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Diritti alla follia

Associazione impegnata sul fronte della tutela e della promozione dei diritti fondamentali delle persone in ambito psichiatrico e giuridico.

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Non chiamiamoli più ‘malati mentali’

Diritti alla Follia · 24/01/2026 · 1 commento

Di V.C.

Chi si porta dentro le ferite del trauma non è un malato, è un sopravvissuto. Ed è per questo che un approccio alla cura informato sul trauma e incentrato sulla persona deve partire da un linguaggio umano e umanizzante.

Matto. Pazzo. Non collaborante. Problematico. Oppositivo. Scompensato. Sono solo alcune delle parole con cui spesso la stampa, l’opinione pubblica, i familiari degli utenti e lo stesso personale medico ─ in altre parole, l’intero sistema ─ descrive persone che hanno vissuto momenti di crisi e sofferenza acuta che necessitavano di attenzione e aiuto tempestivo.

Eppure, invece di trovare l’appoggio di cui avevano bisogno, si sono scontrati con un muro di ostilità e pregiudizi, etichettati con diagnosi spesso fuorvianti e stigmatizzanti, che rendono chi le subisce un numero senza identità e storia propria piuttosto che un individuo protagonista della propria vita.

Vi sarà capitato almeno una volta nella vita, magari in un periodo di particolare stress emotivo, di sentire dolore in un punto specifico del corpo e di esservi sentiti dire, dopo analisi e indagini approfondite, che non avevate alcun problema fisiologico, che era “tutto nella vostra mente”, come se ciò rendesse il dolore più sopportabile o meno importante.

Che eravate solo ansiosi o troppo sensibili, che si trattava solo di un’emicrania o di un colon irritabile.

Ma quello che si dimenticavano di dire è che, come è stato ampiamente dimostrato, corpo e mente sono strettamente collegati e che molti dei disturbi o patologie di cui soffriamo hanno radice nei dolori dell’anima.

Non si tratta di persone malate o geneticamente difettate. Si tratta di persone traumatizzate, che come tali devono essere sostenute verso un percorso di guarigione interiore piuttosto che vittimizzate e criminalizzate come accade nella maggior parte dei casi nel nostro sistema sociosanitario.

Ma che cos’è il trauma?

A differenza di quanto comunemente si crede, il trauma non sono gli eventi avversi che sono successi nella nostra vita.

Come afferma in un’intervista Gabor Maté, il medico ungaro-canadese noto per la sua esperienza nell’ambito della dipendenza, dello sviluppo infantile e del trauma: “Il trauma non è ciò che ci accade[…] Il trauma è la ferita psichica che subiamo. E i nostri traumi psicologici hanno un impatto per tutta la vita. Nel mio lavoro di medico, ho scoperto che il trauma psicologico, la ferita, è alla base di molte delle cosiddette malattie, che si tratti di malattie autoimmuni o di cancro, o di varie condizioni di salute mentale.”

In altre parole, il trauma è come il nostro corpo e la nostra mente hanno reagito per poter sopravvivere a delle circostanze avverse.

Le reazioni al trauma sono veri e propri meccanismi di difesa radicati nel nostro cervello emotivo, ovvero il sistema limbico, responsabile per regolare le emozioni e il comportamento.

Questi ultimi possono variare dal fight (attacco) o flight (fuga), al freeze (congelamento), o al fawn (accondiscendenza), che spesso si manifestano in comportamenti rispettivamente narcisisti, ossessivi/compulsivi, dissociativi o codipendenti, come Pete Walker, uno psicoterapista americano con quasi quarant’anni di esperienza nella sindrome del disturbo da stress post-traumatico ─ comunemente nota come PTSD ─ scrive nel suo libro Complex PTSD: From Surviving to Thriving.

Il rapporto corpo-mente

Il ruolodi infanzie traumatizzate (che non necessariamente implicano forme di abuso o catastrofi estreme) nella maggior parte dei disturbi psicologici in fase adulta è enorme, dice Walker.

Nel suo libro The body keeps the score. Brain, Mind, and Body in the Healing of Trauma, lo psichiatra e ricercatore olandese Bessel van der Kolk, riconosciuto a livello internazionale come uno dei massimi esperti nel trattamento del trauma, spiega che quest’ultimo modifica il cervello al punto tale da incidere persino sul rischio di sviluppare una qualche forma di demenza nella terza età, come un recente studio dell’University College London ha confermato.

Così come spiega che, a differenza di una carezza, un sorriso, un abbraccio, gli psicofarmaci non ci insegnano ad autoregolare le nostre emozioni.

Non solo, scrive van der Kolk: la negazione delle conseguenze del trauma può avere un impatto devastante sul tessuto sociale della società.

Se dunque si analizzasse la realtà che ci circonda attraverso le lenti del trauma, si avrebbe una società molto più equa e compassionevole verso se stessa e ogni suo membro vulnerabile.

Cosa implica un approccio trauma-informed?

Secondo la definizione dell’Ufficio per il Miglioramento della Salute e delle Disparità del governo inglese (Office for Health Improvement & Disparities), parte del Dipartimento della Salute e dell’Assistenza Sociale (Department of Health and Social Care), che a sua volta si basa sulla definizione riconosciuta a livello internazionale dell’Amministrazione dei Servizi per l’Abuso di Sostanze e la Salute Mentale degli Stati Uniti (United States Substance Abuse and Mental Health Services Administration), la pratica informata sul trauma è un “approccio agli interventi sanitari e assistenziali fondato sulla consapevolezza che l’esposizione al trauma può avere un impatto sullo sviluppo neurologico, biologico, psicologico e sociale di un individuo.”

In altre parole, un approccio trauma-informed vuol dire semplicemente rendersi conto che dietro ogni persona c’è una storia che merita di essere ascoltata.

E invece il nostro attuale modello di cura ─ basato sul controllo, la coercizione, la contenzione fisica o chimica che sia ─ unito ad una narrazione deumanizzante che riduce l’individuo a una bambola di pezza, privandolo dei propri diritti e della propria dignità, non porta ad altro che alla cronicizzazione di qualunque sofferenza della mente, del corpo, e anche dell’anima.

I dati lo confermano: l’istituzionalizzazione è in continuo aumento, nonostante secondo le Linee guida sulla deistituzionalizzazione del Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (CRPD), essa sia una chiara violazione dei diritti umani.

Patologizzare l’ampia gamma di emozioni che fanno parte della natura umana, cercando a tutti i costi di sopprimerle, reprimerle e contenerle, trattando i sintomi del disagio e della sofferenza come un virus da estirpare, un’onta da cui distanziarsi e di cui vergognarsi, piuttosto che come un grido disperato d’aiuto, non fa altro che acuirle e cronicizzarle.

Tutto ciò è peggiorato da obiettivi irrealistici e distorti del percorso di guarigione, che non è una linea retta, ma al contrario, può subire battute di arresto e ricadute.

Ciò non rende la persona irrecuperabile o fallita. La rende semplicemente umana.

Persone, non diagnosi

Le istituzioni dovrebbero accompagnare e sostenere l’individuo in un percorso che l’aiuti ad accettare e ad ascoltare il proprio disagio interiore in un’ottica non giudicante e accogliente.

Purtroppo, nella maggioranza dei casi, accade esattamente l’opposto: l’utente impara a definire se stesso tramite la propria diagnosi, per via di un sistema che colpevolizza e stigmatizza.

Invece che sentirsi motivato a migliorare, la persona perde fiducia nelle sue capacità di recupero e resilienza e nel sistema stesso.

Il potere delle parole

Leggendo i commenti sui socials, emerge un quadro preoccupante: una buona fetta dell’opinione pubblica sembra essere convinta che la soluzione ai mali della società sia proprio l’istituzionalizzazione.

Riapriamo i manicomi! Si legge nove volte su dieci a commento di articoli che parlano dell’ennesimo episodio di cronaca nera.

Se invece si scavasse più a fondo, alla radice del problema, ci si renderebbe conto che essa risiede proprio nell’assenza di una rete di supporto sociosanitario basata sull’ascolto attivo e sull’empatia, su un approccio che incoraggia le persone a migliorarsi e non le discrimina ed etichetta a vita.

La situazione non migliora di certo quando si parla di persone anziane.

È tornata la bestia. Il mostro si è impossessato di mia madre, tuonano spesso i caregivers descrivendo comportamenti a loro detta illogici e irrazionali dei propri cari che soffrono di demenza.

La verità è che quel linguaggio deumanizzante, dietro cui spesso non si nascondono altro che bisogni disattesi, è lo stesso che legittima l’abuso degli anziani nelle strutture ospedaliere e residenziali, o il disabilicidio di persone con disturbi cognitivi più o meno gravi.

Se la malattia le rende persone a metà, ne consegue che anche il loro diritto a vivere viene considerato inferiore a quello di una persona sana di mente.

Una persona non smette mai di esserlo, nè a pochi mesi di vita con un cervello in piena fase di sviluppo, nè a novant’anni, quando le sue capacità cognitive sono in fase di regressione.

Aboliamo l’espressione malato mentale dal vocabolario. E con essa, tutto il resto della terminologia vittimizzante e umiliante che vi gravita attorno.

Parliamo di salute mentale, di cure non farmacologiche, di deistituzionalizzazione.

Portiamo corsi di formazione sul trauma nelle scuole, negli ospedali, nei centri di salute mentale, negli SPDC, nelle carceri, nelle case di cura e di riposo.

Ne guadagneremmo tutti, persino i conti pubblici. Perchè se è vero che il trauma è alla base della maggioranza dei disturbi mentali, parlarne contribuisce a prevenirlo.

È una sfida, un invito e una promessa.

Non siamo diagnosi cliniche o difetti di fabbrica. Siamo esseri umani.

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Interazioni del lettore

Commenti

  1. Luigi Gallini dice

    24/01/2026 alle 4:26 pm

    Molto spesso, i pazienti psichiatrici giudicano “traumatica” l’esperienza con i servizi. Prima ancora di parlare di trauma nelle istituzioni chiuse, secondo me bisognerebbe rivoluzionare il funzionamento dei “servizi psichiatrici”; cercare l’abolizione della psichiatria. Come sostenuto dal movimento Antipsichiatrico degli anni ’70 e da Giorgio Antonucci.

    Rispondi

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