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Diritti alla follia

Associazione impegnata sul fronte della tutela e della promozione dei diritti fondamentali delle persone in ambito psichiatrico e giuridico.

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Renè Talbot privacy

Germania: persone psichiatrizzate e registrazione presso la polizia. Un dibattito che riguarda tutti.

Diritti alla Follia · 07/06/2026 · Lascia un commento

Di Cristina Paderi

Dalla Germania all’Italia, il tema è lo stesso: fino a che punto dati sanitari e diagnosi possono entrare nei circuiti del controllo e della sicurezza senza compromettere diritti fondamentali, privacy e dignità delle persone?

Nei giorni scorsi René Talbot, attivista impegnato a livello internazionale sui diritti delle persone sottoposte a trattamenti psichiatrici, ha inviato a Diritti alla Follia una segnalazione riguardante un dibattito in corso in Germania che merita attenzione anche nel nostro Paese.

La segnalazione rimanda a un documento pubblicato dall’Associazione Federale dei Sopravvissuti alla Psichiatria (Bundesverband Psychiatrie-Erfahrener) e dal Werner-Fuss-Center, dal titolo “How an attack based on alleged danger is turned into an offensive” (“Come un attacco fondato sulla presunta pericolosità viene trasformato in un’offensiva”).

Il testo prende spunto da due gravi episodi di cronaca avvenuti in Germania: l’accoltellamento alla stazione centrale di Amburgo nel maggio 2025 e un omicidio avvenuto a Lipsia nel maggio 2026. In entrambi i casi gli autori evidenziano che le persone coinvolte erano state recentemente dimesse da strutture psichiatriche.

Da questi episodi il documento sviluppa una critica radicale alla psichiatria contemporanea, sostenendo che essa non disponga di strumenti scientificamente affidabili per prevedere i comportamenti individuali e che quindi non possa stabilire in modo oggettivo chi sia pericoloso e chi non lo sia. Il testo solleva interrogativi importanti che riguardano i diritti fondamentali delle persone con diagnosi psichiatrica.

Secondo quanto riferisce René Talbot, nel dibattito tedesco sarebbero infatti emerse proposte volte a consentire forme di registrazione presso le forze dell’ordine delle persone considerate affette da disturbi mentali e ritenute potenzialmente pericolose.

Si tratta di una prospettiva che richiama questioni estremamente delicate.

Chi decide che una persona è pericolosa? Sulla base di quali criteri?

Quali garanzie esistono per impedire che informazioni sanitarie altamente sensibili vengano utilizzate per finalità di controllo sociale? Quale tutela viene garantita alla privacy e alla dignità delle persone coinvolte?

Sono domande che riguardano non soltanto la Germania ma tutte le società democratiche.

La questione assume particolare rilevanza alla luce della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità (CRPD), ratificata sia dalla Germania sia dall’Italia, che afferma il diritto delle persone con disabilità all’uguaglianza davanti alla legge, alla libertà personale, alla protezione della vita privata e alla non discriminazione.

Da anni le organizzazioni che si occupano di diritti umani denunciano il rischio che la sovrapposizione automatica tra diagnosi psichiatrica e pericolosità sociale produca stigma, esclusione e limitazioni dei diritti civili.

La storia insegna che l’uso di registri, schedature e sistemi di sorveglianza rivolti a specifiche categorie di persone può facilmente trasformarsi in uno strumento di discriminazione.

La questione non riguarda soltanto la Germania.

Anche in Italia, negli ultimi mesi, sono emersi interrogativi sul rapporto tra dati sanitari, forze dell’ordine e tutela della privacy. Un’inchiesta pubblicata da Stefano Baudino su L’Indipendenteil 31 maggio 2026 ha documentato le testimonianze di centinaia di pazienti in trattamento con cannabis terapeutica che sarebbero stati convocati presso caserme dei Carabinieri in diverse città italiane per fornire informazioni sulla propria terapia, sulle prescrizioni ricevute, sui medici curanti e sulle modalità di approvvigionamento del farmaco.

Secondo quanto riportato nell’articolo, tra i convocati vi sarebbero persone affette da patologie gravi, anziani, giovani pazienti e perfino proprietari di animali sottoposti a trattamenti veterinari con cannabinoidi. Alcuni hanno riferito di essere stati interrogati sulle proprie cure e, in taluni casi, di aver ricevuto richieste di esibire email o messaggi privati.

La vicenda avrebbe origine da accertamenti sui canali di distribuzione della cannabis terapeutica. Tuttavia, il caso ha sollevato interrogativi che vanno oltre il profilo amministrativo o investigativo: come sono stati individuati i pazienti? Chi ha avuto accesso ai loro dati sanitari? Con quali autorizzazioni e con quali garanzie?

Si tratta di domande particolarmente rilevanti perché le informazioni relative alla salute appartengono alle categorie di dati maggiormente protette dalla normativa europea e nazionale sulla privacy. L’accesso a tali dati richiede infatti basi giuridiche precise, finalità determinate e adeguate garanzie per i cittadini.

Pur trattandosi di situazioni diverse, il dibattito tedesco e quello italiano sembrano convergere su una questione comune: il rischio che persone accomunate da una condizione sanitaria possano essere oggetto di forme di monitoraggio, controllo o schedatura che meritano un rigoroso scrutinio democratico.

Quando la salute diventa un elemento che giustifica l’intervento delle forze dell’ordine o la circolazione di dati sensibili tra istituzioni, la tutela dei diritti fondamentali deve essere particolarmente forte. Diversamente, il confine tra protezione, prevenzione e controllo sociale rischia di diventare sempre più sottile.

Per questo riteniamo importante seguire con attenzione quanto accade in Germania e, allo stesso tempo, riflettere su quanto sta emergendo anche nel nostro Paese.

Una questione appare centrale: nessuna misura che incida sulla libertà personale, sulla privacy o sull’accesso ai diritti può essere introdotta senza un rigoroso confronto pubblico, senza adeguate garanzie giuridiche e senza il pieno rispetto dei principi sanciti dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.

Diritti alla Follia continuerà a monitorare questo dibattito e a promuovere una riflessione pubblica sul rapporto tra salute mentale, diritti umani, privacy e intervento delle istituzioni.

Fonti

  • René Talbot, comunicazione inviata a Diritti alla Follia (2026).
  • Bundesverband Psychiatrie-Erfahrener (BPE) e Werner-Fuss-Center, “How an attack based on alleged danger is turned into an offensive”:
     https://www.zwangspsychiatrie.de/how-an-attack-based-on-alleged-danger-is-turned-into-an-offensive/
  • Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità (CRPD):
     https://www.un.org/development/desa/disabilities/convention-on-the-rights-of-persons-with-disabilities.html
  • Stefano Baudino, “In tutta Italia centinaia di malati che usano cannabis medica sono stati convocati in caserma”, L’Indipendente, 31 maggio 2026:
     https://www.lindipendente.online/2026/05/31/in-tutta-italia-centinaia-di-malati-che-usano-cannabis-medica-sono-stati-convocati-in-caserma/
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