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Diritti alla follia

Associazione impegnata sul fronte della tutela e della promozione dei diritti fondamentali delle persone in ambito psichiatrico e giuridico.

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Che Italia stiamo diventando?Ā 

Diritti alla Follia · 08/07/2026 · Lascia un commento

L’illusione della tutela e la sfida dell’autodeterminazione

Di Carla Cannas e Maria D’Oronzo

Una democrazia non si misura dalla qualitĆ  formale delle sue leggi, ma dalla capacitĆ  di garantire libertĆ  e diritti a chi si trova in condizioni di vulnerabilitĆ . La Costituzione italiana affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che limitano l’uguaglianza sostanziale e la piena partecipazione alla vita sociale. Su questo principio si ĆØ costruito nel tempo un sistema articolato di tutele e percorsi di assistenza che oggi, tuttavia, mostra una frattura sempre più evidente: la protezione rischia, in diverse situazioni, di separarsi dalla sua funzione originaria e trasformarsi in una forma indiretta di sostituzione della persona.

Tra il principio normativo e la sua applicazione concreta esiste una distanza che non può più essere ignorata. Ogni sistema pensato per proteggere perde equilibrio quando il controllo si indebolisce e la trasparenza si riduce. Nei momenti di fragilitĆ , il potere delle istituzioni – sanitario, sociale, giudiziario e amministrativo – aumenta inevitabilmente. Questo non ĆØ di per sĆ© un problema, ma lo diventa quando mancano adeguati contrappesi in grado di garantire che l’intervento resti proporzionato, verificabile e reversibile, e che la persona continui a essere soggetto attivo delle decisioni che la riguardano.

In questo quadro, parlare genericamente di ā€œfallimento del sistemaā€ rischia di semplificare eccessivamente la questione. Ogni sistema opera attraverso decisioni concrete, responsabilitĆ  individuali, prassi consolidate e livelli diversi di controllo. Le criticitĆ  emergono quando la gestione delle situazioni di fragilitĆ  si affida a procedure standardizzate che riducono lo spazio dell’ascolto e della volontĆ  individuale.

Le distorsioni non si producono nel vuoto, ma attraverso una catena di decisioni, omissioni e pratiche applicative che attraversa l’intera filiera istituzionale. La distanza tra norme e applicazione si traduce cosƬ in pratiche quotidiane che incidono direttamente sulla vita delle persone, soprattutto nei contesti di maggiore vulnerabilitĆ .

L’obiettivo non ĆØ avere professionisti che giustificano meglio il proprio potere, ma professionisti consapevoli dei limiti del proprio ruolo. La loro responsabilitĆ  primaria dovrebbe essere quella di ridurre l’asimmetria di potere, rifiutando la logica della sostituzione decisionale e promuovendo cittadini informati, consapevoli dei propri diritti e realmente in grado di esercitare la propria autodeterminazione.

Un ulteriore elemento di complessitĆ  riguarda la crescente esternalizzazione dei servizi legati alla salute, alla disabilitĆ  e all’assistenza sociale. L’affidamento a enti del Terzo settore, fondazioni, cooperative o strutture private può rappresentare uno strumento organizzativo legittimo, ma richiede sistemi di vigilanza effettivi e continui. In assenza di controlli sostanziali, il rischio ĆØ la formazione di centri di potere difficilmente verificabili, nei quali la distanza tra finalitĆ  pubbliche e gestione concreta dei servizi tende ad ampliarsi.

Quando la vigilanza si riduce a un controllo formale di procedure e bilanci, aumenta il rischio che la persona venga considerata più come destinataria di prestazioni che come titolare di diritti e di capacitĆ  decisionale. In questo contesto, la possibilitĆ  che la volontĆ  della persona venga sostituita da quella di altri non dipende soltanto da eventuali abusi individuali, ma da un’asimmetria strutturale che il sistema stesso può contribuire a consolidare.

Accanto agli aspetti organizzativi, non può essere ignorato il tema delle risorse. L’effettivitĆ  dei diritti richiede personale adeguatamente formato, servizi territoriali accessibili, tempi compatibili con la complessitĆ  delle situazioni e strumenti di controllo indipendenti. Tribunali sovraccarichi, servizi socio-sanitari sotto pressione e carenze strutturali contribuiscono ad ampliare la distanza tra diritti formalmente riconosciuti e diritti concretamente esercitabili.

In questo scenario si inserisce anche il tema della governancedelle politiche per la disabilitĆ  e della rappresentazione pubblica delle riforme. Negli ultimi anni, iniziative istituzionali come ExpoAide la comunicazione legata al ā€œprogetto di vitaā€ hanno alimentato un dibattito sul rapporto tra narrazione pubblica, partecipazione effettiva e risultati concreti delle politiche sociali. Secondo alcune analisi critiche, tra cui quelle di Simona Lancioni pubblicate su Informare un H, il rischio ĆØ che la dimensione comunicativa prevalga su quella sostanziale, rendendo difficile verificare l’impatto reale delle riforme sulla vita delle persone.

Il punto centrale, tuttavia, non ĆØ l’utilitĆ  degli eventi o delle strategie comunicative in sĆ©, ma la loro capacitĆ  di tradursi in un effettivo rafforzamento dei diritti, dei servizi e delle possibilitĆ  di autodeterminazione delle persone coinvolte. In assenza di dati trasparenti e verificabili, la distanza tra diritti proclamati e diritti esercitati rischia di aumentare.

Tuttavia, rispondere a queste criticitĆ  con un incremento delle procedure, dei controlli formali o della burocrazia non ĆØ necessariamente risolutivo. Una regolazione sempre più complessa può produrre un effetto di protezione apparente, senza incidere realmente sull’asimmetria di potere che caratterizza molte situazioni di fragilitĆ .

Il nodo centrale rimane la questione della sostituzione decisionale. FinchĆ© il potere di decidere viene trasferito dalla persona ad altri soggetti senza adeguate garanzie, il rischio di compressione dell’autonomia individuale rimane strutturale. L’obiettivo non dovrebbe essere quello di rafforzare la capacitĆ  di giustificazione del sistema, ma di ridurre le asimmetrie che lo attraversano.

In questa prospettiva, la centralitĆ  del consenso libero, informato e revocabile e il principio di autodeterminazione assumono un ruolo decisivo, in coerenza con l’articolo 12 della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilitĆ . Il General Comment n.1 del Comitato ONU ha chiarito come il modello debba progressivamente orientarsi verso forme di supporto alla decisione, e non alla sua sostituzione.

In questa prospettiva, ogni eventuale limitazione della capacitĆ  decisionale della persona dovrebbe essere soggetta a rigorose garanzie di necessitĆ , proporzionalitĆ , temporaneitĆ  e controllo effettivo, affinchĆ© il sostegno non si traduca in una compressione indebita dell’autonomia individuale.

L’amministrazione di sostegno nasce come strumento pensato per accompagnare la persona nella gestione della propria vita, limitando il meno possibile la sua capacitĆ  di autodeterminazione. Tuttavia, parte della giurisprudenza e della prassi applicativa ha evidenziato come, in una serie di casi, l’ampiezza degli interventi possa incidere in modo significativo sull’autonomia personale e sulla vita privata. Il punto centrale non riguarda la legittimitĆ  dell’istituto in sĆ©, ma il rischio di un’applicazione che scivoli verso forme di sostituzione decisionale non sempre adeguatamente controllate.

In questo senso, anche le osservazioni delle autoritĆ  indipendenti hanno più volte richiamato l’esigenza di rafforzare le garanzie effettive nei contesti di maggiore vulnerabilitĆ , in particolare nelle strutture residenziali e nei servizi socio-sanitari. In diversi casi, limitazioni della libertĆ  di movimento o delle relazioni personali risultano determinate non da esigenze strettamente cliniche, ma da assetti organizzativi o gestionali, con conseguenti interrogativi sulla proporzionalitĆ  delle misure adottate.

ƈ necessario distinguere con chiarezza i diversi contesti in cui si producono limitazioni della libertĆ  personale. Il sistema penitenziario e il trattenimento amministrativo nei CPR rispondono a logiche giuridiche differenti, legate rispettivamente all’esecuzione della pena e alla gestione dei flussi migratori. In tali ambiti, le criticitĆ  legate a sovraffollamento, isolamento e condizioni detentive sono da tempo oggetto di attenzione da parte delle autoritĆ  nazionali e internazionali.

Diversa ĆØ la prospettiva introdotta dall’articolo 12 della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilitĆ  (CRPD), che non riguarda la privazione della libertĆ  in senso penale, ma il riconoscimento della capacitĆ  giuridica e della volontĆ  della persona. L’obiettivo della Convenzione non ĆØ sostituire le decisioni individuali, ma garantire il supporto necessario affinchĆ© ciascuno possa esercitare i propri diritti su base di uguaglianza.

Secondo alcune interpretazioni critiche, tra cui quelle sviluppate da Simona Lancioni su Informare un H, l’attuazione di questo principio nell’ordinamento italiano presenta ancora elementi di tensione tra il modello del ā€œsupporto alla decisioneā€ e la persistenza di strumenti giuridici e prassi che possono produrre effetti sostitutivi.

In questo quadro si inserisce il dibattito più ampio sviluppato da associazioni, esperienze e contributi della societĆ  civile, tra cui quelli promossi da realtĆ  come l’Associazione Diritti alla Follia, che pongono al centro il tema del superamento della decisione sostitutiva e del rafforzamento dell’autodeterminazione della persona. Pur nella diversitĆ  delle posizioni, emerge una convergenza su un punto: la necessitĆ  di rafforzare i meccanismi di garanzia e ridurre le asimmetrie di potere nei contesti di maggiore vulnerabilitĆ .

Nel campo della tutela delle persone fragili, alcune vicende hanno evidenziato criticitĆ  strutturali nei sistemi di vigilanza e controllo. Il caso Forteto ha rappresentato un punto di svolta nel dibattito pubblico, mettendo in luce come carenze nei meccanismi di supervisione possano contribuire al protrarsi nel tempo di gravi violazioni. Le successive inchieste giudiziarie e parlamentari hanno richiamato l’attenzione sulle responsabilitĆ  istituzionali oltre che individuali.

Analogamente, il caso AIAS ha aperto interrogativi sulla gestione dei servizi per la disabilitĆ  e sull’utilizzo delle risorse pubbliche. Le vicende giudiziarie sono ancora in corso e le accuse contestate restano oggetto di valutazione da parte dell’autoritĆ  giudiziaria, nel rispetto del principio di presunzione di innocenza. Indipendentemente dagli esiti processuali, il caso ha contribuito a riportare al centro il tema della trasparenza e dell’efficacia dei controlli nel sistema dei servizi.

In un contesto più ampio, il dibattito pubblico ha incluso anche iniziative istituzionali e momenti di comunicazione politica come ExpoAid, che hanno suscitato riflessioni sul rapporto tra rappresentazione pubblica delle politiche per la disabilitĆ  e loro effettiva attuazione. In questo quadro, contributi critici come quelli pubblicati su Informare un H hanno evidenziato l’importanza di verificare se la narrazione istituzionale corrisponda a un reale rafforzamento dei diritti.

Anche il recente dibattito costituzionale sul trattamento sanitario obbligatorio ha riportato l’attenzione sul tema delle garanzie procedurali. Il giudizio pendente davanti alla Corte costituzionale, con l’ammissione dell’intervento di Diritti alla Follia come amicuscuriae, si inserisce in una riflessione più ampia sulla necessitĆ  di garantire il diritto di difesa e il controllo giurisdizionale nei casi di compressione della libertĆ  personale. Il tutto in coerenza con l’articolo 13 della Costituzione, che sancisce l’inviolabilitĆ  della libertĆ  personale e ne subordina la limitazione a riserva di legge e controllo giudiziario.

Pur nella diversitĆ  dei contesti, emerge un filo comune: la tensione tra protezione e autonomia, tra intervento pubblico e autodeterminazione, tra tutela formale e diritti sostanziali.

Resta infine una domanda che attraversa tutto il dibattito. Non riguarda soltanto l’efficienza dei sistemi di tutela o la qualitĆ  delle norme, ma il modo in cui viene concepita la relazione tra istituzioni e persona.

Una democrazia non si misura soltanto dalla capacitƠ di proclamare diritti, ma dalla loro effettiva praticabilitƠ nei momenti di maggiore fragilitƠ. ƈ proprio lƬ che si comprende se la tutela resta uno strumento di protezione o se rischia di trasformarsi, anche inconsapevolmente, in una forma di sostituzione della persona.

Le fonti costituzionali, la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilitĆ , la giurisprudenza delle corti nazionali ed europee e il contributo della societĆ  civile convergono su un punto essenziale: la persona deve restare il centro del processo decisionale, anche quando necessita di supporto.

La sfida non ĆØ scegliere tra tutela e libertĆ , ma costruire sistemi in cui la tutela non si realizzi mai a discapito della libertĆ , e in cui il sostegno non si trasformi in espropriazione della volontĆ .

Quando questo equilibrio si indebolisce, non ĆØ solo la qualitĆ  dei servizi a essere in gioco, ma la qualitĆ  stessa della democrazia.

La domanda iniziale resta aperta: quale Italia stiamo costruendo? Non come provocazione, ma come verifica concreta della qualitƠ democratica del sistema. Una societƠ si misura dalla capacitƠ di garantire che la tutela non si trasformi mai in sostituzione e che la fragilitƠ non diventi il luogo in cui si riduce la libertƠ. ƈ su questo equilibrio che si gioca la credibilitƠ delle istituzioni e la sostanza dei diritti.

šŸ“š Fonti

Normativa e principi fondamentali

Costituzione della Repubblica italiana (artt. 2, 3, 13 e 32)

Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilitĆ  (CRPD), con particolare riferimento all’art. 12

Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU)

Legge 9 gennaio 2004, n. 6 (Amministrazione di sostegno)

Legge 23 dicembre 1978, n. 833 (Trattamento sanitario obbligatorio)

Giurisprudenza e documenti interpretativi

Corte costituzionale – giurisprudenza in materia di libertĆ  personale, proporzionalitĆ  e trattamenti sanitari obbligatori

Corte europea dei diritti dell’uomo – giurisprudenza su capacitĆ  giuridica, vita privata e libertĆ  personale

Comitato ONU sui diritti delle persone con disabilitĆ , General Comment n. 1 (2014) sull’art. 12 della CRPD

Rapporti e autoritĆ  indipendenti

Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertĆ  personale

AutoritĆ  Garante nazionale per i diritti delle persone con disabilitĆ 

Relazioni sul sistema delle REMS e sul superamento degli OPG

Rapporti sul sistema penitenziario italiano (sovraffollamento, condizioni detentive e suicidi)

Rapporti sui Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR)

Casi e dibattito pubblico

Caso Forteto – sentenze, atti giudiziari e Commissione parlamentare d’inchiesta

Nove da Firenze, ā€œCaso Forteto: prosegue il lavoro della Commissione d’inchiestaā€

Radio Mugello, ā€œCaso Forteto: Petrucci attacca Orlando sui magistrati e le responsabilitĆ  istituzionaliā€

Vicenda giudiziaria relativa ad AIAS (procedimenti in corso, nel rispetto della presunzione di innocenza)

ExpoAid e dibattito pubblico sulle politiche per la disabilitĆ  e sul ā€œprogetto di vitaā€

Approfondimenti e contributi della societĆ  civile

Informare un H (articoli di Simona Lancioni), in particolare:

TSO e diritto di difesa

Forum ā€œDal nero su bianco ai colori della vitaā€

ExpoAid: quando la vetrina politica viene prima del diritto a partecipare

ExpoAid e l’inspiration porn

Oltre la logica del palcoscenico

RSA e RSD: restrizioni alla libertĆ  di movimento

ā€œDenuncio un sistema assistenzialeā€¦ā€

Diritti alla Follia – documenti e proposte su TSO, amministrazione di sostegno e modello del supporto alla decisione

Contributi sul diritto alla vita indipendente e sul superamento della decisione sostitutiva

Approfondimenti giornalistici

La Stampa – DisabilitĆ : quando i diritti delle persone dipendono dai fondi

RaiNews – servizi e inchieste sulla vicenda AIAS

Il Fatto Quotidiano – articoli sulla gestione AIAS e sulle criticitĆ  del sistema

la Repubblica – approfondimenti sulla vicenda AIAS

Ulteriori inchieste giornalistiche nazionali e locali sui casi citati

šŸ¤ Per approfondire

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Basaglia, basagliani, basagliare:per una visione critica del movimento anti istituzionale.

Diritti alla Follia · 03/07/2026 · Lascia un commento

Di Renato Ventura

Ho avuto recentemente occasione di polemizzare con Peppe Dell’Acqua, noto e illustre collaboratore di Basaglia, circa l’attualitĆ  del pensiero del suo maestro e la legge 180 che, erroneamente, porta il suo nome.

Il centenario della nascita di Basaglia ha suscitato una cospicua produzione di scritti e di iniziative per onorarne la memoria e rilanciarne il pensiero. Indubbia l’importanza che ha avuto nell’evoluzione della societĆ  anche, e forse soprattutto, al di fuori della gestione del disturbo mentale. La sua ĆØ stata infatti una decisiva battaglia politica e culturale che ha cercato di abbattere i muri del pregiudizio, della stigmatizzazione e della emarginazione dei ā€œfolliā€ e, in questo senso, va ben oltre l’abbattimento dei muri manicomiali.

Sarebbe sufficiente ricordare il suo mitico ā€œmi no firmoā€, per negare il suo avallo alle pratiche contentive che allora (ma anche oggi!) erano in uso nei manicomi, per avere contezza della statura della persona. Non credo sia stato facile, per un neurologo prestato alla psichiatria, mettersi di traverso a consolidate tradizioni. Ma era il 1961 e l’uomo dava voce a un diffuso malessere della societĆ  che rifiutava i metodi repressivi e che sarebbe esploso nel 1968. ā€œL’istituzione negataā€ di Basaglia ĆØ appunto del 1968 e descrive in modo divulgativo la sua esperienza di direttore dell’OP di Gorizia dandogli notorietĆ  internazionale.

Nella quasi totalitĆ  gli scritti in memoria di Basaglia ne danno una visione quasi salvifica e mitica: ā€œha chiuso i manicomiā€. In realtĆ  per chiuderli ci sono voluti venti anni e sono stati sostituiti dalle c.d. comunitĆ  terapeutiche che, spesso, sono realtĆ  neo manicomiali. Nel 1999 fu chiuso l’ultimo manicomio, il San Nicolò di Siena. La legge 180 ĆØ stata emanata nel 1978(!).

Spesso dico ironicamente: forse ĆØ (siamo) stato/i ā€œtroppoā€ bravo/i in Italia. Questa tipica e generosa caratteristica italiana di ā€œgettare il cuore oltre l’ostacoloā€ forse ha generato, specie per le famiglie, un carico drammatico per gestire situazioni estremamente difficili in assenza di una non facile trasformazione dei servizi. Tale problema non ĆØ ancora risolto se ĆØ vero che la popolazione delle strutture comunitarie era nel 2019 di 28.895 persone con permanenza media di 963,5 giorni (più di due anni e mezzo!), come si legge nel Rapporto ISTISAN 23/9. Nel 1978 in Italia c’erano 98 ospedali psichiatrici che ospitavano più di 89mila persone. Pertanto ancora un terzo delle persone con problemi mentali si trovano ricoverate in strutture residenziali psichiatriche, talune a vita. Ne ho personale esperienza avendo lavorato come psichiatra in una comunitĆ  terapeutica.

ā€œOccorre poi dirlo con il necessario vigore: senza le strutture residenziali il sistema oggi non reggerebbe e la gestione dei pazienti psichiatrici si scaricherebbe su famiglie sempre più disgregate – come sempre più disgregata ĆØ la societĆ  in cui viviamo, e la pandemia (l’articolo ĆØ stato scritto in epoca COVID, ndr) disgrega ed allarga la forbice delle diseguaglianze ancor più – incapaci di sostenerne il peso nella gestione quotidianaā€. (E. Robotti in Psychiatry on line, 2020).

Il bel libro di Tommaso Losavio (collaboratore di Basaglia a Trieste) ā€œFare la 180. Vent’anni di riforma psichiatrica a Romaā€ testimonia tutte le fatiche e le contraddizioni che hanno comportato per gli operatori, sviluppare i servizi di salute mentale di comunitĆ  lottando contro le amministrazioni e le associazioni dei familiari che vedevano messo in crisi e destabilizzato il quadro normativo e organizzativo che assicurava la gestione delle persone affette da disturbo psichico grave in strutture con finalitĆ  prevalentemente custodialistiche (i manicomi).

Si parva licet, pur provenendo da esperienze molto diverse (milanesi), mi sono riconosciuto nella rievocazione di quegli ā€œanni ruggentiā€ e, sulla scorta di una recensione di Luca Negrogno (Edizioni ETS, 2021), ho scritto un articolo (ā€œAlla ricerca del tempo perdutoā€) pubblicato sul blog del Forum Salute Mentale nel quale esprimevo  (auto)criticamente la mia esperienza (milanese e poi presso l’OP di Como) che, pur avendo punti di contatto con il movimento triestino, tuttavia era rimasta ancorata a una concezione della psichiatria tradizionale e, negli anni successivi, prevalentemente farmacologica, tanto da indurmi ad abbandonare la psichiatria clinica e dei servizi per iniziare un training psicoanalitico presso la SocietĆ  Italiana di Psicoanalisi.

Il movimento per la deistituzionalizzazione cominciò a svilupparsi in diversi paesi occidentali tra la metĆ  degli anni cinquanta e gli anni sessanta e Basaglia ne colse l’importanza civile prima che tecnica e scientifica: Ā«La follia ĆØ una condizione umana. In noi la follia esiste ed ĆØ presente come lo ĆØ la ragione. Il problema ĆØ che la societĆ , per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la folliaĀ»ā€¦ā€ e ancora: ā€œLa libertĆ  ĆØ terapeuticaā€.

Il momento dell’avvio dei movimenti rifacentesi all’antipsichiatria e il ritmo delle riforme furono variabili a seconda del paese. Ricordo, fra le tante, solo due date importanti: nel 1952 lo psichiatra Maxwell Jones apre la prima comunitĆ  terapeutica autogestita. In Francia nel 1960 nasce la psychiatrie de secteur  (circolare ministeriale del 15 marzo 1960) con la quale viene valorizzato il ruolo del territorio.

Come spesso accade con personaggi che rappresentano e interpretano mutamenti radicali a livello sociale, culturale e politico c’è una tendenza alla enfatizzazione che rischia, come in più occasioni ha affermato Negrogno a proposito di Basaglia, di ā€œmonumentalizzareā€ la sua figura a scapito di una lettura critica che lo possa ā€œattualizzareā€ (ā€œAttualizzare Basagliaā€ in Giustizia insieme (https://www.giustiziainsieme.it/). Oggi la cancel culture, spesso ed erroneamente, mette in discussione questa naturale tendenza popolare aĀ identificarsi con questi personaggi mitizzandoli e dedicando loro i monumenti che verranno poi abbattuti per il cambiamento delle prospettive. Non credo che possa accadere a Basaglia.Ā Ma non mi risulta nemmeno che, per ora,Ā siano stati eretti monumenti in suo onore. Per Brecht ĆØ ā€œbeata la nazione che non ha bisogno di eroiā€.

Vedo però concreto e attuale il rischio che un’eccessiva insistenza nella agiografia – Cavicchi, a proposito della 180, afferma che ĆØ necessario rimuovere le contraddizioni interne alla legge sfondando il muro dell’apologia per evitare il rischio di regressivitĆ  o di controriforma – se si interpreta il movimento che fa capo a Basaglia in termini di vittoria del bene (la liberazione dei folli) contro il male (i manicomi). Inteso in questo modo il basaglismo (ĆØ un neologismo ma se esistono i basagliani dovrebbe esistere il basaglismo) rappresenta un elemento culturale che rende difficile un’evoluzione della psichiatria. Anche per i manicomi vale una lettura critica e non manichea ed ĆØ opportuno contestualizzarli all’interno della cultura illuministica e poi positivistica nel solco della quale sono stati concepiti. I ā€œfolliā€, passando dagli ospizi e dalle prigioni ai manicomi vedevano riconosciuta una loro peculiaritĆ  da trattare con il metodo morale (Pinel). Foucault nella sua monumentale ā€œStoria della follia nell’etĆ  classicaā€ traccia l’evoluzione della istituzionalizzazione dandone un quadro complesso che si interseca con gli aspetti religiosi, i mutamenti sociali e culturali che sono stati alla base dei processi trasformativi che hanno portato dai lebbrosari (trasformati in ospizi per poveri, folli, eretici. libertini e criminali) all’Hotel-Dieu solo per alienati. In epoca successiva il manicomio diventerĆ  Ospedale (Neuro)Psichiatrico e la follia verrĆ  attribuita a malattia del cervello.

Non si può negare che nel passare dagli ospizi per i lebbrosi al manicomio e all’Ospedale (Neuro)Psichiatrico c’è una evoluzione che riflette una visione del disturbo mentale non più come espressione di depravazione morale (donde il trattamento morale) ma come malattia.

Per qualcuno la psichiatria si ĆØ fermata qui in quanto le neuroscienze hanno falsamente attribuito a disordini neurochimici il disturbo mentale. La parallela scoperta degli psicofarmaci ha fatto ritenere che si possano ā€œnormalizzareā€ le persone disturbate o devianti ripristinando l’equilibrio dei neurotrasmettitori. ā€œIn realtĆ , la teoria degli squilibri chimici, che caratterizza il modello bio-medico ed organicista, non ĆØ mai stata dimostrata e tantomeno le origini genetiche dei vari disturbi psichiciā€ (Moncrieff et al. 2022 in ā€œSospendere gli psicofarmaciā€ di Maviglia M. e al.). C’è da dubitare della buona fede di chi sostiene questo rozzo e semplicistico argomentare circa la natura dei disturbi psichici. Si veda un mio recente articolo sulla rivista on line Quotidiano SanitĆ : Quale psichiatria per quali pazienti? – Quotidiano SanitĆ  (quotidianosanita.it)

In una recente occasione di ricordare Basaglia al teatro Franco Parenti di Milano (ā€œIL SOGNO DI BASAGLIAā€ 18 Novembre 2023) nella quale erano presenti la figlia Alberta e relatori di grande livello, uno di loro ha parlato di basagliare alludendo, con questo neologismo, a una sorta di linguaggio usato in quel gruppo ristretto di persone che erano soliti frequentare Basaglia e che avevano lavorato con lui. Una sorta di linguaggio privato e familiare che mi ha ricordato il bel libro di Natalia Ginzburg ā€œLessico famigliareā€ che narra, in forma autobiografica, le vicende di una famiglia ebraica durante il ventennio fascista che usava una sorta di linguaggio privato per comunicare fra di loro. Una sorta di linguaggio criptico o di adepti di una setta che si auto compiace di un’intesa che esclude i non aderenti. In fondo anche i linguaggi tecnici che si usano nelle varie professioni spesso assolvono il compito di costruire un’intesa tra addetti ai lavori escludendo i non addetti.

E’ forse banale rilevare che questo uso insistito caratterizza alcune scuole di psicoterapia. Lo psicanalese lacaniano di Recalcati ĆØ stato ben rappresentato in modo graffiante da Crozza che parla di psicobanalisi con chiara allusione all’uso di termini e metafore apparentemente sofisticate per esprimere in modo concettoso ed elitario banali considerazioni. Nei riti delle chiese, nelle preghiere, nell’uso del latino o di complesse simbologie si esprime la necessitĆ  di integrarsi in un piccolo o grande gruppo nel quale identificarsi.

I basagliani dunque, basagliando si riconoscono fra loro con il loro proprio linguaggio? Anche i freudiani, i lacaniani e gli junghiani e altre ā€œsetteā€ usano un linguaggio che marca la loro appartenenza. Le scuole (o sette?) di psicoterapia sono innumerevoli.

In realtà però a me non sembra che basagliaresia un linguaggio iniziatico bensì un modo di porsi e interpretare la realtà del disturbo psichico come espressione (conseguenza?) di un sistema politico e sociale (neo liberale e liberista) che tende a marginalizzare le fasce sociali non produttive (e quelle che sono segnate al disturbo mentale lo sono quasi sempre) con costruzione di un welfare che preferisce supportarli economicamente piuttosto che integrarli socialmente: operazione più complessa e forse più costosa non solo economicamente ma in termini di consenso politico.

Tornando alla de-istituzionalizzazione ĆØ interessante osservare che sul sito della Tavistock Clinic – molto nota istituzione inglese per la cura dei disturbi mentali nella quale operarono insigni psicoanalisti – che ne ripercorre la storia si legge che ā€œcon il Mental Health Act del 1959la comunitĆ  veniva identificata come il luogo di cura più appropriato per le persone con problemi di salute mentale e, cosa più importante, stabiliva che le persone sane, ma etichettate come “moralmente difettose” non potevano più essere ammesse in un ospedaleā€.

In una comparazione fra il sistema inglese e quello italiano Giorgia Zattoni (Tesi di laurea alla CĆ  Foscari anno acc. 2017/18) afferma: ā€œā€¦la riforma psichiatrica ĆØ avvenuta con tempi e modalitĆ  diverse nei due paesi, ma ĆØ stata determinata e influenzata dal contributo di grandi pensatori come Basaglia, Laing, Cooper e Jonasā€.

Sappiamo che Basaglia ebbe contatti con il movimento dell’antipsichiatria inglese e con la fenomenologia tedesca. In realtĆ  fu la moglie, Franca Ongaro – di formazione sociologica e sua stretta collaboratrice e, dopo la sua morte, curatrice del pensiero del marito ma anche non semplice custode ma originale nel portarne avanti il pensiero e impegnata politicamente come senatrice dal 1983 al 1992 – a recarsi a Digleton, in Scozia, nell’ospedale psichiatrico diretto da Maxwell Jones, che conduceva il primo esperimento di gestione di un intero ospedale in forma di comunitĆ  terapeutica. Si dice che dietro un grande uomo c’è una grande donna. Nel nostro caso si potrebbero invertire i termini. La visibilitĆ  pubblica di Basaglia ha reso meno visibile Franca.   Dice di lei Annacarla Valeriano nella sua biografia (Contro tutti i muri. La vita, il pensiero di Franca Ongaro Basaglia): ā€œconsapevole che occorreva da un lato consolidare la rivoluzione avvenuta, ma dall’altra andare oltre la psichiatria, Ā«a confermaĀ» del fatto che la de-istituzionalizzazione non poteva fermarsi semplicemente alle soglie del manicomio, ma doveva rappresentare un processo continuo contro tutti i muri di parole, contro i pensieri, i pregiudizi, le culture che potevano limitare la dignitĆ  degli uomini e delle donneĀ».

Il vero problema ĆØ rappresentato infatti dalla re-istituzionalizzazione e dalla tendenza a utilizzare le strutture carcerarie per coloro che hanno disturbi mentali. Si tratta evidentemente di una contro riforma che, come spesso accade storicamente, segue il momento riformatore.

Del resto non ci possono essere dubbi che tale controriforma riflette l’attuale situazione politica.

Mi sembra pertanto riduttivo ritenere che il pensiero di Basaglia si sia esaurito nella liberazione dei folli con la chiusura dei manicomi cosƬ come Pinel aveva giĆ  fatto nell’Ottocento liberandoli dalle catene.

Ma la vulgata cosƬ ha deciso, cosƬ come ritiene che la 180 sia la legge di Basaglia. Grave errore perchĆ© Basaglia, pur essendone l’ispiratore, aveva intravisto il rischio di medicalizzazione dei disturbi mentali. ƈ quello che ĆØ avvenuto inserendo la 180 nella 883 del 1978 istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale. Sono stato testimone di quanto questa ospedalizzazione del disturbo mentale sia frutto anche del lavoro del professor Cazzullo, del quale ero allievo, che dirigeva la Clinica Psichiatrica dell’UniversitĆ  di Milano ed era, in quegli anni, Presidente della SocietĆ  Italiana di Psichiatria. Si recava regolarmente a Roma per incardinare la legge 180.nella legge che istituiva il SSN.

Il professor Cazzullo era molto soddisfatto di aver ottenuto che ogni ospedale avesse un centro clinico psichiatrico per ricoverare persone affette da disturbo mentale.  Lui stesso, originariamente neurologo presso la Clinica delle Malattie Nervose e Mentali, si era adoperato per separare l’insegnamento della Neurologia dalla Psichiatria e aveva creato un reparto di Psichiatria d’urgenza nel Policlinico di Milano (Guardia seconda, per differenziarla dalla prima che era il Pronto Soccorso). La sua idea di organizzazione dei servizi di Salute Mentale era fortemente ā€œospedalocentricaā€ e molto lontana dall’idea di una psichiatria territoriale basata sui centri di salute mentale. Ad ogni centro ospedaliero avrebbe corrisposto un primario e questo permetteva a lui di costruire una rete di primariati ospedalieri di psichiatria da assegnare ai suoi allievi. Il professor Cazzullo era una persona dotata di indubbie qualitĆ  intellettuali (e politiche) e con apertura nei confronti di personaggi di spicco della psicoanalisi; ricordo i seminari di Martha Harris sulla infant oservation e di Lina Generali, entrambe allieve della Klein, di Luban Plozza, che era allievo di Balint e che importò in Italia i ā€œgruppi Balintā€.  La sua idea di psichiatria era fondamentalmente legata a una concezione arcaica del potere universitario e orientata alla dimensione biologica della psichiatria. Non mancavano però allievi orientati in senso fenomenologico (dominante nella psichiatria di allora) e chi (G.F: Goldwurm) aveva importato la psicologia russa basata sui riflessi condizionati di Pavlov (Vygotskij con Leontjev e Lurija) alla base degli studi sul comportamentismo e sulle terapie comportamentali e cognitive. Credo che chi proviene da quella matrice culturale possa giustamente rivendicare che non tutta la psichiatria ĆØ riducibile al lascito basagliano.

In quel periodo si era stabilita una solita connessione tra l’UniversitĆ  e le case farmaceutiche con sponsorizzazione di ricerche sugli psicofarmaci da parte di queste ultime. Questa idea del potere universitario e della centralitĆ  dell’Ospedale, nonostante la rivoluzione sessantottina, non ĆØ scomparsa come non ĆØ scomparsa la presenza opaca delle case farmaceutiche. I congressi e molte iniziative sono infatti sponsorizzate con il loro contributo ā€œnon condizionanteā€ (sic!).

L’idea di Cazzullo era che in psichiatria si dovesse operare un intelligente interdisciplinarietĆ  (parlava di ā€œeclettismoā€ della psichiatria). In realtĆ  tale posizione non mi ha mai del tutto convinto in quanto essere eclettici diventa un modello culturale che riflette, una prospettiva pilatesca su questioni di fondo: visione e interpretazione organicista (sia pure secondo la nouvel vague delle neuroscienze e sostanzialmente neuro-psicofarmacologica), psicodinamica in tutte le sue declinazioni (psicoanalitica con le sue varie chiese, sistemica, behaviorista…) o sociologica (territoriale, di comunità…)? Quale visione del disturbo mentale privilegiare? Io scelsi la psicoanalisi freudiana diventando associato della SPI, dopo un lungo training, ma successivamente me ne sono distaccato in quanto mi sono reso conto di quanto fossero importanti, e forse decisivi, altri modelli interpretativi e che in fondo la psichiatria deve fare i conti con il ā€œpensiero deboleā€ (J.-F. Lyotard e in Italia Vattimo). La nozione di Ā«pensiero deboleĀ» definisce l’atteggiamento (postmoderno) filosofico che ha preso atto della dissoluzione delle certezze e dei valori assoluti. 

Anche alcuni psicoanalisti (Elvio Fachinelli) e filosofi (Pier Aldo Rovatti in ā€œā€œRestituire la soggettivitĆ . Lezioni sul pensiero di Franco Basagliaā€) si sono espressi per una visione critica e politica della psicoanalisi e della psichiatria che superi quella legata alla rigiditĆ  di un modello interpretativo.

Il problema oggi ĆØ che gli insegnamenti universitari sono largamente dominati dalla psichiatria biologica e dalle neuroscienze e si ĆØ creata una grande divaricazione fra il modello biologico e quello sociologico e psicologico.

Riprendo dalla tesi di Zattoni G. giĆ  citata: ā€œIl processo di deistituzionalizzazione si ĆØ focalizzato sui bisogni delle persone e sullariabilitazione, concentrandosi prevalentemente sulle persone che avevano vissuto per anni negliospedali psichiatrici, si ĆØ realizzato molto lentamente e con difficoltĆ  dovute sia ad unaresistenza della societĆ  nell’accettare l’inclusione del malato mentale, sia alla difficoltĆ  direinserire nelle comunitĆ  degenti che avevano vissuto sempre nelle istituzioni totali.

Contemporaneamente a questo processo, negli anni 80 si ĆØ assistito ad un rilancio delle teorie biologiche della malattia mentale e del modello farmacologico, in particolare dei nuovi psicofarmaci che furono pubblicizzati come risolutori assoluti delle malattie mentali.

Si può affermare che questo periodo ĆØ attraversato da un paradosso secondo cui mentre si cercava di distruggere il manicomio istituzionale di Pinel, si assisteva all’ascesa del manicomio farmacologico. La psichiatria tradizionale recuperava potere e prestigio grazie aglipsicofarmaci, sancendo il riconoscimento tanto atteso della psichiatria come scienza medica; eil farmaco assumeva una doppia valenza: terapeutica da una parte, rendendo più docili e umanele terapie, cronicizzante dall’altra, diventando elemento di repressione e di dipendenza, al di fuori del manicomio i malati infatti non guarivano, ma anzi si cronicizzavanoā€ (Cipriano, 2018).

La necessitĆ  dell’abbandono dei manicomi e della creazione di servizi sul territorio a bassa soglia ed offerti alla popolazione nel pieno rispetto dei diritti umani ĆØ stata sottolineata con forza nella conferenza ministeriale europea promossa dall’OMS sulla salute mentale ad Helsinki nel 2005 (Mezzina, 2006)ā€.

L’arroccamento dei basagliani nel loro fortilizio triestino a mio parere ha causato un grosso danno alla possibilitĆ  di integrare le varie anime della psichiatria, essenzialmente di tipo neurobiologico, sociologico, psicologico, in un modello che superasse le singole scuole e prospettive per integrare le conoscenze In una più ampia visione antropologica. Personalmente sarei del parere di separare l’insegnamento della psichiatria dalla medicina e inserirlo in un dipartimento delle scienze umane creando una benefica frattura con i residui ottocenteschi dell’interpretazione del disturbo mentale inteso come malattia del cervello. E’ forse una utopia, una ā€œinsostenibile leggerezza dell’essereā€ come dice il titolo del romanzo di Milan Kundera.

Riguardo la legge 180 Cavicchi nel suo libro ā€œOltre la 180ā€ parla, non a caso, di atteggiamento apologetico dei difensori a oltranza della legge. Come ho detto attribuire a Basaglia la legge 180 ĆØ un grave errore per due motivi. Il primo ĆØ quello storico e non starò a rifare qui le vicende che hanno portato all’approvazione della legge in un modo un po’ causale, per una sede di coincidenze favorevoli e senza l’apporto di Basaglia che era perplesso. Non ripeterò qui nemmeno quello che, a posteriori, e a mio parere, ĆØ stato un altro grave errore: l’inclusione della 180 nella 833 del 1978 che istituiva il Sistema Sanitario Nazionale. Allora sembrava una grande conquista, in realtĆ  si rivelato un modo per sanitarizzare il disturbo mentale attribuendo un potere eccessivo/esclusivo agli psichiatri ed ĆØ responsabile della deriva attuale in senso medico biologico e psicofarmacologico del trattamento del disturbo mentale. E’ ovviamente un problema di potere in quanto gli psicologisolo recentemente hanno fatto il loro timido ingresso nei servizi di salute mentale. Restano per ora pur sempre ancillari nel sistema della salute mentale cosƬ come altri operatori della salute mentale. Quando un sociologo dirigerĆ  un dipartimento di salute mentale?

Enfatizzando solo l’aspetto, senza dubbio rivoluzionario, rappresentato dall’esperienza prima Goriziana e poi Triestina, viene trascurato tutto il complesso nucleo di idee circa il concetto di disturbo mentale che ci confronta con la contraddittorietĆ  che la follia manifesta quale espressione ineliminabile del malessere personale e sociale. Gli angoli bui della nostra societĆ  sono in fondo la proiezione delle nostre angosce più profonde che riguardano le nostre (in)certezze esistenziali. Del resto nelle corti medievali il folle (che era rappresentato dal giullare) era proprio delegato a raccogliere e rappresentare, sulla sua persona, le istanze folli e abnormi che in questo modo venivano allontanate (ā€œproiettateā€) ed espulse. Tale resta fondamentalmente il meccanismo che tende difensivamente ad allontanare da noi stessi ciò che ci può disturbare (il ā€œperturbanteā€ freudiano.) 

Tornando al basaglismo e al basagliare la mia idiosincrasia nei confronti di ogni tendenza a una concezione chiesastica della psichiatria e della psicologia mi ha fatto privilegiare una visione critica di tutto quello che concerne l’attuale organizzazione dei servizi psichiatrici e il loro fallimento in termini di ā€œcuraā€ di questi disturbi.

La chiusura dei basagliani nel loro basagliare, quasi un ā€œamichettismoā€ d’ispirazione meloniana, con l’idea di possedere una veritĆ  che in realtĆ  si ĆØ rivelata storicamente in parte fallace circa la gestione del disturbo mentale, ha provocato una sorta di irrigidimento da parte delle altre correnti psichiatriche. 

Io credo che non sia più il tempo di basagliare nĆ© di mitizzare Basaglia in quanto si fa torto allo stesso Basaglia. Chiudere il manicomio non ha significato eliminare la follia e lo stigma che la caratterizza. Nuove realtĆ  simil manicomiali (le comunitĆ  cosiddette terapeutiche) hanno sostituito i manicomi ma ai muri manicomiali sono stati sostituiti dai muri psicologici, quelli che io chiamo i ā€œmuri interniā€ che hanno lo scopo di difenderci dalla follia e dalla diversitĆ  che crea destabilizzazione personale e favoriscono processi di espulsione a livello della societĆ . Franca Ongaro e lo stesso Basaglia avevano paventato questo rischio.

Negrogno, nel suo articolo (ā€œAttualizzare Basagliaā€)’ giĆ  citato, parla di ā€œassunzione degli aspetti contraddittori che la societĆ  deve affrontare riconoscendo nella diversitĆ  aspetti che non ĆØ possibile normalizzare ma che devono essere integrati in una visione aperta e non stigmatizzanteā€.

Si tratta allora di riconoscere che esistono aspetti non facilmente integrabili e che la valorizzazione della diversitĆ  e delle esperienze soggettiva della marginalitĆ  rende necessario un profondo cambiamento culturale per assimilare soggetti che per varie ragioni hanno storie e percorsi di vita che rendono difficile la loro integrazione sociale.

Recentemente, in occasione della presentazione del PTM(F) (Power Threat Meaning Framework), un manuale alternativo per diagnosticare i disturbi mentali, ho avuto modo di conoscere un gruppo di giovani psicologi dello Sportello TiAscolto che ha collaborato alla traduzione del manuale dall’inglese. Chiedendo a uno di loro, in modo forse ideologicamente e pregiudizialmente condizionato dalla mia esperienza, a quale scuola psicologica appartenessero, con mio piacevole stupore da uno di loro mi sono sentito rispondere che era un eretico. Anche gli altri dichiaravano di non appartenere a una delle tante (troppe?!) scuole di formazione alla psicoterapia. Li ho definiti apolidi in quanto mi sembrano senza patria. La loro giovane etĆ , il loro entusiasmo e la loro cultura ā€œalternativaā€ mi ha ulteriormente rafforzato nell’idea che forse ĆØ possibile superare le barriere ideologiche e culturali che impediscono spesso un’integrazione dei saperi. Personalmente da molti anni, come ho detto, ho lasciato la SPI, di cui ero membro associato, compiendo un’ennesima abiura. La prima era stata di lasciare la psichiatria manicomiale per la neurologia. CosƬ forse si spiega la mia sintonia con l’amico eretico. Il rischio per entrambi ĆØ di essere messi al rogo. La mia condizione di familiare indubbiamente mi espone a questo rischio di essere considerato una persona ingombrante sia da parte dei colleghi psichiatri che dai familiari.

Prima di scrivere queste poche righe avevo letto l’articolo di Negrogno che mi sembra fornire elementi a supporto della necessitĆ  andare oltre Basaglia.

 Ā«Ma, al momento attuale, siamo sicuri di poter incominciare a dedicarci alla Ā«malattiaĀ»? Ciò che – nella nostra istituzione psichiatrica – ĆØ rimasto, dopo la serie di riduzioni successive che ha liberato il malato mentale dalle incrostazioni istituzionali e scientifiche di cui era coperto, ĆØ da ritenersi la Ā«malattiaĀ»? O il peso dei ricoverati che – non avendo all’esterno una soluzione sociale – siamo costretti a continuare a gestire, ci impedisce ancora di essere ciò che vogliamo, obbligandoci a creare una nuova istituzione per poter sopravvivere? Questo ĆØ il segno della nostra impotenza, o dell’impossibilitĆ  di agire all’interno del sistema?Ā»

Prosegue Negrogno: ā€œQuesta domanda proviene da ā€œIl problema della gestioneā€, testo di Franco Basaglia che si trova tra le appendici del libro ā€œL’Istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatricoā€, uscito per la prima volta nel 1968. Il brano testimonia delle riflessioni che si svolgono nel momento in cui l’equipe goriziana ha portato alle estreme conseguenze il lento processo di messa in questione delle rigide pratiche custodialistiche che vigevano nell’ospedale psichiatrico tradizionale e si interroga su quello che avverte come un necessario passo avanti, costituito dall’apertura di traiettorie esistenziali fuori di esso, dalla possibilitĆ , cioĆØ, che il lavoro riabilitativo possa continuare a realizzarsi come vettore di modificazione della realtĆ  esterna da cui la necessitĆ  del manicomio ĆØ prodotta, decostruendone praticamente le ingiunzioni e i mandati (ā€œviolentandoā€ la societĆ , dirĆ  Franco Basaglia altrove). All’interno dell’ospedale psichiatrico – che ormai ĆØ stato ampiamente ā€œrimodernatoā€ secondo i principi tolleranti della comunitĆ  terapeutica – si svolge una situazione in cui il paradigma dell’internamento non ĆØ stato ancora disinnescato ma all’interno dell’istituzione totale si sono messi a nudo i processi di spoliazione della soggettivitĆ  e di copertura dell’esclusione sociale che la psichiatria del tempo pretendeva di coprire con l’artefatta neutralitĆ  della sua disciplina; in altri termini, Ā«l’istituzione ĆØ contemporaneamente negata e gestita, la malattia ĆØ contemporaneamente messa tra parentesi e curata, l’atto terapeutico viene contemporaneamente rifiutato e agitoĀ». Ma, occupando tale posizione contraddittoria, si corre il rischio che le ideologie intervengano a coprire un vuoto caratterizzato da ansia e bisogno di elaborazione: Ā«le contraddizioni rese esplicite da un’azione di rovesciamento istituzionale possono essere ricoperte sotto un’ideologia tecnico scientifica che le giustifichi (un’azalea che copra il puzzo di cadaveri)Ā» scrivono infatti Franco Basaglia e Franca Ongaro nel testo che introduce ā€œMorire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerato e Gianni Berengo Gardin”, citando un verso di Bertold Brecht.ā€

Ho saccheggiato l’articolo di Negrogno perchĆ© mi sembra porre con luciditĆ  il problema di uscire da una logica chiusa e autocentrata superando antichi steccati ideologici per recuperare una visione della psichiatria che dia effettiva cittadinanza alla sofferenza mentale intesa come espressione singolare (la ā€œsoggettivitĆ ā€ tanto spesso dichiarata) all’interno di un gruppo sociale, riconoscendo gli aspetti contradditori e irrisolti della nostra disciplina. Credo che sia anche questo il senso della decostruzione (demistificazione) del mandato di controllo sociale che viene affidato agli psichiatri di cui parla Negrogno.

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TSO e diritto di difesa: la Corte costituzionale ammette il contributo di Diritti alla Follia

Diritti alla Follia · 22/06/2026 · 1 commento

La Consulta acquisisce il contributo dell’associazione Diritti alla Follia nel giudizio sulla mancata previsione dell’assistenza legale per le persone sottoposte a trattamento sanitario obbligatorio.

Il 5 marzo scorso avevamo dato notizia dell’importante ordinanza con cui il Tribunale di Firenze aveva rimesso alla Corte costituzionale una nuova questione di legittimitĆ  riguardante il trattamento sanitario obbligatorio.

In quell’occasione avevamo evidenziato come il giudice fiorentino avesse individuato una lacuna che la nostra associazione denuncia da anni: l’assenza, nella procedura di convalida del TSO, di un’effettiva garanzia del diritto di difesa della persona sottoposta al trattamento.

Oggi possiamo comunicare un fatto di particolare rilievo:la Corte costituzionale ha ammesso l’opinione scritta depositata dall’Associazione Diritti alla Follia nel giudizio di legittimitĆ  costituzionale che sarĆ  discusso il prossimo 6 luglio 2026.

Si tratta di un passaggio importante non soltanto per la nostra associazione, ma per tutte le persone che in questi anni hanno sostenuto la necessitĆ  di rafforzare le garanzie costituzionali nel trattamento sanitario obbligatorio.

L’istituto dell’amicus curiae consente infatti alla Corte di acquisire contributi provenienti da soggetti portatori di competenze, esperienze e punti di vista utili alla decisione. Con il provvedimento di ammissione, la Consulta ha ritenuto che le argomentazioni sviluppate da Diritti alla Follia possano contribuire all’esame della questione.

La vicenda trae origine dall’ordinanza del Tribunale di Firenze del 29 dicembre 2025, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 4 marzo 2026.

Come avevamo giĆ  illustrato nel nostro precedente articolo, il Tribunale ha ritenuto costituzionalmente dubbia la disciplina prevista dall’articolo 35 della legge 833 del 1978 nella parte in cui non garantisce adeguatamente il diritto alla difesa della persona sottoposta a TSO.

Secondo il giudice, la normativa non prevede:

  • l’informazione alla persona circa la possibilitĆ  di nominare un difensore;
  • la comunicazione dell’ordinanza sindacale al difensore eventualmente nominato;
  • la partecipazione del difensore all’audizione davanti al giudice tutelare;
  • la comunicazione del decreto di convalida al difensore.

Si tratta di profili che assumono un rilievo particolare se si considera che il trattamento sanitario obbligatorio comporta una grave compressione della libertĆ  personale e dell’autodeterminazione della persona.

Per Diritti alla Follia questa non ĆØ una questione nuova. Fin dalla sua costituzione l’associazione ha sostenuto che una procedura che consente il ricovero e il trattamento sanitario contro la volontĆ  dell’interessato non possa essere sottratta alle garanzie proprie dello Stato di diritto.

Per questa ragione, nella proposta di riforma del TSO elaborata dall’associazione ormai molti anni fa, il diritto alla difesa tecnica occupa un ruolo centrale.

Per questa posizione abbiamo ricevuto spesso critiche, ironie e liquidazioni sbrigative. Ci ĆØ stato ripetuto che il TSO sarebbe una procedura sanitaria e non una procedura nella quale debbano trovare spazio le garanzie tipiche dei procedimenti che incidono sulla libertĆ  personale.

L’ordinanza del Tribunale di Firenze dimostra esattamente il contrario e l’ammissione del nostro intervento da parte della Corte costituzionale rappresenta un ulteriore riconoscimento della serietĆ  di una battaglia che conduciamo da anni.

Naturalmente l’ammissione non anticipa in alcun modo l’esito del giudizio; la Corte deciderĆ  in piena autonomia se accogliere o meno la questione sollevata dal Tribunale di Firenze.

Tuttavia riteniamo significativo che la voce di chi da anni documenta gli effetti concreti delle procedure coercitive in psichiatria possa essere ascoltata nel luogo più alto della giurisdizione costituzionale.

Proprio quando lo Stato esercita il massimo grado di potere sulla libertà individuale, le garanzie devono essere più forti, non più deboli.

Per anni il diritto alla difesa nel TSO ĆØ stato considerato un tema marginale. Oggi quella stessa questione ĆØ all’esame della Corte costituzionale. Continueremo a seguirne gli sviluppi e a informare i nostri iscritti e sostenitori.

Per approfondire

Il precedente articolo di Diritti alla Follia

  • TSO e diritto di difesa: il Tribunale di Firenze porta alla Corte costituzionale un nodo irrisolto della legge 833
    Ā 
    https://dirittiallafollia.it/2026/03/05/tso-e-diritto-di-difesa-il-tribunale-di-firenze-porta-alla-corte-costituzionale-un-nodo-irrisolto-della-legge-833/

L’ordinanza del Tribunale di Firenze del 29 dicembre 2025
 
(pubblicata nella Gazzetta Ufficiale – Corte costituzionale n. 9 del 4 marzo 2026)
 https://www.gazzettaufficiale.it/atto/vediMenuHTML?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2026-03-04&atto.codiceRedazionale=26C00038&tipoSerie=corte_costituzionale&tipoVigenza=originario

La sentenza n. 76/2025 della Corte costituzionale
 
che ha giĆ  dichiarato incostituzionali alcune disposizioni della procedura di TSO relative alla notifica degli atti e all’audizione della persona interessata.

La proposta di riforma della procedura di applicazione del TSO elaborata da Diritti alla Follia
 
https://dirittiallafollia.it/2021/04/26/riforma-della-procedura-di-applicazione-del-trattamento-sanitario-obbligatorio/

L’articolo di Informare un’H
 
sull’ammissione delle opinioni scritte nel giudizio davanti alla Corte costituzionale:
 https://informareunh.it/la-corte-costituzionale-ammette-i-pareri-delle-associazioni-sullillegittimita-di-alcune-disposizioni-sul-tso/

Il provvedimento del Presidente della Corte costituzionale
Ā 
che ammette il contributo di Diritti alla Follia nel presente giudizio

Ammissione opinione Corte CostDownload

L’opinione scritta depositata da Diritti alla Follia
Ā 
e acquisita agli atti del giudizio costituzionale
Ā 

Amicus Curiae Corte Costituzionale Incost. TSODownload

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Germania: persone psichiatrizzate e registrazione presso la polizia. Un dibattito che riguarda tutti.

Diritti alla Follia · 07/06/2026 · Lascia un commento

Di Cristina Paderi

Dalla Germania all’Italia, il tema ĆØ lo stesso: fino a che punto dati sanitari e diagnosi possono entrare nei circuiti del controllo e della sicurezza senza compromettere diritti fondamentali, privacy e dignitĆ  delle persone?

Nei giorni scorsi RenƩ Talbot, attivista impegnato a livello internazionale sui diritti delle persone sottoposte a trattamenti psichiatrici, ha inviato a Diritti alla Follia una segnalazione riguardante un dibattito in corso in Germania che merita attenzione anche nel nostro Paese.

La segnalazione rimanda a un documento pubblicato dall’Associazione Federale dei Sopravvissuti alla Psichiatria (Bundesverband Psychiatrie-Erfahrener) e dal Werner-Fuss-Center, dal titolo “How an attack based on alleged danger is turned into an offensive” (“Come un attacco fondato sulla presunta pericolositĆ  viene trasformato in un’offensiva”).

Il testo prende spunto da due gravi episodi di cronaca avvenuti in Germania: l’accoltellamento alla stazione centrale di Amburgo nel maggio 2025 e un omicidio avvenuto a Lipsia nel maggio 2026. In entrambi i casi gli autori evidenziano che le persone coinvolte erano state recentemente dimesse da strutture psichiatriche.

Da questi episodi il documento sviluppa una critica radicale alla psichiatria contemporanea, sostenendo che essa non disponga di strumenti scientificamente affidabili per prevedere i comportamenti individuali e che quindi non possa stabilire in modo oggettivo chi sia pericoloso e chi non lo sia. Il testo solleva interrogativi importanti che riguardano i diritti fondamentali delle persone con diagnosi psichiatrica.

Secondo quanto riferisce RenĆ© Talbot, nel dibattito tedesco sarebbero infatti emerse proposte volte a consentire forme di registrazione presso le forze dell’ordine delle persone considerate affette da disturbi mentali e ritenute potenzialmente pericolose.

Si tratta di una prospettiva che richiama questioni estremamente delicate.

Chi decide che una persona ĆØ pericolosa? Sulla base di quali criteri?

Quali garanzie esistono per impedire che informazioni sanitarie altamente sensibili vengano utilizzate per finalitĆ  di controllo sociale? Quale tutela viene garantita alla privacy e alla dignitĆ  delle persone coinvolte?

Sono domande che riguardano non soltanto la Germania ma tutte le societĆ  democratiche.

La questione assume particolare rilevanza alla luce della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con DisabilitĆ  (CRPD), ratificata sia dalla Germania sia dall’Italia, che afferma il diritto delle persone con disabilitĆ  all’uguaglianza davanti alla legge, alla libertĆ  personale, alla protezione della vita privata e alla non discriminazione.

Da anni le organizzazioni che si occupano di diritti umani denunciano il rischio che la sovrapposizione automatica tra diagnosi psichiatrica e pericolositĆ  sociale produca stigma, esclusione e limitazioni dei diritti civili.

La storia insegna che l’uso di registri, schedature e sistemi di sorveglianza rivolti a specifiche categorie di persone può facilmente trasformarsi in uno strumento di discriminazione.

La questione non riguarda soltanto la Germania.

Anche in Italia, negli ultimi mesi, sono emersi interrogativi sul rapporto tra dati sanitari, forze dell’ordine e tutela della privacy. Un’inchiesta pubblicata da Stefano Baudino su L’Indipendenteil 31 maggio 2026 ha documentato le testimonianze di centinaia di pazienti in trattamento con cannabis terapeutica che sarebbero stati convocati presso caserme dei Carabinieri in diverse cittĆ  italiane per fornire informazioni sulla propria terapia, sulle prescrizioni ricevute, sui medici curanti e sulle modalitĆ  di approvvigionamento del farmaco.

Secondo quanto riportato nell’articolo, tra i convocati vi sarebbero persone affette da patologie gravi, anziani, giovani pazienti e perfino proprietari di animali sottoposti a trattamenti veterinari con cannabinoidi. Alcuni hanno riferito di essere stati interrogati sulle proprie cure e, in taluni casi, di aver ricevuto richieste di esibire email o messaggi privati.

La vicenda avrebbe origine da accertamenti sui canali di distribuzione della cannabis terapeutica. Tuttavia, il caso ha sollevato interrogativi che vanno oltre il profilo amministrativo o investigativo: come sono stati individuati i pazienti? Chi ha avuto accesso ai loro dati sanitari? Con quali autorizzazioni e con quali garanzie?

Si tratta di domande particolarmente rilevanti perchĆ© le informazioni relative alla salute appartengono alle categorie di dati maggiormente protette dalla normativa europea e nazionale sulla privacy. L’accesso a tali dati richiede infatti basi giuridiche precise, finalitĆ  determinate e adeguate garanzie per i cittadini.

Pur trattandosi di situazioni diverse, il dibattito tedesco e quello italiano sembrano convergere su una questione comune: il rischio che persone accomunate da una condizione sanitaria possano essere oggetto di forme di monitoraggio, controllo o schedatura che meritano un rigoroso scrutinio democratico.

Quando la salute diventa un elemento che giustifica l’intervento delle forze dell’ordine o la circolazione di dati sensibili tra istituzioni, la tutela dei diritti fondamentali deve essere particolarmente forte. Diversamente, il confine tra protezione, prevenzione e controllo sociale rischia di diventare sempre più sottile.

Per questo riteniamo importante seguire con attenzione quanto accade in Germania e, allo stesso tempo, riflettere su quanto sta emergendo anche nel nostro Paese.

Una questione appare centrale: nessuna misura che incida sulla libertĆ  personale, sulla privacy o sull’accesso ai diritti può essere introdotta senza un rigoroso confronto pubblico, senza adeguate garanzie giuridiche e senza il pieno rispetto dei principi sanciti dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con DisabilitĆ .

Diritti alla Follia continuerĆ  a monitorare questo dibattito e a promuovere una riflessione pubblica sul rapporto tra salute mentale, diritti umani, privacy e intervento delle istituzioni.

Fonti

  • RenĆ© Talbot, comunicazione inviata a Diritti alla Follia (2026).
  • Bundesverband Psychiatrie-Erfahrener (BPE) e Werner-Fuss-Center, “How an attack based on alleged danger is turned into an offensive”:
    Ā https://www.zwangspsychiatrie.de/how-an-attack-based-on-alleged-danger-is-turned-into-an-offensive/
  • Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con DisabilitĆ  (CRPD):
    Ā https://www.un.org/development/desa/disabilities/convention-on-the-rights-of-persons-with-disabilities.html
  • Stefano Baudino, “In tutta Italia centinaia di malati che usano cannabis medica sono stati convocati in caserma”, L’Indipendente, 31 maggio 2026:
    Ā https://www.lindipendente.online/2026/05/31/in-tutta-italia-centinaia-di-malati-che-usano-cannabis-medica-sono-stati-convocati-in-caserma/
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Quando il sistema decide chi debba essere creduto

Diritti alla Follia · 01/06/2026 · Lascia un commento

Di Carla Cannas

Amministrazione di sostegno, fragilitĆ  e zone d’ombra tra cronaca giudiziaria ed esperienza personale.

Negli ultimi mesi in Sardegna diversi casi legati all’amministrazione di sostegno sono finiti sulle pagine della cronaca giudiziaria, riportando l’attenzione su un istituto nato per tutelare le persone fragili ma che, in alcune situazioni, ĆØ diventato anche terreno di contestazioni, indagini e procedimenti per peculato.

A Carbonia, secondo quanto riportato da L’Unione Sarda il 13 maggio 2026, un’avvocata nominata amministratrice di sostegno ĆØ stata condannata in primo grado a due anni di reclusione con pena sospesa con l’accusa di aver sottratto oltre 21 mila euro a un anziano assistito.

In un altro caso emerso nel Sulcis Iglesiente e riportato sempre da L’Unione Sarda il 12 maggio 2026, un amministratore di sostegno ĆØ stato denunciato con l’accusa di aver sottratto circa 35 mila euro a un anziano assistito, utilizzandoli per spese personali.

Un ulteriore caso, noto anche come ā€œcaso Barabinoā€, riportato da La Nuova Sardegna il 5 maggio 2026, riguarda invece una ex amministratrice di sostegno del Nuorese coinvolta in procedimenti e condanne per peculato e autoriciclaggio. Secondo quanto emerso dalla stampa, avrebbe sottratto nel tempo somme di denaro appartenenti a più assistiti, utilizzando parte dei fondi anche per spese personali e beni non legati alle necessitĆ  delle persone affidate alla sua gestione.

Si tratta di vicende differenti tra loro, ma accomunate da un elemento centrale: il possibile uso improprio — o comunque contestato — di un ruolo pensato per la protezione di soggetti fragili.

Ho riportato questi casi anche perché, spesso, episodi di questo tipo vengono percepiti come lontani, casi isolati che riguardano altri territori o altre storie. La mia esperienza, invece, mi ha fatto capire quanto il tema della tutela delle persone fragili possa essere più vicino e diffuso di quanto sembri. Parlare di questi casi significa anche aprire uno spazio di consapevolezza: ciò che accade altrove può riguardare, in forme diverse, anche il nostro territorio e le nostre famiglie.

Quando si parla di amministrazione di sostegno e possibili abusi, però, una domanda resta inevitabilmente sullo sfondo: quanti casi esistono davvero?

Non esiste una statistica pubblica precisa sugli abusi legati all’amministrazione di sostegno, sulle appropriazioni indebite non emerse o sui controlli rivelatisi inefficaci. Quello che arriva alla cronaca ĆØ soltanto la parte visibile: denunce, procedimenti, sentenze. Tutto il resto rischia di restare invisibile finchĆ© non emerge qualcosa di irreparabile.

Esistono certamente situazioni in cui i controlli risultano insufficienti. I movimenti economici non sempre sono monitorabili in tempo reale o, in alcuni casi, non risultano monitorabili nemmeno dai familiari, perché progressivamente esclusi dalla gestione. Molte persone amministrate sono anziane, fragili o prive di una rete familiare forte, e il sistema appare spesso più reattivo che preventivo: interviene quando il danno si è già verificato, più che impedirlo in anticipo.

Ed ĆØ proprio dentro questa zona grigia che tante famiglie finiscono per sentirsi sole.

Per molto tempo ho evitato di raccontare pubblicamente alcuni aspetti della vicenda che ha coinvolto mia madre. Non perchƩ mancassero le domande, ma perchƩ quando certe storie entrano dentro casa tua smettono di essere semplici articoli di cronaca. Diventano vita reale.

Quando venne nominato il primo amministratore di sostegno per mia madre, la nostra famiglia non conosceva davvero in profonditĆ  questa legge 6/2004. Come tante persone, pensavamo si trattasse semplicemente di uno strumento di tutela. Ci fidammo.

Probabilmente pesarono la scarsa informazione, la fiducia riposta in alcune persone e la mancata conoscenza di ciò che veniva realmente rappresentato al giudice tutelare. Con il tempo iniziammo però a percepire che, nel nostro caso, l’amministrazione di sostegno stava producendo anche un progressivo allontanamento di parte della famiglia dalle decisioni riguardanti mia madre.

Con la successiva nomina di un’amministratrice esterna quella sensazione aumentò ulteriormente. Molte decisioni sembravano non passare più nĆ© dalla volontĆ  di mia madre nĆ© dal confronto con chi la seguiva quotidianamente.

Eppure, nelle dichiarazioni rese durante le indagini, la stessa amministratrice descriveva il mio ruolo in termini molto diversi, parlando di collaborazione e di un rapporto non conflittuale.

Nel corso della vicenda sono state attribuite nei miei confronti anche alcune definizioni come ā€œscontrosaā€ e ā€œconflittualeā€, mentre in altri passaggi la stessa amministratrice di sostegno descriveva invece una collaborazione concreta nella gestione quotidiana. L’unica etichetta ricorrente resta quella di ā€œno vaxā€, che tuttavia non ha alcuna attinenza con la gestione reale della situazione.

La parola ā€œandavamo d’accordoā€, riletta oggi, mi appare persino eccessiva. In quel contesto cercavo soprattutto di mantenere un equilibrio per il bene di mia madre e per evitare che determinate tensioni peggiorassero ulteriormente la situazione. PerchĆ© quello che accadde negli ultimi mesi della sua vita, quando i rapporti con l’ADS si interruppero di fatto, temo sarebbe potuto accadere molto prima.

Io ero una delle figlie più presenti fisicamente accanto a mia madre. Mi occupavo concretamente della casa, della sua persona e delle necessitĆ  quotidiane, soprattutto durante le sostituzioni della badante convivente. Lavoro nell’assistenza e conosco bene cosa significhi seguire persone fragili, anziani e pazienti con patologie degenerative.

Negli ultimi due mesi di vita di mia madre il mio rapporto con l’amministratrice di sostegno si era di fatto interrotto e i contatti erano diventati estremamente limitati. Anche sul piano sanitario il mio coinvolgimento diretto con il medico non era più continuativo, in un sistema di comunicazioni che risultava filtrato attraverso altri soggetti.

Eppure, col tempo, la mia figura sembrò trasformarsi progressivamente in altro.

La narrazione attorno a me iniziò a ridursi a due etichette: ā€œconflittualeā€ e ā€œno vaxā€.

A un certo punto non sembrava più importante ciò che facevo concretamente per mia madre. Sembrava contare soprattutto l’immagine che altri stavano costruendo di me.

Ed è forse questo uno degli aspetti più difficili da spiegare: la sensazione che, quando denunci determinate anomalie, il problema rischi di diventare non ciò che segnali, ma la tua stessa credibilità. Come se una persona potesse essere ridotta a uno slogan.

La questione sanitaria resta ancora oggi quella che mi pesa di più.

L’8 marzo 2022 mia madre stava male. Esiste un verbale del 118. Eppure il ricovero non avvenne immediatamente. Un primo ricovero venne rifiutato.

Il giorno successivo un medico visitò mia madre a casa. C’erano tosse, malessere e sintomi evidenti. Ma non venne eseguito nemmeno un tampone, nonostante il periodo Covid.

Anche sulle comunicazioni con l’ospedale emersero versioni difficili da conciliare. Da una parte veniva esclusa l’esistenza di indicazioni volte a limitare le informazioni ai familiari. Dall’altra comparivano riferimenti a comunicazioni che avrebbero dovuto passare esclusivamente tramite l’ADS.

Una delle persone ascoltate durante le indagini dichiarò che io fossi presente prima del ricovero del marzo 2022  e che avrei cercato di oppormi al trasferimento di mia madre in ospedale. La stessa persona riferƬ anche di aver intimato a me e alla badante di indossare la mascherina. Eppure in altre ricostruzioni emergeva che io, in quei giorni, non fossi presente perchĆ© positiva al Covid.

Sono versioni difficili da conciliare.

Ed è proprio questo che continua a lasciarmi interrogativi profondi: non soltanto sui fatti, ma sul modo in cui certe ricostruzioni vengano considerate più credibili di altre.

Compresi che qualcosa si stava muovendo dietro le quinte quasi per caso. Un giorno, mentre facevo la spesa con mia figlia, incontrai una figura istituzionale coinvolta nella vicenda di mia madre. Tentò di stringermi la mano. Io non ricambiai il gesto. E quella persona mi disse, con un tono che percepii come provocatorio: ā€œGlielo avevo detto che avevo ragione.ā€

Fu dopo quell’episodio che andai personalmente in tribunale e scoprii casualmente che esisteva giĆ  una richiesta di archiviazione.

Durante un interrogatorio, l’amministratrice spiegò di seguire numerosi casi contemporaneamente, alcuni in delega e altri con nomina diretta. E aggiunse che soltanto il nostro caso le aveva creato difficoltĆ .

Ma ascoltando quelle parole mi sono posta una domanda molto semplice: come può una sola persona seguire davvero così tante situazioni fragili contemporaneamente?

PerchĆ© qui non si parla di pratiche astratte. Si parla di anziani, malattie, ricoveri, solitudine e persone non autosufficienti. Chi lavora davvero nell’assistenza sa quanto sia difficile seguire bene anche un solo caso complesso.

In un altro passaggio venne chiesto all’ADS se avesse ricevuto segnalazioni da parte della badante riguardo alla situazione di mia madre. La risposta fu positiva. Ma negli atti consultati non ho trovato comunicazioni documentate che chiarissero in modo preciso modalitĆ , tempi e contenuti di tali segnalazioni.

E allora nasce spontanea una domanda: quando si parla della gestione di una persona fragile, possono bastare comunicazioni verbali o informali?

All’inizio delle indagini venivano ipotizzate omissioni sanitarie e mancate decisioni urgenti riguardanti la salute di mia madre. Successivamente, però, le valutazioni cambiarono radicalmente e il contesto venne ricondotto soprattutto alla conflittualitĆ  familiare.

Ed ĆØ forse questo l’aspetto più destabilizzante di tutta la vicenda.

Gli stessi fatti, nel giro di poco tempo, sembravano assumere significati completamente diversi. Da possibili questioni sanitarie da approfondire a semplice conflitto familiare. Da dubbi concreti a risentimento personale.

E quando vivi tutto questo dall’interno, inizi inevitabilmente a chiederti se il problema siano davvero i fatti oppure chi il sistema decide di ritenere credibile.

C’è una frase che ancora oggi mi ferisce profondamente. Parlando degli ultimi momenti di vita di mia madre, una figura coinvolta nella vicenda utilizzò l’espressione: ā€œĆˆ scoppiato un putiferio.ā€

Leggere quelle parole mi lasciò senza fiato.

PerchĆ© lƬ non si parlava di una lite qualsiasi. Si parlava degli ultimi momenti di vita di una madre. E quella ricostruzione, cosƬ com’è stata riportata, non corrisponde a ciò che io e la mia famiglia abbiamo vissuto.

Noi non abbiamo mai discusso davanti a lui.

Non ci fu alcuna scena.

E forse è proprio questo che continua a ferirmi di più: la sensazione che anche il dolore più estremo sia stato ridotto a una formula superficiale, quasi fastidiosa. Come se gli ultimi istanti di vita di una madre potessero essere archiviati dentro una frase pronunciata con leggerezza.

Io e mia sorella Serenella ci portiamo ancora dentro il dolore di non essere riuscite a proteggere nostra madre come avremmo voluto. Negli ultimi mesi della sua vita abbiamo vissuto situazioni che, umanamente, ci sono sembrate sempre più pesanti, fredde e difficili da comprendere.

Per molto tempo ho avuto anche la sensazione che attorno a me si stesse costruendo una narrazione precisa, quasi come se dovessi diventare io la causa di ciò che era accaduto.

Due tamponi negativi, eseguiti in quei giorni, restano per me un elemento impossibile da dimenticare. Non soltanto sul piano sanitario, ma anche umano. PerchĆ© mi hanno evitato di convivere per tutta la vita con il peso di un’accusa implicita che ho sentito gravare addosso.

Ma mia madre non era un fascicolo.

Non era una pratica da gestire.

Non era un problema amministrativo.

Era una persona.

E quello che so ĆØ che attorno alla sua fragilitĆ  si ĆØ mosso un sistema che, nel mio caso — e non solo — troppo spesso, invece di semplificare ha complicato, invece di ascoltare ha etichettato, invece di unire ha diviso.

Io non so se avrò mai tutte le risposte che cerco.

Non so se riuscirò mai a comprendere fino in fondo tutto ciò che è accaduto negli ultimi anni della sua vita.

Ma voglio ancora credere che la giustizia, prima o poi, sappia guardare oltre le etichette, oltre le versioni costruite e oltre i ruoli.

PerchƩ dietro ogni fascicolo esiste una vita vera.

E a un certo punto, la persona reale sparisce.

Resta soltanto la gestione del caso.

E nessuna madre dovrebbe mai diventare semplicemente un caso.

Dietro questa storia c’era una madre.

La nostra madre.

Mia e di mia sorella Serenella.

Questo articolo ĆØ per Lei. 

Vola alto, mamma.

Dove nessuna firma, nessun ruolo e nessuna etichetta potranno più farti del male.

E per tutte quelle persone che rischiano di diventare soltanto pratiche amministrative, invece che vite da proteggere.

N.B. Per approfondire il tema dell’amministrazione di sostegno, della tutela delle persone fragili e delle criticitĆ  emerse in diversi casi italiani:

LE PROPOSTE DI RIFORMA

Dossier su casi, storie e testimonianze destinato a organismi nazionali e internazionali per i diritti umani:

Richiesta di collaborazione – Dossier su casi, storie e testimonianze. Trasmissione a organismi nazionali e internazionali per i diritti umani

PerchƩ dietro ogni pratica amministrativa esiste una persona reale, una famiglia e una storia che meritano ascolto, rispetto e tutela.

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