Nel corso di un convegno tenutosi a Torino il 13 marzo, Michele Capano, presidente di Diritti alla Follia, è intervenuto con una relazione dal titolo “Il Gattopardo in tribunale: le reazioni alla sentenza n. 76 del 2025 della Corte Costituzionale”, offrendo un’analisi durissima dello stato reale dei diritti delle persone sottoposte a trattamento sanitario obbligatorio.
L’intervento parte dalla storica sentenza n. 76 del 2025 della Corte Costituzionale, che ha finalmente riconosciuto l’illegittimità di alcuni aspetti fondamentali della normativa sul TSO. Dopo quasi cinquant’anni dall’approvazione della legge 180 e della legge 833, la Consulta ha sancito che alla persona sottoposta a ricovero coatto devono essere garantiti diritti elementari: la comunicazione del provvedimento del sindaco, l’audizione davanti al giudice tutelare prima della convalida e la notifica del decreto di convalida stesso.
Capano ricorda come Diritti alla Follia denunciasse da anni proprio l’assenza di queste garanzie, spesso nell’indifferenza generale e tra le critiche di larga parte dell’establishment psichiatrico. Dietro la retorica della “legge Basaglia” come simbolo assoluto di civiltà e progresso, l’associazione ha continuato a evidenziare come il TSO mantenga ancora oggi caratteristiche profondamente coercitive, con margini enormi di arbitrarietà.
Uno dei punti centrali dell’intervento riguarda infatti la vaghezza dei criteri che permettono l’attivazione del TSO. Secondo Capano, la decisione dipende spesso esclusivamente dalla valutazione soggettiva del medico, mentre le successive “garanzie” previste dalla procedura risultano nella pratica puramente formali: il secondo medico raramente contraddice il collega, il sindaco firma senza reali verifiche e il giudice tutelare, fino alla sentenza della Consulta, quasi mai ascoltava direttamente la persona coinvolta.
L’intervento denuncia inoltre numerose prassi illegittime e sistematiche: pazienti sedati prima ancora dell’emissione dell’ordinanza, telefoni cellulari sottratti nei reparti psichiatrici, impossibilità di comunicare liberamente con l’esterno, fino all’uso quotidiano della minaccia di TSO nei Centri di Salute Mentale per costringere le persone ad accettare ricoveri o terapie farmacologiche. Una coercizione spesso invisibile nelle statistiche ufficiali, ma reale nelle vite di migliaia di persone.
Capano mette poi in evidenza un dato politico estremamente significativo: nessuna delle proposte di legge presentate in Parlamento negli ultimi anni — né dal centrodestra né dal centrosinistra — prevedeva quelle garanzie procedurali minime che la Corte Costituzionale ha poi dichiarato indispensabili. Allo stesso modo, la proposta di riforma di Diritti alla Follia, che introduceva notifiche effettive, udienze reali e diritto di difesa, è stata ignorata o accolta con ostilità dagli ambienti psichiatrici istituzionali.
Ma la parte più allarmante della relazione riguarda ciò che sta accadendo dopo la sentenza 76/2025. Secondo Capano, è in corso una vera e propria operazione di svuotamento delle nuove garanzie introdotte dalla Consulta. Le notifiche vengono spesso consegnate a persone sedate e incapaci di comprendere o reagire; le udienze davanti al giudice tutelare si riducono frequentemente a brevi videochiamate effettuate tramite i cellulari degli operatori sanitari; il giudice si confronta quasi esclusivamente con il personale del reparto, senza una reale possibilità di contraddittorio per la persona sottoposta a TSO.
Da qui il riferimento al “Gattopardo” contenuto nel titolo del convegno: cambiare tutto affinché nulla cambi davvero. Una formula che, secondo Capano, descrive perfettamente il rischio attuale. Le nuove garanzie esistono formalmente, ma potrebbero restare prive di efficacia concreta se continuerà a prevalere una cultura che considera i diritti dei pazienti psichiatrici un fastidio burocratico anziché un limite invalicabile al potere coercitivo dello Stato.
L’intervento si conclude guardando alla nuova ordinanza del Tribunale di Firenze, pubblicata nel marzo 2026, che ha rimesso nuovamente la questione alla Corte Costituzionale sollevando il problema del diritto di difesa nel TSO: informazione sulla possibilità di nominare un avvocato, comunicazioni anche al difensore, presenza del legale durante l’audizione e notifiche effettive. Diritti che nel processo penale vengono considerati basilari, ma che continuano a essere negati a chi subisce una privazione della libertà in ambito psichiatrico.
Quello di Michele Capano non è stato soltanto un intervento tecnico-giuridico. È stato soprattutto un richiamo politico e culturale: senza un reale riconoscimento della piena dignità e soggettività delle persone coinvolte, ogni riforma rischia di trasformarsi in un semplice maquillage normativo. E la violenza istituzionale può continuare a riprodursi, anche sotto il linguaggio dei diritti.
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