nell’indifferenza generale e tra le critiche di larga parte dell’establishment psichiatrico. Dietro la retorica della “legge Basaglia” come simbolo assoluto di civiltà e progresso, l’associazione ha continuato a evidenziare come il TSO mantenga ancora oggi caratteristiche profondamente coercitive, con margini enormi di arbitrarietà.

Uno dei punti centrali dell’intervento riguarda infatti la vaghezza dei criteri che permettono l’attivazione del TSO. Secondo Capano, la decisione dipende spesso esclusivamente dalla valutazione soggettiva del medico, mentre le successive “garanzie” previste dalla procedura risultano nella pratica puramente formali: il secondo medico raramente contraddice il collega, il sindaco firma senza reali verifiche e il giudice tutelare, fino alla sentenza della Consulta, quasi mai ascoltava direttamente la persona coinvolta.

L’intervento denuncia inoltre numerose prassi illegittime e sistematiche: pazienti sedati prima ancora dell’emissione dell’ordinanza, telefoni cellulari sottratti nei reparti psichiatrici, impossibilità di comunicare liberamente con l’esterno, fino all’uso quotidiano della minaccia di TSO nei Centri di Salute Mentale per costringere le persone ad accettare ricoveri o terapie farmacologiche. Una coercizione spesso invisibile nelle statistiche ufficiali, ma reale nelle vite di migliaia di persone.

Capano mette poi in evidenza un dato politico estremamente significativo: nessuna delle proposte di legge presentate in Parlamento negli ultimi anni — né dal centrodestra né dal centrosinistra — prevedeva quelle garanzie procedurali minime che la Corte Costituzionale ha poi dichiarato indispensabili. Allo stesso modo, la proposta di riforma di Diritti alla Follia, che introduceva notifiche effettive, udienze reali e diritto di difesa, è stata ignorata o accolta con ostilità dagli ambienti psichiatrici istituzionali.

Ma la parte più allarmante della relazione riguarda ciò che sta accadendo dopo la sentenza 76/2025. Secondo Capano, è in corso una vera e propria operazione di svuotamento delle nuove garanzie introdotte dalla Consulta. Le notifiche vengono spesso consegnate a persone sedate e incapaci di comprendere o reagire; le udienze davanti al giudice tutelare si riducono frequentemente a brevi videochiamate effettuate tramite i cellulari degli operatori sanitari; il giudice si confronta quasi esclusivamente con il personale del reparto, senza una reale possibilità di contraddittorio per la persona sottoposta a TSO.

Da qui il riferimento al “Gattopardo” contenuto nel titolo del convegno: cambiare tutto affinché nulla cambi davvero. Una formula che, secondo Capano, descrive perfettamente il rischio attuale. Le nuove garanzie esistono formalmente, ma potrebbero restare prive di efficacia concreta se continuerà a prevalere una cultura che considera i diritti dei pazienti psichiatrici un fastidio burocratico anziché un limite invalicabile al potere coercitivo dello Stato.

L’intervento si conclude guardando alla nuova ordinanza del Tribunale di Firenze, pubblicata nel marzo 2026, che ha rimesso nuovamente la questione alla Corte Costituzionale sollevando il problema del diritto di difesa nel TSO: informazione sulla possibilità di nominare un avvocato, comunicazioni anche al difensore, presenza del legale durante l’audizione e notifiche effettive. Diritti che nel processo penale vengono considerati basilari, ma che continuano a essere negati a chi subisce una privazione della libertà in ambito psichiatrico.

Quello di Michele Capano non è stato soltanto un intervento tecnico-giuridico. È stato soprattutto un richiamo politico e culturale: senza un reale riconoscimento della piena dignità e soggettività delle persone coinvolte, ogni riforma rischia di trasformarsi in un semplice maquillage normativo. E la violenza istituzionale può continuare a riprodursi, anche sotto il linguaggio dei diritti.

Leggi l’intervento integrale di Michele Capano

Capano Il TSO in psichiatria, un problema di diritto e discriminazione – Reazioni sentenza 76 del 2025 della Corte CostituzionaleDownload
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Gabriella e Fabio: quando la legge entra nelle vite delle persone e non le lascia più.

Diritti alla Follia · 11/05/2026 · Lascia un commento

Due arresti, una stessa frattura.

Di Carla Cannas

La vicenda giudiziaria che ha coinvolto Gabriella Cassano e Fabio Degli Angeli nasce intorno alla storia di Marta Garofalo Spagnolo, una giovane donna inserita per anni in un percorso di amministrazione di sostegno, ricoveri psichiatrici e permanenza in strutture protette da cui tentò più volte di allontanarsi.

Secondo l’accusa, Gabriella e Fabio avrebbero approfittato della sua fragilità inducendola ad allontanarsi dal sistema di tutela predisposto per lei. Per questo sono stati condannati in via definitiva per sequestro di persona, circonvenzione di incapace, abbandono e sottrazione di incapace.

Secondo loro, invece, e secondo chi negli anni è rimasto loro vicino, avevano cercato di aiutare Marta a riconquistare libertà e autodeterminazione.

Nel 2022 Marta Garofalo Spagnolo è morta dopo avere assunto una massiccia dose di psicofarmaci all’interno della struttura in cui si trovava.

È dentro questa storia, dolorosa e complessa, che si colloca tutto ciò che oggi resta nelle vite di Gabriella, Fabio e di chi è rimasto accanto a loro.

Negli ultimi mesi ho potuto percepire da vicino il peso devastante che questa vicenda ha avuto sulle vite di Gabriella Cassano e Fabio Degli Angeli, entrambi iscritti all’Associazione Diritti alla Follia come me.

Gabriella Cassano, avvocata, e Fabio Degli Angeli non sono soltanto nomi dentro un procedimento giudiziario. Sono persone. Persone con relazioni, famiglie, responsabilità, fragilità, paure. Persone che ho ascoltato crollare lentamente sotto il peso di qualcosa più grande di loro.

Ho ascoltato la disperazione attraversare un filo telefonico per mesi. L’ ho sentita nelle pause improvvise, nelle parole trattenute, nei giorni e nelle notti che scorrevano nell’attesa di una notizia diversa, una possibilità, un segnale che lasciasse ancora spazio alla speranza, perché anche quando una condanna esiste, la speranza ostinatamente resiste.

Si continua a sperare che qualcosa cambi.

Che qualcuno si fermi davvero ad ascoltare.

Che una vita non venga travolta definitivamente.

E forse proprio perché ho vissuto sulla pelle di mia madre gli effetti della Legge 6/2004 sull’amministrazione di sostegno, conoscevo già quel senso di impotenza che nasce quando una persona entra dentro certi meccanismi istituzionali e non riesce più a uscirne davvero.

Per questo non riuscivo a guardare questa storia da lontano.

Non era una vicenda astratta.

Non era soltanto un fascicolo giudiziario.

Era qualcosa che conoscevo intimamente, perché certi passaggi li avevo già visti, respirati, sofferti.

Sapevo cosa significa cercare ascolto e trovare muri.

Sapevo cosa significa tentare di spiegare che dietro certe etichette esistono persone, volontà, dolore, vite intere.

E sapevo anche quanto, in certi percorsi, chi prova ad aiutare finisca a sua volta travolto.

Prima è arrivato l’arresto di Gabriella Cassano, il 18 ottobre 2025.

Poi, mesi dopo, anche quello di Fabio Degli Angeli, divenuto esecutivo il 6 maggio 2026.

Non sono stati due episodi separati.

Sono stati due colpi dentro la stessa ferita.  

Lo stesso nodo si stringeva nel tempo, fino a diventare carcere.

E intorno a quel nodo si stringevano anche le vite rimaste fuori.

Perché quando una persona viene privata della libertà, non si ferma mai soltanto la sua vita.

Si incrinano anche le vite che le stanno accanto.

Le case cambiano silenzio.

Le famiglie restano sospese.

Chi resta fuori continua a vivere, ma con addosso un peso che non riesce più a togliersi.

«Cercavi giustizia ma trovasti la legge», cantava Francesco De Gregori.

Ed è difficile non sentire tutta la distanza che può esistere, a volte, tra ciò che è legale e ciò che viene percepito come giusto.

In un articolo pubblicato su Informare un’h, di cui consiglio la lettura, Simona Lancioni ha ripreso proprio questa riflessione, dedicandola alla vicenda di Gabriella e Fabio.

Già nel comunicato diffuso dall’Associazione Diritti alla Follia nel marzo 2025 — “Giustizia tradita: lo Stato punisce chi difende la libertà e protegge un sistema criminale” — veniva denunciato il rischio che la tutela potesse trasformarsi in repressione e che l’aiuto verso una persona vulnerabile potesse diventare motivo di condanna.

Oggi, dopo l’arresto anche di Fabio, quelle parole sembrano avere assunto un peso ancora più concreto.

Ci sono momenti che non si dimenticano più.

Telefonate che restano dentro la memoria come fotografie.

Ricordo la voce di Fabio.

La sua preoccupazione costante per Gabriella, già in carcere.

In ogni telefonata tornava sempre lì: alla necessità di trovare ad ogni costo un modo per tirarla fuori il più velocemente possibile, prima che fosse troppo tardi.

C’era una corsa contro il tempo che sembrava consumargli il respiro.

Quasi il bisogno di riuscire a proteggerla almeno con la forza del pensiero, prima che arrivasse altro.

Eppure, anche nella disperazione, il loro pensiero continuava sempre a tornare a Marta Garofalo Spagnolo.

Mai un pentimento per averle dato ascolto.

Mai le parole di chi pensa di avere fatto del male.

Semmai il dolore profondo di chi continua a credere di non essere riuscito a salvarla.

Ed è forse questo uno degli aspetti più devastanti di tutta questa vicenda: vedere persone consumarsi dentro il peso di ciò che è accaduto, continuando però a portare dentro di sé soprattutto il dolore per Marta.

Poi è arrivata quell’ultima telefonata.

«Carla, stanno arrestando anche me in questo momento.»

Nelle tante telefonate, compresa l’ultima, quasi sempre nel sottofondo sentivo la voce della madre che lo chiamava. La mia sensazione era quella di una donna terrorizzata dall’idea di perderlo.

Non c’era soltanto paura.

C’era il caos emotivo di chi, fino a un attimo prima, stava ancora cercando una soluzione, una strada, qualcosa che potesse impedire che tutto precipitasse definitivamente.

Ma quell’“altro” è arrivato come una bomba.

Il carcere anche per Fabio.

E in quell’istante si è spezzato qualcosa che andava oltre la vicenda giudiziaria.

Perché da quel momento non c’era più soltanto il dolore per Gabriella detenuta, ma anche la consapevolezza che il vortice stava inghiottendo pure lui.

Sono momenti che restano addosso.

Perché in quell’istante capisci che la legge non sta più attraversando un fascicolo: sta entrando dentro le vite delle persone, dentro le case, dentro gli affetti, dentro la quotidianità.

E quando accade, lascia ferite che non finiscono con una sentenza.

Questa vicenda continua a porre una domanda che non si riesce a evitare: cosa accade quando ciò che è legale produce effetti che non riconosciamo più come giusti?

Non si tratta di teoria.

Si tratta di vite.

Di conseguenze che si stratificano nel tempo.

Di famiglie travolte.

Di persone che restano sole.

Di un sistema che, mentre applica la legge, continua a lasciare dietro di sé domande senza risposta.

Non possiamo inoltre ignorare la morte di Marta Garofalo Spagnolo, inserita dentro un sistema di protezione giuridica previsto dalla Legge 6/2004 sull’amministrazione di sostegno, che in alcuni casi può incidere profondamente sulla libertà personale di chi vi è sottoposto.

Per chi, come me, conosce da vicino le conseguenze dell’amministrazione di sostegno, tutto questo non è soltanto un dibattito giuridico o politico.  È qualcosa che entra nella carne delle persone.

Per questo conosco il senso di disperazione di chi prova a chiedere ascolto e si sente invisibile.

Conosco la sensazione di trovarsi davanti a meccanismi che sembrano più forti della volontà, e davanti a chi ostenta potere persino di fronte alla sofferenza e all’umanità delle persone coinvolte. Ed è anche per questo che la richiesta di grazia presentata in data 21 marzo 2025 da Gabriella e Fabio, e sostenuta da tante persone, rappresentava molto più di un semplice atto giuridico.

Rappresentava la speranza che qualcuno si fermasse finalmente a guardare queste vite nella loro interezza.

Ma il rigetto di quella richiesta ha lasciato un vuoto difficile da spiegare.

Per noi questa vicenda non riguarda soltanto arresti o condanne.

Riguarda Gabriella Cassano.

Fabio Degli Angeli.

Marta Garofalo Spagnolo.

Riguarda esistenze che si intrecciano. Famiglie che soffrono.

Relazioni travolte da conseguenze che continuano ad allargarsi nel tempo.

Come Associazione Diritti alla Follia continuiamo a esprimere la nostra vicinanza a Gabriella Cassano e Fabio Degli Angeli, oggi detenuti presso la Casa Circondariale di Lecce.

Continuiamo a farlo attraverso la parola, la testimonianza e la memoria pubblica di ciò che accade.

Gridiamo ancora una volta la loro innocenza e rifiutiamo che questa vicenda venga ridotta a una narrazione semplificata o distante dalla realtà umana delle persone coinvolte.

Come ricordato nel comunicato dell’Associazione:

“Gli alti valori – di cui si parla ogni giorno senza viverli mai – della fratellanza e dell’umana solidarietà hanno loro imposto di non restare indifferenti a tale richiesta di aiuto.”

Ed è proprio in questi valori che continuiamo a riconoscere il senso delle loro azioni.

Oggi più che mai, la nostra presenza vuole essere questo: una forma concreta di vicinanza, che non cancella la sofferenza ma rifiuta l’indifferenza.

Perché nessuno dovrebbe sentirsi solo quando la libertà viene messa in discussione.                                                                                                               

Resta ciò che nessun atto giudiziario riuscirà mai davvero a contenere.                                                                              

Resta il prima e il dopo nelle vite delle persone.

Resta il telefono che non suona più.

Resta una casa che cambia silenzio.

Resta chi continua a fare i conti con l’assenza mentre il mondo fuori prosegue come se nulla fosse.

A chi decide, a chi osserva, alle istituzioni e alla politica, resta una responsabilità enorme: comprendere che dietro ogni decisione esistono conseguenze irreversibili per le persone coinvolte. E a chi guarda da fuori chiediamo una cosa semplice: non abituarsi.

Non abituarsi a queste storie.

Non abituarsi all’idea che le persone possano diventare rumore di fondo.

Non abituarsi alla distanza che a volte si crea tra la parola “giustizia” e il dolore reale delle vite attraversate dalla legge.

Perché il punto non è soltanto ciò che è stato deciso.

Il punto è ciò che resta.

E ciò che resta, troppo spesso, è tutto quello che non entra in una sentenza.

In fondo, dentro tutta questa vicenda, io continuo a coltivare una speranza semplice.

Che Gabriella e Fabio riescano a restare uniti anche attraversando tutto questo dolore.

Che riescano a non perdere quella parte umana che li ha portati, nel bene o nel male, a non voltarsi dall’altra parte davanti alla sofferenza di Marta.

Perché è così che li ho conosciuti: attraverso una storia difficile, arrivata nella mia vita mentre anch’io cercavo di sopravvivere al dolore legato alla vicenda di mia madre. Ed è forse anche per questo che questa vicenda non è mai riuscita a sembrarmi distante.

E poi c’è Marta.

Marta Garofalo Spagnolo.

Che al di là delle sentenze, delle interpretazioni e delle contrapposizioni, resta una giovane donna morta dentro un sistema che avrebbe dovuto proteggerla.

Mi auguro che il suo nome continui a essere ricordato.

Non come un caso.

Non come un fascicolo.

Ma come una vita che continua a interrogare le coscienze di tutti noi.

Per chi volesse comprendere davvero questa vicenda, andando oltre i nomi e i singoli episodi, esistono già materiali che ne ricostruiscono il percorso nel tempo, le posizioni e le diverse letture che si sono intrecciate lungo il cammino.

Tra questi:

– il comunicato stampa “Giustizia tradita” pubblicato da Diritti alla Follia:

COMUNICATO STAMPA DELL’ASSOCIAZIONE ‘DIRITTI ALLA FOLLIA’: Giustizia tradita: Lo Stato punisce chi difende la libertà e protegge un sistema criminale

– l’approfondimento pubblicato su Informare un’h di Simona Lancioni:

Cari Gabriella e Fabio, cercavate giustizia, ma avete trovato la legge

– l’archivio degli articoli e degli approfondimenti dedicati al caso su Diritti alla Follia: https://dirittiallafollia.it/2025/10/29/quando-lidealismo-porta-dritto-in-galera/

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“Avevate torto”: una lettera sul TSO rimasta inedita

Diritti alla Follia · 28/04/2026 · Lascia un commento

Introduzione
  La lettera che segue, inviata a “Quotidiano Sanità” e non pubblicata, interviene su un tema di grande rilievo: le garanzie dei diritti delle persone sottoposte a TSO e il ruolo delle istituzioni e della psichiatria.
  In assenza di pubblicazione sulla testata, l’Associazione “Diritti alla Follia” sceglie di renderla pubblica attraverso il proprio blog, affinché possa contribuire al dibattito.

Gentile Direttore,
il 19 luglio del 2017, su queste stesse pagine, (https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/gli-psichiatri-ecco-perch-siamo-contro-la-riforma-del-tso/), la Società Italiana di Psichiatria – nelle persone del presidente Bernardo Carpiniello, del past president Enrico Mencacci e del segretario Enrico Zanalda – “insorgevano” contro una proposta di riforma del TSO (allora promossa da Radicali Italiani, oggi portata avanti dall’Associazione “Diritti alla Follia”) mirante a stabilire maggiori garanzie procedurali (ivi compresa l’assistenza legale) per il soggetto attinto da trattamento sanitario obbligatorio.
Si scriveva tra l’altro: “Dov’è allora il vulnus, dov’è il diritto negato che si vuol tutelare? Siamo sicuri che non ci siano altri interessi in gioco nel promuovere una nuova normativa che richiederebbe un’ennesima azione legale “ordinaria”, con tanto di avvocato? Siamo sicuri che proporre un ricorso mediante un legale migliorerebbe la situazione, senza introdurre un ulteriore ostacolo all’esercizio dei propri diritti, visto che avere una tutela legale costa, e che lo stesso il gratuito patrocinio richiede precise condizioni che non sono fruibili da tutti?”.
Oggi, a distanza di anni, il quadro è cambiato. Nel disinteresse del parlamento, è in atto un’opera di “legalizzazione” del TSO, precisamente nella direzione indicata dalla proposta di legge, da parte della Corte Costituzionale:
1) Per un verso, la sentenza del 2025 n. 76 – ne ha dato conto il “Quotidiano sanità” – introduce l’obbligo di notifica all’interessato del provvedimento del Sindaco e del decreto del giudice tutelare, stabilendo altresì a carico di quest’ultimo l’obbligo di audizione del degente prima dell’emanazione del decreto di convalida;
2) Per altro verso, è fissata al 6 luglio 2026 un’udienza in cui la Consulta dovrà pronunciarsi su un’ordinanza del 29 dicembre del 2025 con cui il tribunale di Firenze rimette la questione di costituzionalità con riguardo alla mancata previsione dell’assistenza legale a beneficio del “ricoverato”.
La SIP, cioè, “aveva torto”.
Torto nel non rilevare quanto la procedura di TSO – oltre ogni sacralizzazione della “180” – presentasse macroscopiche mortificazioni delle garanzie a beneficio del soggetto attinto dalla procedura.
Torto nel non cogliere l’occasione per “liberare” lo stesso lavoro degli psichiatri pubblici da una responsabilità coercitiva in sé estranea alla professione medica.
Torto nel non allinearsi – come hanno poi fatto la Corte di Cassazione e la Corte Costituzionale – ai documenti di grandi istituzioni internazionali che indicavano all’Italia la via della riforma necessaria, da Comitato di Prevenzione della tortura operante in seno al Consiglio d’Europa, al Comitato Onu introdotto dalla Convenzione per i Diritti delle Persone con Disabilità, cui con grande lentezza e fatica il nostro sistema giuridico si sta adeguando.
Oggi sottoponiamo alla SIP e a tutti gli uomini “di nuova volontà” la ricchezza del dibattito su questi temi emerso durante l’VIII Congresso “Diritti alla Follia”, svoltosi a Collegno il 28 e 29 marzo 2026, i cui lavori sono disponibili on line.
Lo straordinario intervento di Enrico Tresca – psichiatra e psicoterapeuta in servizio all’ASL Caserta dal 2000, direttore di struttura complessa dal 2021 presso l’unità operativa salute mentale di Piedimonte Matese e da ottobre 2025 destinato alla UOSM di Santa Maria Capua Vetere – ha portato al centro della discussione una contraddizione che non può più essere elusa. Da un lato, un tentativo concreto di coraggiosi psichiatri di orientare i servizi ai principi della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (CRPD): deistituzionalizzazione, vita nella comunità, supporto alle decisioni, riconoscimento della piena capacità giuridica. Dall’altro, una reazione sociale e istituzionale che torna, nella stessa logica autoritaria che nel 2017 l’intervento dei vertici della SIP esibiva, a invocare controllo, sicurezza, protezione.
In quello che abbiamo chiamato “caso Caserta”, una petizione “di cittadini” denuncia criticità reali – mancanza di personale, disservizi, difficoltà nella presa in carico – ma le utilizza per costruire una narrazione in cui la presenza stessa delle persone nei territori diventa problema, rischio, minaccia. La risposta implicita non è più rafforzare i diritti e i supporti, ma rimettere in discussione la libertà, condannando alla segregazione ed alla coercizione i “malati”.
“Per il loro bene”.
Questa formula attraversa tutta la vicenda. Ed è la stessa che storicamente ha legittimato l’istituzionalizzazione, l’incapacitazione, la sostituzione delle persone nelle decisioni che riguardano la loro vita.
Il punto, allora, non è solo organizzativo o clinico. È politico.
Chi decide sulla vita di individui che non sono accusati di alcun reato ma la cui unica responsabilità è quella della “malattia”?
Le istituzioni, in nome della sicurezza? I professionisti, in nome della cura?
O non piuttosto le persone stesse, con i supporti necessari e dovuti in un contesto di solidarietà, come oggi indicato da un quadro normativo sempre più nitido?
L’intervento del dott. Tresca – che alleghiamo per suggerirne la pubblicazione – è cruciale perché non si limita a denunciare la pressione esterna. Mostra anche quanto l’ipocrita “per il tuo bene” attraversi i servizi stessi: nei ritardi culturali, nella paura della responsabilità in rapporto alla “posizione di garanzia” (su cui la proposta, frettolosamente “archiviata” dalla SIP, chiariva e chiarisce come non sia possibile processare uno psichiatra in rapporto a “mancate coercizioni”), nella pigrizia di routine burocratiche incompatibili con il rispetto della dignità degli individui. Nella difficoltà, in ultima analisi, di sostenere davvero, collettivamente, individualmente e professionalmente, il “rischio della libertà”.
Su di esso chiediamo alla “psichiatria organizzata” di prendere posizione, di schierarsi, e di farlo – questa volta – dalla parte giusta.
Vorremmo, tra altri dieci anni, potere dire insieme a loro “avevamo ragione”, piuttosto che tornare a segnalare loro “avevate torto”.
In allegato: – intervento di Enrico Tresca al Congresso Associazione Diritti alla Follia
Cordiali saluti,

Michele Capano, Cristina Paderi

per Associazione Diritti alla Follia

Enrico Tresca Per il tuo beneDownload
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Senza libertà di scelta non esiste cura.

Diritti alla Follia · 26/04/2026 · Lascia un commento

Un altro caso, un altro “TSO bianco”? Il silenzio sulla vicenda di Messina

Di Maria

Un altro episodio, un’altra vicenda che interroga profondamente il funzionamento del sistema psichiatrico pubblico.

L’11 aprile 2026, su Messina Today, il giornalista Andrea Castrorino riporta la notizia di un uomo di 34 anni che, dopo essere stato ricoverato presso l’ospedale Papardo di Messina, fugge dalla struttura e viene successivamente travolto da un’auto, riportando gravi ferite.

Secondo quanto riportato, l’uomo era già passato tre volte dal pronto soccorso in pochi giorni, senza che la situazione trovasse una reale risoluzione. Dopo una visita psichiatrica, avrebbe accettato un ricovero “volontario”, salvo poi allontanarsi poco dopo, con conseguenze drammatiche.

È difficile non pensare a quella frase attribuita ad Albert Einstein:
 “La follia è fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi.”

Tre accessi, tre interventi, nessuna risposta efficace.

La ricostruzione lascia aperti molti interrogativi.

Il ricovero viene definito volontario, ma è lecito chiedersi quanto lo fosse davvero. In molti casi, il cosiddetto “consenso” avviene sotto pressione, con la prospettiva — esplicita o implicita — di un TSO. In questi contesti si parla sempre più spesso di “TSO bianco”: una forma di coercizione non dichiarata, che formalmente mantiene la volontarietà ma sostanzialmente la svuota.

Se davvero il ricovero era volontario, allora una volta cambiata idea la persona avrebbe dovuto poter uscire. Parlare con i medici, essere ascoltata, essere dimessa.

Invece, l’unica via è stata la fuga.

E non una fuga qualsiasi: una fuga rischiosa, lucida, determinata.
 Una fuga che racconta molto più di quanto dicano le cartelle cliniche.

L’articolo solleva più dubbi di quanti ne chiarisca.

Non è chiaro dove fosse collocato il paziente, cosa sia quello spazio del pronto soccorso destinato ai pazienti psichiatrici “collaboranti”, quale tipo di presa in carico sia stata realmente attivata

I familiari lamentano di non essere stati informati della fuga e annunciano azioni legali. Ma la questione non può ridursi al controllo.

Il punto non è: perché non è stato sorvegliato meglio? Il punto è: perché è arrivato a scappare?

C’è una domanda che resta sullo sfondo, e che raramente viene posta: cosa è stato fatto, concretamente, per affrontare la sofferenza di questa persona?

Tre accessi in pronto soccorso in pochi giorni indicano una situazione critica. Eppure, il pronto soccorso è probabilmente uno dei luoghi meno adatti ad accogliere il disagio psichico: tempi rapidi, ambienti caotici, approccio emergenziale.

In queste condizioni, la risposta rischia di ridursi a contenimento, osservazione, gestione del rischio.

Ma la cura è un’altra cosa. La cura richiede ascolto, tempo, relazione. Richiede possibilità di scelta.

Questo episodio non è isolato. È parte di un quadro più ampio in cui le dinamiche di presa in carico nella salute mentale pubblica mostrano limiti evidenti.

Quando una persona, invece di trovare un luogo di ascolto, si trova in una situazione da cui sente il bisogno di fuggire — anche mettendo a rischio la propria vita — significa che qualcosa non sta funzionando. Non è solo un problema organizzativo. È un problema di impostazione.

“Senza libertà non c’è cura”. Questo caso lo dimostra in modo drammatico.

Se una persona non può scegliere, se non può dire “basta”, se non può uscire senza rischiare conseguenze, allora non siamo più nel campo della cura. Siamo nel campo del controllo.

📺 Guarda il video integrale della Rassegna Stampa del mese di aprile
 
https://youtu.be/-3238EUzRkk

📲 Guarda la Clip su Instagram:

https://bit.ly/4e5NJqG

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Famiglia nel bosco, la relazione Cantelmi: la battaglia sul corpo dei bambini

Diritti alla Follia · 24/04/2026 · 1 commento

Di Cristina Paderi

Sulla vicenda della cosiddetta famiglia nel bosco si è aperto un nuovo fronte. Non più solo narrazione mediatica, ma un documento tecnico che entra direttamente nel cuore del conflitto: la relazione firmata dallo psichiatra Tonino Cantelmi, depositata al Tribunale per i Minorenni dell’Aquila e ripresa da la Repubblica il 15 aprile 2026.

È un passaggio decisivo. Perché questa relazione non è neutra. È un atto che interviene in una contesa concreta: quella tra un intervento istituzionale che si definisce di tutela e una valutazione tecnica che afferma che quell’intervento ha prodotto sofferenza.

Secondo la relazione, i bambini si trovano oggi in una condizione di “disagio psicologico significativo e progressivo”. Non si parla di una fase di adattamento, ma di un peggioramento che attraversa più dimensioni della vita quotidiana.

Il primo elemento è la rottura radicale delle abitudini. Alimentazione, sonno, relazioni, ambiente: tutto cambia in modo improvviso. Ed è proprio sull’alimentazione che emerge uno dei punti più forti.

I bambini passano da una dieta naturale, priva di prodotti industriali, a un’alimentazione standardizzata con introduzione di zuccheri e cibi processati. La relazione descrive disorientamento e comportamenti compulsivi legati al cibo, soprattutto nei momenti di maggiore intensità emotiva. Il dato è rilevante anche alla luce delle ricerche più recenti: numerosi studi internazionali (2024–2026) collegano i cibi ultra-processati a effetti non solo fisici — infiammazione cronica, alterazioni metaboliche — ma anche psichici, con aumento di ansia, instabilità emotiva e difficoltà cognitive. In età evolutiva, questi effetti risultano più rapidi e più intensi, soprattutto quando si associano ad altre variabili ambientali.

Lo stesso vale per il sonno. La relazione segnala difficoltà nell’addormentamento, risvegli notturni e contenuti ansiosi. Viene introdotta la televisione serale, assente nella vita precedente. Anche qui il dato è coerente con la letteratura: l’esposizione a schermi nelle ore serali è associata a disturbi del sonno, alterazioni dei ritmi circadiani e maggiore vulnerabilità emotiva nei bambini.

Il modello educativo cambia radicalmente. Da un’impostazione basata sul dialogo si passa a meccanismi di rinforzo e punizione. I consulenti descrivono effetti di confusione e difficoltà nell’interiorizzazione delle regole. Sul piano relazionale, i bambini perdono i legami precedenti e vengono inseriti in un contesto non omogeneo, senza evidenze di miglioramento nella socializzazione.

Il punto centrale della relazione è la descrizione di uno “sradicamento affettivo”: una frattura nella continuità dell’esperienza che incide su identità, regolazione emotiva e senso di appartenenza.

Questo elemento entra in tensione con ciò che sta accadendo a livello internazionale sul tema della prevenzione. Negli ultimi anni, diversi Paesi hanno introdotto misure restrittive sull’uso dei dispositivi digitali da parte dei minori. L’Australia, dal dicembre 2025, ha vietato l’accesso ai social media agli under 16; in Europa si stanno diffondendo normative sempre più stringenti, con limiti di età e sistemi di verifica obbligatoria. Queste politiche si basano su un presupposto ormai condiviso: l’esposizione precoce e prolungata a dispositivi e piattaforme digitali è associata a un aumento di disagio psicologico, isolamento e difficoltà relazionali.

Nel caso in esame, la relazione segnala invece un incremento dell’uso di dispositivi e contenuti audiovisivi rispetto alla vita precedente, insieme a una riduzione del gioco attivo e delle attività all’aperto. Anche questo è un dato che si inserisce in un quadro già noto: minore movimento, maggiore esposizione a stimoli digitali e ambienti chiusi sono fattori associati a peggioramento del benessere psicofisico in età evolutiva.

La relazione Cantelmi, in questo senso, non introduce solo una valutazione clinica, ma porta dentro il procedimento giudiziario elementi che appartengono a un dibattito più ampio: quello sul rapporto tra ambiente, stili di vita e salute mentale.

E soprattutto documenta un punto preciso: l’intervento non ha prodotto un miglioramento delle condizioni dei minori, ma una trasformazione che viene descritta come fonte di disagio crescente.

È su questo terreno che si gioca oggi la vicenda.

Bibliografia

Fonti giornalistiche sul caso

  • Zunino, C. (2026). Famiglia nel bosco, l’ultima relazione: “Bimbi nutriti con zuccheri e cibi industriali”. la Repubblica, 15 aprile 2026.

1. Alimentazione, cibi ultra-processati e salute

  • Lane, M. M., et al. (2024). Ultra-processed food exposure and adverse health outcomes: umbrella review of epidemiological meta-analyses. BMJ, 384, e077310.
     Disponibile su: https://www.bmj.com/content/384/bmj-2023-077310
  • Srour, B., et al. (2025). Impact of ultra-processed foods on gut microbiota and chronic inflammation. Nutrients / PMC Review.
     Disponibile su: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11901572/
  • Adjibade, M., et al. (2026). Ultra-processed food consumption and mental health outcomes: systematic review and meta-analysis. Public Health Nutrition / PMC.
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  • Wang, Y., et al. (2026). Ultra-processed foods and mental health in children and adolescents. Nutrients, 18(6), 899.
     Disponibile su: https://www.mdpi.com/2072-6643/18/6/899
  • Monteiro, C. A., et al. (2025). Neurobiological and inflammatory effects of ultra-processed foods. Frontiers in Nutrition.
     Disponibile su: https://www.frontiersin.org/journals/nutrition/articles/10.3389/fnut.2025.1754492/full

2. Schermi, sonno e sviluppo in età evolutiva

  • Carter, B., et al. (2026). Screen time duration and sleep disturbances in school-age children: systematic review and meta-analysis.
     Disponibile su: https://jccpractice.com/article/a-systematic-review-and-meta-analysis-on-correlation-between-screen-time-duration-and-sleep-disturbances-in-school-going-children-aged-between-six-to-twelve-years-1864/
  • Hale, L., et al. (2025). Screen exposure and sleep outcomes in early childhood: a systematic review. Sleep Medicine Reviews / ScienceDirect.
     Disponibile su: https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2451958825003367
  • Centers for Disease Control and Prevention (CDC). (2025). Screen time and sleep behaviors among adolescents.
     Disponibile su: https://www.cdc.gov/pcd/issues/2025/24_0537.htm
  • Twenge, J. M., et al. (2025). Associations between screen time, sleep and depressive symptoms in adolescents. ScienceDaily (report su studio peer-reviewed).
     Disponibile su: https://www.sciencedaily.com/releases/2025/04/250402142400.htm

3. Politiche internazionali su minori e social media

  • Reuters. (2026). Australia and Europe move to curb children’s social media access.
     Disponibile su: https://www.reuters.com/world/asia-pacific/australia-europe-countries-move-curb-childrens-social-media-access-2026-04-08/
  • Australian Government – eSafety Commissioner. (2025). Social media age restrictions framework.
     Disponibile su: https://www.esafety.gov.au/about-us/industry-regulation/social-media-age-restrictions
  • Anadolu Agency. (2026). Europe moves to tighten social media rules for children amid safety concerns.
     Disponibile su: https://www.aa.com.tr/en/europe/europe-moves-to-tighten-social-media-rules-for-children-amid-safety-concerns/3909782
  • The Guardian. (2025). European Parliament calls for social media ban for under-16s.
     Disponibile su: https://www.theguardian.com/technology/2025/nov/26/social-media-ban-under-16s-european-parliament-resolution
  • ALM Corp. (2026). EU teen social media ban explained: France, Spain, Greece.
     Disponibile su: https://almcorp.com/blog/eu-teen-social-media-ban-explained/

 

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