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Diritti alla follia

Associazione impegnata sul fronte della tutela e della promozione dei diritti fondamentali delle persone in ambito psichiatrico e giuridico.

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Quando la cura incontra il controllo: il diritto di dissentire in psichiatria

Diritti alla Follia · 03/08/2026 · Lascia un commento

La libertà non è fuggire dalla realtà.
 È poterla abitare da persona consapevole, responsabile e autodeterminata.

Testo e immagine: Susanna Brunelli

Nota dell’autrice:

Questa riflessione nasce dal punto di vista di una ESP – Esperta per Esperienza: una persona che ha attraversato questi mondi non solo come utente sopravvissuta a percorsi psichiatrici e come “familiare cronica” (un percorso lungo e continuativo accanto a una persona con esperienza psichiatrica), ma anche come osservatrice attenta delle dinamiche che si creano tra chi cura e chi viene curato.

Uno sguardo che nasce dall’esperienza diretta e che non pretende di sostituirsi a quello dei professionisti, ma vuole portare l’attenzione su una dimensione spesso poco esplorata: quella vissuta da chi entra nei percorsi di cura e il delicato equilibrio tra tutela, sicurezza, relazione terapeutica, autodeterminazione e diritto al dissenso.

La libertà di dissentire potrebbe essere parte della cura?

Molte persone arrivano ai servizi psichiatrici dopo aver trascorso anni in contesti familiari e relazionali nei quali l’autodeterminazione è stata limitata e il compiacere chi detiene il potere è diventato una strategia di sopravvivenza.

Non vale per tutti, naturalmente, ma è una dinamica che merita attenzione.

Quando una persona cresce o vive a lungo in ambienti dove il proprio punto di vista viene poco ascoltato, dove scegliere, dissentire o esprimere un’opinione diversa può avere conseguenze dolorose, può sviluppare modalità di adattamento basate sul compiacimento, sul silenzio o sulla rinuncia alla propria voce.

A volte può arrivare anche a rinunciare ai propri progetti di vita per aderire alle aspettative degli altri, perdendo progressivamente il contatto con i propri desideri e con il proprio senso di autodeterminazione.

Se questo schema non viene riconosciuto, rischia di riprodursi anche nella relazione di cura. L’esperienza psichiatrica, per alcune persone, può essere vissuta inconsapevolmente come il prolungamento di un ambiente nel quale sono state abituate a non poter scegliere, dissentire o esprimere pienamente il proprio punto di vista.

Ed è proprio nella difficoltà di riconoscersi come soggetti autodeterminati che, a volte, può nascere una parte importante del disagio o della disarmonia relazionale: un conflitto che può diventare persistente e difficile da interrompere.

Da qui nasce una domanda scomoda, ma necessaria: la soddisfazione del paziente è sempre sinonimo di libertà?

Se un paziente si dichiara soddisfatto del proprio percorso di cura, sta esprimendo davvero un’esperienza libera oppure sta ancora rispondendo secondo uno schema di adattamento e di compiacenza?

Oppure si trova semplicemente in una condizione nella quale uscire dalla propria “zona di comfort” appare troppo difficile o rischioso?

Esistono questionari che misurano la qualità dei servizi e la soddisfazione degli utenti e familiari (la cosiddetta qualità percepita).

Tuttavia, dovremmo interrogarci sulle condizioni che permettono a quelle voci di arrivare nella loro autenticità.

Una persona si sente davvero libera di dire:

“Non mi sono trovato bene”
 “Non sono d’accordo”

 “Questa cosa mi ha fatto male”

 “Mi sono sentito controllato o sottoposto a forme di coercizione
“

 quando dall’altra parte ci sono figure percepite come autorevoli e detentrici di un potere istituzionale significativo?

Forse il vero indicatore di una buona cura non è soltanto quanto un paziente sia “soddisfatto”, ma quanto si senta libero di dissentire, criticare e dire di no senza temerne le conseguenze.

E forse andrebbe guardato con maggiore attenzione anche chi dissente in modo caotico, come espressione di soggettività: chi protesta, chi si oppone o chi viene percepito come una persona “problematica” o che “fa casini”.

Quel comportamento potrebbe non essere soltanto qualcosa da contenere, ma anche il tentativo, magari ancora inconsapevole e disorganizzato, di riappropriarsi di una parte della propria autodeterminazione.

Esiste poi un’altra forma di dissenso: quella di chi sa perfettamente da cosa vuole prendere le distanze e sceglie di esprimerlo attraverso forme di protesta pubblica o politica.

Anche in questi casi dovremmo avere il coraggio di interrogarci sul confine delicato tra sofferenza psichica, disagio emotivo, comportamento considerato problematico, tutela della persona, sicurezza pubblica e possibile trasformazione del dissenso in qualcosa da controllare.

La domanda non è semplice: quando un comportamento critico o provocatorio viene interpretato come espressione di disagio psichico? E quando invece rischiamo di non riconoscere o non accettare una forma di dissenso o di protesta?

Negli ultimi anni alcune vicende pubbliche hanno alimentato un dibattito sul rapporto tra dissenso, salute mentale, TSO e tutela dei diritti. Indipendentemente dalle valutazioni giuridiche e cliniche dei singoli casi, queste vicende hanno contribuito a portare all’attenzione pubblica interrogativi sul confine tra trattamento sanitario, libertà personale e gestione del dissenso.

Tra queste possiamo ricordare il caso di Dario Musso, sottoposto a TSO nel 2020, che ha suscitato un confronto pubblico sul rapporto tra trattamento sanitario obbligatorio, libertà personale e modalità di gestione del dissenso.

Un altro caso riguarda lo studente di Fano sottoposto a TSO nel 2021, vicenda seguita e discussa anche dall’associazione Diritti alla Follia, che ha sollevato interrogativi sul confine tra comportamento anticonformista, protesta e valutazione psichiatrica.

Anche il caso più recente di Enrico Gianini, affrontato nella puntata Il Diritto Fragile: “Le misure di sicurezza per i non imputabili – il caso di Enrico Gianini”, è stato portato all’attenzione pubblica nell’ambito del dibattito sulle misure di sicurezza per le persone non imputabili, contribuendo alla discussione più ampia sul rapporto tra psichiatria, giustizia e libertà individuale.

Questi casi, al di là delle valutazioni specifiche che spettano agli organi competenti, pongono una domanda che riguarda tutti: quanto spazio lasciamo, nella nostra società e nei nostri sistemi di cura, alla possibilità di essere diversi, critici o in disaccordo?

Sono domande per tutti.

Non sono comode, mi rendo conto, ma forse una psichiatria realmente orientata alla cura, così come una società consapevole, dovrebbe avere la capacità di accoglierle.

Perché queste domande non riguardano soltanto gli specialisti, ma ogni cittadino chiamato a riflettere sul rapporto tra cura, tutela, sicurezza, libertà e autodeterminazione.

Una cura autentica non dovrebbe chiedere soltanto consenso.

Dovrebbe creare le condizioni perché una persona possa sentirsi libera anche di non essere d’accordo.

Perché forse il segno più grande di una relazione di cura riuscita non è avere davanti una persona che annuisce sempre, ma una persona che si sente abbastanza libera da poter dire anche:

«No. Io la penso diversamente.»

Approfondimenti e fonti

Le vicende citate in questo articolo hanno generato discussioni pubbliche sul rapporto tra dissenso, salute mentale, trattamenti sanitari obbligatori e tutela dei diritti.

  • Caso Dario Musso – approfondimento e documentazione a cura di Diritti alla Follia: – DARIO MUSSO è LIBERO!!!!!! ⋆ Diritti alla follia
  • Caso dello studente di Fano sottoposto a TSO: Intervista sul caso dello studente di Fano –TSO nullo per lo studente di Fano: la svolta dopo anni ⋆ Diritti alla follia   
  • Caso Enrico Gianini –Puntata 221 Il Diritto Fragile: le misure di sicurezza per i non imputabili il caso di Enrico Gianini 
  • Client SatisfactionQuestionnaire (CSQ-8) Strumenti di valutazione della patientsatisfaction | Psychiatry on line Italia
  • Verona Service Satisfaction Scale (VSSS): sviluppata proprio in Italia ed è una delle più note a livello internazionale eprovide.mapi-trust.org › verona-service-satisfaction-scal

SUSANNA BRUNELLI
 MEMBRO DI GIUNTA

È veneta e abita a Verona

Familiare e Survivor della psichiatria

Impegnata su vari fronti riguardanti la salute mentale nel campo dell’associazionismo e del volontariato come accompagnatrice alla Recovery

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