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Diritti alla follia

Associazione impegnata sul fronte della tutela e della promozione dei diritti fondamentali delle persone in ambito psichiatrico e giuridico.

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Chi parla in nome delle persone con disabilità? Il cortocircuito tra rappresentanza, servizi e trasparenza

Diritti alla Follia · 14/06/2026 · Lascia un commento

Il rumore mediatico passa, le domande restano

Di Carla Cannas, con la collaborazione di Maria D’Oronzo

Il dibattito sviluppatosi nel mese di maggio ha sollevato interrogativi profondi sulla governance della disabilità in Italia, sul pluralismo della rappresentanza e sulla capacità delle politiche pubbliche di trasformare i diritti formali in opportunità concrete.

Oggi che il clamore mediatico sembra essersi attenuato, diventa ancora più importante continuare a porre domande. I temi della trasparenza e della partecipazione non sono polemiche passeggere: riguardano il modo in cui vengono assunte decisioni che incidono sulla vita di milioni di persone.

Al centro del confronto non c’è un singolo episodio, ma un nodo strutturale: come si costruisce la rappresentanza delle persone con disabilità e quali garanzie di trasparenza accompagnano i processi decisionali?

Le inchieste pubblicate dal quotidiano Domani hanno sollevato interrogativi su nomine, incarichi, consulenze e sui rapporti tra amministrazione pubblica e organizzazioni associative nell’attuazione della riforma della disabilità. Pur trattandosi di ricostruzioni giornalistiche e non di accertamenti giudiziari, queste denunce hanno aperto un confronto necessario sull’uso delle risorse pubbliche e sulla qualità della nostra democrazia partecipativa.

Il cuore del problema risiede nel delicato equilibrio tra rappresentanza, consulenza e gestione dei servizi. In una democrazia partecipativa è naturale che le organizzazioni storiche siedano ai tavoli istituzionali. Il quadro si complica, però, quando gli stessi soggetti si trovano contemporaneamente a rappresentare gli interessi collettivi, a svolgere attività di consulenza per il Governo e a gestire i servizi concreti.

La compresenza di questi ruoli non implica automaticamente un’irregolarità, ma crea un intreccio pericoloso. Quando i confini si fanno sfumati, diventano essenziali regole chiare, procedure trasparenti e strumenti di verifica pubblica per distinguere le funzioni e salvaguardare la fiducia dei cittadini.

Che questo problema sia reale e urgente lo dimostra l’episodio che ha scosso il settore: le dimissioni di Roberto Speziale dall’incarico di vicepresidente di FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), ampiamente documentate dalle inchieste di Stefano Iannaccone su Domani. Speziale, vertice storico di Anffas(Associazione Nazionale di Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), si è trovato al centro di un dibattito che va ben oltre la sua vicenda personale.

Le inchieste giornalistiche hanno acceso i riflettori sull’assegnazione di ingenti finanziamenti ministeriali tramite decreti diretti stanziati proprio a ridosso della riforma: quasi 1,6 milioni di euro assegnati ad Anffase 1,3 milioni alla FISH. Sotto la lente è finita in particolare la piattaforma digitale InCare sviluppata da Anffas, destinata alla gestione e alla digitalizzazione dei “Progetti di vita personalizzati“.

Come evidenziato anche dalle analisi critiche del Coordinamento PERSONE, il rischio è che si realizzi un vero e proprio corto circuito democratico: gli stessi soggetti che siedono ai tavoli ministeriali per orientare le riforme (rappresentanza e consulenza) diventano i beneficiari diretti di milioni di euro per gestire le piattaforme e i servizi che quelle riforme devono attuare. Quando lo Stato appalta le sue funzioni strategiche a pochi interlocutori storici senza criteri di selezione pubblici e trasparenti, il confine tra sussidiarietà e potenziale conflitto di interessi rischia di azzerarsi.

Un elemento spesso ignorato dal dibattito è la posizione del Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (CRPD). Nella General Comment n. 7 del 2018, il Comitato distingue chiaramente le organizzazioni di persone con disabilità (DPO/OPD) – guidate e governate dalle persone con disabilità stesse – dalle organizzazioni che forniscono servizi o attività assistenziali.

Questa distinzione sposa il principio internazionale “NothingAboutUsWithoutUs” (Nulla su di noi senza di noi). Nelle decisioni pubbliche, la voce diretta delle persone con disabilità deve essere autonoma e riconoscibile, non assorbita da altri soggetti, seppur operanti in buona fede. Il Comitato ONU non vuole escludere gli enti gestori dal confronto, ma evidenzia che essi sono portatori di interessi organizzativi propri. Per questo, non possono essere considerati equivalenti alle associazioni di rappresentanza diretta. Coerentemente, l’ONU chiede agli Stati di assicurare alle DPO (organizzazioni persone con disabilità) un ruolo autonomo, tenendo ben separata la rappresentanza dalla gestione dei servizi.

Nel dibattito pubblico sono emerse posizioni distanti. Da un lato, diverse realtà chiedono maggiore trasparenza nei criteri di nomina; dall’altro, vi è il timore che la polemica strumentalizzi il tema della trasparenza per indebolire la partecipazione stessa delle persone con disabilità.

Al contrario, trasparenza e partecipazione dovrebbero rafforzarsi reciprocamente.

In questo scenario, Simona Lancioni (in un intervento su Informare un’h) ha richiamato la necessità di un confronto più esplicito e documentato sui temi emersi. Che il problema sia strutturale lo dimostra anche la recente interrogazione parlamentare presentata alla Camera, che ha chiesto chiarimenti al Governo su incarichi, consulenze e criteri di selezione negli organismi collegati alla riforma della disabilità.

Come Associazione Diritti alla Follia, i temi emersi nel dibattito degli ultimi mesi si inseriscono in un percorso di approfondimento già avviato sia nella rubrica “Diritto Fragile” (n. 231 e n. 244), dedicata alla deistituzionalizzazione e ai diritti delle persone con disabilità, sia nella rassegna stampa mensile, che nel mese di maggio ha seguito e analizzato l’evoluzione del confronto pubblico.

Riteniamo che questo confronto sia una risorsa democratica da valorizzare, non un disturbo da silenziare. Il silenzio non può diventare una forma di rimozione collettiva quando cala l’attenzione dei media.

Accanto alla riflessione collettiva, emerge una questione ancora più radicale: chi viene effettivamente rappresentato oggi? Se molte persone trovano un punto di riferimento nelle grandi organizzazioni storiche, moltissime altre costruiscono percorsi di informazione, mutuo aiuto e attivismo attraverso reti informali e comunità digitali che non trovano alcuno spazio nei tavoli istituzionali. I meccanismi attuali riescono davvero a intercettare la pluralità del mondo della disabilità? Garantire il pluralismo significa evitare che il confronto pubblico si riduca a un oligopolio di interlocutori consolidati.

Parlando per esperienza personale, di fronte alle enormi difficoltà legate all’applicazione della Legge 6/2004 e dell’istituto dell’amministrazione di sostegno, non ho trovato sul territorio alcun supporto associativo capace di fornirmi indicazioni realmente utili. Ho dovuto cercare risposte da sola, tramite reti informali e gruppi di confronto digitali. Questa esperienza individuale rispecchia un malcontento generale: la presenza di strutture rappresentative non garantisce l’accessibilità concreta ai servizi e al sostegno.

Dalle denunce sull’accesso alla vita indipendente fino alle richieste di superamento dei modelli ancora orientati all’istituzionalizzazione, la domanda delle famiglie è una sola: quanto le riforme si traducono in diritti esigibili?

In molti contesti prevalgono ancora modelli organizzativi standardizzati, più facili da gestire sul piano amministrativo ma drammaticamente distanti dalle esigenze dei singoli. La sfida posta dalla Convenzione ONU e dalle Linee guida sulla deistituzionalizzazione consiste, al contrario, nel progettare sostegni personalizzati: adattare il sistema alla persona, non la persona al sistema. Se il progetto di vita personalizzato resta un miraggio burocratico, significa che la governance si sta concentrando sulla gestione dei propri equilibri interni anziché sulla vita quotidiana dei cittadini.

Se vogliamo che questo dibattito produca un cambiamento utile, dobbiamo superare le contrapposizioni personali e concentrarci sulle garanzie democratiche del sistema. Servono misure concrete:

Pubblicazione sistematica e accessibile di tutti gli incarichi e le consulenze legati alle politiche per la disabilità.

Criteri oggettivi, pubblici e trasparenti per la selezione dei rappresentanti ai tavoli istituzionali.

Consultazioni aperte anche alle realtà associative minori, indipendenti e non integrate nelle grandi reti nazionali.

Forme periodiche di rendicontazione pubblica delle attività svolte dai soggetti coinvolti nei processi decisionali.

L’obiettivo non è limitare la partecipazione delle associazioni, ma renderla più forte, verificabile e inclusiva.

La rappresentanza non è una delega permanente, ma una relazione di fiducia che va continuamente verificata. Quando le persone con disabilità non conoscono chi parla in loro nome, o non trovano risposte ai loro bisogni concreti, il problema non è della singola associazione, ma della qualità democratica dell’intero sistema.

La qualità della rappresentanza si misura non soltanto dalla presenza ai tavoli istituzionali, ma dalla capacità di trasformare i diritti riconosciuti sulla carta in opportunità concretamente accessibili, sostegni adeguati e percorsi realmente personalizzati. È su questo terreno che si misura la credibilità delle istituzioni e delle organizzazioni rappresentative.

Le domande emerse in questi mesi meritano risposte pubbliche, documentate e verificabili. Quanto scritto in questo articolo rappresenta solo una parte delle questioni aperte; briciole rispetto alla complessità quotidiana delle famiglie. Ma sono domande troppo importanti per essere dimenticate non appena l’attenzione pubblica si sposterà altrove.

Fonti e metodo

Il presente contributo è stato elaborato dall’Associazione Diritti alla Follia a partire da: inchieste giornalistiche del quotidiano Domani (a firma di Stefano Iannaccone); contributi di Simona Lancioni e del Coordinamento PERSONE su Informare un’h; prese di posizione di Vorrei prendere il treno; atti di sindacato ispettivo parlamentare; General Comment n. 7 (2018) del Comitato ONU CRPD e Linee guida sulla deistituzionalizzazione; Associazione Diritti alla Follia – Rassegna stampa, 23 maggio 2026 https://www.youtube.com/watch?v=97GkHxg8ubg

Associazione Diritti alla Follia – Diritto Fragile, episodi n. 231 e n. 244 https://www.youtube.com/watch?v=PiNeRlYTTVA&t=20s https://www.youtube.com/watch?v=G8zWICr1nIM&t=327s ;  esperienza diretta dell’autore nell’accesso ai servizi. Il testo intende analizzare il dibattito pubblico e le sue implicazioni sistemiche sulla governance, senza costituire accertamento di responsabilità giudiziarie o amministrative, nel pieno rispetto del pluralismo delle posizioni

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Tutte le discipline scientifiche evolvono: la psicologia non fa eccezione. Cosa cambia nel lavoro con i Pazienti?

Diritti alla Follia · 22/03/2025 · Lascia un commento

di Miriam Gandolfi, psicologa, psicoterapeuta sistemico-connessionista, Officina del pensiero, Bolzano – Trento, miriamgandolfi53@gmail.com, marzo 2025

La discussione sul destino della proposta di nuovo codice deontologico degli psicologi non ha senso se viene estrapolata dal contesto sociale, culturale e storico più ampio che l’ha visto nascere. Ciò è infatti necessario per comprendere cosa sia un codice deontologico e, nello specifico nell’ambito della cura umana, fisica e psicologica.

 In questo contesto vi proporrò di seguire il filo che separa e insieme unisce il professionista e il paziente nel percorso che ha visto la nascita della psicologia come professione di aiuto, nei diversi momenti culturali e sociali.

 Infatti la relazione di aiuto è caratterizzata da una sorta di doppio legame, perché è evidente un’asimmetria insita in essa: quando si chiede aiuto ci si aspetta che colui a cui ci si rivolge ne sappia più del richiedente. D’altra parte sia il professionista che il paziente sono esseri umani che hanno lo stesso diritto al rispetto e alla tutela della libertà personale. 

Per questo motivo io non amo il termine clienti, un eufemismo che altera la natura reale del rapporto d’aiuto e non garantisce il massimo impegno etico, oltre che professionale, dell’operatore.

Il primo codice deontologico in ambito medico nasce a Sassari nel 1903 (testo originale trovato presso la biblioteca dell’Università di Sassari). È suddiviso in tre capitoli: il secondo, di ben trentasette articoli, parla dei doveri verso i colleghi. Analizzando il testo si comprende che esso rappresenta un correttivo alla competitività tra colleghi, tra istituzioni e al paternalismo medico, di cui quello in ambito della salute mentale è la quintessenza. Allora come ora tali aspetti erano presenti rischiando di inquinare l’atto di cura in sé, riducendo la tutela dei pazienti, della loro salute e della loro libertà di farsi curare.

Il primo articolo recita “Il sanitario sarà diligente, paziente e benevolo e conserverà sempre e scrupolosamente il segreto professionale. Sarà affabile coi poveri, non mostrerà ossequio servile verso i ricchi e curerà gli uni e gli altri con la stessa abnegazione.” l’Art. 4 afferma che il Medico “non intraprenderà alcun atto operativo senza aver prima ottenuto il consenso dell’ammalato o delle persone dalle quali dipende …”.
Con ciò il medico rivendicava a sé la qualità di garante del diritto del cittadino in rapporto alla necessaria tutela della salute pubblica. Ma la cosa ancora più interessante è che esso è antecedente al Regio decreto che istituiva l’Ordine Professionale dei Medici, che è del 1910; a dimostrare che il rispetto dell’agire in scienza e coscienza è più forte di ogni corporativismo.

Questo dovrebbe essere appunto il fulcro di un codice deontologico: l’equilibrio tra asimmetria e simmetria del rapporto, tra libertà dell’individuo e responsabilità sociale, in cui paziente e professionisti sono entrambi coinvolti.

Questo nel 1903, ora cerchiamo di fare un passo avanti.

 Stefano Rodotà, nel suo bellissimo articolo del 2015, L’uso umano degli esseri umani (MicroMega 8/2015, pp.121/166), offre spunti e considerazioni puntuali e profetici.

 La tragedia del nazismo aveva messo in evidenza come questo rischio non valesse solo per fisici e chimici, ma anche per i medici e, vista la necessità di gestire i mezzi di propaganda, anche per gli studiosi della mente e del comportamento. Ricordiamo che l’inventore dell’eugenetica scientifica è stato F. Galton, personaggio di rilievo nella storia della psicologia.

È da quella esperienza che nel 1946 il codice di Norimberga, affrontando il tema della sperimentazione medica umana, asserisce che: “Il consenso volontario del soggetto è assolutamente necessario”.

 Indicazione immediatamente accolta dalla Costituzione Italiana, che all’Art. 32 recita “la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Qui cito Rodotà: “Viene cosi posto un limite invalicabile, più incisivo ancora, di quello previsto dall’articolo 13 per la libertà personale, che ammette limitazioni sulla base della legge e con provvedimento motivato del giudice. L’articolo 32 va oltre… è la sola volta in cui la Costituzione qualifica un diritto come <<fondamentale>>” (op. cit. p.123- 124). Nel suo articolo sottolinea come sia necessario frenare la tentazione di rincorrere una ”assoluta libertà della ricerca scientifica e dell’incondizionato riconoscimento del diritto della tecnologia come “libertà morfologica” in nome di una presunta utilità/indispensabilità  delle “nano-bio-info-neuro-macchine”(op. cit. p.125).

Questo è il punto centrale per il nostro discorso: l’anima antica dell’uomo che aspira ad essere dio e che assegna allo scienziato la possibilità di esserlo, togliendogli ogni limite in nome di un presunto progresso o necessario controllo sociale ed economico.

Nella seconda metà dell’800 si cerca di sottrarre lo studio del comportamento umano alla religione e alla filosofia, cercando di dare ad esso uno statuto scientifico. Il modello metodologico di riferimento diventano la fisica e la matematica. Dunque parole d’ordine: cause materiali individuabili come cause certe dei comportamenti, misurabilità dei fenomeni studiati, quello che oggi viene chiamato evidence based. 

Il primo laboratorio sperimentale viene ascritto a W. Wundt, a Lipsia nel 1879. Ma non possiamo certo dimenticarci né di Pavlov, né di Watson, né di Darwin, che avevano impostato il loro modo di considerare lo studio della psicologia appunto secondo le leggi prese a prestito dalla fisica e dalla matematica. È qui che lo studio del cervello, come sede materiale dai comportamenti, e della genetica, come processo di trasmissione di essi, prende avvio.

Questo approccio materialista e meccanicista, nel costruire teorie su cosa sia la mente, la distinzione tra comportamento normale o patologico o sottosviluppato e come poterlo misurare controllare e selezionare è ancora oggi fondante della psicologia comportamentale o cognitivo-comportamentale e della neuro-psichiatria organicista. Dunque, in questa prospettiva, è lo studioso della mente che sa e conosce i motivi del comportamento, il paziente è relegato in posizione passiva spinto ad affidarsi all’”esperto”.

Si giunge così ai primi decenni del ‘900

È da quella visione dell’uomo che prende forma il magnifico romanzo di Aldous Huxley, Il nuovo mondo, del 1932. Si resta meravigliati della nitida fotografia di scenari di organizzazione sociale che anche oggi ci vengono proposti, inclusa l’idea che sia possibile costruire a piacimento una precoce identità sessuale nei bambini, senza tuttavia occuparsi del loro sviluppo emotivo, considerato un intralcio all’impalcatura dell’ordine di una società “perfetta”. Huxley non a caso pone nel Gotha della gerarchia sociale del romanzo la figura dello psicologo, che con la sua competenza è chiamato a far funzionare i progetti di eugenetica e controllo mentale.

Torniamo al filo rosso del tempo.

Gli anni ’60 sono quelli in cui si allarga il dibattito che agita tutta la storia della psicologia e delle diverse teorie della mente formulate per affrontare l’enigma della mente umana: cos’e il comportamento cosciente e la distinzione tra normale e anormale, tra sano di mente e matto. È infatti dalla definizione stessa di sofferenza mentale che dipende il come trattarla e come considerare colui che manifesta sofferenza psichica nel rapporto tra razionalità ed emozioni. Consideralo un “non in grado di intendere e di volere” e dunque essere legittimati a decidere per lui, o…?

Èil momento più acuto deldibattito tra diritto al rispetto del soggetto e necessità di controllo sociale.

 Infatti anche la psicoanalisi pone il problema della necessità di restituire autonomia e centralità al paziente, cambiando concetti e metodi di trattamento. Ma soprattutto emerge l’impronta dell’esistenzialismo che si oppone all’idea di analisi come frammentazione dell’individuo chiuso in un involucro soggettivo, opponendo la pratica della psicosintesi. Qui troviamo le connessioni con l’esistenzialismo di sinistra cui si ispirerà anche Basaglia collegato al gruppo inglese di Laing ed Esterson. È in questa visione della sofferenza che al paziente viene restituito il diritto di autodeterminarsi e che modifica il rapporto tra professionista e utente.

È nel tentativo di superare la contrapposizione tra aspetti soggettivi e aspetti socio-culturali, ma soprattutto di cercare una strada di accesso più efficace per affrontare la sofferenza mentale grave, il Golem della psichiatria, la psicosi, che sempre in quegli anni nasce la sistemica con la teoria ecologica della mente formulata da Gregory Bateson. È la ricerca di un una cornice epistemologica più ampia, scientificamente fondata, interdisciplinare e utile ad affrontare la complessità della mente e delle sue manifestazioni.

Entriamo negli anni ’70. In Italia si costituisce il gruppo di Mara Palazzoli Selvini e nasce il movimento di psichiatria democratica fondato da Franco Basaglia. Entrambi ci verranno a lungo invidiati e assunti come modello. Specie nel mondo tedescofono e oltre oceano, negli USA e in America Latina.

Quel momento straordinario si caratterizzava proprio per il capovolgimento di quel rapporto paternalistico, denunciato già nel codice del 1903. Si capovolge la visione del “malato mentale” come un “fuori norma”, misurabile con test o criteri classici ritenuti oggettivi a cui il DSM si riferisce ancora oggi (prima edizione 1952, seconda 1968 ultima, la 5 del 2013 ora R). Ma nella visione della scienza del comportamento materialista classica, allora come oggi, il soggetto doveva accettare la sua diversità e, affidandosi, obbedire per il suo bene.

Sono gli anni ’70 il vero punto di svolta:

nel 1971 finalmente vengono istituiti, dopo anni di discussione con una parte della classe medica psichiatrica i primi due corsi di laurea in psicologia in Italia, a Roma e Padova, all’interno della facoltà di Magistero.

Nel 1978 dopo anni di dura lotta sulla riforma sanitaria, viene congedata la legge 180, che prevede l’abolizione degli “ospedali speciali”, i manicomi.

Ci vorranno più di dieci anni perché la legge istitutiva dell’ordine degli psicologi veda la luce: la legge 56/1989 e si dovrà attendere il 1995 perché venga istituita la facoltà di psicologia.

Ed ora? Quale lo stato di autonomia, dignità e responsabilità della nostra disciplina? Quale responsabilità e tutela ci assumiamo verso i nostri pazienti/cittadini?

Ci troviamo di fronte ad un nuovo punto di svolta o a un dietrofront?

 È d’obbligo pensare a Umberto Eco e al suo Passo di gambero, del 2006. Infatti con gli anni duemila inizia una fase caratterizzata da un’enorme euforia da illusione di progresso e cambiamento epocale, che tuttavia agli osservatori più attenti mostra immediatamente il volto seduttivo dell’ambiguità. L’entusiasmo per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale come supporto al sogno transumanista viene visto da Rodotà (op. cit.) come la via che potrebbe portare ad un uso umano degli esseri umani per creare l’uomo aumentato. E dal matematico e fisico Lucio Russo come la legittimazione di una “persistente diffusione di una fede cieca nel progresso, che qualifica ipso facto come “progressivo” qualsiasi mutamento abbastanza forte da imporsi” (p.11). … “un processo che sottrae intelligenza al lavoro” (p.17) dunque sottrae competenza intelligente anche ai professionisti della salute mentale. (Lucio Russo,1998, Segmenti e bastoncini. Dove sta andando la scuola, Feltrinelli, Milano 2016).

Questa infatuazione spiega il vezzo con cui è sempre più dilagante preferire il termine neuropsicologi a quello di psicologi. Dove una parte (il neurone, il cervello) diventa più importante del tutto (la mente-corpo nel loro completo e inscindibile rapporto all’interno di un contesto umano e sociale).   

Éric Sadin, nel suo saggio del 2016(Sadin Éric, La silicolonizzazione del mondo. L’irresistibile espansione del liberismo digitale, (2016) Einaudi, Torino, 2018)analizza quella che definisce la psicopatologia della Silicon Valley.

“Si tratta di una vera e propria visione del mondo, fondata sul postulato tecnico-ideologico di una fondamentale inadeguatezza umana, destinata a essere colmata dall’intelligenza artificiale grazie a poteri sempre più vari ed estesi che le vengono affidati” (p.20)e che si caratterizza per “il disinteresse per gli effetti sociali.” (p.25).

È in questo Zeitgeist che troviamo una perversa saldatura tra biologico e sociale in cui gli psicologi sono tornati ad essere, come negli anni ’60, subalterni alle discipline mediche, testisti certificatori, pronti ad inviare a neuropsichiatri infantili e psichiatri i nuovi disabili del secondo millennio: DSA, ADHD, oppositivi-provocatori, soggetti affetti da disturbi dello spettro autistico,… Aprendo la carriera psichiatrica a ben il 25% della popolazione scolastica, considerata non curabile e solo controllabile. (M. Gandolfi, A. Negri, Disturbi specifici (della relazione) dell’apprendimento. Un approccio ecologico alla didattica, alla diagnosi precoce e all’intervento sui DSA, G. Fioriti, 2023)

In quest’ottica il consenso informato e il riconoscimento dell’utente/paziente come attore attivo degno di agire una scelta consapevole diventa un vero intralcio. Dunque è comprensibile quanto contenuto nel tentato nuovo codice deontologico degli psicologi. Attendiamo quello dei medici! In nome del mai morto paternalismo c’è chi può decidere al posto di chi chiede aiuto, decidere per il suo bene e di una fantomatica comunità etero definita.

È impossibile non cogliere come proprio il contenuto del tentato nuovo codice deontologico delinei il ritorno ad una visione esclusivamente biologica e meccanicistica dell’uomo a cui anche una certa psicologia ha scelto di aderire. (Festival della salute ottobre 2023 Marco Cavallo https://orax.me/blog/forum_art_det.asp?id=126&estrai=tutto )

Ma se si vuole sbandierare la garanzia scientifica dobbiamo rivolgerci a scienziati seri.

Così Guido Tonelli, fisico tra gli scopritori del bosone di Higgs:

 “La fisica del XX secolo archivia definitivamente ogni tentazione di realismo grossolano e di meccanicismo materialistico… (p. 173) … “L’illusine di capire il funzionamento del cervello umano usando gli stessi strumenti che ci hanno permesso di capire il funzionamento di altri nostri organi è tramontata da tempo…Il metodo scientifico non è in discussione…(ma)… balbetta, o risulta del tutto impotente, nell’affrontare i fenomeni privi di queste caratteristiche. (Come appunto la vita di)… una comunità umana di individui pensanti, liberi e interagenti fra loro non può essere trattato come un sistema fisico” (p.175). (Materia. La magnifica illusione, Feltrinelli, Milano, 2023)

Dunque non meno scienza ma più scienza, quella vera che usa il metodo come autocorrezione ed è interessata alla conoscenza e non al potere, per tutelare dignità, libertà e responsabilità sia dei cittadini sia dei professionisti che se ne occupano.

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Comunicato stampa:Riforma del TSO: adeguamento alla Costituzione e agli obblighi internazionali dell’Italia

Diritti alla Follia · 22/11/2024 · Lascia un commento

Roma, 22 novembre – Ieri mattina, presso la Corte di Cassazione, l’Associazione Radicale Diritti alla Follia ha depositato una proposta di legge di iniziativa popolare per la riforma del Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO). L’iniziativa mira ad adeguare la normativa attuale alla Costituzione italiana e agli obblighi internazionali sottoscritti dal nostro Paese, intervenendo su una pratica che, come recentemente evidenziato dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 24124, presenta gravi carenze rispetto alla tutela dei diritti fondamentali.

All’evento erano presenti i promotori della proposta, Michele Capano, presidente dell’associazione, insieme a iscritti e simpatizzanti dell’associazione, oltre a esponenti del mondo giuridico, psichiatrico e dei diritti umani.

La proposta di riforma vuole sanare le numerose violazioni rilevate nella normativa vigente, che oggi non garantisce la piena tutela dei diritti delle persone sottoposte al TSO. Questioni come l’assenza di notifiche trasparenti e tempestive, la mancata audizione della persona interessata da parte del Giudice tutelare, la scarsa attenzione al diritto di difesa tramite un avvocato e il controllo giurisdizionale spesso limitato alla mera forma sono state al centro dell’analisi condotta dall’associazione. La riforma punta a riportare il TSO nell’alveo della legalità, assicurando il rispetto dei principi costituzionali, tra cui il diritto all’informazione, al contraddittorio e a una difesa effettiva.

La proposta trae inoltre ispirazione dalle raccomandazioni del Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura (CPT), che ha richiamato l’Italia a garantire che ogni restrizione della libertà personale sia sottoposta a un controllo giurisdizionale rigoroso e sostanziale. Secondo i promotori, è urgente che il legislatore intervenga per adeguare il TSO agli articoli 2, 3, 13, 24, 32 e 111 della Costituzione, tutelando i diritti di alcune delle persone più vulnerabili nella nostra società.

L’Associazione Radicale Diritti alla Follia, impegnata dal 2017 in questa battaglia, sottolinea come questa proposta sia una risposta concreta alle istanze di chi, per anni, ha subito violazioni sistematiche dei propri diritti.

                                                                                           Roma 22 novembre 2024

Associazione Diritti alla Follia

Michele Capano, Cristina Paderi, Susanna Brunelli

Proposta di riforma della procedura di applicazione del TSO con legge attuale a fronteDownload
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Convegno Associazione  Radicale “Diritti alla Follia”: “Le Istituzioni e la tutela della dignità della persona: la storia di Marta Garofalo Spagnolo”- 22 novembre, Lecce

Diritti alla Follia · 10/11/2024 · Lascia un commento

L’Associazione “Diritti alla Follia” invita la cittadinanza e i rappresentanti dei media al convegno dal titolo “L’istituzione e la tutela della dignità della persona: la storia di Marta Garofalo Spagnolo”, che si terrà il 22 novembre a Lecce, presso lo Studio JUST in via A. Daniele.

Questo evento si propone di approfondire una vicenda dolorosa: la drammatica storia di Marta Garofalo Spagnolo, una donna che ha subito gravi restrizioni nella sua vita, tra cui l’imposizione di un’amministrazione di sostegno contro la sua volontà, oltre a ben 11 anni di detenzione psichiatrica, motivati da decisioni dell’amministratore di sostegno e dei servizi sociali territoriali.

Marta ha vissuto esperienze traumatiche, inclusi trattamenti psico-farmacologici imposti senza alcuna diagnosi, con conseguenze devastanti.
La storia di Marta è caratterizzata dalla sua lotta per riacquistare la propria libertà, sostenuta dai suoi amici, culminando in un’udienza, poi annullata, con il giudice tutelare e dalle vane e varie fughe dalle comunità terapeutiche.
Il tragico epilogo, segnato dall’assunzione fatale di psicofarmaci che lei ha sempre rifiutato, solleva interrogativi critici riguardo al sistema di amministrazione di sostegno attuale.

Il convegno rappresenta un’importante opportunità per riflettere sulle tematiche della dignità e dei diritti umani.

Non solo racconteremo la storia di Marta, ma metteremo anche in evidenza le sfide e le criticità nel campo della psichiatria. Durante l’incontro, oltre a onorare la memoria di Marta, presenteremo la Proposta di riforma della legge sull’amministrazione di sostegno, che sarà oggetto di ampio dibattito, frutto del lavoro dell’Associazione “Diritti alla Follia”.

Sarà un’occasione per esprimere solidarietà agli amici di Marta e ascoltare le loro testimonianze, grazie alla presenza di Fabio Degli Angeli e Gabriella Cassano, entrambi condannati in Corte d’Appello per averle fornito assistenza umana e legale. Parteciperanno anche esperti del settore, tra cui:

            •          Andrea Michelazzi, psichiatra di Trieste

            •          Michele Capano, avvocato e presidente “Diritti alla Follia”

            •          Maria D’Oronzo, psicologa

Questa iniziativa mira a sensibilizzare l’opinione pubblica su un tema delicato e cruciale, affermando il diritto alla dignità e alla libertà di scelta di ogni individuo.

Invitiamo quindi i rappresentanti della stampa e i cittadini interessati a unirsi a noi in questa giornata di confronto e denuncia.


Per ulteriori informazioni, si prega di contattare:
MARIA D’ORONZO (Direttivo “Diritti alla Follia”)

Email: mariaros.doronzo@gmail.com

Telefono: [39 3393040009]

Associazione Diritti alla Follia

www.dirittiallafollia.it

Locandina ProgrammaDownload

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Corte di Appello di Lecce: 1°udienza del processo contro Fabio Degli Angeli e Gabriella Cassano

Diritti alla Follia · 15/03/2024 · 2 commenti

 

Il prossimo 20 marzo, si svolgerà presso la Corte di Appello di Lecce la 1° udienza del processo contro l’avv. Cassano Gabriella, Degli Angeli Fabio, Visconti Cosimo e Filieri Cosimo, accusati di sequestro, circonvenzione, abbandono e sottrazione di Garofalo Spagnolo Marta, 27 enne all’epoca dei fatti, dal 14 al 24 gennaio 2018.

La verità che emerge da numerosi audio e video, che gli imputati hanno portato nel processo unitamente ad altri  documenti, è che Marta, rinchiusa in varie ‘Case famiglia’ all’età di 20 anni, dal 03 ottobre 2011, è sempre fuggita da queste, chiedendo incessantemente aiuto agli imputati Cassano e Degli Angeli,  i quali hanno scelto l’ascolto, rispetto  all’indifferenza  dei troppi, nei confronti delle drammatiche richieste di aiuto di Marta, vittima anch’essa dell’applicazione della tristemente famosa Legge 6/04  sull’amministrazione di sostegno.

Detti audio e video, che gli imputati hanno chiesto che venissero ascoltati e visionati in aula nel 1° grado, non sono stati vagliati né nelle udienze dibattimentali del processo di 1° grado, né nella sentenza del Giudice dott. Tanisi che non ne fa oggetto di valutazione ed esame, così come non tiene conto della piena capacità di intendere e di volere della ragazza, che è emersa dalle consulenze psichiatriche.

Infine, il 03.11.2022, a soli poco più di 31 anni, Marta, esasperata da anni di internamento, non più tollerabile, compie un gesto dimostrativo di ribellione, a cui stavolta il suo cuore non reggeva, assumendo massicce dosi di psicofarmaci; sebbene il 25.01.2018 (giorno in cui Marta veniva accompagnata dall’avv. Gabriella Cassano) avesse dichiarato a chiare lettere al Giudice tutelare sostituto di “non voler assumere psicofarmaci perché modificano il suo modo di essere”.

Ritenendo l’avvenimento di pubblico interesse, l’associazione Radicale “Diritti alla Follia“ invita la Stampa locale a  voler  intervenire, per dare conto di un caso giudiziario divenuto emblematico.

Marta era una detenuta sanitaria in quanto privata della propria libertà per oltre 10 anni.

Amministrazione di sostegno, ancora un processo ai danni di chi ha cercato di aiutare una beneficiaria

https://www.facebook.com/DirittiallaFollia/videos/161866150305800

 

 

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