Sintesi della puntata n. 251 de Il Diritto Fragile dell’Associazione Diritti alla Follia
La puntata n. 251 de Il Diritto Fragile ha affrontato uno dei temi più controversi della psichiatria contemporanea: la contenzione nei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC). Una pratica che riguarda direttamente la libertà personale delle persone ricoverate e che, nonostante la sua rilevanza, rimane spesso ai margini del dibattito pubblico.
Ne abbiamo parlato con tre sociologi dell’Università di Torino – Mario Cardano, Raffaella Ferrero Camoletto e Luigi Gariglio – autori, per quanto attiene al loro ambito, del volume La contenzione del paziente psichiatrico. Un’indagine sociologica e giuridica (Il Mulino): un’indagine diretta all’interno dei reparti psichiatrici in Piemonte.
La puntata si è concentrata sulla parte sociologica dello studio: non tanto sulle norme, ma su ciò che accade concretamente nei servizi.
Mario Cardano ha aperto l’incontro raccontando come è nata la ricerca e quale metodo è stato utilizzato. Il progetto è il risultato di un lavoro interdisciplinare che ha coinvolto sociologi, psichiatri e giuristi con l’obiettivo di osservare da vicino la realtà dei reparti psichiatrici.
I ricercatori hanno trascorso lunghi periodi all’interno degli SPDC piemontesi, con circa trenta giornate di osservazione in ciascun reparto. Hanno seguito la vita quotidiana dei servizi, analizzato cartelle cliniche e registri delle contenzioni e intervistato medici, infermieri e operatori sanitari.
Accanto a questo lavoro approfondito è stata condotta anche una ricognizione più ampia nei venticinque SPDC della regione Piemonte. Il risultato è un quadro molto concreto delle pratiche di contenzione e delle condizioni in cui queste vengono applicate.
Uno degli elementi più significativi emersi dalla ricerca è la forte variabilità tra reparti diversi. Il ricorso alla contenzione non è uniforme e cambia sensibilmente da un contesto all’altro. Questo dato, ha osservato Cardano, è già di per sé molto importante: se la pratica varia così tanto tra servizi simili, è difficile considerarla una necessità inevitabile.
Su questo aspetto si è soffermata in particolare Raffaella Ferrero Camoletto, che ha analizzato le condizioni organizzative e culturali dei reparti psichiatrici.
Gli SPDC osservati nella ricerca sono molto diversi tra loro. Cambiano l’organizzazione del lavoro, il clima interno, le modalità di confronto tra operatori e il rapporto con i servizi territoriali. In alcuni reparti esiste un forte lavoro di équipe e momenti strutturati di discussione dei casi; in altri il confronto è più limitato e il carico di lavoro più pesante.
Queste differenze hanno effetti diretti sulla gestione della crisi. Quando i reparti sono caratterizzati da carenza di personale, elevata pressione lavorativa o scarsa integrazione con il territorio, diventa più difficile affrontare le situazioni problematiche attraverso strategie relazionali e terapeutiche e aumenta la probabilità di ricorrere a strumenti coercitivi.
Ferrero Camoletto ha richiamato anche un elemento spesso poco considerato: il tempo della vita quotidiana nei reparti. In molti SPDC, soprattutto nelle ore pomeridiane, il tempo è segnato da una certa inattività e dalla mancanza di attività terapeutiche o relazionali. Questo vuoto può generare tensioni e conflitti che contribuiscono indirettamente ad aumentare il ricorso alla contenzione.
In questa prospettiva, la contenzione non appare soltanto come una risposta a situazioni cliniche estreme, ma anche come il risultato di specifiche condizioni organizzative e istituzionali.
Nel corso della discussione Mario Cardano è tornato sul tema per approfondire i meccanismi che portano concretamente alla decisione di contenere un paziente.
La ricerca mostra che spesso la contenzione non è semplicemente una risposta immediata a un comportamento violento, ma si inserisce in un processo più complesso di escalation. In questo processo giocano un ruolo importante le rappresentazioni che gli operatori costruiscono dei pazienti.
La conoscenza pregressa della persona, la sua reputazione all’interno del reparto e le aspettative legate alla sua storia possono influenzare le decisioni degli operatori. In alcuni casi emerge anche la logica della contenzione preventiva: una misura applicata non tanto per un comportamento già pericoloso, quanto per il timore che possa diventarlo.
Questo mostra come la contenzione sia spesso legata non solo a ciò che accade in quel momento, ma anche alle interpretazioni attraverso cui viene letta la sofferenza psichica.
A completare il quadro è intervenuto Luigi Gariglio, che ha affrontato una dimensione particolarmente delicata emersa dalla ricerca: la possibile funzione disciplinare della contenzione.
Dall’osservazione sul campo emerge che, in alcuni contesti, la contenzione può assumere anche il ruolo di strumento di regolazione dei comportamenti e di mantenimento dell’ordine nel reparto. Talvolta non è necessario applicarla concretamente: la semplice possibilità della contenzione può funzionare come una forma di deterrenza.
Questo aspetto richiama le analisi sociologiche sulle istituzioni nelle quali esistono forti asimmetrie di potere tra operatori e utenti. In queste situazioni la gestione della crisi può scivolare dal piano terapeutico a quello disciplinare.
Allo stesso tempo, la ricerca mostra anche che esistono operatori e reparti che cercano attivamente alternative alla coercizione. Questo dimostra che il ricorso alla contenzione non è inevitabile e che esistono margini concreti per ridurne drasticamente l’utilizzo.
Durante la puntata sono stati raccontati alcuni episodi emersi dalla ricerca sul campo, che permettono di comprendere in modo concreto come queste dinamiche prendano forma nella pratica quotidiana.
Uno dei casi citati riguarda Andrei, un paziente arrivato in pronto soccorso in stato di forte agitazione. Non parlava italiano e la comunicazione con il personale sanitario risultava difficile. Dopo una valutazione molto rapida venne sedato e trasferito in reparto già contenuto alla barella.
Il caso di Andrei mostra come l’incertezza – linguistica, relazionale e biografica – possa contribuire ad aumentare la percezione di pericolosità della persona ricoverata, favorendo il ricorso immediato alla contenzione.
Molto diverso è invece il caso di Carlo, un paziente conosciuto dai servizi e considerato problematico. Proprio la sua “cattiva reputazione” all’interno del reparto contribuì a orientare le decisioni degli operatori. Nonostante al momento del ricovero il suo comportamento fosse relativamente tranquillo, venne contenuto in via preventiva, sulla base dell’aspettativa che potesse diventare aggressivo.
Questo episodio mostra come la contenzione possa essere influenzata anche dalla storia relazionale del pazientee dalla reputazione costruita nel tempo all’interno del servizio.
Un altro caso discusso nella ricerca è quello di Filippo, che mette in luce un possibile uso disciplinare della contenzione. In questo episodio la misura coercitiva non appare legata a un pericolo immediato, ma alla necessità di ristabilire l’ordine nel reparto dopo un comportamento considerato inaccettabile dagli operatori.
La contenzione, in questo caso, assume una funzione che ricorda quella di una sanzione: uno strumento per riaffermare le regole del reparto e il potere dell’istituzione.
Un altro aspetto importante emerso dalla ricerca riguarda il processo che gli autori definiscono normalizzazione della contenzione.
Nel lavoro etnografico nei reparti, spiegano i ricercatori, la contenzione tende a essere progressivamente incorporata nella routine quotidiana del servizio. Non appare necessariamente come un evento straordinario o problematico, ma come una delle pratiche possibili nella gestione delle situazioni di crisi.
Questo processo di normalizzazione è accompagnato da ciò che nel libro viene descritto come una forma di “innocenza morale” degli operatori.
Gli operatori sanitari che ricorrono alla contenzione non si percepiscono infatti come soggetti che compiono un atto violento o problematico. Al contrario, nelle interviste raccolte durante la ricerca emerge spesso la convinzione di agire nell’interesse del paziente o per garantire la sicurezza del reparto.
Questa dinamica non va interpretata come una semplice giustificazione individuale, ma come il prodotto di un contesto istituzionale in cui la contenzione diventa una pratica culturalmente legittimata e professionalmente accettata.
Nella parte conclusiva della puntata Michele Capano, presidente dell’associazione Diritti alla Follia, ha rilanciato il confronto con alcune domande rivolte ai ricercatori.
Tra i punti sollevati, Capano ha chiesto chiarimenti sulla metodologia della ricerca e in particolare sul fatto che l’indagine abbia coinvolto principalmente operatori sanitari e l’osservazione dei reparti. La domanda posta ai relatori riguardava proprio questo aspetto: se, accanto alle interviste con il personale e all’osservazione etnografica delle pratiche, fossero stati raccolti anche punti di vista diretti dei pazienti, e in che modo le persone ricoverate avessero potuto far emergere la propria esperienza della contenzione.
Il tema apre una questione cruciale per la ricerca sui servizi psichiatrici: la difficoltà di far entrare pienamente nello spazio pubblico la voce di chi vive direttamente queste pratiche.
La riflessione proseguirà nella prossima puntata de Il Diritto Fragile del 18 marzo, che sarà dedicata alla dimensione giuridica della ricerca insieme alle giuriste Alessandra Algostino e Marta Caredda, per approfondire i limiti costituzionali della contenzione e la sua compatibilità con i diritti fondamentali.
La puntata integrale è presente ai seguenti link
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Mi occupo da tanti, troppi, anni di salute mentale, prima come operatore e dopo come volontario di un’associazione e da sempre sento discutere di contenzione meccanica. Sono veramente stufo e nauseato. Penso sia ora di smettere di ragionarci sopra. Contenere, privare le persone della libertà è vietato e ce lo vieta solennemente ĺa nostra Costituzione. Tutto il resto sono chiacchiere.
Se in un servizio si contiene, il responsabile di questa cattiva pratica è sempre il responsabile di quel servizio (punto).
Se un paziente è effettivamente socialmente pericoloso, non può essere ospitato in una struttura sanitaria e diventa di competenza delle forze dell’ordine.
LA CONTENZIONE NON È DI COMPETENZA SANITARIA.