Di Cristina Paderi
Ci sono due tempi, dopo un Congresso come questo.
Il primo ĆØ quello immediato: lāintensitĆ , la concentrazione, la sensazione (rara) di stare dentro qualcosa che conta davvero. Non un convegno come tanti, non una vetrina, non un esercizio di stile. Ma un luogo dove si parla sul serio, dove le parole hanno conseguenze, dove i conflitti non vengono smussati ma attraversati.
Il secondo tempo ĆØ quello che viene dopo. Il āgiorno dopoā. Quando si torna alle proprie vite, alle proprie battaglie. E lƬ si misura davvero cosa resta. Di questo Congresso resta molto.
Resta, anzitutto, una qualitĆ del dibattito che non ĆØ scontata. Interventi diversi tra loro, anche in tensione, ma capaci di stare dentro lo stesso spazio senza ridursi a rituale. Nessuna pacificazione forzata, nessuna finta armonia. E questo, oggi, ĆØ giĆ un risultato politico.
Resta la sensazione netta che il terreno su cui ci muoviamo sia sempre più chiaro: non è un problema tecnico, non è una questione di aggiustamenti normativi. à uno scontro politico, pieno, aperto.
Lo si ĆØ visto in tutti i panel. Nel confronto sui Dipartimenti di Salute Mentale, con il cosiddetto ācaso Casertaā portato da Enrico Tresca, ĆØ emerso con forza uno dei nodi centrali: di fronte a servizi carenti e āfragiliā, la risposta dominante non ĆØ rafforzare i diritti, ma spostare il discorso su sicurezza, controllo, gestione del rischio. Ć un movimento che conosciamo bene. E che continua a riprodursi.
Nel panel sul TSO, alla luce delle pronunce della Corte costituzionale, si ĆØ aperto uno spazio che fino a pochi anni fa sembrava impensabile. Posizioni che venivano liquidate come āestremisteā entrano oggi nel perimetro del diritto. Ma questo non significa che il sistema sia disposto a cambiare davvero. Anzi: proprio mentre il diritto si muove, le pratiche mostrano tutta la loro resistenza.
Il panel sulle misure di sicurezza ha riportato il discorso lƬ dove spesso si evita di guardare: il punto in cui psichiatria e diritto si saldano nel governo delle vite. Non in teoria, ma nei corpi, nelle biografie concrete, nei percorsi senza uscita.
E nella sessione sullāamministrazione di sostegno, con i casi Vattimo e Garofalo, ĆØ riemerso ciò che lāassociazione denuncia da anni: uno strumento che continua a produrre abusi, sostituzione, espropriazione delle vite. Non come deviazione, ma come funzionamento ordinario.
A tenere insieme tutto questo, più che una linea univoca, ĆØ stata una consapevolezza condivisa: il problema non ĆØ solo āfuoriā. Non ĆØ solo nelle istituzioni, nei tribunali, nei servizi.
Ć dentro. Dentro le pratiche. Dentro i linguaggi. Dentro quella formula che ritorna ovunque: āper il tuo beneā.
Tresca lo ha detto esplicitamente. Ma lo si ĆØ sentito, in forme diverse, in molti interventi. Il āper il tuo beneā non ĆØ un residuo del passato. Ć il dispositivo attuale, perfettamente funzionante, che consente di tenere insieme diritti proclamati e pratiche che li negano.
E allora la domanda che attraversa il Congresso non è più se i diritti siano giusti o sbagliati. à se siamo disposti a sostenerli davvero, fino in fondo. Anche quando questo significa rinunciare al controllo. Anche quando espone al rischio. Anche quando mette in crisi ruoli, competenze, poteri consolidati.
Non è una domanda teorica. à ciò che si gioca ogni giorno nei servizi, nei tribunali, nelle relazioni con le persone.
E poi cāĆØ stato il finale. La votazione della mozione. Un passaggio interno, certo. Ma non secondario. Un punto di sintesi che non cancella le differenze, ma le tiene dentro una direzione comune. In un contesto in cui tutto tende a frammentarsi, non ĆØ poco.
Eppure, tornando al āgiorno dopoā, resta anche unāaltra sensazione. Una distanza. Quella tra ciò che si ĆØ discusso al Congresso e ciò che accade fuori.
Una distanza che non riguarda le nostre proposte (che pure restano radicali) ma le stesse indicazioni normative giĆ esistenti. La CRPD, le pronunce della Corte costituzionale, gli obblighi internazionali. Tutto questo esiste. E tuttavia, nel dibattito pubblico e politico, ĆØ come se non esistesse.
Non cāĆØ unāiniziativa parlamentare che affronti seriamente questi temi. Non cāĆØ unāassunzione di responsabilitĆ . Non cāĆØ, nemmeno, un tentativo opportunistico di cavalcare la questione.
Ć come se il paese si fosse abituato.
Abituato allāidea che si possa decidere al posto delle persone.
Abituato allāistituzionalizzazione diffusa.
Abituato al fatto che diritti fondamentali restino sulla carta.
à forse questa, più di ogni altra cosa, la sensazione che resta dopo il Congresso.
E allora il senso di quello che ĆØ accaduto a Collegno sta anche qui.
Nel dire, ancora una volta, che questa abitudine non ĆØ inevitabile, che deve essere contrastata.
Non con dichiarazioni di principio, ma con lavoro politico, con conflitto, con presenza.
Il Congresso non chiude nulla. Non risolve, rilancia.
E, soprattutto, ribadisce una cosa semplice, che può sembrare poco ma non lo è affatto: noi non ci abituiamo.
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Guarda i video dellāVII Congresso āDiritti alla Folliaā
https://www.youtube.com/@associazioneradicalediritt5504/videos
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