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Diritti alla follia

Associazione impegnata sul fronte della tutela e della promozione dei diritti fondamentali delle persone in ambito psichiatrico e giuridico.

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Articoli

Mio padre non è morto di demenza: l’hanno ucciso contenzioni, sedativi e indifferenza.

Diritti alla Follia · 04/12/2025 · 1 commento

Secondo l’Istituto Superiore della Sanità, attualmente in Italia, ci sono circa 1,2 milioni di persone con demenza nella fascia uguale o superiore ai 65 anni. La maggior parte di esse, prima o poi, subiranno contenzioni meccaniche e farmacologiche. Sottoporre anziani e altri soggetti vulnerabili a pratiche deumanizzanti e degradanti non è e non potrà mai essere un atto di cura, ma una violazione dei diritti umani e della dignità.

Erano poco dopo le tre di mattina quando mi sono svegliata in preda all’angoscia, quell’angoscia viscerale che ti assale nel cuore della notte, mentre la mente, incontrollata, vaga in posti che di giorno non ha il coraggio di esplorare.

Devo partire di nuovo. Papà ha bisogno di me è stato il primo pensiero appena ho aperto gli occhi. Ero da poco rientrata dall’Italia per visitarlo, ma mi ripromisi di comunicare le mie intenzioni al mio compagno e a mia figlia non appena fosse suonata la sveglia.

Quando la tua vita è a migliaia di chilometri da un genitore con demenza, inizi a vivere a metà, con il fiato sospeso, dilaniata tra i sensi di colpa verso i tuoi figli, il tuo compagno, il tuo lavoro perché il tuo pensiero è rivolto verso il familiare malato, e quelli verso quest’ultimo, perché il tuo corpo è con loro. La distanza amplifica ogni ansia e preoccupazione.

D’istinto prendo in mano il cellulare per controllare se la badante mi avesse cercato, un rito che si ripeteva diverse volte al giorno da mesi a questa parte.

Tra le chiamate perse, un nome spiccava come una dolce melodia: Papà. No, non era possibile: se quella fosse stata la mia ultima occasione di sentire la sua voce, non me lo sarei mai perdonato.

Ma la realtà è che quando avevo ricevuto quell’ultima chiamata dal suo numero, era deceduto già da diverse ore. Erano stati i carabinieri a contattare i nomi dei familiari salvati sul suo telefono per avvisarli.

Arresto cardiaco con emorragia interna era stata la causa ufficiale. Che cosa lo aveva portato a quella misera fine però lo sapevamo tutti, medici compresi.

Tutto era iniziato a giugno 2024, quando aveva avuto la prima diagnosi di declino cognitivo lieve. Da allora i vuoti di memoria a breve termine erano andati gradualmente peggiorando, così come la sensibilità agli ambienti caotici e ai rumori forti, il ripetere le stesse frasi più volte, l’apatia, l’ansia e l’agitazione.

Ma nonostante i momenti di disorientamento e confusione, era ancora lui. Lo era negli abbracci forti e avvolgenti che mi dava ogni volta che ci vedevamo, nel modo in cui si commuoveva quando leggeva un biglietto affettuoso da mia figlia, nelle sue battute spontanee di cui rideva di cuore per primo.

Ma anche nella paura per quello che stava succedendo, di cui non era del tutto consapevole, anche se avvertiva che qualcosa stava cambiando dentro di lui.

Il terrore di un mondo che disorienta

Deve essere davvero terrificante per una persona sapere che c’è qualcosa che non va e non poter capire cosa perché le sue capacità cognitive stanno pian piano venendo meno.

Quelle stesse capacità cognitive su cui aveva fatto affidamento tutta la vita per scrivere libri, dare lezioni e conferenze in giro per il mondo e interrogarsi su tematiche universali.

Poi di colpo…il vuoto. Tabula rasa.

Cercavo nel mio piccolo di rassicurarlo, di fargli sentire la mia vicinanza attraverso le nostre videochiamate quotidiane, di ricordargli quanto lo amavo e che ci saremmo visti a breve.

Finalmente quel giorno arrivò e un pomeriggio di inizio luglio, accompagnato da mia sorella, ci riabbracciammo in aeroporto. Fu uno degli abbracci più belli della mia vita. Era lì di fronte a me, forte come nei miei ricordi di infanzia, ma al tempo stesso fragile come un bambino che ha bisogno di tanto amore e protezione.

Ed ero felice perché, almeno per i successivi due mesi, mi sarei dedicata anima e corpo a darglieli. Finalmente avrei potuto proteggerlo.

Ero riuscita ad assumere qualcuno che mi aiutasse con la mia attività, mia figlia aveva rinunciato a partire per le vacanze col padre come ogni estate per star vicino al nonno e il mio compagno era pronto a scarrozzarci dovunque fosse stato necessario non appena uscito dal lavoro. Avevo tutto sotto controllo: avevo fatto una lista delle attività da fare, dei posti dove mangiare, scartando quelli troppo grandi e rumorosi, avevo pensato ai pasti che gli avrei preparato, seguendo le indicazioni dei libri che avevo letto sulla demenza.

Con mia figlia e il mio compagno, avevamo anche adattato la casa per renderla a prova di anziano con declino cognitivo: etichettato ogni stanza affinché non si perdesse, comprato quelle lucine con i sensori per evitare che inciampasse durante il wandering notturno, e un gioco di memoria che usavamo la sera dopo cena per incoraggiarlo a raccontarci della sua giovinezza.

Le associazioni per la demenza con cui ero in contatto mi avevano avvertito che, i primi giorni, il cambio di paese avrebbe aumentato la confusione, e così era stato.

“Ma vedrai che con le tue cure premurose, pian piano si rasserenerà,” mi aveva incoraggiato l’operatrice al telefono.

E fu così che, armata della pazienza e speranza che solo l’amore ti infondono, iniziammo questa avventura, tra momenti di serenità, fugaci ma intensi, e momenti di crisi che cercavamo di gestire come meglio potevamo, curandoli con le tecniche di de-escalation che avevo appreso dall’inizio della prima diagnosi: distrarre, assecondare, non contraddire, rassicurare, condite con lunghe passeggiate nella natura, sorrisi e innumerevoli abbracci.

E con mio immenso piacere, le cose stavano pian piano funzionando. Dopo pochi giorni, iniziò a dormire bene, senza ricorrere a particolari medicine tranne quelle di routine, come le pasticche per l’ipertensione, che prendevano gli over 80 come lui.

I giorni scorrevano tra visite a musei, gallerie, esibizioni, pause caffè in locali dalle luci soffuse e dall’atmosfera rilassante, biblioteche, e parchi naturali.

Vedevo mio padre nuovamente felice, nonostante i disturbi di quel declino cognitivo, che ormai era avanzato a vera e propria demenza vascolare, fossero comunque presenti.

Come è normale che sia, altrimenti non si tratterebbe di una malattia neurodegenerativa.

Lo disorientava essere lontano dalle sue abitudini, dalla familiarità della sua casa. Continuava a ripetere che voleva tornare lì, tra le sue cose, tra gli odori e i sapori a cui era abituato. Cosicché, dopo essermi consultata con il mio medico e un’associazione per la demenza che era stata di grande supporto emotivo nei mesi precedenti, lo riaccompagnammo in Italia dopo sei settimane di soggiorno, seppur tra sentimenti e pensieri contrastanti.

In taxi fremeva: non vedeva l’ora di arrivare, come un bambino vuole tornare dalla mamma dopo una gita con la scuola.

Annientare anziché aiutare

Il ritorno al nido familiare però non fu quello che lui immaginava, né quello che nessuno di noi avrebbe mai immaginato.

Non sapeva infatti, che il giorno del suo ottantatreesimo compleanno, che festeggiammo insieme solo quattro mesi fa, sarebbe stato l’ultimo giorno in cui si sarebbe sentito davvero libero.

Poco dopo averlo salutato, a seguito di una chiamata al pronto soccorso da parte di mia madre, anche lei anziana, in cui segnalava dei suoi comportamenti aggressivi, il medico decise di ricoverarlo in un reparto di geriatria per “aggiustare la terapia” per la demenza, almeno questa fu l’espressione usata dalle dottoresse con cui parlai al telefono nei giorni successivi.

Quando appresi del suo ricovero ero sotto shock: da un lato mi misi a piangere disperata, dall’altra provai un vago sollievo.

“Vedrai che ora gli daranno le cure che gli servono,” mi disse la nuova badante che avrebbe dovuto iniziare a lavorare a casa dei miei genitori quel giorno stesso.

“È nel posto giusto, dove lo possono aiutare,” mi rassicurò mio zio.

E per un attimo, ci credetti anche io, cercando di convincermi che era arrivato il momento di intervenire con una terapia specifica.

Ma quell’illusione durò poco.

Il modo cinico e ostile con cui una delle dottoresse che aveva in “cura” mio padre (faccio fatica ad usare questo termine perché per me prendersi cura di una persona è tutt’altra cosa) descriveva lui e i suoi sintomi, non mi aveva affatto tranquillizzato.

Non riuscivo a comprendere come si potesse criminalizzare e vittimizzare un anziano vulnerabile con demenza che era stato di colpo catapultato da un paese straniero, a un aereo, a un ricovero ospedaliero a cui si era comprensibilmente opposto, e che lo aveva visto trascinato via con la forza dalla sua casa e da tutto ciò che gli era familiare per essere cateterizzato (nonostante non soffrisse nè di incontinenza nè di ritenzione urinaria), legato e sedato contro la sua volontà.

Perché continuava a ripetere che dovevano sottoporlo a dosi “massicce” di antipsicotici, descrivendolo come un animale fuori controllo che andava semplicemente soppresso, e non come una persona bisognosa di aiuto che andava ascoltata e rassicurata? Non c’era un filo di empatia nelle sue parole e nemmeno nel suo tono di voce giudicante e sospettoso.

Per questo, quando mia zia, che era andata a trovarlo in reparto dopo il primo giorno di ricovero, mi chiamò in lacrime dicendo che quello che aveva visto e sentito l’aveva traumatizzata a vita, non restai del tutto sorpresa, ma il suo racconto superò ogni immaginazione.

Lo trovò legato per polsi e caviglie, il corpo ricoperto di ematomi, pesantemente sedato.

Neppure la voce era più la stessa e aveva sviluppato quel delirio tipico dei malati di demenza negli ambienti ospedalieri.

“Che crimine ho commesso per avermi legato così? Perché mi hanno rapito?” continuava a ripetere.

E l’avrebbe ripetuto per gran parte del suo “soggiorno” in ospedale.

Come spiegare a un uomo con demenza che il posto in cui si trova non è il lager che sembra ma un ospedale pubblico, dove in teoria dovrebbero prendersi cura di lui?

Mi volevo precipitare da lui la sera stessa, ma non potevo essere impulsiva. Dovevo prima capire come muovermi per tirarlo fuori di lì.

Non avendo vissuto in Italia da oltre vent’anni, contattai un mio amico avvocato per chiedere indicazioni.

Non feci neanche in tempo a riflettere, perché poco dopo, in una delle mie chiamate quotidiane in reparto per avere aggiornamenti, mi dissero che aveva sviluppato una polmonite settica e, senza neanche farmelo ripetere due volte, mi tuffai sul primo aereo disponibile con la mia famiglia al seguito.

Da quel momento, iniziò un calvario senza fine.

Era impossibile riconoscerlo: da un uomo di almeno 80 chili, ne aveva persi una quindicina in pochi giorni, assieme alla sua massa muscolare. Aveva enormi lividi in tutto il corpo e, proprio come ci aveva detto mia zia, lo trovammo nuovamente “contenuto” per i polsi e le caviglie, con fasce così strette che ne impedivano la circolazione.

Contenuto: un termine forse preferito al più esplicito “legato” perché dà un’aurea di ipocrita rispettabilità a una pratica disumana ma socialmente accettata.

Un disturbo mentale o cognitivo che sia non va “contenuto” né soppresso, ma al contrario va accolto ed ascoltato.

Provai a chiedere spiegazioni. A diventare la voce di un uomo che non era più nelle condizioni di difendere i propri diritti da solo, ma capii fin da subito che le mie domande erano considerate scomode e inopportune.

Sembrava che l’unica cosa che importasse era che, formalmente e legalmente, avevano seguito le procedure interne, in quanto, a detta loro, mia madre aveva già dato tutti gli assensi necessari. Un consenso coatto, in cui non vengono date alternative concrete a un familiare, per di più anziano, tranne quella di monitorare un paziente 24 ore su 24 al posto del personale medico, è un vero consenso? O un ricatto emotivo?

Avrei dovuto accettare e osservare in silenzio mio padre mentre si trasformava in una larva giorno dopo giorno, il suo corpo devastato da trattamenti che non servivano a curarlo, ma solo ad annientare quello che era rimasto delle sue capacità cognitive, della sua forza di volontà, della sua identità?

Ricordo che un tardo pomeriggio, mentre gli stavamo dando la cena e chiacchierando del più e del meno (una delle rare volte in cui non lo trovammo del tutto sedato), arrivò una dottoressa che ci osservò e, con aria quasi incredula ma soddisfatta, disse: “Con voi è tranquillo.”

Continuai a dargli da mangiare senza degnarla di uno sguardo.

Cosa avrei dovuto rispondere?

Che il motivo era che NOI lo trattavamo da essere umano?

Che la cura è un sorriso, una carezza, una voce rassicurante?

Che legare, sedare e immobilizzare a un letto un anziano che soffre di comportamenti tipici della demenza vascolare quali ansia e agitazione, è condannarlo a una morte certa?

È annientarlo psicologicamente, fisicamente e cognitivamente?

Quale era la sua colpa?

Voler alzarsi per andare in bagno?

Nelle persone con demenza, l’agitazione nasce da bisogni fisici o emotivi disattesi: la fame, la sete, le infezioni urinarie, la paura di volti e situazioni che non si conoscono, il desiderio di contatto fisico…

Perché’ punirli, umiliarli e colpevolizzarli per questo?

Finalmente, completata la cura antibiotica per la sepsi, riuscii a portarlo fuori dall’ospedale dopo 17 giorni di ricovero, nonostante proprio la mattina in cui avrebbero dovuto dimetterlo, per uno strano paradosso dato che lo avevano immobilizzato per l’intero soggiorno, lo lasciarono solo senza alcuna supervisione e scivolò ferendosi il sopracciglio.

“Mi dispiace,” fu tutto ciò che la dottoressa mi rispose mentre la guardavo incredula.

I danni delle contenzioni

Da quel momento in poi, non tornò mai più quello di prima.

Scompenso cardiaco, insufficienza renale e respiratoria, squilibrio elettrolitico…sono solo alcuni dei danni cronici e irreversibili che il periodo in ospedale gli aveva regalato.

A ciò si aggiungeva un corpo indebolito che non era più in grado di stare in piedi e continue infezioni per via del catetere che gli avevano lasciato e che, ormai,era impossibile togliere avendo sviluppato ritenzione urinaria.

Le cose non andarono meglio nella casa di riposo privata che lo avrebbe ospitato per quello che doveva essere un periodo di “riabilitazione” mentre preparavamo l’assistenza domiciliare h24, con la speranza di riportarlo a casa al più presto: per ben due volte, lo trovammo contenuto su una carrozzina a rotelle, che era a sua volta legata a un camino ricoperto di ceneri, per impedirgli di muoversi. Un paradosso crudele e sadico per un uomo anziano, con demenza vascolare e insufficienza respiratoria.

Dopo poco più di un mese dal primo ricovero, finì di nuovo in ospedale a causa di attacchi ischemici transitori a cui seguirono shock settico e un altro corso potente di antibiotici per endovena, anche stavolta legato a un letto, nonostante io e mia sorella ci fossimo opposte, dicendo che la badante si era resa disponibile a stargli vicino quando noi non c’eravamo.

No, non era possibile, soprattutto in un reparto di medicina critica che aveva degli orari di visita brevissimi e rigidissimi. Erano le regole.

“Come mi hai trovato? Come hai saputo del rapimento?” mi disse mio padre quando mi presentai davanti a lui a metà ottobre, il giorno del mio compleanno. “Ma allora il mondo magico esiste per davvero?”

Era di nuovo delirante, come non lo era mai stato prima del ricovero, seppur felicissimo di vedermi.

Cercai di rassicurarlo. Gli spiegai che si trovava in ospedale, di nuovo, ma che la terapia antibiotica stava funzionando e che a breve sarebbe tornato a casa.

Le mie parole lo rasserenarono.

“Quando ci rivediamo allora?” mi chiese.

“Quando ti dimettono e torni a casa.” Abbracciai il suo corpo esile, di cui potevo contare le vertebre. E pensai a corpi simili al suo che avevo visto nei libri di storia e più di recente, in mondovisione.

Fu il nostro ultimo abbraccio.

Lo dimisero in dimissione “protetta” cinque giorni dopo, due prima del previsto, dicendo che aveva risposto bene alla terapia antibiotica e che avrebbe potuto finirla a casa.

Niente di più lontano dalla realtà: soffrì un’emorragia interna e smise prima di mangiare e poi di bere, fino a quando il suo cuore cedette per sempre tra indicibili sofferenze a una settimana dalle dimissioni.

Un approccio sistemico, non un caso isolato

Quello che è successo a mio padre non è un caso isolato, ma fa parte di un sistema, per mano di cui perdono la vita, la dignità e i diritti umani innumerevoli vite.

Sarebbe bello avere delle statistiche ufficiali al riguardo, ma non si ammetterà mai che quelle morti sono conseguenza diretta dell’uso delle contenzioni e che, senza di esse, si sarebbero potute evitare. In fondo, parliamo di anziani con una malattia progressiva neurodegenerativa.

È facile dimostrare che sarebbero morti comunque. Ed è proprio su questa “irrecuperabilità” della malattia che fanno leva. Se tanto morirà comunque prima o poi, perché investire risorse a preoccuparsi del come?

Forse perché l’Italia è firmataria della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), che esplicitamente proibisce “pene o trattamenti inumani o degradanti” (Articolo 3) e sottolinea come nessuno possa essere privato della libertà, se non in casi specifici e nei modi previsti dalla legge (Articolo 5)?

Finora, in Italia, a differenza di altri paesi, non esiste un framework legislativo che regola espressamente l’uso delle contenzioni.

Un timido e tardivo tentativo di superarne l’uso è stato fatto di recente, a seguito di una condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Causa Lavorgna contro Italia) tramite le Linee di indirizzo per il superamento della contenzione meccanica nei luoghi di cura della salute mentale, approvate il 23 ottobre scorso, che tuttavia si concentrano solo sul loro uso in ambiti psichiatrici, con non poche lacune e contraddizioni, limitandosi a dire che: “L’auspicio è che le indicazioni proposte possano costituire uno strumento utile per lo sviluppo di strategie di prevenzione e contrasto della contenzione meccanica in tutti i contesti assistenziali, con l’obiettivo di promuoverne il progressivo superamento.”

Nonostante, la raccomandazione n.13 del 2011 del Ministero della Salute (punto 5.3.5) dichiari che: “In letteratura non vi è alcuna evidenza scientifica che l’uso della contenzione fisica o farmacologica protegga i pazienti dalle cadute. I mezzi di contenzione meccanica possono provocare, invece, effetti indesiderati psicologici nonché fisici diretti ed indiretti.”

E ancora: “La contenzione non deve essere utilizzata come alternativa all’osservazione diretta, alla presenza di personale preparato e in numero adeguato alle esigenze assistenziali,” la realtà è che gli anziani con declino cognitivo e altri soggetti vulnerabili vengono “contenuti” abitualmente proprio per sopperire alla mancanza di personale.

Ma giustificarne l’uso dietro una scarsità di risorse umane è una forma di

strumentalizzazione, perché numerosi studi hanno dimostrato che non c’è una correlazione diretta tra numero di sanitari e frequenza dell’uso delle contenzioni, ma che piuttosto l’abuso si fonda su una cultura che dà priorità alla (falsa) sicurezza rispetto alla dignità della persona.

Persino le ultime linee guida si limitano a invitare ad applicare le raccomandazioni anche nel caso di pazienti con demenza, ma non ne impongono l’applicazione.

Una OSS con cui ho parlato del tema ha definito le contenzioni “indispensabili”, ritenendo che i malati di demenza dovessero ritenersi fortunati in quanto, grazie alla Legge Basaglia, non si usano più le camicie di forza.

Un protocollo che per prevenire la morte, la causa, non potrà mai essere indispensabile.

È necessario non solo un cambio culturale radicale basato su un modello di cura aperto all’ascolto attivo, incentrato sulla persona e i suoi diritti e formato sul trauma.

Ma soprattutto una legge nazionale che renda illegale questa forma di abuso verso dei soggetti fragili e vulnerabili.

Fino a quando non accadrà, continueremo a vedere i nostri genitori, zii e nonni morire senza la dignità e il rispetto che meritano dopo una vita di duro e onesto lavoro per la società, la famiglia e lo stato.

Di V.C.

 

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L’Associazione “Diritti alla Follia” consegna al Governo la proposta di decreto legislativo per la riforma dell’Amministrazione di Sostegno

Diritti alla Follia · 27/11/2025 · 3 commenti

L’Associazione Diritti alla Follia ha oggi trasmesso ufficialmente alla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Struttura di missione per la semplificazione normativa la propria proposta di decreto legislativo attuativo dell’art. 17 della Legge 10 novembre 2025, n. 167, la cosiddetta “Legge di Semplificazione”.

Questa legge conferisce al Governo una delega precisa: riformare l’intero sistema delle misure di protezione giuridica, superando i meccanismi sostitutivi (interdizione, inabilitazione, amministrazione di sostegno usata in modo sostitutivo) e garantendo finalmente alle persone con disabilità il pieno rispetto della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (CRPD), in vigore in Italia dal 2009.

La proposta dell’Associazione è un testo completo di decreto legislativo: articoli, commi, norme di coordinamento e disposizione transitorie, interamente riscritti per adeguare gli articoli 404–413 del codice civile ai principi internazionali di:

  • autodeterminazione
  • pari riconoscimento davanti alla legge (art. 12 CRPD)
  • supporto al processo decisionale
  • limitazione rigorosa dei poteri sostitutivi
  • garanzie procedurali effettive per la persona interessata

Insieme al testo normativo, abbiamo trasmesso una corposa relazione illustrativa, che documenta in modo puntuale vent’anni di criticità, abusi, violazioni di diritti fondamentali e prassi distorsive nell’attuale applicazione dell’amministrazione di sostegno.

Il nostro lavoro è il frutto di dieci anni di:

  • testimonianze dirette da parte di familiari e persone sottoposte ad ADS
  • analisi dei decreti dei Giudici Tutelari
  • studio sistematico delle raccomandazioni del Comitato ONU (2016)
  • osservazione delle gravi conseguenze dell’assenza di un reale supporto decisionale nella vita delle persone con disabilità psicosociali

Troppo spesso, l’amministrazione di sostegno — nata come misura ‘leggera’ — si è trasformata, nella prassi quotidiana, in una forma impropria di interdizione, con poteri “ampi”, “pienissimi” e di fatto sostitutivi della volontà del beneficiario.
In molti casi ciò ha comportato:

  • limitazioni indebite alla libertà personale, affettiva e familiare
  • decisioni sanitarie prese senza ascolto né consenso reale
  • impoverimento dei rapporti sociali
  • isolamento
  • abusi patrimoniali e relazionali;
  • esclusione dal processo decisionale sulla propria vita

È tempo che l’Italia si adegui ai suoi obblighi internazionali e costituzionali.

Il decreto attuativo proposto dall’Associazione introduce:

  • l’obbligo di difesa tecnica per la persona, sin dall’inizio del procedimento
  • il diritto inderogabile all’ascolto del beneficiario, anche via strumenti telematici
  • una nuova procedura trasparente e garantita
  • il divieto di poteri sostitutivi, salvo situazioni eccezionalissime e rigorosamente motivate
  • la tutela della bigenitorialità e dei rapporti familiari
  • la limitazione degli incarichi degli ADS per evitare la “professionalizzazione” selvaggia
  • il riconoscimento penale degli abusi
  • la trasformazione di interdizioni e inabilitazioni in misure di supporto non sostitutivo
  • un sistema fondato sulla volontà della persona, non sulla discrezionalità degli uffici.

Si tratta della riforma più ampia, organica e coerente con la CRPD mai proposta in Italia.

La delega prevista dall’art. 17 della Legge 167/2025 apre una possibilità storica:
per la prima volta in vent’anni, l’Italia può riformare davvero il sistema di protezione giuridica, mettendo al centro la persona, i suoi diritti e la sua autonomia.

Il Governo ha ora nelle sue mani la responsabilità di avviare i decreti legislativi.
Noi abbiamo scelto di contribuire con un testo pronto all’uso, completo e immediatamente adottabile.

L’Associazione Diritti alla Follia seguirà da vicino ogni passaggio dell’esercizio della delega, mettendosi a disposizione del Governo, delle Commissioni parlamentari, dei tecnici e dei cittadini per:

  • audizioni,
  • approfondimenti,
  • ulteriori proposte,
  • analisi degli impatti

 Associazione ‘Diritti alla Follia’                         Roma 27 novembre 2025

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LETTERA APERTA: C’era una volta una famiglia nel bosco…Sulla vicenda di Palmoli e sul dovere istituzionale di tutelare anche le scelte non conformi

Diritti alla Follia · 21/11/2025 · 2 commenti

Si trasmette in allegato la documentazione ufficiale relativa alla vicenda della famiglia di Palmoli, predisposta dall’Associazione Diritti alla Follia. Si chiede cortese presa in carico e riscontro istituzionale.

In allegato si inviano la lettera aperta, l’articolo e il comunicato stampa dell’Associazione Diritti alla Follia

LETTERA APERTA

C’era una volta una famiglia nel bosco…
Sulla vicenda di Palmoli e sul dovere istituzionale di tutelare anche le scelte non conformi

Alla cortese attenzione di:
– Ministro dell’Istruzione e del Merito
– Ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità
– Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza
– Garante regionale per l’Infanzia e l’Adolescenza
– Presidente del Consiglio
– Conferenza delle Regioni
– Conferenza Nazionale Minori
– Ordine degli Assistenti Sociali
– Commissioni parlamentari competenti

Oggetto: tutela dei diritti dei minori, rispetto delle libertà familiari e necessità di piena trasparenza nella vicenda della famiglia di Palmoli

Gentili Autorità,
l’associazione Diritti alla Follia segue da tempo, con crescente preoccupazione, la vicenda della famiglia che vive nei boschi di Palmoli, in Abruzzo. Ci rivolgiamo alle Istituzioni per esprimere un allarme che non riguarda solo un caso individuale, ma l’intero equilibrio tra libertà, prevenzione e controllo istituzionale nel nostro Paese.

In Italia si parla molto di prevenzione: prevenire lo stress, le condizioni ambientali tossiche, l’ipercompetizione scolastica, la sofferenza psichica che nasce da ritmi di vita sempre più frenetici.
Esiste però un paradosso: quando la prevenzione viene esercitata dalle famiglie in forme autonome,

Come ricordato dalla stampa nazionale – tra cui Il Centro (1 novembre) e L’Indipendente (5 novembre) – Nathan e Catherine avevano compiuto una scelta educativa e di vita meditata:

  • vivere lontano dallo stress urbano
  • crescere i loro tre figli a contatto diretto con la natura
  • praticare istruzione parentale e percorsi non standardizzati
  • proteggere l’infanzia da modelli percepiti come iperconsumistici e accelerati

Una scelta fondata su argomenti pedagogici, ecologici, filosofici.

Tuttavia questa scelta è stata oggetto di segnalazione, indagine e sospetto, fino all’ipotesi di sospensione della responsabilità genitoriale.

Il 20 novembre 2025, secondo quanto riportato da numerose testate, il Tribunale per i Minorenni dell’Aquila ha disposto l’allontanamento immediato dei tre minori e la sospensione in via esecutiva della responsabilità genitoriale, nominando un tutore provvisorio.

Nonostante:
– una copertura mediatica imponente
– il coinvolgimento dei garanti nazionale e regionale
– una petizione con oltre 31.000 firme
– la testimonianza di giornalisti che hanno condiviso la quotidianità della famiglia
– la presenza costante dell’avvocato difensore

i bambini sono stati prelevati e collocati in una comunità educativa “per un periodo di osservazione”.

Ci chiediamo: osservazione di cosa? Della loro conformità a uno standard? Della loro capacità di adattarsi a un contesto che non appartiene alla loro esperienza?

In una democrazia, la diversità delle scelte esistenziali dovrebbe essere tutelata, non punita.
È legittimo discutere della sicurezza di una casa priva di elettricità o gas; è doveroso verificare la presenza di adeguati strumenti educativi.
Ma è altrettanto doveroso riconoscere che la sola divergenza dal modello dominante non può essere considerata un rischio in sé.

Nel valutare la “tutela” dei minori, nessun atto pubblico sembra interrogarsi su aspetti fondamentali del loro benessere reale, corporeo e quotidiano:

– Quale sarà l’impatto su organismi cresciuti con cibo naturale e autoprodotto, ora esposti a conservanti, pesticidi, farine raffinate?
– Come reagiranno sistemi immunitari abituati all’aria di bosco al contatto con ambienti chiusi e affollati?
– Che effetti avranno nuovi ritmi sonno–veglia imposti da regolamenti rigidi, lontani dai cicli naturali?
– Perché l’assenza di plastica nella loro quotidianità viene letta come carenza, mentre l’esposizione improvvisa a materiali sintetici non viene problematizzata?

Queste domande rientrano pienamente nel concetto di prevenzione che le istituzioni dichiarano di voler promuovere.

Mentre questa famiglia viene considerata a rischio perché troppo “diversa”, un altro caso – quello di Paolo Mendico, 14 anni, morto suicida dopo ripetuti episodi di bullismo denunciati senza esito – mostra come il sistema ordinario non sempre riesca a prevenire la sofferenza.

Una famiglia fuori norma viene trattata come potenzialmente pericolosa.
Una famiglia dentro la norma non viene protetta in tempo da una violenza documentata.

È legittimo chiedersi dove si annidi davvero il rischio.

Alla luce di quanto esposto, Diritti alla Follia chiede formalmente:

  1. La revisione urgente del provvedimento di allontanamento, con valutazione specifica dell’impatto della misura sul benessere fisico ed emotivo dei minori
  2. La nomina di un’équipe terza e indipendente, con competenze in pedagogie alternative, ecologia dello sviluppo e modelli non standard di educazione familiare
  3. La garanzia di piena trasparenza su tutti gli atti, comprese le motivazioni complete dell’“osservazione” richiesta
  4. L’apertura di un tavolo nazionale sulle pratiche di vita alternativa, istruzione parentale e minoranze educative, per evitare che la diversità sia automaticamente scambiata per pericolo.
  5. La tutela effettiva della privacy della famiglia, già gravemente compromessa

C’era una volta una famiglia nel bosco.
Oggi quella famiglia è divisa, in nome della sicurezza e della normalizzazione.

È urgente interrogarsi su quale società stiamo costruendo: una società che protegge solo ciò che conosce, o una società capace di riconoscere e tutelare anche ciò che esce dal campo visivo del modello dominante?

Con rispetto ma con determinazione,
chiediamo che una scelta di vita alternativa non venga trasformata in un reato di diversità.

Diritti alla Follia – Associazione nazionale per la tutela dei diritti nelle pratiche psichiatriche e sociali
21 novembre 2025

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C’era una volta una famiglia nel bosco…

Diritti alla Follia · 21/11/2025 · 1 commento

Rassegna, riflessioni e denuncia sulla vicenda di Palmoli

In Italia si parla continuamente di prevenzione.
Prevenire lo stress, prevenire l’esposizione ad ambienti tossici, prevenire le pressioni sociali, prevenire il malessere psicologico che nasce sempre più spesso da ritmi di vita che consumano, schiacciano, logorano.

Eppure – paradossalmente, drammaticamente – chi prova a costruire una forma autonoma di prevenzione viene guardato con sospetto.
Va incontro a controlli, indagini, valutazioni sospensive, fino all’intervento più estremo che un’istituzione possa compiere: l’allontanamento dei figli dal nucleo familiare.

Il caso della famiglia che vive nel bosco di Palmoli, in Abruzzo, è diventato il simbolo di tutto questo.

Il 1° novembre Il Centro pubblica una lettera firmata da Nathan e Catherine:
“Scelta consapevole contro la società tossica”, titolo dell’articolo di Gianluca Lettieri.
Poi, il 5 novembre, L’Indipendente racconta la loro quotidianità:
“Vita nel bosco, senza scuola: per una famiglia è un diritto o un abuso?”.

La loro scelta è chiara:
– vivere lontano dallo stress urbano
– far crescere i figli in mezzo alla natura, con ritmi lenti
– praticare istruzione parentale non standardizzata
– proteggere i bambini da un mondo percepito come troppo veloce, competitivo, disconnesso dai bisogni primari dell’infanzia.

Una scelta argomentata, meditata, coerente.
Eppure, la Procura minorile segnala il caso.
Eppure, arrivano ipotesi di sospensione della responsabilità genitoriale.
Eppure, l’intero Paese sembra chiedersi: quando una scelta alternativa diventa automaticamente un segnale di pericolo?

Questa domanda, per Diritti alla Follia, è centrale:
perché ciò che esce dalla norma viene così rapidamente patologizzato?
Perché libertà educativa e diversità esistenziale vengono trattate come una minaccia?

Dopo giorni di sovraesposizione mediatica, visite di giornalisti, dichiarazioni dei garanti per i diritti dell’infanzia, appelli pubblici e una petizione da 31.000 firme, arriva la notizia che nessuno voleva leggere.

Il Tribunale per i Minorenni dell’Aquila dispone l’allontanamento immediato dei tre bambini.

Secondo Sky TG24, Corriere della Sera e altri quotidiani, l’ordinanza motiva così:
– la casa nei boschi è priva di elettricità, acqua e gas
– esiste un rischio per il “diritto alla vita di relazione” dei minori
– va “osservata la situazione complessiva in una struttura educativa”.

L’ANSA specifica che la responsabilità genitoriale viene sospesa in via esecutiva, con nomina di un tutore provvisorio.

I bambini vengono prelevati la sera, senza auto con sirene, accompagnati da servizi sociali e forze dell’ordine.
La madre può seguirli in comunità; il padre resta solo nel bosco.

Eppure, i genitori respingono qualsiasi accusa di incuria.
Raccontano di bambini sereni, nutriti con cibo autoprodotto senza additivi, abituati a lavarsi con acqua di sorgente, educati senza violenza e senza schermi.
Rivendicano l’unschooling come scelta pedagogica riconosciuta.

L’avvocato Giovanni Angelucci annuncia ricorso, denunciando errori nell’ordinanza, tra cui la contestazione di un attestato di idoneità già convalidato per l’istruzione parentale.

Intanto, la loro privacy è ormai distrutta:
giornalisti dentro e fuori casa, telecamere puntate sulle stoviglie, sui letti, sul bagno, sulla dispensa.
Ogni gesto quotidiano osservato, discusso, analizzato.
Una violenza istituzionale che non è stata arginata da niente:
– né dai garanti regionale e nazionale
– né dalle testimonianze dei giornalisti che hanno vissuto con loro
– né dalle migliaia di cittadini solidali.

Oggi, 21 novembre 2025, i giornali informano che i tre bambini sono in comunità, “sotto osservazione”.

Ma osservazione di cosa?
Della loro “normalità”?
Del loro adattamento a un ambiente che non hanno mai conosciuto?

E allora vengono alla mente domande che nessun tribunale sembra porsi:

– Come reagiranno corpi abituati a cibo naturale a pasti con conservanti, farine raffinate, pesticidi?
– Come risponderà un sistema immunitario cresciuto in aria di bosco al contatto con virus e batteri di ambienti chiusi?
– Come vivranno bambini cresciuti senza plastica in stanze piene di materiali sintetici?
– Che effetto avrà un ritmo sonno–veglia dettato dai regolamenti, invece che dalla luce naturale?

Queste non sono domande marginali.
Sono domande che riguardano la prevenzione — quella vera, quella corporea, quella quotidiana — che una famiglia aveva scelto di praticare.

Lo stridore più doloroso emerge confrontando questa storia con un’altra, tremenda.

Il caso di Paolo Mendico

Paolo, 14 anni, muore suicida a settembre 2025 dopo mesi di bullismo documentato.
Il fratello aveva scritto al Governo e al Ministro dell’Istruzione.
La scuola era stata informata.
Nessuna istituzione è intervenuta in tempo.
La prevenzione — quella promessa nei protocolli, nei Piani di Zona, nelle linee guida ministeriali — non ha funzionato.

E oggi, mentre la famiglia di Paolo chiede accesso agli atti per capire cosa sia accaduto davvero, la domanda si impone:

Davvero siamo certi che la famiglia nel bosco sia “la famiglia sbagliata”?
O è semplicemente quella che non rientra nel modello istituzionale dominante?

Da un lato:
una famiglia che sceglie lentezza, natura, relazioni affettive profonde, protezione dai modelli consumistici.

Dall’altro:
un sistema scolastico e sociale in cui un ragazzo di 14 anni può subire violenza quotidiana senza che nessuno riesca ad intervenire.

E allora: dov’è davvero il rischio?
Dove nasce davvero la sofferenza psichica?
Chi decide quali forme di prevenzione sono legittime e quali no?

Oggi possiamo dire una cosa sola, con amarezza:

Questa famiglia ha sacrificato la propria privacy inutilmente.
Si è esposta per proteggere i figli, sperando di evitare la separazione.
Ha mostrato l’intimità della propria vita a un Paese intero.
E oggi l’Italia sa come mangiano, dove dormono, come si lavano, dove vanno in bagno.

Ma questo non è servito.
Non è bastato.

E i bambini, ora, sono lontani dalla loro casa, dalla loro foresta, dai loro ritmi, dagli odori e dai sapori del loro mondo.

C’era una volta una famiglia nel bosco.
E oggi quella storia finisce in una comunità, in nome della sicurezza e della normalizzazione.

Una storia che interroga tutti noi su cosa significhi davvero proteggere un bambino — e su quanto siamo disposti a tollerare scelte di vita che mettono in discussione l’idea unica, dominante, di “normalità”.

In allegato:

Lettera aperta alle isituzioni

Comunicato stampa

Lettera aperta alle istituzioni caso Famiglia nel bosco

Comunicato stampa su Famiglia nel bosco

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Elia Del Grande: La denuncia di un internato e il fallimento della legge

Diritti alla Follia · 18/11/2025 · Lascia un commento

Di Maria Rosaria D’Oronzo

 La vicenda di Elia Del Grande, autore della “strage dei fornai” del 1998, è la drammatica verifica sul campo dei principi no-psichiatrici di Giorgio Antonucci. La sua fuga da una Casa di Lavoro (2025) e le lucide comunicazioni mediatiche hanno trasformato un atto di evasione in una denuncia pubblica contro la coercizione istituzionale.

La sua accusa è netta, e risuona come un monito antipsichiatrico: le Case di Lavoro sono “i vecchi OPG travestiti” dove si vive nell’abbandono.

Del Grande fu condannato a 30 anni, ma il riconoscimento della semi-infermità mentale ha innescato il doppio binario, un sistema criticato come struttura di controllo sociale mascherata da legge (Antonucci, Szasz e altri). Scontati circa 26 anni, è scattata la misura di sicurezza detentiva (Casa di Lavoro) a causa della persistente pericolosità sociale legata al suo processo di condanna.

Questo passaggio dal tempo certo al tempo indefinito è il nucleo della sua protesta. Del Grande lamenta:

“Io sono stato condannato ad anni 30… mi sono ritrovato nuovamente peggio di un detenuto… ho visto non considerato il mio impegno lavorativo. Le case di lavoro oggi sono delle carceri effettive… chi è sottoposto alla casa di lavoro non è un detenuto, bensì un internato, ovvero né detenuto, né libero.”

L’essere un internato significa l’assenza di benefici e l’essere sottoposto a sole proroghe semestrali. Questa negazione della pienezza dei diritti di cittadinanza e della libertà ripropone il tema centrale di Antonucci: la dignità umana e la capacità giuridica devono essere premesse di qualsiasi percorso, non un premio da guadagnare sotto coercizione.

Il legame di Del Grande con la psichiatria è il motivo legale della sua detenzione e la prova del fallimento etico delle strutture. Le Case di Lavoro, destinate ai soggetti semi-infermi di mente, dovrebbero offrire un percorso curativo. Invece, Del Grande accusa:

“… la terapia, chiaramente psicofarmaco, viene data in dosi massicce a chiunque senza problemi. L’attività lavorativa esistente è identica a quella dei regimi carcerari.”

Questa è la realizzazione della critica antonucciana agli psicofarmaci: usati come strumento di controllo e sedazione di massa, volti a quietare l’individuo anziché favorire il dialogo e l’espressione autentica. La psichiatria è ridotta a mero controllo chimico.

 Il ritorno coatto alla Casa di Lavoro ha cancellato il suo faticoso percorso di reinserimento (lavoro, compagna, autonomia), la vera prova, per Antonucci, di guarigione e reinserimento sociale:

“Avevo ripreso in mano la mia vita… tutto questo svanito nel nulla per la decisione di un magistrato di Sorveglianza… [che mi ha] riproponendomi soltanto la realtà repressiva carceraria, anzi quella delle case lavoro è ben peggio”.

La denuncia di Del Grande trova tragica conferma nella ricerca della Società della Ragione (“Un ossimoro da cancellare”, Menabò 2024).

Il paradosso è evidente: si continua a restare chiusi in cella, senza programmi, senza lavoro, senza prospettive.

A sentire i racconti degli stessi internati, il lavoro non solo è assente: è inesistente. Nulla, o quasi nulla, viene proposto.

La misura di sicurezza si svuota del suo senso originario – prevenire, rieducare – e diventa pura afflizione.

Questo sistema in cui l’etichetta prevale sul fatto e sul percorso rieducativo è l’antitesi della dignità umana.

La vicenda si allinea perfettamente alla critica radicale che ha portato alla stesura della CRPD e alle denunce del CPT:

CEDU (Art. 3 e 5): L’assenza di cura efficace e la detenzione indefinita sono la negazione della dignità e configurano un trattamento degradante. La detenzione, basata su una pericolosità che il sistema non rimuove, mette in discussione la legittimità della privazione della libertà.

CRPD (Inclusione e Autonomia): La detenzione coatta e la perdita del lavoro sono la negazione del diritto all’autonomia e all’inclusione sociale (Art. 19).

Conclusione: Il caso Del Grande è la dimostrazione che il sistema delle misure di sicurezza è ancora un apparato di coercizione e abbandono, ben lontano dal dialogo e dal rispetto di Giorgio Antonucci. La sua fuga è la disperata richiesta di un internato di essere riconosciuto come cittadino con diritto alla libertà, alla cura autentica e alla dignità, principi che sono stati negati dalle stesse istituzioni che avrebbero dovuto riabilitarlo.

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