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Diritti alla follia

Associazione impegnata sul fronte della tutela e della promozione dei diritti fondamentali delle persone in ambito psichiatrico e giuridico.

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Articoli

Senza libertĆ  di scelta non esiste cura.

Diritti alla Follia · 26/04/2026 · Lascia un commento

Un altro caso, un altro ā€œTSO biancoā€? Il silenzio sulla vicenda di Messina

Di Maria

Un altro episodio, un’altra vicenda che interroga profondamente il funzionamento del sistema psichiatrico pubblico.

L’11 aprile 2026, su Messina Today, il giornalista Andrea Castrorino riporta la notizia di un uomo di 34 anni che, dopo essere stato ricoverato presso l’ospedale Papardo di Messina, fugge dalla struttura e viene successivamente travolto da un’auto, riportando gravi ferite.

Secondo quanto riportato, l’uomo era giĆ  passato tre volte dal pronto soccorso in pochi giorni, senza che la situazione trovasse una reale risoluzione. Dopo una visita psichiatrica, avrebbe accettato un ricovero ā€œvolontarioā€, salvo poi allontanarsi poco dopo, con conseguenze drammatiche.

ƈ difficile non pensare a quella frase attribuita ad Albert Einstein:
 ā€œLa follia ĆØ fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi.ā€

Tre accessi, tre interventi, nessuna risposta efficace.

La ricostruzione lascia aperti molti interrogativi.

Il ricovero viene definito volontario, ma ĆØ lecito chiedersi quanto lo fosse davvero. In molti casi, il cosiddetto ā€œconsensoā€ avviene sotto pressione, con la prospettiva — esplicita o implicita — di un TSO. In questi contesti si parla sempre più spesso di ā€œTSO biancoā€: una forma di coercizione non dichiarata, che formalmente mantiene la volontarietĆ  ma sostanzialmente la svuota.

Se davvero il ricovero era volontario, allora una volta cambiata idea la persona avrebbe dovuto poter uscire. Parlare con i medici, essere ascoltata, essere dimessa.

Invece, l’unica via ĆØ stata la fuga.

E non una fuga qualsiasi: una fuga rischiosa, lucida, determinata.
 Una fuga che racconta molto più di quanto dicano le cartelle cliniche.

L’articolo solleva più dubbi di quanti ne chiarisca.

Non ĆØ chiaro dove fosse collocato il paziente, cosa sia quello spazio del pronto soccorso destinato ai pazienti psichiatrici ā€œcollaborantiā€, quale tipo di presa in carico sia stata realmente attivata

I familiari lamentano di non essere stati informati della fuga e annunciano azioni legali. Ma la questione non può ridursi al controllo.

Il punto non è: perché non è stato sorvegliato meglio? Il punto è: perché è arrivato a scappare?

C’è una domanda che resta sullo sfondo, e che raramente viene posta: cosa ĆØ stato fatto, concretamente, per affrontare la sofferenza di questa persona?

Tre accessi in pronto soccorso in pochi giorni indicano una situazione critica. Eppure, il pronto soccorso ĆØ probabilmente uno dei luoghi meno adatti ad accogliere il disagio psichico: tempi rapidi, ambienti caotici, approccio emergenziale.

In queste condizioni, la risposta rischia di ridursi a contenimento, osservazione, gestione del rischio.

Ma la cura ĆØ un’altra cosa. La cura richiede ascolto, tempo, relazione. Richiede possibilitĆ  di scelta.

Questo episodio non è isolato. È parte di un quadro più ampio in cui le dinamiche di presa in carico nella salute mentale pubblica mostrano limiti evidenti.

Quando una persona, invece di trovare un luogo di ascolto, si trova in una situazione da cui sente il bisogno di fuggire — anche mettendo a rischio la propria vita — significa che qualcosa non sta funzionando. Non ĆØ solo un problema organizzativo. ƈ un problema di impostazione.

ā€œSenza libertĆ  non c’è curaā€. Questo caso lo dimostra in modo drammatico.

Se una persona non può scegliere, se non può dire ā€œbastaā€, se non può uscire senza rischiare conseguenze, allora non siamo più nel campo della cura. Siamo nel campo del controllo.

šŸ“ŗ Guarda il video integrale della Rassegna Stampa del mese di aprile
Ā 
https://youtu.be/-3238EUzRkk

šŸ“² Guarda la Clip su Instagram:

https://bit.ly/4e5NJqG

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Famiglia nel bosco, la relazione Cantelmi: la battaglia sul corpo dei bambini

Diritti alla Follia · 24/04/2026 · 1 commento

Di Cristina Paderi

Sulla vicenda della cosiddetta famiglia nel bosco si ĆØ aperto un nuovo fronte. Non più solo narrazione mediatica, ma un documento tecnico che entra direttamente nel cuore del conflitto: la relazione firmata dallo psichiatra Tonino Cantelmi, depositata al Tribunale per i Minorenni dell’Aquila e ripresa da la Repubblica il 15 aprile 2026.

ƈ un passaggio decisivo. PerchĆ© questa relazione non ĆØ neutra. ƈ un atto che interviene in una contesa concreta: quella tra un intervento istituzionale che si definisce di tutela e una valutazione tecnica che afferma che quell’intervento ha prodotto sofferenza.

Secondo la relazione, i bambini si trovano oggi in una condizione di ā€œdisagio psicologico significativo e progressivoā€. Non si parla di una fase di adattamento, ma di un peggioramento che attraversa più dimensioni della vita quotidiana.

Il primo elemento ĆØ la rottura radicale delle abitudini. Alimentazione, sonno, relazioni, ambiente: tutto cambia in modo improvviso. Ed ĆØ proprio sull’alimentazione che emerge uno dei punti più forti.

I bambini passano da una dieta naturale, priva di prodotti industriali, a un’alimentazione standardizzata con introduzione di zuccheri e cibi processati. La relazione descrive disorientamento e comportamenti compulsivi legati al cibo, soprattutto nei momenti di maggiore intensitĆ  emotiva. Il dato ĆØ rilevante anche alla luce delle ricerche più recenti: numerosi studi internazionali (2024–2026) collegano i cibi ultra-processati a effetti non solo fisici — infiammazione cronica, alterazioni metaboliche — ma anche psichici, con aumento di ansia, instabilitĆ  emotiva e difficoltĆ  cognitive. In etĆ  evolutiva, questi effetti risultano più rapidi e più intensi, soprattutto quando si associano ad altre variabili ambientali.

Lo stesso vale per il sonno. La relazione segnala difficoltĆ  nell’addormentamento, risvegli notturni e contenuti ansiosi. Viene introdotta la televisione serale, assente nella vita precedente. Anche qui il dato ĆØ coerente con la letteratura: l’esposizione a schermi nelle ore serali ĆØ associata a disturbi del sonno, alterazioni dei ritmi circadiani e maggiore vulnerabilitĆ  emotiva nei bambini.

Il modello educativo cambia radicalmente. Da un’impostazione basata sul dialogo si passa a meccanismi di rinforzo e punizione. I consulenti descrivono effetti di confusione e difficoltĆ  nell’interiorizzazione delle regole. Sul piano relazionale, i bambini perdono i legami precedenti e vengono inseriti in un contesto non omogeneo, senza evidenze di miglioramento nella socializzazione.

Il punto centrale della relazione ĆØ la descrizione di uno ā€œsradicamento affettivoā€: una frattura nella continuitĆ  dell’esperienza che incide su identitĆ , regolazione emotiva e senso di appartenenza.

Questo elemento entra in tensione con ciò che sta accadendo a livello internazionale sul tema della prevenzione. Negli ultimi anni, diversi Paesi hanno introdotto misure restrittive sull’uso dei dispositivi digitali da parte dei minori. L’Australia, dal dicembre 2025, ha vietato l’accesso ai social media agli under 16; in Europa si stanno diffondendo normative sempre più stringenti, con limiti di etĆ  e sistemi di verifica obbligatoria. Queste politiche si basano su un presupposto ormai condiviso: l’esposizione precoce e prolungata a dispositivi e piattaforme digitali ĆØ associata a un aumento di disagio psicologico, isolamento e difficoltĆ  relazionali.

Nel caso in esame, la relazione segnala invece un incremento dell’uso di dispositivi e contenuti audiovisivi rispetto alla vita precedente, insieme a una riduzione del gioco attivo e delle attivitĆ  all’aperto. Anche questo ĆØ un dato che si inserisce in un quadro giĆ  noto: minore movimento, maggiore esposizione a stimoli digitali e ambienti chiusi sono fattori associati a peggioramento del benessere psicofisico in etĆ  evolutiva.

La relazione Cantelmi, in questo senso, non introduce solo una valutazione clinica, ma porta dentro il procedimento giudiziario elementi che appartengono a un dibattito più ampio: quello sul rapporto tra ambiente, stili di vita e salute mentale.

E soprattutto documenta un punto preciso: l’intervento non ha prodotto un miglioramento delle condizioni dei minori, ma una trasformazione che viene descritta come fonte di disagio crescente.

ƈ su questo terreno che si gioca oggi la vicenda.

Bibliografia

Fonti giornalistiche sul caso

  • Zunino, C. (2026). Famiglia nel bosco, l’ultima relazione: ā€œBimbi nutriti con zuccheri e cibi industrialiā€. la Repubblica, 15 aprile 2026.

1. Alimentazione, cibi ultra-processati e salute

  • Lane, M. M., et al. (2024). Ultra-processed food exposure and adverse health outcomes: umbrella review of epidemiological meta-analyses. BMJ, 384, e077310.
    Ā Disponibile su: https://www.bmj.com/content/384/bmj-2023-077310
  • Srour, B., et al. (2025). Impact of ultra-processed foods on gut microbiota and chronic inflammation. Nutrients / PMC Review.
    Ā Disponibile su: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11901572/
  • Adjibade, M., et al. (2026). Ultra-processed food consumption and mental health outcomes: systematic review and meta-analysis. Public Health Nutrition / PMC.
    Ā Disponibile su: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12984291/
  • Wang, Y., et al. (2026). Ultra-processed foods and mental health in children and adolescents. Nutrients, 18(6), 899.
    Ā Disponibile su: https://www.mdpi.com/2072-6643/18/6/899
  • Monteiro, C. A., et al. (2025). Neurobiological and inflammatory effects of ultra-processed foods. Frontiers in Nutrition.
    Ā Disponibile su: https://www.frontiersin.org/journals/nutrition/articles/10.3389/fnut.2025.1754492/full

2. Schermi, sonno e sviluppo in etĆ  evolutiva

  • Carter, B., et al. (2026). Screen time duration and sleep disturbances in school-age children: systematic review and meta-analysis.
    Ā Disponibile su: https://jccpractice.com/article/a-systematic-review-and-meta-analysis-on-correlation-between-screen-time-duration-and-sleep-disturbances-in-school-going-children-aged-between-six-to-twelve-years-1864/
  • Hale, L., et al. (2025). Screen exposure and sleep outcomes in early childhood: a systematic review. Sleep Medicine Reviews / ScienceDirect.
    Ā Disponibile su: https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2451958825003367
  • Centers for Disease Control and Prevention (CDC). (2025). Screen time and sleep behaviors among adolescents.
    Ā Disponibile su: https://www.cdc.gov/pcd/issues/2025/24_0537.htm
  • Twenge, J. M., et al. (2025). Associations between screen time, sleep and depressive symptoms in adolescents. ScienceDaily (report su studio peer-reviewed).
    Ā Disponibile su: https://www.sciencedaily.com/releases/2025/04/250402142400.htm

3. Politiche internazionali su minori e social media

  • Reuters. (2026). Australia and Europe move to curb children’s social media access.
    Ā Disponibile su: https://www.reuters.com/world/asia-pacific/australia-europe-countries-move-curb-childrens-social-media-access-2026-04-08/
  • Australian Government – eSafety Commissioner. (2025). Social media age restrictions framework.
    Ā Disponibile su: https://www.esafety.gov.au/about-us/industry-regulation/social-media-age-restrictions
  • Anadolu Agency. (2026). Europe moves to tighten social media rules for children amid safety concerns.
    Ā Disponibile su: https://www.aa.com.tr/en/europe/europe-moves-to-tighten-social-media-rules-for-children-amid-safety-concerns/3909782
  • The Guardian. (2025). European Parliament calls for social media ban for under-16s.
    Ā Disponibile su: https://www.theguardian.com/technology/2025/nov/26/social-media-ban-under-16s-european-parliament-resolution
  • ALM Corp. (2026). EU teen social media ban explained: France, Spain, Greece.
    Ā Disponibile su: https://almcorp.com/blog/eu-teen-social-media-ban-explained/

 

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Considerazioni a caldo (e a freddo) dopo l’VIII Congresso ā€œDiritti alla Folliaā€

Diritti alla Follia · 16/04/2026 · Lascia un commento

Di Cristina Paderi

Ci sono due tempi, dopo un Congresso come questo.

Il primo ĆØ quello immediato: l’intensitĆ , la concentrazione, la sensazione (rara) di stare dentro qualcosa che conta davvero. Non un convegno come tanti, non una vetrina, non un esercizio di stile. Ma un luogo dove si parla sul serio, dove le parole hanno conseguenze, dove i conflitti non vengono smussati ma attraversati.

Il secondo tempo ĆØ quello che viene dopo. Il ā€œgiorno dopoā€. Quando si torna alle proprie vite, alle proprie battaglie. E lƬ si misura davvero cosa resta. Di questo Congresso resta molto.

Resta, anzitutto, una qualitĆ  del dibattito che non ĆØ scontata. Interventi diversi tra loro, anche in tensione, ma capaci di stare dentro lo stesso spazio senza ridursi a rituale. Nessuna pacificazione forzata, nessuna finta armonia. E questo, oggi, ĆØ giĆ  un risultato politico.

Resta la sensazione netta che il terreno su cui ci muoviamo sia sempre più chiaro: non è un problema tecnico, non è una questione di aggiustamenti normativi. È uno scontro politico, pieno, aperto.

Lo si ĆØ visto in tutti i panel. Nel confronto sui Dipartimenti di Salute Mentale, con il cosiddetto ā€œcaso Casertaā€ portato da Enrico Tresca, ĆØ emerso con forza uno dei nodi centrali: di fronte a servizi carenti e ā€œfragiliā€, la risposta dominante non ĆØ rafforzare i diritti, ma spostare il discorso su sicurezza, controllo, gestione del rischio. ƈ un movimento che conosciamo bene. E che continua a riprodursi.

Nel panel sul TSO, alla luce delle pronunce della Corte costituzionale, si ĆØ aperto uno spazio che fino a pochi anni fa sembrava impensabile. Posizioni che venivano liquidate come ā€œestremisteā€ entrano oggi nel perimetro del diritto. Ma questo non significa che il sistema sia disposto a cambiare davvero. Anzi: proprio mentre il diritto si muove, le pratiche mostrano tutta la loro resistenza.

Il panel sulle misure di sicurezza ha riportato il discorso lƬ dove spesso si evita di guardare: il punto in cui psichiatria e diritto si saldano nel governo delle vite. Non in teoria, ma nei corpi, nelle biografie concrete, nei percorsi senza uscita.

E nella sessione sull’amministrazione di sostegno, con i casi Vattimo e Garofalo, ĆØ riemerso ciò che l’associazione denuncia da anni: uno strumento che continua a produrre abusi, sostituzione, espropriazione delle vite. Non come deviazione, ma come funzionamento ordinario.

A tenere insieme tutto questo, più che una linea univoca, ĆØ stata una consapevolezza condivisa: il problema non ĆØ solo ā€œfuoriā€. Non ĆØ solo nelle istituzioni, nei tribunali, nei servizi.

ƈ dentro. Dentro le pratiche. Dentro i linguaggi. Dentro quella formula che ritorna ovunque: ā€œper il tuo beneā€.

Tresca lo ha detto esplicitamente. Ma lo si ĆØ sentito, in forme diverse, in molti interventi. Il ā€œper il tuo beneā€ non ĆØ un residuo del passato. ƈ il dispositivo attuale, perfettamente funzionante, che consente di tenere insieme diritti proclamati e pratiche che li negano.

E allora la domanda che attraversa il Congresso non è più se i diritti siano giusti o sbagliati. È se siamo disposti a sostenerli davvero, fino in fondo. Anche quando questo significa rinunciare al controllo. Anche quando espone al rischio. Anche quando mette in crisi ruoli, competenze, poteri consolidati.

Non è una domanda teorica. È ciò che si gioca ogni giorno nei servizi, nei tribunali, nelle relazioni con le persone.

E poi c’è stato il finale. La votazione della mozione. Un passaggio interno, certo. Ma non secondario. Un punto di sintesi che non cancella le differenze, ma le tiene dentro una direzione comune. In un contesto in cui tutto tende a frammentarsi, non ĆØ poco.

Eppure, tornando al ā€œgiorno dopoā€, resta anche un’altra sensazione. Una distanza. Quella tra ciò che si ĆØ discusso al Congresso e ciò che accade fuori.

Una distanza che non riguarda le nostre proposte (che pure restano radicali) ma le stesse indicazioni normative giĆ  esistenti. La CRPD, le pronunce della Corte costituzionale, gli obblighi internazionali. Tutto questo esiste. E tuttavia, nel dibattito pubblico e politico, ĆØ come se non esistesse.

Non c’è un’iniziativa parlamentare che affronti seriamente questi temi. Non c’è un’assunzione di responsabilitĆ . Non c’è, nemmeno, un tentativo opportunistico di cavalcare la questione.

ƈ come se il paese si fosse abituato.

Abituato all’idea che si possa decidere al posto delle persone.
Abituato all’istituzionalizzazione diffusa.
Abituato al fatto che diritti fondamentali restino sulla carta.

È forse questa, più di ogni altra cosa, la sensazione che resta dopo il Congresso.

E allora il senso di quello che ĆØ accaduto a Collegno sta anche qui.

Nel dire, ancora una volta, che questa abitudine non ĆØ inevitabile, che deve essere contrastata.

Non con dichiarazioni di principio, ma con lavoro politico, con conflitto, con presenza.

Il Congresso non chiude nulla. Non risolve, rilancia.

E, soprattutto, ribadisce una cosa semplice, che può sembrare poco ma non lo è affatto: noi non ci abituiamo.

Guarda la clip sul nostro canale youtube

Guarda i video dell’VII Congresso ā€˜Diritti alla Follia’

https://www.youtube.com/@associazioneradicalediritt5504/videos

Iscriviti e riceverai la tua tessera direttamente via mail

https://dirittiallafollia.it/iscriviti

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Restituire lo sguardo: le iniziative dell’Assemblea Permanente dei Pazienti Psichiatrici

Diritti alla Follia · 15/04/2026 · Lascia un commento

Di Cristina Paderi

Nel lavoro portato avanti dall’Assemblea Permanente dei Pazienti Psichiatrici (APPP) emerge con forza una questione centrale: chi ha il diritto di guardare, raccontare e rappresentare la follia?

Per Diritti alla Follia, dare spazio a queste iniziative significa sostenere un passaggio fondamentale: da oggetti di osservazione a soggetti attivi di narrazione.

Con ā€œS/Pazzi – Fotografa gli spazi della psichiatriaā€, l’APPP invita le persone che attraversano i servizi di salute mentale a fotografare i luoghi della psichiatria contemporanea.

Non si cercano immagini perfette, ma testimonianze.

Reparti, corridoi, sale d’attesa: spazi in cui lo sguardo ĆØ quasi sempre unidirezionale — si ĆØ osservati, valutati, classificati. Fotografare questi luoghi diventa allora un atto politico: lasciare traccia, affermare una presenza.

Dopo le esperienze storiche di denuncia, come quelle di Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin nel contesto della riforma di Franco Basaglia, oggi manca una memoria visiva dei luoghi ā€œpost-manicomialiā€.

S/Pazzi prova a colmare questo vuoto costruendo un archivio collettivo e anonimo.

Accanto all’open call, l’APPP propone il Corso di fotografia di Simona Novelli per S/Pazzi.

Un percorso accessibile che attraversa la storia della fotografia in psichiatria — da strumento di controllo a mezzo di denuncia — fino a un passaggio chiave: ora fotografiamo noi.

Con ā€œLa Zona Cineforumā€, l’APPP porta lo sguardo sul terreno dell’immaginario.

Il cinema ha costruito rappresentazioni della follia spesso stereotipate. Questo spazio nasce per analizzarle criticamente, a partire dall’esperienza di chi le vive.

Come ricorda Michel Foucault, la follia ĆØ anche una costruzione sociale. E le immagini contribuiscono a definirla.

Guardarle insieme significa sottrarle alla passivitĆ  e restituirle al confronto politico.

Queste iniziative mostrano che la questione psichiatrica ĆØ ancora aperta.

Fotografare e discutere significa rendere visibile ciò che resta invisibile; mettere in discussione lo sguardo dominante e affermare una voce spesso esclusa.

Non sono solo pratiche culturali: sono pratiche politiche.

Se attraversi questi luoghi, se li hai vissuti, se senti il bisogno di raccontarli: scatta una foto, oppure entra nella Zona, guarda, discuti. Non serve essere esperti. Serve esserci.

Ci auguriamo che da questo scambio possa nascere una collaborazione tra Diritti alla Follia e l’Assemblea Permanente dei Pazienti Psichiatrici.

Un grazie a Lucilla per l’invio dei materiali.

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ā€œPer il tuo beneā€: quando i diritti diventano rovesci

Diritti alla Follia · 13/04/2026 · Lascia un commento

Nel panel dedicato ai Dipartimenti di Salute Mentale dell’VIII Congresso ā€œDiritti alla Folliaā€, l’intervento di Enrico Tresca, direttore della UOSM del DSM ASL Caserta – ā€œPer il tuo bene: le aporie della istituzioneā€ – ha messo a nudo qualcosa che raramente viene detto cosƬ chiaramente: il conflitto sulla salute mentale oggi non ĆØ tecnico, ĆØ politico.

Il cosiddetto ā€œcaso Casertaā€, insieme alla petizione promossa nel territorio dell’Alto Matese, mostra una dinamica ormai ricorrente. Di fronte a carenze reali – mancanza di operatori, servizi fragili, difficoltĆ  nella presa in carico – invece di rivendicare più diritti, più risorse per la vita indipendente, più sostegno nei contesti di vita, si produce uno slittamento. La questione diventa sicurezza. Controllo. Gestione del rischio.

Nella petizione questo passaggio è evidente: le persone con sofferenza mentale compaiono implicitamente come problema, come possibile minaccia, come fonte di tensione per il territorio. E così, senza mai dirlo apertamente, si costruisce un discorso in cui la soluzione torna a essere quella di sempre: proteggere, contenere, decidere al posto loro.

ā€œPer il loro beneā€.

ƈ esattamente questo il punto. Non siamo di fronte a una semplice divergenza di vedute, ma a due idee incompatibili. Da un lato un tentativo – fragile, contraddittorio, ma reale – di praticare la deistituzionalizzazione, il supporto alle decisioni, il diritto a vivere nella comunitĆ . Dall’altro una pressione sociale e istituzionale che rimette al centro l’incapacitazione, la delega, la sostituzione.

Il linguaggio dei diritti viene piegato: si dice di voler tutelare le persone, ma lo si fa mettendo in discussione la loro libertĆ . Si invoca la qualitĆ  delle cure, ma per giustificare il ritorno a forme di istituzionalizzazione. Si parla di bisogni ā€œoggettiviā€, senza interrogarsi su desideri, volontĆ , possibilitĆ  di scelta.

Non è un equivoco. È un rovesciamento.

Ma l’intervento di Tresca ĆØ interessante proprio perchĆ© non si limita a denunciare questo movimento. Mostra anche quanto il problema attraversi i servizi stessi. La paura della responsabilitĆ , la posizione di garanzia, il timore costante che ā€œpossa succedere qualcosaā€ continuano a produrre, anche nelle pratiche più avanzate, forme di controllo e sostituzione.

Il ā€œper il tuo beneā€ non ĆØ solo fuori. ƈ dentro.

Dentro le decisioni prese senza le persone.
Dentro i progetti costruiti più come modelli che come percorsi condivisi.
Dentro la difficoltĆ  a sostenere davvero il rischio della libertĆ .

Ed è qui che il discorso si blocca, diventa aporia. Non perché manchino le soluzioni tecniche, ma perché manca una scelta politica fino in fondo: riconoscere che le persone hanno diritto a vivere la propria vita, anche quando questo mette in crisi assetti, abitudini, equilibri istituzionali.

FinchƩ questa scelta non viene assunta davvero, continueremo a oscillare. Tra diritti dichiarati e diritti negati. Tra deistituzionalizzazione enunciata e pratiche che la svuotano. Tra emancipazione e controllo.

E continueremo a chiamare tutela ciò che, troppo spesso, resta solo un altro modo di decidere al posto di qualcuno.

šŸ‘‰ Guarda il video del panel sui Dipartimenti Salute Mentale al minuto 17.10 l’intervento del dott. Enrico Tresca

Leggi la relazione integrale di Enrico Tresca

Enrico Tresca Per il tuo beneDownload
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