Di Renato Ventura
Il recente episodio di Modena nel quale una persona (Salim El Koudri di 29 anni), seguita in passato dai servizi di salute mentale, ha investito i passanti nel tentativo, pare volontario, di provocare una strage, induce alcune riflessioni che in questa sede non possono che essere espresse in modo molto (troppo) sintetico.
Molti sono gli elementi in gioco a prescindere da una condanna preliminare di una condotta gravissimamente etero lesiva e tentativamente omicidiaria.
Il giovane Salim è immigrato di seconda generazione; benché sia laureato in Economia aziendale non aveva un lavoro, in passato lavori saltuari e non qualificati (magazziniere). Viene descritto come sofferente per un disturbo schizoide di personalità con tendenza all’isolamento sociale e con atteggiamenti rivendicativi nei confronti della società dalla quale si sentiva espulso o non accettato con chiaro slittamento paranoide delle sue difficoltà esistenziali.
Il ministro Piantedosi afferma che “Gli inquirenti faranno ulteriori accertamenti ma quello che è accaduto è collocabile in una situazione di disagio psichico”…“questo non cambia la tragicità dei fatti, anzi per certi versi ci preoccupa, ma registrare che non c’entra nulla con il terrorismo e che non ci è sfuggito nulla dal punto di vista della prevenzione antiterrorismo ci conforta”.
Secondo Starace (Presidente Società Italiana Epidemiologia Psichiatrica) invece questo aspetto è estremamente preoccupante. “Non tirerei un sospiro di sollievo –spiega– perché la frequenza con cui il malessere si manifesta sotto forme eclatanti è una cartina al tornasole di come sta l’intera comunità. I cosiddetti ‘gesti folli’ minano la convivenza pacifica e civile obbligando a mettere in discussione un assetto complessivo che va ben oltre i servizi di salute mentale”.
Ecco il gioco del cerino: se si tratta di un problema psichiatrico (Piantedosi) se ne devono occupare gli psichiatri. Se invece, come anch’io penso, il problema è connesso a un “odio sociale” che trova alimento da vissuti di mancata integrazione e fragilità personologica, non si può prescindere da una messa in discussione sia dei sevizi di salute mentale che non hanno saputo/potuto “agganciare” Salim, sia dai meccanismi di isolamento sociale e probabilmente di stigmatizzazione generati dalla condizione di immigrato (sia pure di seconda generazione e formalmente cittadino italiano) che, probabilmente anche sulla base di una particolare vulnerabilità e ipersensibilità, amplificata dalla difficoltà a trovare lavoro, l’hanno portato a compiere “il gesto folle”. Allora “non è una questione di servizi di salute mentale: si sono persi i capisaldi e le figure che aiutavano a ‘riportare’ in carreggiata le persone più fragili” (ancora Starace). E questo prescinde dal depotenziamento dei servizi di salute mentale che è il tallone d’Achille italiano, come dimostrano i dati. Angelozzi su QS (“Modena, il caso della tentata strage e la psicologia popolare con i suoi pregiudizi”: https://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/modena-il-caso-della-tentata-strage-e-la-psicologia-popolare-con-i-suoi-pregiudizi/) non si stanca di ricordarlo. Anche Pellegrini, sempre su QS (“Non solo psichiatria, la salute mentale ha radici sociali ed è una responsabilità collettiva”: https://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/non-solo-psichiatria-la-salute-mentale-ha-radici-sociali-ed-e-una-responsabilita-collettiva/), in un’ampia rassegna delle possibili interpretazioni dei fatti di Modena in un’ottica psicosociale e psicodinamica, raccomanda “Un approccio olistico, One health, che deve essere sempre tenuto presente evitando ogni forma di riduzionismo”.
Invece di fare il gioco del cerino è necessario ammettere kantianamente che “da un legno storto, come quello di cui l’uomo è fatto, non può uscire nulla di interamente diritto.” Nel 1792 Kant scrisse un saggio sul male “radicale” intendendo con l’espressione male radicale quello che attiene alla nostra radice e sostenendo che la tendenza al male radicale è strettamente intrecciata con la natura umana (Vito Mancuso). Il concetto di legno storto è stato ripreso, come è noto, dal filosofo Isaiah Berlin che nel saggio dal titolo omonimo si pone dalla parte dell’uomo, del «legno storto», per applicare il suo bisturi a molte piante ideologiche e penetrare ben oltre la corteccia, fino al nucleo e alla patologia. Diffidente verso tutte le teorie troppo dritte, perché consapevole della necessaria conflittualità fra valori comunque irrinunciabili quali libertà, giustizia, uguaglianza, Berlin ha sviluppato una illuminata, salutare visione pluralistica, che ci può vaccinare per sempre dai devastanti guaritori dell’umanità…(dalla sinossi del saggio Il legno storto dell’umanità,1990).
L’idea di controllare la follia (e i fenomeni immigratori) come pure le manifestazioni di dissenso e marginalità sociale con provvedimenti polizieschi fa appunto parte di una concezione totalitaria che ritiene di poter raddrizzare il legno storto e guarire l’umanità…
Ecco allora che, su questa base pluralistica e antiideologica, si rende necessario interpretare il fenomeno dei tentativi di stragismo compiuti da persone psicologicamente disturbate, spesso con identità personale precaria (immigrati) e storia di mancata integrazione, alla luce di prospettive meno anguste di quelle psichiatriche o come fenomeno sociale, utilizzando i saperi psicologici, filosofici e antropologici, oltre a meglio definire politicamente di quale società vogliamo essere parte: società accogliente o che difende la sicurezza emarginando i diversi siano essi immigrati o persone con disturbo mentale. Spesso abbiamo visto che le due condizioni inevitabilmente coincidono essendo la condizione di “ospite indesiderato” al quale può essere tolta la cittadinanza, se cittadino italiano di seconda generazione (!) (Salvini), tale da ingenerare sentimenti di precarietà, indegnità, rifiuto e isolamento sociale. Ma fino a che generazione si risale per stabilire la “purezza” razziale? Ho un padre ebreo discendente verosimilmente da una popolazione ebraica vittima di espulsione e migrazione dalla Spagna a seguito del Decreto dell’Alhambra (o editto di Granada), emanato il 31 marzo 1492 dai Re “Cattolicissimi” (sic), Isabella di Castiglia e Ferdinando II d’Aragona. Il provvedimento impose la cacciata di tutte le comunità ebraiche dai regni spagnoli. Sono anch’io pertanto a rischio di privazione di cittadinanza in quanto immigrato da x generazioni? Ci sarebbe da ridere ma in un recente passato il conteggio delle generazioni per stabilire la purezza o meno del sangue ariano era pratica “normale” e sappiamo dove ha portato l’umanità…
In questa prospettiva di integrazione dei saperi credo che si debba innestare il Piano sanitario nazionale che QS riferisce al “rush finale” dopo venti anni: uno dei citati “assi portanti” (One Health) comprenderà anche l’One Mental Health? L’assistenza territoriale potrà contare su un servizio di psicologia territoriale? Ricordiamo che è stato presentato un Progetto di legge per una rete psicologica nazionale (Proposta di Legge di Iniziativa Popolare “Istituzione della Rete Nazionale dei Servizi Pubblici per il Benessere Psicologico” (Atto Senato n. 1740, XIX Legislatura) che prevede, tra l’altro, lo psicologo di comunità. La salute mentale viene indicata tra le grandi emergenze sanitarie. Sarà ancora tutto demandato al consolidato ma attempato servizio psichiatrico basato sui DSM con le loro articolazioni e un funzionamento che utilizza essenzialmente un modello di salute mentale di tipo medico biologico e una organizzazione di tipo essenzialmente sanitaria con evidente tradimento della vantata ascendenza basagliana? Ricordiamo che Basaglia era critico sulla legge 180 e aveva dichiarato a La Stampa che la nuova legge «cerca[va] di omologare la psichiatria alla medicina, cioè il comportamento umano al corpo. È come se volessimo omologare i cani con le banane […]. È sul territorio – aveva poi precisato – che prima di tutto bisogna intervenire. Con strutture non ghettizzanti, combattendo l’emarginazione a tutti i livelli, facendo opera di prevenzione, lottando contro le contraddizioni della società. Negli ospedali ci sarà sempre il pericolo dei reparti speciali, del perpetuarsi di una visione segregante ed emarginante». Nel nuovo Piano sanitario nazionale ci sarà posto per altre competenze di tipo sociologico e psicologico? E’ previsto un cambio di paradigma (da medico biologico a psicosociale) per affrontare le problematiche della salute mentale?
Dott. Renato Ventura
Psichiatra e Psicoanalista
Associato a Diritti alla Follia