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Diritti alla follia

Associazione impegnata sul fronte della tutela e della promozione dei diritti fondamentali delle persone in ambito psichiatrico e giuridico.

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Diritti alla Follia

TSO nullo per lo studente di Fano: la svolta dopo anni

Diritti alla Follia · 03/01/2026 · Lascia un commento

Cinque anni dopo l’assurdo trattamento sanitario obbligatorio subito da uno studente di 18 anni di Fano, arriva finalmente la parola fine. La Corte di Cassazione, con sentenza del 3 gennaio 2026, ha dichiarato nullo il TSO disposto nel maggio 2021, stabilendo un principio fondamentale: l’anticonformismo non è una malattia mentale e il trattamento coatto può essere legittimo solo a protezione della salute dell’individuo.

 I legali del ragazzo, Nicola Peverelli e Isabella Giampaoli, hanno seguito i ricorsi in tutte le sedi giudiziarie, evidenziando come “il ragazzo non aveva problemi mentali e la misura è stata adottata senza rispettare alcuna garanzia procedurale”.

L’avvocato Peverelli ha spiegato:

“Valerio ha subito un TSO ingiustificato: era uno studente diligente, manifestava solo dissenso pacifico contro l’obbligo della mascherina. Non c’erano condizioni che giustificassero il ricovero coatto.”

L’avvocata Giampaoli, che insieme ai genitori ha presentato i ricorsi, ha aggiunto:

“Questa vicenda evidenzia gravi lacune nella procedura del TSO e nella tutela dei diritti fondamentali: nessuna audizione del ragazzo, nessuna verifica reale del suo stato di salute mentale.”

Già nel 2021, subito dopo il TSO imposto a Valerio Tellenio, l’associazione Diritti alla Follia intraprese azioni concrete per contestare la misura e tutelare i diritti del giovane. Cinque anni dopo, la Corte di Cassazione ha dichiarato nullo il trattamento.

Il 5 maggio 2021, durante l’orario scolastico, Valerio si rifiutò di indossare la mascherina obbligatoria per prevenire la diffusione del Covid-19. Come forma di dissenso pacifico, si incatenò al banco. Il giorno seguente, il ragazzo fu portato al Pronto Soccorso di Pesaro e due medici, nello stesso momento proposero e convalidarono il TSO.

In violazione della legge, non vennero rispettati i principi di indipendenza delle valutazioni mediche. Successivamente, il Sindaco di Fano firmò l’ordinanza, senza approfondimento diretto, e il Giudice tutelare confermò la misura senza udienza del ragazzo. Il giovane trascorse quattro giorni in reparto psichiatrico, con restrizioni severe.

Come sottolineato allora da Michele Capano, presidente di Diritti alla Follia in un’intervista a Radio Radicale, questa vicenda metteva in luce gravi illegalità procedurali e violazioni dei diritti costituzionali e internazionali, tra cui:

  • Art. 21 Cost.: libertà di manifestazione del pensiero
  • Art. 32 Cost.: libertà di sottoporsi o meno a trattamenti sanitari
  • Art. 14 Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità

Diritti alla Follia non rimase a guardare. L’associazione:

  • Inviò richiesta di revoca immediata al Sindaco di Fano per sospendere il TSO illegittimo
  • Presentò ricorso al Tribunale di Pesaro per contestare l’illegittimità del TSO
  • Denunciò pubblicamente la psichiatrizzazione del dissenso, evidenziando come il TSO “reale” spesso si discosti dalle garanzie previste dalla “legge Basaglia”
  • Chiamò in causa il ruolo del Sindaco e del Giudice tutelare, spesso limitato a ratifica burocratica senza reale istruttoria
  • Diffuse informazioni e analisi sui rischi di TSO applicati in assenza di reale “malattia mentale”, attraverso interviste, comunicati e video.

Dopo anni di ricorsi e battaglie legali, la Corte di Cassazione ha dichiarato nullo il TSO, motivando che:

  • Il TSO deve tutelare esclusivamente la salute dell’individuo, non avere finalità sociali o punitive
  • La manifestazione di idee anticonformiste o critiche non può essere considerata segnale di malattia mentale
  • Qualsiasi misura coercitiva richiede audizione dell’interessato e motivazioni concrete, che nel caso di Valerio erano totalmente assenti

Nonostante la sentenza, il ragazzo ha subito gravi conseguenze: abbandono della scuola e difficoltà a trovare lavoro, ormai associato al TSO subito.

La vicenda di Valerio Tellenio è finalmente chiusa dal punto di vista giudiziario, ma rimane un monito: la libertà individuale e il diritto al dissenso non possono mai essere sacrificati in nome della burocrazia o di una presunta sicurezza sanitaria.

Come dichiarato da Capano:
“La psicosi non era del ragazzo, ma di chi, in ambito politico, amministrativo e giudiziario, rese possibile un trattamento sanitario obbligatorio ingiustificato”

Fonti

Notizie del 2026

  1. Floder Reitter, P. (03 gennaio 2026), Dichiarato nullo il TSO all’alunno che rifiutò la mascherina in aula. La Cassazione: “L’ anticomformismo non è una malattia mentale”, La Verità (Italia). Studente no mask s’incatenò al banco. La Suprema Corte: il Tso è nullo
  2. https://www.pressreader.com/italy/la-verita-790g/20260103/281835765070101

Articoli e comunicati di Diritti alla Follia sulla vicenda

  1. Diritti alla Follia (08 maggio 2021), Comunicato stampa: TSO politico su studente senza mascherina,
    https://dirittiallafollia.it/2021/05/08/comunicato-stampa-associazione-radicale-diritti-alla-follia-tso-politico-su-studente-senza-mascherina/
  1. Diritti alla Follia (06 maggio 2021), 18enne ricoverato in psichiatria per aver manifestato il proprio dissenso all’uso della mascherina in classe,
    https://dirittiallafollia.it/2021/05/06/18enne-ricoverato-in-psichiatria-per-aver-manifestato-il-proprio-dissenso-alluso-della-mascherina-in-classe/
  2. Diritti alla Follia, tag studente, raccolta articoli e aggiornamenti:
    https://dirittiallafollia.it/tag/studente/
  3. MAD in Italy (marzo 2024), Psichiatrizzazione del dissenso: l’incredibile vicenda dello studente di Fano,
    https://mad-in-italy.com/2024/03/psichiatrizzazione-del-dissenso-lincredibile-vicenda-dello-studente-di-fano/
  4. YouTube, intervista e video sulla vicenda:
    • https://www.youtube.com/watch?v=IVXrX8cuQDw
    • https://www.youtube.com/live/9EMdsD8DVRQ
  5. Radio Radicale (14 maggio 2021), intervista a Michele Capano (Diritti alla Follia), condotta da Sonia Martina:
    https://www.radioradicale.it/scheda/637088/studente-di-fano-sottoposto-a-tso-intervista-a-michele-capano
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VIII Congresso “Diritti alla Follia”Collegno (TO), 28–29 marzo 2026

Diritti alla Follia · 29/12/2025 · Lascia un commento

Il Congresso annuale di Diritti alla Follia torna per la sua ottava edizione e si terrà sabato 28 e domenica 29 marzo 2026 a Collegno (Torino), presso la Sala Consiliare del Comune – Parco della Certosa.

Anche quest’anno il Congresso nasce dall’urgenza di interrogare le pratiche istituzionali che attraversano la “salute mentale” e il diritto, partendo da casi concreti.
Non come cronaca giudiziaria o sanitaria, ma come lenti critiche: dietro ogni “caso” ci sono persone, diritti compressi, relazioni spezzate o ricomposte, responsabilità collettive spesso rimosse.

Il Congresso si articolerà in quattro sessioni tematiche, ciascuna centrata su un caso emblematico:

  • DSM – Dipartimenti di Salute Mentale
    Il “caso Caserta” per discutere di organizzazione dei servizi, criticità strutturali, ruolo delle persone esperte in supporto tra pari e scenari di riforma
  • TSO – Trattamento Sanitario Obbligatorio dopo la Consulta
    Un focus sugli effetti concreti della recente sentenza della Corte costituzionale: pratiche attuative, garanzie, limiti e impatto sui diritti delle persone
  • Misure di sicurezza e REMS
    Il “caso Gianini” per affrontare il tema delle misure limitative della libertà, delle perizie psichiatriche e della necessità di una riforma profonda
  • Amministrazione di Sostegno
    I “casi Vattimo e Garofalo” per mettere a fuoco abusi, criticità sistemiche e prospettive di cambiamento di uno strumento che troppo spesso si trasforma in controllo sostitutivo.

Accanto agli interventi di operatori, giuristi, ricercatori e rappresentanti istituzionali, il Congresso darà spazio centrale a testimonianze dirette, perché senza le voci delle persone coinvolte non esiste analisi credibile né trasformazione possibile.

Il programma prevede inoltre:

  • una passeggiata collettiva nel Parco della Certosa
  • la presentazione del libro Le bocche inutili di Alberto Gaino
  • attività parallele legate alla memoria dell’ex ospedale psichiatrico

Informazioni pratiche

Il Congresso si svolgerà presso la Sala Consiliare del Comune di Collegno – Parco della Certosa, uno spazio pubblico facilmente raggiungibile.

A breve metteremo a disposizione un breve file con informazioni logistiche utili, che includeranno:

  • indicazioni su come raggiungere Collegno (da Torino e dalle principali città)
  • suggerimenti per alloggi e strutture economiche in prossimità della sede del Congresso

Ulteriori aggiornamenti organizzativi e il programma definitivo saranno diffusi nelle prossime settimane.

Questo Congresso non è sponsorizzato. È uno spazio libero, indipendente e accessibile, costruito con il lavoro volontario di alcuni di noi e con risorse sempre limitate.

Per continuare a portare alla luce ciò che spesso resta invisibile, e farlo in uno spazio pubblico e condiviso, abbiamo bisogno anche del tuo supporto.
Ogni contributo aiuta a coprire i costi organizzativi, logistici e di accoglienza, e rende possibile la partecipazione di chi altrimenti resterebbe escluso.

💛 Puoi sostenere il Congresso con una donazione:

  • PayPal: https://www.paypal.com/donate/?hosted_button_id=V782HRYQSPJ9J
  • Bonifico bancario
    Intestatario: Associazione Diritti alla Follia APS
    Causale: Donazione Congresso
    IBAN: IT89N0306909606100000192123

Per chi può, l’invito è anche a esserci di persona: il Congresso vive di presenze, corpi, incontri, conflitti e alleanze reali.

👉 Seguiteci: il programma definitivo e ulteriori informazioni saranno pubblicati a breve

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Palmoli: perizia sui genitori e bambini lontani dal bosco — protezione o colonizzazione?

Diritti alla Follia · 23/12/2025 · 1 commento

La vicenda della famiglia di Palmoli, i tre bambini allontanati dai genitori e trasferiti in una comunità educativa, continua a sollevare interrogativi profondi sul ruolo dello Stato e delle istituzioni nella vita delle famiglie.

Secondo le relazioni dei servizi sociali, i bambini ora sono “puliti, profumati, abituati alle regole quotidiane”. Le cronache raccontano che hanno reagito con curiosità e sollievo alle docce, ai vestiti profumati e alle attenzioni quotidiane offerte dagli operatori. Il messaggio implicito sembra chiaro: vivere nel bosco senza modelli urbani sarebbe insufficiente, se non inadeguato.

C’è poi un dettaglio rivelatore, apparentemente secondario ma culturalmente potentissimo. È evidente che questi bambini non praticavano la “skin care” oggi tanto di moda, ormai normalizzata perfino tra bambine delle scuole elementari, rituali quotidiani di detergenti, creme, profumi, prodotti cosmetici spacciati per “cura di sé”. È forse questo ciò che si rimprovera loro?
Questa ossessione per il pulito, il profumato, il corpo normalizzato e addestrato fin dall’infanzia dice molto più del modello culturale dominante che dei bisogni reali dei bambini. Un modello in cui l’igiene diventa performance, il profumo diventa certificato di accettabilità sociale, e il corpo infantile viene educato precocemente al consumo, all’estetica e al controllo.

Secondo le ultime notizie, mentre i bambini restano temporaneamente in comunità, il Tribunale per i Minorenni dell’Aquila ha affidato a un perito, la psichiatra Simona Ceccoli, l’incarico di svolgere una nuova perizia psico‑diagnostica non solo sui genitori ma anche sui bambini stessi, con un termine di 120 giorni per la consegna del rapporto finale. L’ordinanza, pubblicata di recente, richiede al perito di approfondire aspetti come:

  • stili relazionali famigliari
  • capacità di riconoscere e rispondere ai bisogni affettivi ed educativi dei minori
  • condizioni attuali di vita e sviluppo psico‑affettivo dei bambini
  • figure di riferimento e modelli di identificazione dei minori

Il provvedimento prevede anche che entro fine gennaio i servizi sociali trasmettano una relazione aggiornata sugli interventi svolti e che le parti possano presentare memorie difensive entro metà febbraio.

Ma c’è un altro lato della riflessione che non può essere ignorato. In Italia, molti bambini crescono immersi in cibo spazzatura, tecnologia e social fin dalla più tenera età. Non si tratta di casi isolati:

  • Più della metà dei bambini italiani consuma snack dolci più di tre volte a settimana, e oltre uno su quattro beve bibite zuccherate ogni giorno
  • Circa un quarto dei ragazzi non consuma frutta e verdura quotidianamente
  • Molti bambini tra i 6 e i 10 anni usano smartphone ogni giorno, e oltre il 62% dei preadolescenti (11‑13 anni) ha almeno un account social

Questi dati confermano che il consumo precoce di tecnologia e cibi ultra-processati è ormai un fenomeno diffuso, normalizzato e spesso celebrato come indice di attenzione e cura.

Con le feste ormai alle porte, i carrelli dei supermercati straripano di snack, dolci, giocattoli e dispositivi elettronici, e l’esposizione ai social e a YouTube diventa routine fin dalla più tenera età. Tutto questo mentre i bambini della famiglia del bosco cresce­vano liberi, senza schermi, senza social, immersi nella natura e nelle relazioni dirette con il mondo.

Oltre al consumismo e alla tecnologia precoce, un altro dato preoccupante riguarda l’uso crescente di psicofarmaci nei bambini e negli adolescenti italiani. Secondo il Rapporto OsMed 2024 dell’AIFA, la prevalenza dell’uso di farmaci psicotropi nei minori è più che raddoppiata negli ultimi anni. Nel 2016 era circa lo 0,26% della popolazione pediatrica; nel 2024 è salita allo 0,57%, equivalente a un minore su 175 che assume psicofarmaci.

Questo aumento riguarda soprattutto antipsicotici, antidepressivi e farmaci per l’ADHD, con un’incidenza maggiore nella fascia 12‑17 anni. Questi dati evidenziano come la medicalizzazione precoce del disagio infantile e preadolescenziale sia un fenomeno diffuso, che si inserisce nella tendenza a normalizzare interventi farmacologici come risposta primaria a problemi di adattamento sociale o educativo.

Siamo davvero di fronte a un intervento che tutela i bambini oppure a una colonizzazione culturale e psicologica, che impone un unico modello di vita considerato “accettabile”?

Diritti alla Follia ribadisce che la libertà educativa e il diritto alla diversità non sono reati, e che i bambini non possono essere standardizzati come prodotti sugli scaffali di un supermercato o su uno schermo luminoso.

🔹 C’era una volta una famiglia nel bosco… Oggi quei bambini sono nelle mani di un sistema che li vuole puliti, profumati e uniformati, mentre tanti altri crescono immersi in cibo spazzatura e tecnologia. Liberi o conformi: chi detta la norma dell’infanzia?

Fonti principali

  • Articolo di cronaca: Today.it
  • Rapporto Save the Children: Uso precoce di smartphone e social
    Link
  • TG24 Sky: Consumo di snack e alimentazione dei bambini
    Link
  • AIFA, Rapporto OsMed 2024: Psicofarmaci nei minori
    Link
  • Sky TG24 – Famiglia nel bosco: Disposta nuova perizia, i bambini restano nella struttura protetta
    Link
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Mio padre non è morto di demenza: l’hanno ucciso contenzioni, sedativi e indifferenza.

Diritti alla Follia · 04/12/2025 · 1 commento

Secondo l’Istituto Superiore della Sanità, attualmente in Italia, ci sono circa 1,2 milioni di persone con demenza nella fascia uguale o superiore ai 65 anni. La maggior parte di esse, prima o poi, subiranno contenzioni meccaniche e farmacologiche. Sottoporre anziani e altri soggetti vulnerabili a pratiche deumanizzanti e degradanti non è e non potrà mai essere un atto di cura, ma una violazione dei diritti umani e della dignità.

Erano poco dopo le tre di mattina quando mi sono svegliata in preda all’angoscia, quell’angoscia viscerale che ti assale nel cuore della notte, mentre la mente, incontrollata, vaga in posti che di giorno non ha il coraggio di esplorare.

Devo partire di nuovo. Papà ha bisogno di me è stato il primo pensiero appena ho aperto gli occhi. Ero da poco rientrata dall’Italia per visitarlo, ma mi ripromisi di comunicare le mie intenzioni al mio compagno e a mia figlia non appena fosse suonata la sveglia.

Quando la tua vita è a migliaia di chilometri da un genitore con demenza, inizi a vivere a metà, con il fiato sospeso, dilaniata tra i sensi di colpa verso i tuoi figli, il tuo compagno, il tuo lavoro perché il tuo pensiero è rivolto verso il familiare malato, e quelli verso quest’ultimo, perché il tuo corpo è con loro. La distanza amplifica ogni ansia e preoccupazione.

D’istinto prendo in mano il cellulare per controllare se la badante mi avesse cercato, un rito che si ripeteva diverse volte al giorno da mesi a questa parte.

Tra le chiamate perse, un nome spiccava come una dolce melodia: Papà. No, non era possibile: se quella fosse stata la mia ultima occasione di sentire la sua voce, non me lo sarei mai perdonato.

Ma la realtà è che quando avevo ricevuto quell’ultima chiamata dal suo numero, era deceduto già da diverse ore. Erano stati i carabinieri a contattare i nomi dei familiari salvati sul suo telefono per avvisarli.

Arresto cardiaco con emorragia interna era stata la causa ufficiale. Che cosa lo aveva portato a quella misera fine però lo sapevamo tutti, medici compresi.

Tutto era iniziato a giugno 2024, quando aveva avuto la prima diagnosi di declino cognitivo lieve. Da allora i vuoti di memoria a breve termine erano andati gradualmente peggiorando, così come la sensibilità agli ambienti caotici e ai rumori forti, il ripetere le stesse frasi più volte, l’apatia, l’ansia e l’agitazione.

Ma nonostante i momenti di disorientamento e confusione, era ancora lui. Lo era negli abbracci forti e avvolgenti che mi dava ogni volta che ci vedevamo, nel modo in cui si commuoveva quando leggeva un biglietto affettuoso da mia figlia, nelle sue battute spontanee di cui rideva di cuore per primo.

Ma anche nella paura per quello che stava succedendo, di cui non era del tutto consapevole, anche se avvertiva che qualcosa stava cambiando dentro di lui.

Il terrore di un mondo che disorienta

Deve essere davvero terrificante per una persona sapere che c’è qualcosa che non va e non poter capire cosa perché le sue capacità cognitive stanno pian piano venendo meno.

Quelle stesse capacità cognitive su cui aveva fatto affidamento tutta la vita per scrivere libri, dare lezioni e conferenze in giro per il mondo e interrogarsi su tematiche universali.

Poi di colpo…il vuoto. Tabula rasa.

Cercavo nel mio piccolo di rassicurarlo, di fargli sentire la mia vicinanza attraverso le nostre videochiamate quotidiane, di ricordargli quanto lo amavo e che ci saremmo visti a breve.

Finalmente quel giorno arrivò e un pomeriggio di inizio luglio, accompagnato da mia sorella, ci riabbracciammo in aeroporto. Fu uno degli abbracci più belli della mia vita. Era lì di fronte a me, forte come nei miei ricordi di infanzia, ma al tempo stesso fragile come un bambino che ha bisogno di tanto amore e protezione.

Ed ero felice perché, almeno per i successivi due mesi, mi sarei dedicata anima e corpo a darglieli. Finalmente avrei potuto proteggerlo.

Ero riuscita ad assumere qualcuno che mi aiutasse con la mia attività, mia figlia aveva rinunciato a partire per le vacanze col padre come ogni estate per star vicino al nonno e il mio compagno era pronto a scarrozzarci dovunque fosse stato necessario non appena uscito dal lavoro. Avevo tutto sotto controllo: avevo fatto una lista delle attività da fare, dei posti dove mangiare, scartando quelli troppo grandi e rumorosi, avevo pensato ai pasti che gli avrei preparato, seguendo le indicazioni dei libri che avevo letto sulla demenza.

Con mia figlia e il mio compagno, avevamo anche adattato la casa per renderla a prova di anziano con declino cognitivo: etichettato ogni stanza affinché non si perdesse, comprato quelle lucine con i sensori per evitare che inciampasse durante il wandering notturno, e un gioco di memoria che usavamo la sera dopo cena per incoraggiarlo a raccontarci della sua giovinezza.

Le associazioni per la demenza con cui ero in contatto mi avevano avvertito che, i primi giorni, il cambio di paese avrebbe aumentato la confusione, e così era stato.

“Ma vedrai che con le tue cure premurose, pian piano si rasserenerà,” mi aveva incoraggiato l’operatrice al telefono.

E fu così che, armata della pazienza e speranza che solo l’amore ti infondono, iniziammo questa avventura, tra momenti di serenità, fugaci ma intensi, e momenti di crisi che cercavamo di gestire come meglio potevamo, curandoli con le tecniche di de-escalation che avevo appreso dall’inizio della prima diagnosi: distrarre, assecondare, non contraddire, rassicurare, condite con lunghe passeggiate nella natura, sorrisi e innumerevoli abbracci.

E con mio immenso piacere, le cose stavano pian piano funzionando. Dopo pochi giorni, iniziò a dormire bene, senza ricorrere a particolari medicine tranne quelle di routine, come le pasticche per l’ipertensione, che prendevano gli over 80 come lui.

I giorni scorrevano tra visite a musei, gallerie, esibizioni, pause caffè in locali dalle luci soffuse e dall’atmosfera rilassante, biblioteche, e parchi naturali.

Vedevo mio padre nuovamente felice, nonostante i disturbi di quel declino cognitivo, che ormai era avanzato a vera e propria demenza vascolare, fossero comunque presenti.

Come è normale che sia, altrimenti non si tratterebbe di una malattia neurodegenerativa.

Lo disorientava essere lontano dalle sue abitudini, dalla familiarità della sua casa. Continuava a ripetere che voleva tornare lì, tra le sue cose, tra gli odori e i sapori a cui era abituato. Cosicché, dopo essermi consultata con il mio medico e un’associazione per la demenza che era stata di grande supporto emotivo nei mesi precedenti, lo riaccompagnammo in Italia dopo sei settimane di soggiorno, seppur tra sentimenti e pensieri contrastanti.

In taxi fremeva: non vedeva l’ora di arrivare, come un bambino vuole tornare dalla mamma dopo una gita con la scuola.

Annientare anziché aiutare

Il ritorno al nido familiare però non fu quello che lui immaginava, né quello che nessuno di noi avrebbe mai immaginato.

Non sapeva infatti, che il giorno del suo ottantatreesimo compleanno, che festeggiammo insieme solo quattro mesi fa, sarebbe stato l’ultimo giorno in cui si sarebbe sentito davvero libero.

Poco dopo averlo salutato, a seguito di una chiamata al pronto soccorso da parte di mia madre, anche lei anziana, in cui segnalava dei suoi comportamenti aggressivi, il medico decise di ricoverarlo in un reparto di geriatria per “aggiustare la terapia” per la demenza, almeno questa fu l’espressione usata dalle dottoresse con cui parlai al telefono nei giorni successivi.

Quando appresi del suo ricovero ero sotto shock: da un lato mi misi a piangere disperata, dall’altra provai un vago sollievo.

“Vedrai che ora gli daranno le cure che gli servono,” mi disse la nuova badante che avrebbe dovuto iniziare a lavorare a casa dei miei genitori quel giorno stesso.

“È nel posto giusto, dove lo possono aiutare,” mi rassicurò mio zio.

E per un attimo, ci credetti anche io, cercando di convincermi che era arrivato il momento di intervenire con una terapia specifica.

Ma quell’illusione durò poco.

Il modo cinico e ostile con cui una delle dottoresse che aveva in “cura” mio padre (faccio fatica ad usare questo termine perché per me prendersi cura di una persona è tutt’altra cosa) descriveva lui e i suoi sintomi, non mi aveva affatto tranquillizzato.

Non riuscivo a comprendere come si potesse criminalizzare e vittimizzare un anziano vulnerabile con demenza che era stato di colpo catapultato da un paese straniero, a un aereo, a un ricovero ospedaliero a cui si era comprensibilmente opposto, e che lo aveva visto trascinato via con la forza dalla sua casa e da tutto ciò che gli era familiare per essere cateterizzato (nonostante non soffrisse nè di incontinenza nè di ritenzione urinaria), legato e sedato contro la sua volontà.

Perché continuava a ripetere che dovevano sottoporlo a dosi “massicce” di antipsicotici, descrivendolo come un animale fuori controllo che andava semplicemente soppresso, e non come una persona bisognosa di aiuto che andava ascoltata e rassicurata? Non c’era un filo di empatia nelle sue parole e nemmeno nel suo tono di voce giudicante e sospettoso.

Per questo, quando mia zia, che era andata a trovarlo in reparto dopo il primo giorno di ricovero, mi chiamò in lacrime dicendo che quello che aveva visto e sentito l’aveva traumatizzata a vita, non restai del tutto sorpresa, ma il suo racconto superò ogni immaginazione.

Lo trovò legato per polsi e caviglie, il corpo ricoperto di ematomi, pesantemente sedato.

Neppure la voce era più la stessa e aveva sviluppato quel delirio tipico dei malati di demenza negli ambienti ospedalieri.

“Che crimine ho commesso per avermi legato così? Perché mi hanno rapito?” continuava a ripetere.

E l’avrebbe ripetuto per gran parte del suo “soggiorno” in ospedale.

Come spiegare a un uomo con demenza che il posto in cui si trova non è il lager che sembra ma un ospedale pubblico, dove in teoria dovrebbero prendersi cura di lui?

Mi volevo precipitare da lui la sera stessa, ma non potevo essere impulsiva. Dovevo prima capire come muovermi per tirarlo fuori di lì.

Non avendo vissuto in Italia da oltre vent’anni, contattai un mio amico avvocato per chiedere indicazioni.

Non feci neanche in tempo a riflettere, perché poco dopo, in una delle mie chiamate quotidiane in reparto per avere aggiornamenti, mi dissero che aveva sviluppato una polmonite settica e, senza neanche farmelo ripetere due volte, mi tuffai sul primo aereo disponibile con la mia famiglia al seguito.

Da quel momento, iniziò un calvario senza fine.

Era impossibile riconoscerlo: da un uomo di almeno 80 chili, ne aveva persi una quindicina in pochi giorni, assieme alla sua massa muscolare. Aveva enormi lividi in tutto il corpo e, proprio come ci aveva detto mia zia, lo trovammo nuovamente “contenuto” per i polsi e le caviglie, con fasce così strette che ne impedivano la circolazione.

Contenuto: un termine forse preferito al più esplicito “legato” perché dà un’aurea di ipocrita rispettabilità a una pratica disumana ma socialmente accettata.

Un disturbo mentale o cognitivo che sia non va “contenuto” né soppresso, ma al contrario va accolto ed ascoltato.

Provai a chiedere spiegazioni. A diventare la voce di un uomo che non era più nelle condizioni di difendere i propri diritti da solo, ma capii fin da subito che le mie domande erano considerate scomode e inopportune.

Sembrava che l’unica cosa che importasse era che, formalmente e legalmente, avevano seguito le procedure interne, in quanto, a detta loro, mia madre aveva già dato tutti gli assensi necessari. Un consenso coatto, in cui non vengono date alternative concrete a un familiare, per di più anziano, tranne quella di monitorare un paziente 24 ore su 24 al posto del personale medico, è un vero consenso? O un ricatto emotivo?

Avrei dovuto accettare e osservare in silenzio mio padre mentre si trasformava in una larva giorno dopo giorno, il suo corpo devastato da trattamenti che non servivano a curarlo, ma solo ad annientare quello che era rimasto delle sue capacità cognitive, della sua forza di volontà, della sua identità?

Ricordo che un tardo pomeriggio, mentre gli stavamo dando la cena e chiacchierando del più e del meno (una delle rare volte in cui non lo trovammo del tutto sedato), arrivò una dottoressa che ci osservò e, con aria quasi incredula ma soddisfatta, disse: “Con voi è tranquillo.”

Continuai a dargli da mangiare senza degnarla di uno sguardo.

Cosa avrei dovuto rispondere?

Che il motivo era che NOI lo trattavamo da essere umano?

Che la cura è un sorriso, una carezza, una voce rassicurante?

Che legare, sedare e immobilizzare a un letto un anziano che soffre di comportamenti tipici della demenza vascolare quali ansia e agitazione, è condannarlo a una morte certa?

È annientarlo psicologicamente, fisicamente e cognitivamente?

Quale era la sua colpa?

Voler alzarsi per andare in bagno?

Nelle persone con demenza, l’agitazione nasce da bisogni fisici o emotivi disattesi: la fame, la sete, le infezioni urinarie, la paura di volti e situazioni che non si conoscono, il desiderio di contatto fisico…

Perché’ punirli, umiliarli e colpevolizzarli per questo?

Finalmente, completata la cura antibiotica per la sepsi, riuscii a portarlo fuori dall’ospedale dopo 17 giorni di ricovero, nonostante proprio la mattina in cui avrebbero dovuto dimetterlo, per uno strano paradosso dato che lo avevano immobilizzato per l’intero soggiorno, lo lasciarono solo senza alcuna supervisione e scivolò ferendosi il sopracciglio.

“Mi dispiace,” fu tutto ciò che la dottoressa mi rispose mentre la guardavo incredula.

I danni delle contenzioni

Da quel momento in poi, non tornò mai più quello di prima.

Scompenso cardiaco, insufficienza renale e respiratoria, squilibrio elettrolitico…sono solo alcuni dei danni cronici e irreversibili che il periodo in ospedale gli aveva regalato.

A ciò si aggiungeva un corpo indebolito che non era più in grado di stare in piedi e continue infezioni per via del catetere che gli avevano lasciato e che, ormai,era impossibile togliere avendo sviluppato ritenzione urinaria.

Le cose non andarono meglio nella casa di riposo privata che lo avrebbe ospitato per quello che doveva essere un periodo di “riabilitazione” mentre preparavamo l’assistenza domiciliare h24, con la speranza di riportarlo a casa al più presto: per ben due volte, lo trovammo contenuto su una carrozzina a rotelle, che era a sua volta legata a un camino ricoperto di ceneri, per impedirgli di muoversi. Un paradosso crudele e sadico per un uomo anziano, con demenza vascolare e insufficienza respiratoria.

Dopo poco più di un mese dal primo ricovero, finì di nuovo in ospedale a causa di attacchi ischemici transitori a cui seguirono shock settico e un altro corso potente di antibiotici per endovena, anche stavolta legato a un letto, nonostante io e mia sorella ci fossimo opposte, dicendo che la badante si era resa disponibile a stargli vicino quando noi non c’eravamo.

No, non era possibile, soprattutto in un reparto di medicina critica che aveva degli orari di visita brevissimi e rigidissimi. Erano le regole.

“Come mi hai trovato? Come hai saputo del rapimento?” mi disse mio padre quando mi presentai davanti a lui a metà ottobre, il giorno del mio compleanno. “Ma allora il mondo magico esiste per davvero?”

Era di nuovo delirante, come non lo era mai stato prima del ricovero, seppur felicissimo di vedermi.

Cercai di rassicurarlo. Gli spiegai che si trovava in ospedale, di nuovo, ma che la terapia antibiotica stava funzionando e che a breve sarebbe tornato a casa.

Le mie parole lo rasserenarono.

“Quando ci rivediamo allora?” mi chiese.

“Quando ti dimettono e torni a casa.” Abbracciai il suo corpo esile, di cui potevo contare le vertebre. E pensai a corpi simili al suo che avevo visto nei libri di storia e più di recente, in mondovisione.

Fu il nostro ultimo abbraccio.

Lo dimisero in dimissione “protetta” cinque giorni dopo, due prima del previsto, dicendo che aveva risposto bene alla terapia antibiotica e che avrebbe potuto finirla a casa.

Niente di più lontano dalla realtà: soffrì un’emorragia interna e smise prima di mangiare e poi di bere, fino a quando il suo cuore cedette per sempre tra indicibili sofferenze a una settimana dalle dimissioni.

Un approccio sistemico, non un caso isolato

Quello che è successo a mio padre non è un caso isolato, ma fa parte di un sistema, per mano di cui perdono la vita, la dignità e i diritti umani innumerevoli vite.

Sarebbe bello avere delle statistiche ufficiali al riguardo, ma non si ammetterà mai che quelle morti sono conseguenza diretta dell’uso delle contenzioni e che, senza di esse, si sarebbero potute evitare. In fondo, parliamo di anziani con una malattia progressiva neurodegenerativa.

È facile dimostrare che sarebbero morti comunque. Ed è proprio su questa “irrecuperabilità” della malattia che fanno leva. Se tanto morirà comunque prima o poi, perché investire risorse a preoccuparsi del come?

Forse perché l’Italia è firmataria della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), che esplicitamente proibisce “pene o trattamenti inumani o degradanti” (Articolo 3) e sottolinea come nessuno possa essere privato della libertà, se non in casi specifici e nei modi previsti dalla legge (Articolo 5)?

Finora, in Italia, a differenza di altri paesi, non esiste un framework legislativo che regola espressamente l’uso delle contenzioni.

Un timido e tardivo tentativo di superarne l’uso è stato fatto di recente, a seguito di una condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Causa Lavorgna contro Italia) tramite le Linee di indirizzo per il superamento della contenzione meccanica nei luoghi di cura della salute mentale, approvate il 23 ottobre scorso, che tuttavia si concentrano solo sul loro uso in ambiti psichiatrici, con non poche lacune e contraddizioni, limitandosi a dire che: “L’auspicio è che le indicazioni proposte possano costituire uno strumento utile per lo sviluppo di strategie di prevenzione e contrasto della contenzione meccanica in tutti i contesti assistenziali, con l’obiettivo di promuoverne il progressivo superamento.”

Nonostante, la raccomandazione n.13 del 2011 del Ministero della Salute (punto 5.3.5) dichiari che: “In letteratura non vi è alcuna evidenza scientifica che l’uso della contenzione fisica o farmacologica protegga i pazienti dalle cadute. I mezzi di contenzione meccanica possono provocare, invece, effetti indesiderati psicologici nonché fisici diretti ed indiretti.”

E ancora: “La contenzione non deve essere utilizzata come alternativa all’osservazione diretta, alla presenza di personale preparato e in numero adeguato alle esigenze assistenziali,” la realtà è che gli anziani con declino cognitivo e altri soggetti vulnerabili vengono “contenuti” abitualmente proprio per sopperire alla mancanza di personale.

Ma giustificarne l’uso dietro una scarsità di risorse umane è una forma di

strumentalizzazione, perché numerosi studi hanno dimostrato che non c’è una correlazione diretta tra numero di sanitari e frequenza dell’uso delle contenzioni, ma che piuttosto l’abuso si fonda su una cultura che dà priorità alla (falsa) sicurezza rispetto alla dignità della persona.

Persino le ultime linee guida si limitano a invitare ad applicare le raccomandazioni anche nel caso di pazienti con demenza, ma non ne impongono l’applicazione.

Una OSS con cui ho parlato del tema ha definito le contenzioni “indispensabili”, ritenendo che i malati di demenza dovessero ritenersi fortunati in quanto, grazie alla Legge Basaglia, non si usano più le camicie di forza.

Un protocollo che per prevenire la morte, la causa, non potrà mai essere indispensabile.

È necessario non solo un cambio culturale radicale basato su un modello di cura aperto all’ascolto attivo, incentrato sulla persona e i suoi diritti e formato sul trauma.

Ma soprattutto una legge nazionale che renda illegale questa forma di abuso verso dei soggetti fragili e vulnerabili.

Fino a quando non accadrà, continueremo a vedere i nostri genitori, zii e nonni morire senza la dignità e il rispetto che meritano dopo una vita di duro e onesto lavoro per la società, la famiglia e lo stato.

Di V.C.

 

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L’Associazione “Diritti alla Follia” consegna al Governo la proposta di decreto legislativo per la riforma dell’Amministrazione di Sostegno

Diritti alla Follia · 27/11/2025 · 3 commenti

L’Associazione Diritti alla Follia ha oggi trasmesso ufficialmente alla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Struttura di missione per la semplificazione normativa la propria proposta di decreto legislativo attuativo dell’art. 17 della Legge 10 novembre 2025, n. 167, la cosiddetta “Legge di Semplificazione”.

Questa legge conferisce al Governo una delega precisa: riformare l’intero sistema delle misure di protezione giuridica, superando i meccanismi sostitutivi (interdizione, inabilitazione, amministrazione di sostegno usata in modo sostitutivo) e garantendo finalmente alle persone con disabilità il pieno rispetto della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (CRPD), in vigore in Italia dal 2009.

La proposta dell’Associazione è un testo completo di decreto legislativo: articoli, commi, norme di coordinamento e disposizione transitorie, interamente riscritti per adeguare gli articoli 404–413 del codice civile ai principi internazionali di:

  • autodeterminazione
  • pari riconoscimento davanti alla legge (art. 12 CRPD)
  • supporto al processo decisionale
  • limitazione rigorosa dei poteri sostitutivi
  • garanzie procedurali effettive per la persona interessata

Insieme al testo normativo, abbiamo trasmesso una corposa relazione illustrativa, che documenta in modo puntuale vent’anni di criticità, abusi, violazioni di diritti fondamentali e prassi distorsive nell’attuale applicazione dell’amministrazione di sostegno.

Il nostro lavoro è il frutto di dieci anni di:

  • testimonianze dirette da parte di familiari e persone sottoposte ad ADS
  • analisi dei decreti dei Giudici Tutelari
  • studio sistematico delle raccomandazioni del Comitato ONU (2016)
  • osservazione delle gravi conseguenze dell’assenza di un reale supporto decisionale nella vita delle persone con disabilità psicosociali

Troppo spesso, l’amministrazione di sostegno — nata come misura ‘leggera’ — si è trasformata, nella prassi quotidiana, in una forma impropria di interdizione, con poteri “ampi”, “pienissimi” e di fatto sostitutivi della volontà del beneficiario.
In molti casi ciò ha comportato:

  • limitazioni indebite alla libertà personale, affettiva e familiare
  • decisioni sanitarie prese senza ascolto né consenso reale
  • impoverimento dei rapporti sociali
  • isolamento
  • abusi patrimoniali e relazionali;
  • esclusione dal processo decisionale sulla propria vita

È tempo che l’Italia si adegui ai suoi obblighi internazionali e costituzionali.

Il decreto attuativo proposto dall’Associazione introduce:

  • l’obbligo di difesa tecnica per la persona, sin dall’inizio del procedimento
  • il diritto inderogabile all’ascolto del beneficiario, anche via strumenti telematici
  • una nuova procedura trasparente e garantita
  • il divieto di poteri sostitutivi, salvo situazioni eccezionalissime e rigorosamente motivate
  • la tutela della bigenitorialità e dei rapporti familiari
  • la limitazione degli incarichi degli ADS per evitare la “professionalizzazione” selvaggia
  • il riconoscimento penale degli abusi
  • la trasformazione di interdizioni e inabilitazioni in misure di supporto non sostitutivo
  • un sistema fondato sulla volontà della persona, non sulla discrezionalità degli uffici.

Si tratta della riforma più ampia, organica e coerente con la CRPD mai proposta in Italia.

La delega prevista dall’art. 17 della Legge 167/2025 apre una possibilità storica:
per la prima volta in vent’anni, l’Italia può riformare davvero il sistema di protezione giuridica, mettendo al centro la persona, i suoi diritti e la sua autonomia.

Il Governo ha ora nelle sue mani la responsabilità di avviare i decreti legislativi.
Noi abbiamo scelto di contribuire con un testo pronto all’uso, completo e immediatamente adottabile.

L’Associazione Diritti alla Follia seguirà da vicino ogni passaggio dell’esercizio della delega, mettendosi a disposizione del Governo, delle Commissioni parlamentari, dei tecnici e dei cittadini per:

  • audizioni,
  • approfondimenti,
  • ulteriori proposte,
  • analisi degli impatti

 Associazione ‘Diritti alla Follia’                         Roma 27 novembre 2025

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