Un altro caso, un altro āTSO biancoā? Il silenzio sulla vicenda di Messina
Di Maria
Un altro episodio, unāaltra vicenda che interroga profondamente il funzionamento del sistema psichiatrico pubblico.
Lā11 aprile 2026, su Messina Today, il giornalista Andrea Castrorino riporta la notizia di un uomo di 34 anni che, dopo essere stato ricoverato presso lāospedale Papardo di Messina, fugge dalla struttura e viene successivamente travolto da unāauto, riportando gravi ferite.
Secondo quanto riportato, lāuomo era giĆ passato tre volte dal pronto soccorso in pochi giorni, senza che la situazione trovasse una reale risoluzione. Dopo una visita psichiatrica, avrebbe accettato un ricovero āvolontarioā, salvo poi allontanarsi poco dopo, con conseguenze drammatiche.
Ć difficile non pensare a quella frase attribuita ad Albert Einstein:
āLa follia ĆØ fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi.ā
Tre accessi, tre interventi, nessuna risposta efficace.
La ricostruzione lascia aperti molti interrogativi.
Il ricovero viene definito volontario, ma ĆØ lecito chiedersi quanto lo fosse davvero. In molti casi, il cosiddetto āconsensoā avviene sotto pressione, con la prospettiva ā esplicita o implicita ā di un TSO. In questi contesti si parla sempre più spesso di āTSO biancoā: una forma di coercizione non dichiarata, che formalmente mantiene la volontarietĆ ma sostanzialmente la svuota.
Se davvero il ricovero era volontario, allora una volta cambiata idea la persona avrebbe dovuto poter uscire. Parlare con i medici, essere ascoltata, essere dimessa.
Invece, lāunica via ĆØ stata la fuga.
E non una fuga qualsiasi: una fuga rischiosa, lucida, determinata.
Una fuga che racconta molto più di quanto dicano le cartelle cliniche.
Lāarticolo solleva più dubbi di quanti ne chiarisca.
Non ĆØ chiaro dove fosse collocato il paziente, cosa sia quello spazio del pronto soccorso destinato ai pazienti psichiatrici ācollaborantiā, quale tipo di presa in carico sia stata realmente attivata
I familiari lamentano di non essere stati informati della fuga e annunciano azioni legali. Ma la questione non può ridursi al controllo.
Il punto non è: perché non è stato sorvegliato meglio? Il punto è: perché è arrivato a scappare?
CāĆØ una domanda che resta sullo sfondo, e che raramente viene posta: cosa ĆØ stato fatto, concretamente, per affrontare la sofferenza di questa persona?
Tre accessi in pronto soccorso in pochi giorni indicano una situazione critica. Eppure, il pronto soccorso ĆØ probabilmente uno dei luoghi meno adatti ad accogliere il disagio psichico: tempi rapidi, ambienti caotici, approccio emergenziale.
In queste condizioni, la risposta rischia di ridursi a contenimento, osservazione, gestione del rischio.
Ma la cura ĆØ unāaltra cosa. La cura richiede ascolto, tempo, relazione. Richiede possibilitĆ di scelta.
Questo episodio non è isolato. à parte di un quadro più ampio in cui le dinamiche di presa in carico nella salute mentale pubblica mostrano limiti evidenti.
Quando una persona, invece di trovare un luogo di ascolto, si trova in una situazione da cui sente il bisogno di fuggire ā anche mettendo a rischio la propria vita ā significa che qualcosa non sta funzionando. Non ĆØ solo un problema organizzativo. Ć un problema di impostazione.
āSenza libertĆ non cāĆØ curaā. Questo caso lo dimostra in modo drammatico.
Se una persona non può scegliere, se non può dire ābastaā, se non può uscire senza rischiare conseguenze, allora non siamo più nel campo della cura. Siamo nel campo del controllo.
šŗ Guarda il video integrale della Rassegna Stampa del mese di aprile
Ā https://youtu.be/-3238EUzRkk
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