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Diritti alla follia

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Giorgio Antonucci: L’approccio No-Psichiatrico, precursore di CRPD e Dialogo Aperto

Diritti alla Follia · 23/10/2025 · Lascia un commento

Di Maria Rosaria D’Oronzo

Il lavoro di Giorgio Antonucci (1973-1996) al Reparto Autogestito di Imola non è stata una riforma, ma un approccio no-psichiatrico radicale, fondato sulla piena dignità umana e anticipatore del diritto internazionale e delle pratiche sistemiche moderne.

Antonucci, allievo di Assagioli e vincitore del Premio Thomas Szasz, vedeva il disagio non come ‘malattia mentale’, ma come crisi esistenziale da affrontare con il dialogo tra pari, respingendo ogni forma di coercizione (TSO, contenzione) e la diagnosi come pregiudizio etichettante.

La sua prassi fu il compimento dei suoi principi etici:

De-istituzionalizzazione e Cittadinanza (Ante Litteram CRPD)

Chiamato a Imola nel 1973, Antonucci chiese il reparto più duro (Reparto 14). La sua prima azione fu etica e immediata: slegare le donne e restituire gli abiti civili. Successivamente, nel Reparto Autogestito, compì l’atto legale più radicale: scrisse nelle cartelle cliniche che tutti gli ex degenti erano in buona salute psicofisica, abolendo di fatto il loro status di “internati”.

Questa azione ristabilì la loro piena capacità giuridica (CRPD, Art. 12) ed è la pratica ante litteram del diritto alla libertà e integrità.

Dialogo Aperto e Inclusione (Cultura e Cura)

Il suo modello terapeutico era basato sull’ascolto continuo e la non-coercizione, un chiaro precursore del moderno Dialogo Aperto (Open Dialogue).

L’inclusione era culturale:

  • Gli ex degenti avevano le chiavi del reparto.
  • Furono organizzati eventi con la città: concerti di musica classica (Andrea Passigli, Aldo D’Amico – violoncello) e pop (Francesco Baccini), vernissage con artisti fiorentini guidati da Piero Colacicchi e la testimonianza letteraria di Dacia Maraini.

L’arte e il dialogo erano la restituzione dell’identità sociale.

L’Eredità: Il Processo e la CRPD

La pressione istituzionale culminò nel processo del 1991, che mirava a processare il principio stesso della libertà. Nonostante l’assoluzione, il Pubblico Ministero fece appello, evidenziando la persistente ostilità verso il suo approccio.

La sua lotta per i diritti economici (pensione, salario per il lavoro) e l’abitazione autonoma riflette pienamente gli Art. 27 e 28 della CRPD.

Il Reparto Autogestito è la prova concreta che la visione di Antonucci non era un’utopia, ma la pratica anticipata dei diritti umani in psichiatria. Il suo lascito dimostra che la sofferenza merita dialogo, dignità e libertà, e non repressione medica.

Per approfondimenti:

il sito del Centro di Relazioni Umane di Bologna e il sito d’archivio di Giorgio Antonucci

 www.antipsichiatria-bologna.net   https://giorgioantonucci.org/

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