https://www.facebook.com/notes/associazione-radicale-diritti-alla-follia/tso-la-relazione-del-dott-mauro-palma-presidente-del-collegio-del-garante-nazion/1242120975946676/
Associazione impegnata sul fronte della tutela e della promozione dei diritti fondamentali delle persone in ambito psichiatrico e giuridico.
In zona Firenze può capitare di imbattersi in uno striscione “Liberate Jacopo” e, con esso, nella storia di un uomo al quale sono legate le vicende e la lotta di Roberto De Certo, musico-terapeuta ed educatore fiorentino.
Jacopo P. ha quasi 50 anni, ed è affetto da autismo e da crisi autolestiche.
Dopo la morte del marito, l’anziana madre lo affida, nel 2012, ad una casa di cura per disabili perché affronti un programma di riabilitazione psicosociale: viene ridotto, però, ad un uso continuo di psicofarmaci, tale da privare Jacopo di ogni volontà e, quindi, di ogni possibilità di crescita verso una maggiore autonomia.
La madre Vanna, psicologa e donna combattiva, non si arrende a questo disegno del destino e si apre all’ alternativa terapeutica proposta da Roberto De Certo.
Con Roberto, Jacopo si avvia ad un percorso di inclusione sociale e di piccole conquiste quotidiane per essere più autonomo.
Il sogno dei genitori di Jacopo sembra realizzarsi.
Ma l’ostacolo più insormontabile non sarà rappresentato dalla disabilità, bensì da una guerra ad armi impari tra Istituti, psichiatri, avvocati, amministratori di sostegno, da un lato, e il donchisciottiano Roberto, dall’altro.
Un infortunio di Vanna fa attivare un ingranaggio meschino: il giudice nomina un amministratore di sostegno per la donna e, di conseguenza, un curatore per Jacopo: applicando un provvedimento restrittivo, vieta praticamente a Jacopo di uscire dall’istituto e di vedere Roberto.
“Volevo chiedere a mio figlio che tipo di vita avrebbe voluto fare” dice Vanna in una intervista alle Iene del 2018; nel frattempo l’Istituto fiorentino, sotto la pressione mediatica, trasferisce il paziente in altra sede.
La donna, provata fisicamente e psicologicamente dagli eventi e dalla separazione dal figlio muore un anno dopo.
Chiedere a Jacopo e dargli la possibilità di scelta come sancito dalla convenzione Onu.
Ma a Jacopo non è concesso.
“Liberate Jacopo” è la voce per dare voce a Jacopo, e non solo.
Liberate Jacopo: liberatelo dal limbo di una reclusione forzata, da una cura incentrata prettamente sugli psicofarmaci.
Liberate Jacopo perché viva la vita nelle sue possibilità e vivendo, possa scegliere e rispondere ad una semplice domanda “Quale è la vita che vorresti?”
Fatima Mutarelli
Lettera inviata ai garanti :
Alla C.A. del garante dei diritti dei detenuti Comune di Firenze
egr. dott. Eros Cruccolini
Alla C.A. del garante dei diritti delle persone private della libertà
regione Toscana
egr. dott. Franco Corleone
e p.c.
Alla C.A. del signor Roberto De Certo, cittadino di Firenze, educatore e musicoterapeuta
Oggetto : XII Giornata Mondiale della Consapevolezza dell’Autismo , manifestazione a Firenze il 2 aprile c.m. :
Sostegno ai cittadini fiorentini Jacopo Petroni e Roberto De Certo.
Gentilissimi,
Vi scrivo come membro della onlus radicale ” Diritti alla follia”, associazione nazionale impegnata sul campo.
Invio a Voi la presente a sostegno di Jacopo Petroni, 50enne fiorentino, persona con una disabilità intellettiva e diagnosi di autismo;
a sostegno del gruppo di mutuo aiuto “amici di Vanna”, madre di Jacopo (deceduta di recente) ;
a sostegno di Roberto de Certo, cittadino di Firenze, musicarteterapeuta educatore di Jacopo, che ci legge in copia.
In occasione della manifestazione che vedrà sfilare per le strade di Firenze cittadini, familiari e sostenitori dei diritti delle persone con disabilità , sarà presente anche il comitato che sostiene i diritti di Jacopo Petroni.
Non sarà difficile scorgere , tra gli innumerevoli sriscioni e cartelli, uno con la scritta ” LIBERATE JACOPO” che potrebbe risultarvi anomalo in un simile contesto. Ma non è così, Jacopo Petroni da tempo è ricoverato in una struttura riabilitativa vicino a Firenze, lontano dai suoi amici, lontano da coloro che per anni lo hanno affiancato, sostenuto e gli vogliono bene.
Perchè mai ? Non entrerò nel merito di una diatriba inutile e sterile, un salto ad ostacoli che non porterebbe a nulla . La realtà è che esiste una dimora in cui Jacopo potrebbe andare a vivere (come lui vorrebbe) , e ciò gli viene negato.
Viene negato un suo diritto sancito, oltre che dal semplice buon senso, anche dalla Convenzione ONU per i Diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia nel 2009, che all’art. 18 recita :
Libertà di movimento e cittadinanza :
alla libertà di movimento, alla libertà di scelta della propria residenza e della cittadinanza, su base di eguaglianza con altri.
E sopratutto all’art 19 recita :
Vita indipendente ed inclusione nella comunità :
Gli Stati Parti di questa Convenzione riconoscono l’eguale diritto di tutte le
persone con disabilità a vivere nella comunità, con la stessa libertà di scelta delle
altre persone, e prendono misure efficaci e appropriate al fine di facilitare il pieno
godimento da parte delle persone con disabilità di tale diritto e della piena inclusione e partecipazione all’interno della comunità, anche assicurando che:
(a) le persone con disabilità abbiano la possibilità di scegliere, sulla base di
eguaglianza con gli altri, il proprio luogo di residenza e dove e con chi vivere e
non siano obbligate a vivere in una particolare sistemazione abitativa;
(b) le persone con disabilità abbiano accesso ad una serie di servizi di sostegno domiciliare, residenziale o di comunità, compresa l’assistenza personale
necessaria per permettere loro di vivere all’interno della comunità e di inserirvisi e impedire che esse siano isolate o vittime di segregazione;
(c) i servizi e le strutture comunitarie destinate a tutta la popolazione siano
messe a disposizione, su base di eguaglianza con gli altri, delle persone con
disabilità e siano adatti ai loro bisogni.
Crediamo che dopo anni di inutili sofferenze, diatribe personali e legali, sia veramente, inesorabilmente e in maniera non più procrastinabile, giunto il momento di mettere la parola fine a tutto ciò. Come ? Ascoltando chi è direttamente coinvolto in prima persona in questa triste vicenda e coloro che sostengono i suoi diritti. Ragion per cui vi invito a recarvi di persona , voi od un vostro delegato, presso il luogo in cui Jacopo Petroni è attualmente ricoverato e sentire anche ciò che Roberto De Certo ha da dire . Sarebbe il modo più realistico in cui celebrare questa giornata mondiale per i diritti delle persone affette da autismo, per Jacopo e per tutti coloro che si trovano nella sua stessa situazione.
In attesa di cortese riscontro con
cordialità e stima vi porgo distinti saluti
Cristina Paderi
Membro di giunta
Associazione radicale ” Diritti alla follia”
Era seduto sulla sua panchina preferita in piazza Umbria, a Torino, ed è stato avvicinato dal suo psichiatra, accompagnato da un’ambulanza e tre vigili urbani. Per costringerlo a ricoverarsi lo ammanettano, lo stringono per il collo e lo caricano a pancia in giù sulla barella. Muore soffocato prima di arrivare in ospedale. Accade il 5 agosto 2015 e parliamo di Andrea Soldi, 45 anni, un “gigante buono” con una mente schizofrenica, che con i suoi oltre 100 chili di peso si rifiutava di salire sull’ambulanza che lo avrebbe portato in ospedale. Lì lo attendeva il ‘ Trattamento sanitario obbligatorio’, concordato il giorno prima dalla famiglia con lo psichiatra. Così, per vincere la sua resistenza, mentre due vigili lo immobilizzavano, il terzo lo cingeva con forza al collo. E quella stretta – così ha svelato l’autopsia – gli fu fatale.
Qualche mese prima, nel salernitano, era toccato a Massimiliano Malzone, deceduto in Spdc ( Servizio psichiatrico di diagnosi e cura, cioè l’unità di ricovero dei reparti di Psichiatria) a causa dei neurolettici che gli erano stati somministrati durante il ricovero.
Senza dimenticare Franco Mastrogiovanni, chiamato dai suoi alunni il “maestro più alto nel mondo”, deceduto a Vallo della Lucania nel 2009, dopo quattro giorni di contenzione ininterrotta.
Tre anni prima, un giorno d’estate, un’ambulante sardo di nome Giuseppe Casu viene raggiunto da un Tso attivato d’ufficio di fronte alla sua agitazione contro le forze dell’ordine a causa dell’ennesima multa per abusivismo. Arrivato in corsia viene sedato, legato al petto, alle mani e ai piedi, e portato in una stanza. Muore dopo sette giorni di contenzione.
A fine marzo di quest’anno è stato rinviato a giudizio un poliziotto che ha ucciso a colpi di pistole un ragazzo ecuadoregno di 22 anni. Si chiamava Jefferson Tomalà ed era stato raggiunto da un Tso. L’episodio è complesso e controverso e la versione dell’accaduto è cambiata più volte con le testimonianze delle numerose persone che quel giorno erano presenti a casa di Jefferson ( otto agenti, almeno quattro familiari, personale medico non specificato). Siamo a giugno del 2018, è una domenica pomeriggio e la madre di Jefferson è preoccupata: vede che il ragazzo è in uno stato alterato, agitato e confusionale, che brandisce un coltello da cucina con il quale lei teme si possa ferire e infatti alcuni tagli auto- inferti sono stati rivenuti sul suo corpo dal medico legale. I carabinieri erano già intervenuti
la sera prima a causa di una lite molto accesa tra Jefferson e la madre, in seguito alla quale la compagna del ragazzo aveva deciso di andarsene momentaneamente insieme alla loro figlia di due mesi. La donna chiama quindi il 118, convinta che sarebbe accorso solo del personale sanitario, senza forze dell’ordine: «Chiedevo l’intervento di un medico, invece sono arrivati i poliziotti. Aveva preso un coltellino dalla cucina e avevo paura che si facesse male. Ma io non temevo per me, lui era un bravissimo ragazzo». Nel corso della trattativa, stando a quanto riferito dagli agenti, il 22enne estrae un coltello e si scaglia su uno due poliziotti, che prova a fermarlo spruzzando lo spray al peperoncino in dotazione. A quel punto Tomalà si sarebbe avventato contro il sovrintendente ferendolo al torace: è a quel punto che il collega più giovane estrae la pistola e spara, colpendo diverse volte il ragazzo. Un proiettile è fatale: Jefferson muore tra le mura di casa, mentre il poliziotto ferito viene portato in gravi condizioni all’ospedale San Martino, dove qualche giorno dopo incontrerà anche il ministro dell’Interno Matteo Salvini, che in visita a Genova deciderà di andare a trovarlo per manifestargli solidarietà.
Sono casi di cronaca ovviamente eccezionali, ma sono possibili conseguenze di un trattamento, quello forzato, che teoricamente dovrebbe essere una misura eccezionale, mentre in realtà viene considerata pratica normale. Ma non solo. Teoricamente la contenzione non ha niente a che fare con il Tso, tuttavia è molto diffusa non solo nei servizi di salute mentale, ma in tutto il sistema sanitario e sociale: i pazienti vengono legati nelle comunità terapeutica, nelle Rsa, nelle strutture per anziani, nelle comunità per minori. Di fatto si parla della privazione della libertà delle persone e gli interventi coercitivi sono molto diffusi nel nostro Paese, sebbene le leggi neghino la possibilità di procedere in tal senso e sebbene l’Italia abbia sottoscritto protocolli internazionali sul rispetto dei diritti umani. Un trattamento che viene utilizzato, non di rado, anche nei confronti dei detenuti che rifiutano la terapia psichiatrica.
Il Garante nazionale delle persone private della libertà ha attivato da tempo un monitoraggio e la questione è stata affrontata anche dall’ultima relazione al Parlamento raccomandando innanzitutto la predisposizione di un Registro nazionale dei trattamenti sanitari obbligatori nel quale annotare ogni informazione circa il ricovero in Spdc, la modalità in cui si sviluppa, gli eventuali passaggi da situazione volontaria a obbligatoria, la durata del ricovero stesso con suo inizio e fine e tutte le altre informazioni già ampiamente elencate nelle sue precedentirelazioni al Parlamento. Spetterebbe, infatti, a un’Autorità centrale la competenza per le procedure di controllo in collaborazione con il Garante nazionale. L’ulteriore traguardo che il Garante nazionale auspica venga raggiunto – e per il quale chiede l’impegno, a diversi livelli di chi ha responsabilità amministrativa e operativa – riguarda l’iter procedurale che dà luogo all’emissione del provvedimento del ricovero e, più in generale, del trattamento non volontario. Riguarda la parte relativa alla convalida della proposta di Tso fatta da un primo medico, nei casi in cui il secondo parere è espresso da un altro medico appartenente alla stessa struttura operativa: è opinione del Garante nazionale, che ha riscontrato, con seria perplessità, tale prassi in più strutture visitate, che questo modo di procedere mini il significato di “‘ pareri indipendenti” che la norma richiede. Cosa accade, di fatto, con questa diminuita indipendenza dei pareri? Nella relazione, l’autorità del Garante spiega che ciò crea un rischio elevato di un utilizzo del trattamento non volontario come modalità prevalente e a volte routinaria nell’affrontare situazioni di difficoltà, “facendo cadere quella connotazione di eccezionalità che tale trattamento deve avere”.
Emerge, quindi, che a 40 anni dalla legge Basaglia, la salute mentale continua ancora ad essere gestita in chiave emergenziale. Il Tso non è un mandato di cattura, non è un fermo di polizia e non è nemmeno il ricovero coatto dell’epoca manicomiale. Quindi si rischia di concepire il Tso come se fosse una misura per arginare la pericolosità sociale di un soggetto e non, come dice la legge, un dispositivo di tutela per il paziente. Per questo motivo c’è da tempo un progetto di legge promosso dai Radicali Italiani, che mira – così scrivono i promotori – «a ridurre il potere assoluto ( e arbitrario) che l’attuale normativa delega alla psichiatria, garantendo una difesa legale e obbligatoria ( quindi anche d’ufficio) a quanti vengano fatto oggetto di provvedimenti di limitazione della libertà personale e di imposizione coatta di cure».
Su iniziativa del Garante regionale delle persone detenute della Sicilia, lo scorso 21 dicembre si è tenuto a Palazzo dei Normanni – sede dell’Assemblea regionale siciliana –, il Convegno di studi Salute mentale, carceri e REMS che ha coinvolto il Garante nazionale e la rete dei Garanti regionali. Tema centrale dell’incontro palermitano, l’attuale situazione del disagio psichiatrico nelle strutture detentive da più parti riportato come fenomeno in preoccupante crescita.
La discussione si è svolta, oltre che col contributo dei Garanti (nazionale, del Piemonte, della Sicilia e della Toscana) con quello dell’Amministrazione penitenziaria e dei responsabili dei servizi psichiatrici di più realtà nazionali.
L’intervento di Mauro Palma è partito dall’analisi della tutela della salute nei luoghi di restrizione della libertà. Tale tutela, secondo Palma, non può limitarsi alla mera prestazione sanitaria in risposta a patologie già sviluppate e deve ricondursi alle funzioni di informazione, prevenzione e protezione per ricostruire una prospettiva di ben-essere all’interno di un luogo che si connota come sintesi del mal-essere. Quest’aspetto complessivo della presa in carico del soggetto bisognoso di attenzione sanitaria è ancor più pregnante laddove sono coinvolti problemi di natura mentale. Qui l’attenzione va posta al rischio di “psichiatrizzazione” di comportamenti che riflettono in realtà risposte – seppure non controllate – a fattori
ambientali e non contenitivi che oggettivamente determinano sofferenza nelle persone coinvolte. Occorre limitare l’enfasi che, pure in un momento non semplice, viene data all’interpretazione psichiatrica di tutto ciò che non rientra in canoni di normalità e obbedienza e che finisce a volte nel configurarsi come rimpianto di istituzioni segregative e depersonalizzate quali gli ospedali psichiatrici giudiziari che il nostro Paese ha avuto il coraggio di superare.
L’esperienza delle REMS (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza), che pure è stata toccata nel Convegno, va colta nel suo aspetto positivo di cambio di paradigma culturale e va mantenuta nella sua connotazione limitata, connessa al territorio, dialogante con altre forme non detentive di supporto alla persona che di esso ha bisogno.
Il Garante nazionale precisa che l’esistenza di liste di attesa per il ricovero nelle REMS non è indice della necessità di un ampliamento del loro numero, quanto dell’effettività del ricorrere ad esse quale misura estrema, come vorrebbe la legge, soprattutto quando tali misure restrittive siano adottate in via provvisoria.
L’Autorità garante svilupperà il continuo monitoraggio della situazione esistente nel contesto dell’azione di coordinamento della rete dei Garanti. Al Convegno di Palermo ha partecipato anche Alessandro Albano, responsabile dell’Unità del Garante nazionale preposta a tale coordinamento.
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