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Diritti alla follia

Associazione impegnata sul fronte della tutela e della promozione dei diritti fondamentali delle persone in ambito psichiatrico e giuridico.

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Basaglia, basagliani, basagliare:per una visione critica del movimento anti istituzionale.

Diritti alla Follia · 03/07/2026 · Lascia un commento

Di Renato Ventura

Ho avuto recentemente occasione di polemizzare con Peppe Dell’Acqua, noto e illustre collaboratore di Basaglia, circa l’attualità del pensiero del suo maestro e la legge 180 che, erroneamente, porta il suo nome.

Il centenario della nascita di Basaglia ha suscitato una cospicua produzione di scritti e di iniziative per onorarne la memoria e rilanciarne il pensiero. Indubbia l’importanza che ha avuto nell’evoluzione della società anche, e forse soprattutto, al di fuori della gestione del disturbo mentale. La sua è stata infatti una decisiva battaglia politica e culturale che ha cercato di abbattere i muri del pregiudizio, della stigmatizzazione e della emarginazione dei “folli” e, in questo senso, va ben oltre l’abbattimento dei muri manicomiali.

Sarebbe sufficiente ricordare il suo mitico “mi no firmo”, per negare il suo avallo alle pratiche contentive che allora (ma anche oggi!) erano in uso nei manicomi, per avere contezza della statura della persona. Non credo sia stato facile, per un neurologo prestato alla psichiatria, mettersi di traverso a consolidate tradizioni. Ma era il 1961 e l’uomo dava voce a un diffuso malessere della società che rifiutava i metodi repressivi e che sarebbe esploso nel 1968. “L’istituzione negata” di Basaglia è appunto del 1968 e descrive in modo divulgativo la sua esperienza di direttore dell’OP di Gorizia dandogli notorietà internazionale.

Nella quasi totalità gli scritti in memoria di Basaglia ne danno una visione quasi salvifica e mitica: “ha chiuso i manicomi”. In realtà per chiuderli ci sono voluti venti anni e sono stati sostituiti dalle c.d. comunità terapeutiche che, spesso, sono realtà neo manicomiali. Nel 1999 fu chiuso l’ultimo manicomio, il San Nicolò di Siena. La legge 180 è stata emanata nel 1978(!).

Spesso dico ironicamente: forse è (siamo) stato/i “troppo” bravo/i in Italia. Questa tipica e generosa caratteristica italiana di “gettare il cuore oltre l’ostacolo” forse ha generato, specie per le famiglie, un carico drammatico per gestire situazioni estremamente difficili in assenza di una non facile trasformazione dei servizi. Tale problema non è ancora risolto se è vero che la popolazione delle strutture comunitarie era nel 2019 di 28.895 persone con permanenza media di 963,5 giorni (più di due anni e mezzo!), come si legge nel Rapporto ISTISAN 23/9. Nel 1978 in Italia c’erano 98 ospedali psichiatrici che ospitavano più di 89mila persone. Pertanto ancora un terzo delle persone con problemi mentali si trovano ricoverate in strutture residenziali psichiatriche, talune a vita. Ne ho personale esperienza avendo lavorato come psichiatra in una comunità terapeutica.

“Occorre poi dirlo con il necessario vigore: senza le strutture residenziali il sistema oggi non reggerebbe e la gestione dei pazienti psichiatrici si scaricherebbe su famiglie sempre più disgregate – come sempre più disgregata è la società in cui viviamo, e la pandemia (l’articolo è stato scritto in epoca COVID, ndr) disgrega ed allarga la forbice delle diseguaglianze ancor più – incapaci di sostenerne il peso nella gestione quotidiana”. (E. Robotti in Psychiatry on line, 2020).

Il bel libro di Tommaso Losavio (collaboratore di Basaglia a Trieste) “Fare la 180. Vent’anni di riforma psichiatrica a Roma” testimonia tutte le fatiche e le contraddizioni che hanno comportato per gli operatori, sviluppare i servizi di salute mentale di comunità lottando contro le amministrazioni e le associazioni dei familiari che vedevano messo in crisi e destabilizzato il quadro normativo e organizzativo che assicurava la gestione delle persone affette da disturbo psichico grave in strutture con finalità prevalentemente custodialistiche (i manicomi).

Si parva licet, pur provenendo da esperienze molto diverse (milanesi), mi sono riconosciuto nella rievocazione di quegli “anni ruggenti” e, sulla scorta di una recensione di Luca Negrogno (Edizioni ETS, 2021), ho scritto un articolo (“Alla ricerca del tempo perduto”) pubblicato sul blog del Forum Salute Mentale nel quale esprimevo  (auto)criticamente la mia esperienza (milanese e poi presso l’OP di Como) che, pur avendo punti di contatto con il movimento triestino, tuttavia era rimasta ancorata a una concezione della psichiatria tradizionale e, negli anni successivi, prevalentemente farmacologica, tanto da indurmi ad abbandonare la psichiatria clinica e dei servizi per iniziare un training psicoanalitico presso la Società Italiana di Psicoanalisi.

Il movimento per la deistituzionalizzazione cominciò a svilupparsi in diversi paesi occidentali tra la metà degli anni cinquanta e gli anni sessanta e Basaglia ne colse l’importanza civile prima che tecnica e scientifica: «La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia»…” e ancora: “La libertà è terapeutica”.

Il momento dell’avvio dei movimenti rifacentesi all’antipsichiatria e il ritmo delle riforme furono variabili a seconda del paese. Ricordo, fra le tante, solo due date importanti: nel 1952 lo psichiatra Maxwell Jones apre la prima comunità terapeutica autogestita. In Francia nel 1960 nasce la psychiatrie de secteur  (circolare ministeriale del 15 marzo 1960) con la quale viene valorizzato il ruolo del territorio.

Come spesso accade con personaggi che rappresentano e interpretano mutamenti radicali a livello sociale, culturale e politico c’è una tendenza alla enfatizzazione che rischia, come in più occasioni ha affermato Negrogno a proposito di Basaglia, di “monumentalizzare” la sua figura a scapito di una lettura critica che lo possa “attualizzare” (“Attualizzare Basaglia” in Giustizia insieme (https://www.giustiziainsieme.it/). Oggi la cancel culture, spesso ed erroneamente, mette in discussione questa naturale tendenza popolare a identificarsi con questi personaggi mitizzandoli e dedicando loro i monumenti che verranno poi abbattuti per il cambiamento delle prospettive. Non credo che possa accadere a Basaglia. Ma non mi risulta nemmeno che, per ora, siano stati eretti monumenti in suo onore. Per Brecht è “beata la nazione che non ha bisogno di eroi”.

Vedo però concreto e attuale il rischio che un’eccessiva insistenza nella agiografia – Cavicchi, a proposito della 180, afferma che è necessario rimuovere le contraddizioni interne alla legge sfondando il muro dell’apologia per evitare il rischio di regressività o di controriforma – se si interpreta il movimento che fa capo a Basaglia in termini di vittoria del bene (la liberazione dei folli) contro il male (i manicomi). Inteso in questo modo il basaglismo (è un neologismo ma se esistono i basagliani dovrebbe esistere il basaglismo) rappresenta un elemento culturale che rende difficile un’evoluzione della psichiatria. Anche per i manicomi vale una lettura critica e non manichea ed è opportuno contestualizzarli all’interno della cultura illuministica e poi positivistica nel solco della quale sono stati concepiti. I “folli”, passando dagli ospizi e dalle prigioni ai manicomi vedevano riconosciuta una loro peculiarità da trattare con il metodo morale (Pinel). Foucault nella sua monumentale “Storia della follia nell’età classica” traccia l’evoluzione della istituzionalizzazione dandone un quadro complesso che si interseca con gli aspetti religiosi, i mutamenti sociali e culturali che sono stati alla base dei processi trasformativi che hanno portato dai lebbrosari (trasformati in ospizi per poveri, folli, eretici. libertini e criminali) all’Hotel-Dieu solo per alienati. In epoca successiva il manicomio diventerà Ospedale (Neuro)Psichiatrico e la follia verrà attribuita a malattia del cervello.

Non si può negare che nel passare dagli ospizi per i lebbrosi al manicomio e all’Ospedale (Neuro)Psichiatrico c’è una evoluzione che riflette una visione del disturbo mentale non più come espressione di depravazione morale (donde il trattamento morale) ma come malattia.

Per qualcuno la psichiatria si è fermata qui in quanto le neuroscienze hanno falsamente attribuito a disordini neurochimici il disturbo mentale. La parallela scoperta degli psicofarmaci ha fatto ritenere che si possano “normalizzare” le persone disturbate o devianti ripristinando l’equilibrio dei neurotrasmettitori. “In realtà, la teoria degli squilibri chimici, che caratterizza il modello bio-medico ed organicista, non è mai stata dimostrata e tantomeno le origini genetiche dei vari disturbi psichici” (Moncrieff et al. 2022 in “Sospendere gli psicofarmaci” di Maviglia M. e al.). C’è da dubitare della buona fede di chi sostiene questo rozzo e semplicistico argomentare circa la natura dei disturbi psichici. Si veda un mio recente articolo sulla rivista on line Quotidiano Sanità: Quale psichiatria per quali pazienti? – Quotidiano Sanità (quotidianosanita.it)

In una recente occasione di ricordare Basaglia al teatro Franco Parenti di Milano (“IL SOGNO DI BASAGLIA” 18 Novembre 2023) nella quale erano presenti la figlia Alberta e relatori di grande livello, uno di loro ha parlato di basagliare alludendo, con questo neologismo, a una sorta di linguaggio usato in quel gruppo ristretto di persone che erano soliti frequentare Basaglia e che avevano lavorato con lui. Una sorta di linguaggio privato e familiare che mi ha ricordato il bel libro di Natalia Ginzburg “Lessico famigliare” che narra, in forma autobiografica, le vicende di una famiglia ebraica durante il ventennio fascista che usava una sorta di linguaggio privato per comunicare fra di loro. Una sorta di linguaggio criptico o di adepti di una setta che si auto compiace di un’intesa che esclude i non aderenti. In fondo anche i linguaggi tecnici che si usano nelle varie professioni spesso assolvono il compito di costruire un’intesa tra addetti ai lavori escludendo i non addetti.

E’ forse banale rilevare che questo uso insistito caratterizza alcune scuole di psicoterapia. Lo psicanalese lacaniano di Recalcati è stato ben rappresentato in modo graffiante da Crozza che parla di psicobanalisi con chiara allusione all’uso di termini e metafore apparentemente sofisticate per esprimere in modo concettoso ed elitario banali considerazioni. Nei riti delle chiese, nelle preghiere, nell’uso del latino o di complesse simbologie si esprime la necessità di integrarsi in un piccolo o grande gruppo nel quale identificarsi.

I basagliani dunque, basagliando si riconoscono fra loro con il loro proprio linguaggio? Anche i freudiani, i lacaniani e gli junghiani e altre “sette” usano un linguaggio che marca la loro appartenenza. Le scuole (o sette?) di psicoterapia sono innumerevoli.

In realtà però a me non sembra che basagliaresia un linguaggio iniziatico bensì un modo di porsi e interpretare la realtà del disturbo psichico come espressione (conseguenza?) di un sistema politico e sociale (neo liberale e liberista) che tende a marginalizzare le fasce sociali non produttive (e quelle che sono segnate al disturbo mentale lo sono quasi sempre) con costruzione di un welfare che preferisce supportarli economicamente piuttosto che integrarli socialmente: operazione più complessa e forse più costosa non solo economicamente ma in termini di consenso politico.

Tornando alla de-istituzionalizzazione è interessante osservare che sul sito della Tavistock Clinic – molto nota istituzione inglese per la cura dei disturbi mentali nella quale operarono insigni psicoanalisti – che ne ripercorre la storia si legge che “con il Mental Health Act del 1959la comunità veniva identificata come il luogo di cura più appropriato per le persone con problemi di salute mentale e, cosa più importante, stabiliva che le persone sane, ma etichettate come “moralmente difettose” non potevano più essere ammesse in un ospedale”.

In una comparazione fra il sistema inglese e quello italiano Giorgia Zattoni (Tesi di laurea alla Cà Foscari anno acc. 2017/18) afferma: “…la riforma psichiatrica è avvenuta con tempi e modalità diverse nei due paesi, ma è stata determinata e influenzata dal contributo di grandi pensatori come Basaglia, Laing, Cooper e Jonas”.

Sappiamo che Basaglia ebbe contatti con il movimento dell’antipsichiatria inglese e con la fenomenologia tedesca. In realtà fu la moglie, Franca Ongaro – di formazione sociologica e sua stretta collaboratrice e, dopo la sua morte, curatrice del pensiero del marito ma anche non semplice custode ma originale nel portarne avanti il pensiero e impegnata politicamente come senatrice dal 1983 al 1992 – a recarsi a Digleton, in Scozia, nell’ospedale psichiatrico diretto da Maxwell Jones, che conduceva il primo esperimento di gestione di un intero ospedale in forma di comunità terapeutica. Si dice che dietro un grande uomo c’è una grande donna. Nel nostro caso si potrebbero invertire i termini. La visibilità pubblica di Basaglia ha reso meno visibile Franca.   Dice di lei Annacarla Valeriano nella sua biografia (Contro tutti i muri. La vita, il pensiero di Franca Ongaro Basaglia): “consapevole che occorreva da un lato consolidare la rivoluzione avvenuta, ma dall’altra andare oltre la psichiatria, «a conferma» del fatto che la de-istituzionalizzazione non poteva fermarsi semplicemente alle soglie del manicomio, ma doveva rappresentare un processo continuo contro tutti i muri di parole, contro i pensieri, i pregiudizi, le culture che potevano limitare la dignità degli uomini e delle donne».

Il vero problema è rappresentato infatti dalla re-istituzionalizzazione e dalla tendenza a utilizzare le strutture carcerarie per coloro che hanno disturbi mentali. Si tratta evidentemente di una contro riforma che, come spesso accade storicamente, segue il momento riformatore.

Del resto non ci possono essere dubbi che tale controriforma riflette l’attuale situazione politica.

Mi sembra pertanto riduttivo ritenere che il pensiero di Basaglia si sia esaurito nella liberazione dei folli con la chiusura dei manicomi così come Pinel aveva già fatto nell’Ottocento liberandoli dalle catene.

Ma la vulgata così ha deciso, così come ritiene che la 180 sia la legge di Basaglia. Grave errore perché Basaglia, pur essendone l’ispiratore, aveva intravisto il rischio di medicalizzazione dei disturbi mentali. È quello che è avvenuto inserendo la 180 nella 883 del 1978 istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale. Sono stato testimone di quanto questa ospedalizzazione del disturbo mentale sia frutto anche del lavoro del professor Cazzullo, del quale ero allievo, che dirigeva la Clinica Psichiatrica dell’Università di Milano ed era, in quegli anni, Presidente della Società Italiana di Psichiatria. Si recava regolarmente a Roma per incardinare la legge 180.nella legge che istituiva il SSN.

Il professor Cazzullo era molto soddisfatto di aver ottenuto che ogni ospedale avesse un centro clinico psichiatrico per ricoverare persone affette da disturbo mentale.  Lui stesso, originariamente neurologo presso la Clinica delle Malattie Nervose e Mentali, si era adoperato per separare l’insegnamento della Neurologia dalla Psichiatria e aveva creato un reparto di Psichiatria d’urgenza nel Policlinico di Milano (Guardia seconda, per differenziarla dalla prima che era il Pronto Soccorso). La sua idea di organizzazione dei servizi di Salute Mentale era fortemente “ospedalocentrica” e molto lontana dall’idea di una psichiatria territoriale basata sui centri di salute mentale. Ad ogni centro ospedaliero avrebbe corrisposto un primario e questo permetteva a lui di costruire una rete di primariati ospedalieri di psichiatria da assegnare ai suoi allievi. Il professor Cazzullo era una persona dotata di indubbie qualità intellettuali (e politiche) e con apertura nei confronti di personaggi di spicco della psicoanalisi; ricordo i seminari di Martha Harris sulla infant oservation e di Lina Generali, entrambe allieve della Klein, di Luban Plozza, che era allievo di Balint e che importò in Italia i “gruppi Balint”.  La sua idea di psichiatria era fondamentalmente legata a una concezione arcaica del potere universitario e orientata alla dimensione biologica della psichiatria. Non mancavano però allievi orientati in senso fenomenologico (dominante nella psichiatria di allora) e chi (G.F: Goldwurm) aveva importato la psicologia russa basata sui riflessi condizionati di Pavlov (Vygotskij con Leontjev e Lurija) alla base degli studi sul comportamentismo e sulle terapie comportamentali e cognitive. Credo che chi proviene da quella matrice culturale possa giustamente rivendicare che non tutta la psichiatria è riducibile al lascito basagliano.

In quel periodo si era stabilita una solita connessione tra l’Università e le case farmaceutiche con sponsorizzazione di ricerche sugli psicofarmaci da parte di queste ultime. Questa idea del potere universitario e della centralità dell’Ospedale, nonostante la rivoluzione sessantottina, non è scomparsa come non è scomparsa la presenza opaca delle case farmaceutiche. I congressi e molte iniziative sono infatti sponsorizzate con il loro contributo “non condizionante” (sic!).

L’idea di Cazzullo era che in psichiatria si dovesse operare un intelligente interdisciplinarietà (parlava di “eclettismo” della psichiatria). In realtà tale posizione non mi ha mai del tutto convinto in quanto essere eclettici diventa un modello culturale che riflette, una prospettiva pilatesca su questioni di fondo: visione e interpretazione organicista (sia pure secondo la nouvel vague delle neuroscienze e sostanzialmente neuro-psicofarmacologica), psicodinamica in tutte le sue declinazioni (psicoanalitica con le sue varie chiese, sistemica, behaviorista…) o sociologica (territoriale, di comunità…)? Quale visione del disturbo mentale privilegiare? Io scelsi la psicoanalisi freudiana diventando associato della SPI, dopo un lungo training, ma successivamente me ne sono distaccato in quanto mi sono reso conto di quanto fossero importanti, e forse decisivi, altri modelli interpretativi e che in fondo la psichiatria deve fare i conti con il “pensiero debole” (J.-F. Lyotard e in Italia Vattimo). La nozione di «pensiero debole» definisce l’atteggiamento (postmoderno) filosofico che ha preso atto della dissoluzione delle certezze e dei valori assoluti. 

Anche alcuni psicoanalisti (Elvio Fachinelli) e filosofi (Pier Aldo Rovatti in ““Restituire la soggettività. Lezioni sul pensiero di Franco Basaglia”) si sono espressi per una visione critica e politica della psicoanalisi e della psichiatria che superi quella legata alla rigidità di un modello interpretativo.

Il problema oggi è che gli insegnamenti universitari sono largamente dominati dalla psichiatria biologica e dalle neuroscienze e si è creata una grande divaricazione fra il modello biologico e quello sociologico e psicologico.

Riprendo dalla tesi di Zattoni G. già citata: “Il processo di deistituzionalizzazione si è focalizzato sui bisogni delle persone e sullariabilitazione, concentrandosi prevalentemente sulle persone che avevano vissuto per anni negliospedali psichiatrici, si è realizzato molto lentamente e con difficoltà dovute sia ad unaresistenza della società nell’accettare l’inclusione del malato mentale, sia alla difficoltà direinserire nelle comunità degenti che avevano vissuto sempre nelle istituzioni totali.

Contemporaneamente a questo processo, negli anni 80 si è assistito ad un rilancio delle teorie biologiche della malattia mentale e del modello farmacologico, in particolare dei nuovi psicofarmaci che furono pubblicizzati come risolutori assoluti delle malattie mentali.

Si può affermare che questo periodo è attraversato da un paradosso secondo cui mentre si cercava di distruggere il manicomio istituzionale di Pinel, si assisteva all’ascesa del manicomio farmacologico. La psichiatria tradizionale recuperava potere e prestigio grazie aglipsicofarmaci, sancendo il riconoscimento tanto atteso della psichiatria come scienza medica; eil farmaco assumeva una doppia valenza: terapeutica da una parte, rendendo più docili e umanele terapie, cronicizzante dall’altra, diventando elemento di repressione e di dipendenza, al di fuori del manicomio i malati infatti non guarivano, ma anzi si cronicizzavano” (Cipriano, 2018).

La necessità dell’abbandono dei manicomi e della creazione di servizi sul territorio a bassa soglia ed offerti alla popolazione nel pieno rispetto dei diritti umani è stata sottolineata con forza nella conferenza ministeriale europea promossa dall’OMS sulla salute mentale ad Helsinki nel 2005 (Mezzina, 2006)”.

L’arroccamento dei basagliani nel loro fortilizio triestino a mio parere ha causato un grosso danno alla possibilità di integrare le varie anime della psichiatria, essenzialmente di tipo neurobiologico, sociologico, psicologico, in un modello che superasse le singole scuole e prospettive per integrare le conoscenze In una più ampia visione antropologica. Personalmente sarei del parere di separare l’insegnamento della psichiatria dalla medicina e inserirlo in un dipartimento delle scienze umane creando una benefica frattura con i residui ottocenteschi dell’interpretazione del disturbo mentale inteso come malattia del cervello. E’ forse una utopia, una “insostenibile leggerezza dell’essere” come dice il titolo del romanzo di Milan Kundera.

Riguardo la legge 180 Cavicchi nel suo libro “Oltre la 180” parla, non a caso, di atteggiamento apologetico dei difensori a oltranza della legge. Come ho detto attribuire a Basaglia la legge 180 è un grave errore per due motivi. Il primo è quello storico e non starò a rifare qui le vicende che hanno portato all’approvazione della legge in un modo un po’ causale, per una sede di coincidenze favorevoli e senza l’apporto di Basaglia che era perplesso. Non ripeterò qui nemmeno quello che, a posteriori, e a mio parere, è stato un altro grave errore: l’inclusione della 180 nella 833 del 1978 che istituiva il Sistema Sanitario Nazionale. Allora sembrava una grande conquista, in realtà si rivelato un modo per sanitarizzare il disturbo mentale attribuendo un potere eccessivo/esclusivo agli psichiatri ed è responsabile della deriva attuale in senso medico biologico e psicofarmacologico del trattamento del disturbo mentale. E’ ovviamente un problema di potere in quanto gli psicologisolo recentemente hanno fatto il loro timido ingresso nei servizi di salute mentale. Restano per ora pur sempre ancillari nel sistema della salute mentale così come altri operatori della salute mentale. Quando un sociologo dirigerà un dipartimento di salute mentale?

Enfatizzando solo l’aspetto, senza dubbio rivoluzionario, rappresentato dall’esperienza prima Goriziana e poi Triestina, viene trascurato tutto il complesso nucleo di idee circa il concetto di disturbo mentale che ci confronta con la contraddittorietà che la follia manifesta quale espressione ineliminabile del malessere personale e sociale. Gli angoli bui della nostra società sono in fondo la proiezione delle nostre angosce più profonde che riguardano le nostre (in)certezze esistenziali. Del resto nelle corti medievali il folle (che era rappresentato dal giullare) era proprio delegato a raccogliere e rappresentare, sulla sua persona, le istanze folli e abnormi che in questo modo venivano allontanate (“proiettate”) ed espulse. Tale resta fondamentalmente il meccanismo che tende difensivamente ad allontanare da noi stessi ciò che ci può disturbare (il “perturbante” freudiano.) 

Tornando al basaglismo e al basagliare la mia idiosincrasia nei confronti di ogni tendenza a una concezione chiesastica della psichiatria e della psicologia mi ha fatto privilegiare una visione critica di tutto quello che concerne l’attuale organizzazione dei servizi psichiatrici e il loro fallimento in termini di “cura” di questi disturbi.

La chiusura dei basagliani nel loro basagliare, quasi un “amichettismo” d’ispirazione meloniana, con l’idea di possedere una verità che in realtà si è rivelata storicamente in parte fallace circa la gestione del disturbo mentale, ha provocato una sorta di irrigidimento da parte delle altre correnti psichiatriche. 

Io credo che non sia più il tempo di basagliare né di mitizzare Basaglia in quanto si fa torto allo stesso Basaglia. Chiudere il manicomio non ha significato eliminare la follia e lo stigma che la caratterizza. Nuove realtà simil manicomiali (le comunità cosiddette terapeutiche) hanno sostituito i manicomi ma ai muri manicomiali sono stati sostituiti dai muri psicologici, quelli che io chiamo i “muri interni” che hanno lo scopo di difenderci dalla follia e dalla diversità che crea destabilizzazione personale e favoriscono processi di espulsione a livello della società. Franca Ongaro e lo stesso Basaglia avevano paventato questo rischio.

Negrogno, nel suo articolo (“Attualizzare Basaglia”)’ già citato, parla di “assunzione degli aspetti contraddittori che la società deve affrontare riconoscendo nella diversità aspetti che non è possibile normalizzare ma che devono essere integrati in una visione aperta e non stigmatizzante”.

Si tratta allora di riconoscere che esistono aspetti non facilmente integrabili e che la valorizzazione della diversità e delle esperienze soggettiva della marginalità rende necessario un profondo cambiamento culturale per assimilare soggetti che per varie ragioni hanno storie e percorsi di vita che rendono difficile la loro integrazione sociale.

Recentemente, in occasione della presentazione del PTM(F) (Power Threat Meaning Framework), un manuale alternativo per diagnosticare i disturbi mentali, ho avuto modo di conoscere un gruppo di giovani psicologi dello Sportello TiAscolto che ha collaborato alla traduzione del manuale dall’inglese. Chiedendo a uno di loro, in modo forse ideologicamente e pregiudizialmente condizionato dalla mia esperienza, a quale scuola psicologica appartenessero, con mio piacevole stupore da uno di loro mi sono sentito rispondere che era un eretico. Anche gli altri dichiaravano di non appartenere a una delle tante (troppe?!) scuole di formazione alla psicoterapia. Li ho definiti apolidi in quanto mi sembrano senza patria. La loro giovane età, il loro entusiasmo e la loro cultura “alternativa” mi ha ulteriormente rafforzato nell’idea che forse è possibile superare le barriere ideologiche e culturali che impediscono spesso un’integrazione dei saperi. Personalmente da molti anni, come ho detto, ho lasciato la SPI, di cui ero membro associato, compiendo un’ennesima abiura. La prima era stata di lasciare la psichiatria manicomiale per la neurologia. Così forse si spiega la mia sintonia con l’amico eretico. Il rischio per entrambi è di essere messi al rogo. La mia condizione di familiare indubbiamente mi espone a questo rischio di essere considerato una persona ingombrante sia da parte dei colleghi psichiatri che dai familiari.

Prima di scrivere queste poche righe avevo letto l’articolo di Negrogno che mi sembra fornire elementi a supporto della necessità andare oltre Basaglia.

 «Ma, al momento attuale, siamo sicuri di poter incominciare a dedicarci alla «malattia»? Ciò che – nella nostra istituzione psichiatrica – è rimasto, dopo la serie di riduzioni successive che ha liberato il malato mentale dalle incrostazioni istituzionali e scientifiche di cui era coperto, è da ritenersi la «malattia»? O il peso dei ricoverati che – non avendo all’esterno una soluzione sociale – siamo costretti a continuare a gestire, ci impedisce ancora di essere ciò che vogliamo, obbligandoci a creare una nuova istituzione per poter sopravvivere? Questo è il segno della nostra impotenza, o dell’impossibilità di agire all’interno del sistema?»

Prosegue Negrogno: “Questa domanda proviene da “Il problema della gestione”, testo di Franco Basaglia che si trova tra le appendici del libro “L’Istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico”, uscito per la prima volta nel 1968. Il brano testimonia delle riflessioni che si svolgono nel momento in cui l’equipe goriziana ha portato alle estreme conseguenze il lento processo di messa in questione delle rigide pratiche custodialistiche che vigevano nell’ospedale psichiatrico tradizionale e si interroga su quello che avverte come un necessario passo avanti, costituito dall’apertura di traiettorie esistenziali fuori di esso, dalla possibilità, cioè, che il lavoro riabilitativo possa continuare a realizzarsi come vettore di modificazione della realtà esterna da cui la necessità del manicomio è prodotta, decostruendone praticamente le ingiunzioni e i mandati (“violentando” la società, dirà Franco Basaglia altrove). All’interno dell’ospedale psichiatrico – che ormai è stato ampiamente “rimodernato” secondo i principi tolleranti della comunità terapeutica – si svolge una situazione in cui il paradigma dell’internamento non è stato ancora disinnescato ma all’interno dell’istituzione totale si sono messi a nudo i processi di spoliazione della soggettività e di copertura dell’esclusione sociale che la psichiatria del tempo pretendeva di coprire con l’artefatta neutralità della sua disciplina; in altri termini, «l’istituzione è contemporaneamente negata e gestita, la malattia è contemporaneamente messa tra parentesi e curata, l’atto terapeutico viene contemporaneamente rifiutato e agito». Ma, occupando tale posizione contraddittoria, si corre il rischio che le ideologie intervengano a coprire un vuoto caratterizzato da ansia e bisogno di elaborazione: «le contraddizioni rese esplicite da un’azione di rovesciamento istituzionale possono essere ricoperte sotto un’ideologia tecnico scientifica che le giustifichi (un’azalea che copra il puzzo di cadaveri)» scrivono infatti Franco Basaglia e Franca Ongaro nel testo che introduce “Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerato e Gianni Berengo Gardin”, citando un verso di Bertold Brecht.”

Ho saccheggiato l’articolo di Negrogno perché mi sembra porre con lucidità il problema di uscire da una logica chiusa e autocentrata superando antichi steccati ideologici per recuperare una visione della psichiatria che dia effettiva cittadinanza alla sofferenza mentale intesa come espressione singolare (la “soggettività” tanto spesso dichiarata) all’interno di un gruppo sociale, riconoscendo gli aspetti contradditori e irrisolti della nostra disciplina. Credo che sia anche questo il senso della decostruzione (demistificazione) del mandato di controllo sociale che viene affidato agli psichiatri di cui parla Negrogno.

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