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Diritti alla follia

Associazione impegnata sul fronte della tutela e della promozione dei diritti fondamentali delle persone in ambito psichiatrico e giuridico.

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contenzione pazienti psichiatrici

A proposito dell’articolo: Aggressioni agli infermieri. Nursing Up: “In psichiatria il 36,2% degli episodi, più che nei Pronto soccorso”, pubblicato su Quotidiano Sanità.it

Diritti alla Follia · 20/09/2026 · Lascia un commento

Benché necessarie le statistiche vanno interpretate con cautela e non strumentalizzate. L’articolo (QS del 18.09.2026 https://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/aggressioni-agli-infermieri-nursing-up-in-psichiatria-il-36-2-degli-episodi-pi-che-nei-pronto-soccorso/) sembra che riguardi prevalentemente il personale di assistenza infermieristico, per aggressioni da parte di persone ricoverate in SPDC. A buon diritto il problema deve essere portato all’attenzione generale e stimolare a fornire i mezzi, personale, organizzazione, formazione e ambienti idonei a prevenire e gestire al meglio tali situazioni. L’articolo stesso definisce queste manifestazioni inevitabilmente correlate alla psicopatologia sottostante. 

Già in occasione della morte della psichiatra Barbara Capovani (https://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/l-orsa-jj-e-l-omicidio-della-psichiatra/e), poi a proposito del decreto Zaffini (https://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/ddl-zaffini-e-sicurezza-degli-operatori-e-dei-familiari/) e infine in occasione della morte per soffocamento di Abderraim Fakir a Bologna (vedi sul blog di Diritti alla follia: https://dirittiallafollia.it/2026/05/30/i-fatti-di-modena-e-il-legno-storto-dellumanita/) avevo espresso alcune considerazioni in merito al problema dell’aggressività dei pazienti psichiatrici e della gestione di queste vere e proprie emergenze medico (?) psichiatriche e/o di ordine pubblico (?): il problema è aperto e necessita di grande prudenza, di approfondimento e di essere affrontato senza pregiudizi, senza ideologismi e senza illusorie semplificazioni ad impronta securitaria che paiono al momento quelle prevalenti.

Stimolato dall’articolo riprendo alcune considerazioni.

In primo luogo bisogna interrogarsi circa il significato che hanno tali manifestazioni abnormi nel contesto di un disturbo psichiatrico. L’etichetta diagnostica non è sufficiente e non spiega nulla. Tutta la nosografia psichiatrica è un tentativo di incasellare un problema psichiatrico in un rassicurante definizione diagnostica che non offre alcuna possibilità di risalire alla natura e alla causa dei disturbi.

Chi si occupa dei disturbi psichiatrici, specie se in contesti ove spesso è presente un acuto e difficilmente gestibile malessere, deve essere formato ad affrontare tali situazioni con tutti gli strumenti che sono oggi disponibili (in primo luogo le tecniche di de-escalation, queste sconosciute), in ambienti idonei e con sufficiente presenza di personale.

La risposta securitaria con l’utilizzo della contenzione fisica o farmacologica non assolve il compito di gestire l’acuzie psichiatrica se non integrata in un approccio che sui fondi sull’empatia (che non si insegna all’università) e sulla comprensione profonda del disagio. Ciò che è possibile solo se chi si occupa del paziente mette a disposizione tutto il tempo necessario e le risorse (personali e le competenze acquisite) per capire e interpretare il malessere e quale sia il senso dell’aggressività che può apparire immotivata ed è spesso frutto di condizioni deliranti e confusionali. Oggi si parla di delirio agitato o delirio iperattivo.

Dopo l’episodio di Bologna pare che il tema di come trattare tali condizioni sia diventato più acuto. Alessandro Riccardi, Presidente della Società Italiana di Medicina di Emergenza-Urgenza (SIMEU) ha proposto ai ministri della Salute dell’Interno un tavolo tecnico interministeriale sulla gestione degli stati di agitazione psicomotoria acuta. Infatti tali condizioni possono comportare, se non gestiti con grande professionalità, la morte del paziente (mortalità che può arrivare al 30%).  Importante è sapere che uno degli aspetti critici più rilevanti e più spesso sottovalutata del delirio iperattivo riguarda Le modalità di gestione fisica di chi si trova in questo stato. Immobilizzare Il paziente in posizione prona, bloccarlo con le manette peggiora in modo significativo il quadro clinico… per il rischio di andare incontro a una carenza di ossigenazione

 E’ però opportuno non confondere questi stati con altre condizioni di minor gravità, ma di grande impatto a livello degli operatori psichiatrici, citate nell’articolo. L’articolo critica e segnala infatti situazioni molto diverse per gravità, frequenza e non contestualizza gli episodi minori che spesso avvengono non solo e non tanto per immotivata aggressività del paziente ma all’interno di una violenza sistematica che caratterizza troppo spesso l’operare psichiatrico. Se i reparti sono chiusi, se la persona è stata sottoposta a TSO , se è stata contenuta, se l’ambiente è squallido e non accogliente, se chi si occupa del paziente è spesso In una condizione di burnout a causa dello stress lavorativo, di mancata formazione e supervisione o, peggio, di mancanza di motivazioni, se non è stato adeguatamente supportato e preparato ad affrontare le crisi psichiatriche, se la psichiatria che viene praticata nei reparti (SPDC) e nelle strutture ambulatoriali psichiatriche (CSM) è fondamentalmente di tipo biologico-farmacologico e utilizza lo psicofarmaco come soluzione del problema in assenza di una visione dei disturbi psichiatrici intesi non solo e non tanto come espressione di una patologia neurologica, peraltro mai dimostrata, ma di un disturbo che interseca i vari piani nei quali si estrinseca la vita e i vissuti della persona (psicologico, sociale, relazionale, ambientale e anche, ma spesso residuale, biologico), quale potrà essere la risposta al disagio e ai comportamenti abnormi che spesso caratterizzano i pazienti psichiatrici e che sono appunto l’espressione (il sintomo) del disagio?

Dott. Renato Ventura

Psichiatra e Psicoanalista

Membro associato di Diritti alla Follia

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La contenzione nei reparti psichiatrici: cosa accade negli SPDC del Piemonte

Diritti alla Follia · 05/03/2026 · 1 commento

Sintesi della puntata n. 251 de Il Diritto Fragile dell’Associazione Diritti alla Follia

La puntata n. 251 de Il Diritto Fragile ha affrontato uno dei temi più controversi della psichiatria contemporanea: la contenzione nei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC). Una pratica che riguarda direttamente la libertà personale delle persone ricoverate e che, nonostante la sua rilevanza, rimane spesso ai margini del dibattito pubblico.

Ne abbiamo parlato con tre sociologi dell’Università di Torino – Mario Cardano, Raffaella Ferrero Camoletto e Luigi Gariglio – autori, per quanto attiene al loro ambito, del volume La contenzione del paziente psichiatrico. Un’indagine sociologica e giuridica (Il Mulino): un’indagine diretta all’interno dei reparti psichiatrici in Piemonte.

La puntata si è concentrata sulla parte sociologica dello studio: non tanto sulle norme, ma su ciò che accade concretamente nei servizi.

Mario Cardano ha aperto l’incontro raccontando come è nata la ricerca e quale metodo è stato utilizzato. Il progetto è il risultato di un lavoro interdisciplinare che ha coinvolto sociologi, psichiatri e giuristi con l’obiettivo di osservare da vicino la realtà dei reparti psichiatrici.

I ricercatori hanno trascorso lunghi periodi all’interno degli SPDC piemontesi, con circa trenta giornate di osservazione in ciascun reparto. Hanno seguito la vita quotidiana dei servizi, analizzato cartelle cliniche e registri delle contenzioni e intervistato medici, infermieri e operatori sanitari.

Accanto a questo lavoro approfondito è stata condotta anche una ricognizione più ampia nei venticinque SPDC della regione Piemonte. Il risultato è un quadro molto concreto delle pratiche di contenzione e delle condizioni in cui queste vengono applicate.

Uno degli elementi più significativi emersi dalla ricerca è la forte variabilità tra reparti diversi. Il ricorso alla contenzione non è uniforme e cambia sensibilmente da un contesto all’altro. Questo dato, ha osservato Cardano, è già di per sé molto importante: se la pratica varia così tanto tra servizi simili, è difficile considerarla una necessità inevitabile.

Su questo aspetto si è soffermata in particolare Raffaella Ferrero Camoletto, che ha analizzato le condizioni organizzative e culturali dei reparti psichiatrici.

Gli SPDC osservati nella ricerca sono molto diversi tra loro. Cambiano l’organizzazione del lavoro, il clima interno, le modalità di confronto tra operatori e il rapporto con i servizi territoriali. In alcuni reparti esiste un forte lavoro di équipe e momenti strutturati di discussione dei casi; in altri il confronto è più limitato e il carico di lavoro più pesante.

Queste differenze hanno effetti diretti sulla gestione della crisi. Quando i reparti sono caratterizzati da carenza di personale, elevata pressione lavorativa o scarsa integrazione con il territorio, diventa più difficile affrontare le situazioni problematiche attraverso strategie relazionali e terapeutiche e aumenta la probabilità di ricorrere a strumenti coercitivi.

Ferrero Camoletto ha richiamato anche un elemento spesso poco considerato: il tempo della vita quotidiana nei reparti. In molti SPDC, soprattutto nelle ore pomeridiane, il tempo è segnato da una certa inattività e dalla mancanza di attività terapeutiche o relazionali. Questo vuoto può generare tensioni e conflitti che contribuiscono indirettamente ad aumentare il ricorso alla contenzione.

In questa prospettiva, la contenzione non appare soltanto come una risposta a situazioni cliniche estreme, ma anche come il risultato di specifiche condizioni organizzative e istituzionali.

Nel corso della discussione Mario Cardano è tornato sul tema per approfondire i meccanismi che portano concretamente alla decisione di contenere un paziente.

La ricerca mostra che spesso la contenzione non è semplicemente una risposta immediata a un comportamento violento, ma si inserisce in un processo più complesso di escalation. In questo processo giocano un ruolo importante le rappresentazioni che gli operatori costruiscono dei pazienti.

La conoscenza pregressa della persona, la sua reputazione all’interno del reparto e le aspettative legate alla sua storia possono influenzare le decisioni degli operatori. In alcuni casi emerge anche la logica della contenzione preventiva: una misura applicata non tanto per un comportamento già pericoloso, quanto per il timore che possa diventarlo.

Questo mostra come la contenzione sia spesso legata non solo a ciò che accade in quel momento, ma anche alle interpretazioni attraverso cui viene letta la sofferenza psichica.

A completare il quadro è intervenuto Luigi Gariglio, che ha affrontato una dimensione particolarmente delicata emersa dalla ricerca: la possibile funzione disciplinare della contenzione.

Dall’osservazione sul campo emerge che, in alcuni contesti, la contenzione può assumere anche il ruolo di strumento di regolazione dei comportamenti e di mantenimento dell’ordine nel reparto. Talvolta non è necessario applicarla concretamente: la semplice possibilità della contenzione può funzionare come una forma di deterrenza.

Questo aspetto richiama le analisi sociologiche sulle istituzioni nelle quali esistono forti asimmetrie di potere tra operatori e utenti. In queste situazioni la gestione della crisi può scivolare dal piano terapeutico a quello disciplinare.

Allo stesso tempo, la ricerca mostra anche che esistono operatori e reparti che cercano attivamente alternative alla coercizione. Questo dimostra che il ricorso alla contenzione non è inevitabile e che esistono margini concreti per ridurne drasticamente l’utilizzo.

Durante la puntata sono stati raccontati alcuni episodi emersi dalla ricerca sul campo, che permettono di comprendere in modo concreto come queste dinamiche prendano forma nella pratica quotidiana.

Uno dei casi citati riguarda Andrei, un paziente arrivato in pronto soccorso in stato di forte agitazione. Non parlava italiano e la comunicazione con il personale sanitario risultava difficile. Dopo una valutazione molto rapida venne sedato e trasferito in reparto già contenuto alla barella.

Il caso di Andrei mostra come l’incertezza – linguistica, relazionale e biografica – possa contribuire ad aumentare la percezione di pericolosità della persona ricoverata, favorendo il ricorso immediato alla contenzione.

Molto diverso è invece il caso di Carlo, un paziente conosciuto dai servizi e considerato problematico. Proprio la sua “cattiva reputazione” all’interno del reparto contribuì a orientare le decisioni degli operatori. Nonostante al momento del ricovero il suo comportamento fosse relativamente tranquillo, venne contenuto in via preventiva, sulla base dell’aspettativa che potesse diventare aggressivo.

Questo episodio mostra come la contenzione possa essere influenzata anche dalla storia relazionale del pazientee dalla reputazione costruita nel tempo all’interno del servizio.

Un altro caso discusso nella ricerca è quello di Filippo, che mette in luce un possibile uso disciplinare della contenzione. In questo episodio la misura coercitiva non appare legata a un pericolo immediato, ma alla necessità di ristabilire l’ordine nel reparto dopo un comportamento considerato inaccettabile dagli operatori.

La contenzione, in questo caso, assume una funzione che ricorda quella di una sanzione: uno strumento per riaffermare le regole del reparto e il potere dell’istituzione.

Un altro aspetto importante emerso dalla ricerca riguarda il processo che gli autori definiscono normalizzazione della contenzione.

Nel lavoro etnografico nei reparti, spiegano i ricercatori, la contenzione tende a essere progressivamente incorporata nella routine quotidiana del servizio. Non appare necessariamente come un evento straordinario o problematico, ma come una delle pratiche possibili nella gestione delle situazioni di crisi.

Questo processo di normalizzazione è accompagnato da ciò che nel libro viene descritto come una forma di “innocenza morale” degli operatori.

Gli operatori sanitari che ricorrono alla contenzione non si percepiscono infatti come soggetti che compiono un atto violento o problematico. Al contrario, nelle interviste raccolte durante la ricerca emerge spesso la convinzione di agire nell’interesse del paziente o per garantire la sicurezza del reparto.

Questa dinamica non va interpretata come una semplice giustificazione individuale, ma come il prodotto di un contesto istituzionale in cui la contenzione diventa una pratica culturalmente legittimata e professionalmente accettata.

Nella parte conclusiva della puntata Michele Capano, presidente dell’associazione Diritti alla Follia, ha rilanciato il confronto con alcune domande rivolte ai ricercatori.

Tra i punti sollevati, Capano ha chiesto chiarimenti sulla metodologia della ricerca e in particolare sul fatto che l’indagine abbia coinvolto principalmente operatori sanitari e l’osservazione dei reparti. La domanda posta ai relatori riguardava proprio questo aspetto: se, accanto alle interviste con il personale e all’osservazione etnografica delle pratiche, fossero stati raccolti anche punti di vista diretti dei pazienti, e in che modo le persone ricoverate avessero potuto far emergere la propria esperienza della contenzione.

Il tema apre una questione cruciale per la ricerca sui servizi psichiatrici: la difficoltà di far entrare pienamente nello spazio pubblico la voce di chi vive direttamente queste pratiche.

La riflessione proseguirà nella prossima puntata de Il Diritto Fragile del 18 marzo, che sarà dedicata alla dimensione giuridica della ricerca insieme alle giuriste Alessandra Algostino e Marta Caredda, per approfondire i limiti costituzionali della contenzione e la sua compatibilità con i diritti fondamentali.

La puntata integrale è presente ai seguenti link

📺 Rivedi la puntata sui social:

https://fb.watch/FEfnR60abl

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