Di Susanna Brunelli
Da ESP — Esperta Per Esperienza — che esercita attività di advocacy, sono stata ispirata dall’articolo del dott. Starace “Un avvocato al capezzale del paziente”.
La sua riflessione mi ha portato a chiedermi che cosa rappresenta, invece, questa sentenza per la persona che ha vissuto o sta vivendo una limitazione della propria libertà personale attraverso un TSO?
Ho immaginato una risposta.
Dott. Starace,
dopo aver letto il suo articolo, vorrei condividere con lei alcune considerazioni da ESP — Esperta Per Esperienza, che pratica attività di advocacy.
Questa vuole essere una provocazione benevola, non rivolta alla sua persona, ma al modo in cui viene rappresentata una questione che riguarda direttamente le persone sottoposte a TSO.
Penso che l’ironia che ha usato serva proprio a mettere in luce e, in qualche modo, a sdrammatizzare le difficoltà concrete che questa sentenza può creare nei servizi. Le diverse reazioni, i cluster che lei ha identificato, fanno pensare a possibili preoccupazioni e interrogativi su ciò che questa sentenza comporterà per i servizi e su come dovranno organizzarsi per affrontare questo cambiamento.
Tutto questo è comprensibile.
Da quello che ho letto, però, mi sembra di capire che lei non metta in discussione l’importanza della sentenza. Al contrario, la riconosce come una conquista sul piano dei diritti, ma mette in guardia dal rischio che possa rimanere una garanzia soltanto formale, se non vengono create le condizioni perché possa essere realmente esercitata.
In altre parole, secondo lei: la sentenza, da sola, non basta? Lei sottolinea la necessità che i servizi territoriali siano capaci di offrire vere alternative al TSO e che bisogna evitare che la presenza del difensore si trasformi semplicemente in un nuovo passaggio burocratico.
È questo che teme?
Lei osserva che il difensore potrebbe fare domande scomode: c’erano alternative? Il Centro di salute mentale era aperto? Esisteva un’équipe in grado di intervenire a domicilio? Era stato tentato, nei giorni precedenti, un percorso condiviso con la persona e con la sua famiglia per ottenere il consenso ai trattamenti?
Eh, certo, sono domande veramente scomode e imbarazzanti, perché mettono allo scoperto criticità che noi conosciamo molto bene.
Ma potrebbero essere, invece, un’opportunità obbligatoria per mettere in discussione non il singolo professionista, ma il funzionamento del sistema? Come dice lei: «Di fatto è una richiesta di investimento sui Dipartimenti di salute mentale: converrebbe non sprecarla.»
Il difensore può introdurre uno sguardo esterno, capace di fare domande sul modo in cui viene esercitata la cura e, proprio per questo, costringere anche la politica a cambiare paradigma e a organizzare i servizi in modo da limitare il TSO ai casi di estrema necessità, evitando che le carenze del sistema trasformino altre situazioni in una necessità estrema.
Ma la domanda che, da ESP, mi preme e mi viene spontanea è un’altra:
Che cosa significa questa sentenza per la persona che, fino a oggi, ha vissuto o sta vivendo una limitazione della propria libertà personale?
Come pensa che si senta?
Sollevata? Contenta? Soddisfatta? Vittoriosa?
Forse, semplicemente, pensa che finalmente sarà tutelata.
Certo, anche a questa persona possono sorgere dubbi e interrogativi. Ma ciò che pensa, spera e sa è che la presenza di un difensore rappresenta una figura di garanzia, ora prevista e imposta dalla legge.
Perché ci sarà qualcuno che, in quel momento, farà da sentinella e avrà il compito di ascoltarla, rappresentarla e difendere i suoi diritti.
Una grande conquista? Per me sì!
Chi subisce un TSO, o chi lo ha subito, non si pone tutte le domande che possiamo porci noi dall’esterno.
La sua richiesta è molto più concreta: essere difeso nel momento in cui la propria libertà personale viene limitata attraverso procedure coercitive, che possono lasciare un’impronta profonda nella storia della persona.
Vuole solo una cosa:
essere messo nelle condizioni di poter avere una difesa reale, attraverso un difensore capace di portare davanti al giudice le proprie ragioni e di far emergere una questione fondamentale: il TSO non è un atto terapeutico volontario, ma un trattamento sanitario coattivo che limita la libertà personale e comprime la possibilità di scegliere se sottoporsi alla cura, andando oltre la violazione del corpo e coinvolgendo anche la sfera più intima della persona.
E vorrei aggiungere un altro punto, che per me è importante come ESP.
La persona sottoposta a TSO è una persona che detiene dei diritti, anche quando si trova in una situazione momentanea di vulnerabilità.
Non è necessariamente il “poveretto” fragile, solo, povero, privo di una rete familiare e inconsapevole, che rischiamo di evocare attraverso la figura dell’” avvocato al capezzale”.
Può essere una persona istruita, con una famiglia, un lavoro, delle competenze e una propria capacità di comprendere ciò che le sta accadendo.
Mi vengono in mente figure come Vitaliano Trevisan, Fabio Massimo Nicosia o Francesco Mastrogiovanni, e altri: persone che, nelle loro diverse storie, non possono essere ricondotte semplicemente a un pensiero debole o a una mancanza di capacità critica.
Esiste anche una storia della psichiatria del dissenso, nella quale il confine tra sofferenza, comportamento non conforme e dissenso è stato, ed è ancora, oggetto di discussione.
La crisi psichica, o una condizione che altri ritengono da TSO, non cancella la persona, la sua storia, il suo pensiero e soprattutto i suoi diritti.
Deve avere qualcuno che possa portare davanti al giudice la sua condizione, le sue ragioni e le sue eventuali contestazioni, traducendole in termini giuridicamente rappresentabili.
E forse è proprio qui che la nostra prospettiva può essere diversa.
Quella che per il servizio può apparire come una difficoltà organizzativa, per la persona rappresenta finalmente una possibilità di tutela.
Se la presenza di un difensore costringe il sistema a modificare le procedure e lavorare sulle alternative al TSO e sul modo in cui viene esercitata la cura, non posso che considerarlo un fatto positivo.
Anche perché significa che siamo arrivati a una sentenza della Corte costituzionale perché queste domande diventassero finalmente obbligatorie.
Per lei e per i suoi colleghi può essere un problema organizzativo; per la persona può essere finalmente una tutela concreta.
Per questo faccio fatica a considerare il difensore un problema. Se la sua presenza mette in discussione ciò che fino a oggi abbiamo dato per scontato, forse è proprio questo il cambiamento di cui avevamo bisogno.
E vorrei chiudere con una frase che conosciamo tutti, ma che forse, nel contesto del TSO, dovremmo ricordare ancora di più:
“La libertà personale è inviolabile”.
Lo dice l’articolo 13 della nostra Costituzione.
Leggi l’articolo di Fabrizio Starace: “Un avvocato al capezzale del paziente”
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