Di Cristina Paderi
Lāarticolo di Ciro Tarantino, āPer ordine di giustiziaā. Su alcuni casi di internamento di fatto (in Aut Aut, 2023), si inserisce nel dibattito sul destino della psichiatria dopo la fine del manicomio e propone una tesi tanto semplice quanto inquietante: lāinternamento non ĆØ scomparso, si ĆØ trasformato. Non si presenta più nella forma dichiarata del ricovero coatto, ma sopravvive come pratica diffusa, amministrativa e quotidiana, nascosta dentro il sistema socio-assistenziale contemporaneo.
Tarantino parte da un dato apparentemente neutro: centinaia di migliaia di persone vivono stabilmente in strutture residenziali non familiari, soprattutto anziani e disabili. Numeri inferiori ad altri paesi europei ma, se letti nella storia italiana della deistituzionalizzazione, rivelatori di qualcosa di diverso: non il ritorno del manicomio, bensƬ la persistenza di una zona di segregazione. Lāautore introduce perciò il concetto di āistituzioni totaloidiā, luoghi semichiusi che non sono formalmente totali ma condividono con le istituzioni totali una limitazione sostanziale della libertĆ . Non si entra con un ordine pubblico spettacolare, non si varca una soglia simbolica: si scivola dentro una normalitĆ amministrativa, dove la libertĆ resta formale mentre la vita quotidiana diventa regolata da altri.
Il punto decisivo dellāanalisi ĆØ che lāistituzionalizzazione non coincide con la perdita della libertĆ personale ma con la perdita della libertĆ di scelta. La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilitĆ tutela la possibilitĆ di scegliere dove vivere e con chi vivere, oltre allāaccesso a servizi alternativi alla residenzialitĆ . Tuttavia, quando tali alternative mancano, il consenso al ricovero diventa un assenso necessario: non una decisione, ma lāassenza di condizioni per decidere. In questo passaggio concettuale lāautore sposta lāattenzione dalla coercizione fisica alla coercizione decisionale, mostrando come lāinternamento contemporaneo operi prima sul piano della volontĆ che su quello del corpo.
Ć qui che entra in scena il dispositivo psichiatrico-giudiziario e, al suo centro, la figura dellāamministratore di sostegno. Nato per sostenere la persona āfragileā senza sostituirla, lo strumento viene spesso impiegato in senso opposto: quando lāinteressato rifiuta il ricovero, il rifiuto viene interpretato come sintomo, la capacitĆ decisionale viene ritenuta compromessa e il giudice attribuisce allāamministratore il potere di prestare il consenso al posto suo. Il ricovero appare allora volontario nella forma ma obbligatorio nella sostanza. Senza dichiarare un trattamento sanitario obbligatorio si ottiene lo stesso effetto, cioĆØ una restrizione della libertĆ priva di base legale esplicita.
Tarantino mostra con chiarezza che qui non si produce una violazione aperta del diritto, bensƬ una sua torsione: lāamministratore di sostegno diventa il punto di articolazione tra tutela e coercizione. Lo strumento giuridico pensato per valorizzare lāautodeterminazione si trasforma in un meccanismo di sostituzione decisionale. Il passaggio non avviene contro la legge, ma attraverso di essa, grazie alla collaborazione di servizi sociali, psichiatria e giudice tutelare. La sequenza ĆØ sempre simile: segnalazione del rischio, patologizzazione del dissenso, ampliamento dei poteri dellāAdS, consenso sostitutivo. Il risultato ĆØ quello che lāautore definisce internamento di fatto: non si forza la persona a entrare, si rende irrilevante il suo rifiuto.
Il contrasto con lāordinamento ĆØ esplicito. Dalla legge 180 in poi il sistema italiano fonda i trattamenti sanitari sulla volontarietĆ e limita drasticamente quelli obbligatori. Alcuni provvedimenti giudiziari citati nellāarticolo ribadiscono infatti che nĆ© il giudice nĆ© lāamministratore possono superare il dissenso a un ricovero prolungato, se non violando i principi costituzionali. Tuttavia la prassi continua, sostenuta da fattori strutturali: mancanza di servizi territoriali, gestione del rischio sociale, inerzia burocratica e soprattutto una lunga abitudine storica alla segregazione dei soggetti considerati problematici.
Il valore dellāarticolo sta proprio nel mostrare che la storia della psichiatria non procede per rotture nette. La chiusura dei manicomi non elimina la funzione sociale dellāinternamento: la redistribuisce. Il potere non scompare ma cambia tecnologia. Se prima era lāordine di ricovero, oggi ĆØ il consenso sostitutivo; se prima si controllava lo spazio, ora si controlla la decisione. Lāamministratore di sostegno diventa cosƬ lāequivalente funzionale del vecchio potere manicomiale: non un agente di repressione intenzionale, ma lāingranaggio che rende possibile una pratica collettiva di normalizzazione.
La conclusione di Tarantino ĆØ volutamente ambivalente. Da un lato il sistema appare fragile, perchĆ© basta un rifiuto professionale o unāinterpretazione rigorosa della legge per interromperlo; dallāaltro la sua forza deriva dallāabitudine sociale, dalla tendenza a considerare naturale la collocazione istituzionale dei soggetti āfragiliā. Lāinternamento contemporaneo vive quindi in una zona intermedia: non ĆØ più legittimo, ma ĆØ ancora possibile.
Ne emerge una recensione implicitamente critica del presente della salute mentale. Lāarticolo non denuncia abusi individuali ma una forma ordinaria di governo delle vulnerabilitĆ , in cui cura e controllo coincidono. Il contributo più originale consiste nellāaver spostato la questione dalla psichiatria alla struttura delle decisioni: la vera posta in gioco non ĆØ dove vivono le persone, ma chi decide dove vivono. In questo senso il testo offre una lettura convincente e disturbante della post-deistituzionalizzazione italiana: la libertĆ conquistata con la fine del manicomio resta incompiuta finchĆ© la scelta può essere sostituita.