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Diritti alla follia

Associazione impegnata sul fronte della tutela e della promozione dei diritti fondamentali delle persone in ambito psichiatrico e giuridico.

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Diritti alla Follia

L’Associazione ā€œDiritti alla Folliaā€ consegna al Governo la proposta di decreto legislativo per la riforma dell’Amministrazione di Sostegno

Diritti alla Follia · 27/11/2025 · 3 commenti

L’Associazione Diritti alla Follia ha oggi trasmesso ufficialmente alla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Struttura di missione per la semplificazione normativa la propria proposta di decreto legislativo attuativo dell’art. 17 della Legge 10 novembre 2025, n. 167, la cosiddetta ā€œLegge di Semplificazioneā€.

Questa legge conferisce al Governo una delega precisa: riformare l’intero sistema delle misure di protezione giuridica, superando i meccanismi sostitutivi (interdizione, inabilitazione, amministrazione di sostegno usata in modo sostitutivo) e garantendo finalmente alle persone con disabilitĆ  il pieno rispetto della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con DisabilitĆ  (CRPD), in vigore in Italia dal 2009.

La proposta dell’Associazione ĆØ un testo completo di decreto legislativo: articoli, commi, norme di coordinamento e disposizione transitorie, interamente riscritti per adeguare gli articoli 404–413 del codice civile ai principi internazionali di:

  • autodeterminazione
  • pari riconoscimento davanti alla legge (art. 12 CRPD)
  • supporto al processo decisionale
  • limitazione rigorosa dei poteri sostitutivi
  • garanzie procedurali effettive per la persona interessata

Insieme al testo normativo, abbiamo trasmesso una corposa relazione illustrativa, che documenta in modo puntuale vent’anni di criticitĆ , abusi, violazioni di diritti fondamentali e prassi distorsive nell’attuale applicazione dell’amministrazione di sostegno.

Il nostro lavoro ĆØ il frutto di dieci anni di:

  • testimonianze dirette da parte di familiari e persone sottoposte ad ADS
  • analisi dei decreti dei Giudici Tutelari
  • studio sistematico delle raccomandazioni del Comitato ONU (2016)
  • osservazione delle gravi conseguenze dell’assenza di un reale supporto decisionale nella vita delle persone con disabilitĆ  psicosociali

Troppo spesso, l’amministrazione di sostegno — nata come misura ā€˜leggera’ — si ĆØ trasformata, nella prassi quotidiana, in una forma impropria di interdizione, con poteri ā€œampiā€, ā€œpienissimiā€ e di fatto sostitutivi della volontĆ  del beneficiario.
In molti casi ciò ha comportato:

  • limitazioni indebite alla libertĆ  personale, affettiva e familiare
  • decisioni sanitarie prese senza ascolto nĆ© consenso reale
  • impoverimento dei rapporti sociali
  • isolamento
  • abusi patrimoniali e relazionali;
  • esclusione dal processo decisionale sulla propria vita

ƈ tempo che l’Italia si adegui ai suoi obblighi internazionali e costituzionali.

Il decreto attuativo proposto dall’Associazione introduce:

  • l’obbligo di difesa tecnica per la persona, sin dall’inizio del procedimento
  • il diritto inderogabile all’ascolto del beneficiario, anche via strumenti telematici
  • una nuova procedura trasparente e garantita
  • il divieto di poteri sostitutivi, salvo situazioni eccezionalissime e rigorosamente motivate
  • la tutela della bigenitorialitĆ  e dei rapporti familiari
  • la limitazione degli incarichi degli ADS per evitare la ā€œprofessionalizzazioneā€ selvaggia
  • il riconoscimento penale degli abusi
  • la trasformazione di interdizioni e inabilitazioni in misure di supporto non sostitutivo
  • un sistema fondato sulla volontĆ  della persona, non sulla discrezionalitĆ  degli uffici.

Si tratta della riforma più ampia, organica e coerente con la CRPD mai proposta in Italia.

La delega prevista dall’art. 17 della Legge 167/2025 apre una possibilitĆ  storica:
per la prima volta in vent’anni, l’Italia può riformare davvero il sistema di protezione giuridica, mettendo al centro la persona, i suoi diritti e la sua autonomia.

Il Governo ha ora nelle sue mani la responsabilitĆ  di avviare i decreti legislativi.
Noi abbiamo scelto di contribuire con un testo pronto all’uso, completo e immediatamente adottabile.

L’Associazione Diritti alla Follia seguirĆ  da vicino ogni passaggio dell’esercizio della delega, mettendosi a disposizione del Governo, delle Commissioni parlamentari, dei tecnici e dei cittadini per:

  • audizioni,
  • approfondimenti,
  • ulteriori proposte,
  • analisi degli impatti

 Associazione ā€˜Diritti alla Follia’                         Roma 27 novembre 2025

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LETTERA APERTA: C’era una volta una famiglia nel bosco…Sulla vicenda di Palmoli e sul dovere istituzionale di tutelare anche le scelte non conformi

Diritti alla Follia · 21/11/2025 · 2 commenti

Si trasmette in allegato la documentazione ufficiale relativa alla vicenda della famiglia di Palmoli, predisposta dall’Associazione Diritti alla Follia. Si chiede cortese presa in carico e riscontro istituzionale.

In allegato si inviano la lettera aperta, l’articolo e il comunicato stampa dell’Associazione Diritti alla Follia

LETTERA APERTA

C’era una volta una famiglia nel bosco…
Sulla vicenda di Palmoli e sul dovere istituzionale di tutelare anche le scelte non conformi

Alla cortese attenzione di:
– Ministro dell’Istruzione e del Merito
– Ministro per la Famiglia, la NatalitĆ  e le Pari OpportunitĆ 
– AutoritĆ  Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza
– Garante regionale per l’Infanzia e l’Adolescenza
– Presidente del Consiglio
– Conferenza delle Regioni
– Conferenza Nazionale Minori
– Ordine degli Assistenti Sociali
– Commissioni parlamentari competenti

Oggetto: tutela dei diritti dei minori, rispetto delle libertĆ  familiari e necessitĆ  di piena trasparenza nella vicenda della famiglia di Palmoli

Gentili AutoritĆ ,
l’associazione Diritti alla Follia segue da tempo, con crescente preoccupazione, la vicenda della famiglia che vive nei boschi di Palmoli, in Abruzzo. Ci rivolgiamo alle Istituzioni per esprimere un allarme che non riguarda solo un caso individuale, ma l’intero equilibrio tra libertĆ , prevenzione e controllo istituzionale nel nostro Paese.

In Italia si parla molto di prevenzione: prevenire lo stress, le condizioni ambientali tossiche, l’ipercompetizione scolastica, la sofferenza psichica che nasce da ritmi di vita sempre più frenetici.
Esiste però un paradosso: quando la prevenzione viene esercitata dalle famiglie in forme autonome,

Come ricordato dalla stampa nazionale – tra cui Il Centro (1 novembre) e L’Indipendente (5 novembre) – Nathan e Catherine avevano compiuto una scelta educativa e di vita meditata:

  • vivere lontano dallo stress urbano
  • crescere i loro tre figli a contatto diretto con la natura
  • praticare istruzione parentale e percorsi non standardizzati
  • proteggere l’infanzia da modelli percepiti come iperconsumistici e accelerati

Una scelta fondata su argomenti pedagogici, ecologici, filosofici.

Tuttavia questa scelta ĆØ stata oggetto di segnalazione, indagine e sospetto, fino all’ipotesi di sospensione della responsabilitĆ  genitoriale.

Il 20 novembre 2025, secondo quanto riportato da numerose testate, il Tribunale per i Minorenni dell’Aquila ha disposto l’allontanamento immediato dei tre minori e la sospensione in via esecutiva della responsabilitĆ  genitoriale, nominando un tutore provvisorio.

Nonostante:
– una copertura mediatica imponente
– il coinvolgimento dei garanti nazionale e regionale
– una petizione con oltre 31.000 firme
– la testimonianza di giornalisti che hanno condiviso la quotidianitĆ  della famiglia
– la presenza costante dell’avvocato difensore

i bambini sono stati prelevati e collocati in una comunitĆ  educativa ā€œper un periodo di osservazioneā€.

Ci chiediamo: osservazione di cosa? Della loro conformitĆ  a uno standard? Della loro capacitĆ  di adattarsi a un contesto che non appartiene alla loro esperienza?

In una democrazia, la diversitĆ  delle scelte esistenziali dovrebbe essere tutelata, non punita.
È legittimo discutere della sicurezza di una casa priva di elettricità o gas; è doveroso verificare la presenza di adeguati strumenti educativi.
Ma è altrettanto doveroso riconoscere che la sola divergenza dal modello dominante non può essere considerata un rischio in sé.

Nel valutare la ā€œtutelaā€ dei minori, nessun atto pubblico sembra interrogarsi su aspetti fondamentali del loro benessere reale, corporeo e quotidiano:

– Quale sarĆ  l’impatto su organismi cresciuti con cibo naturale e autoprodotto, ora esposti a conservanti, pesticidi, farine raffinate?
– Come reagiranno sistemi immunitari abituati all’aria di bosco al contatto con ambienti chiusi e affollati?
– Che effetti avranno nuovi ritmi sonno–veglia imposti da regolamenti rigidi, lontani dai cicli naturali?
– PerchĆ© l’assenza di plastica nella loro quotidianitĆ  viene letta come carenza, mentre l’esposizione improvvisa a materiali sintetici non viene problematizzata?

Queste domande rientrano pienamente nel concetto di prevenzione che le istituzioni dichiarano di voler promuovere.

Mentre questa famiglia viene considerata a rischio perchĆ© troppo ā€œdiversaā€, un altro caso – quello di Paolo Mendico, 14 anni, morto suicida dopo ripetuti episodi di bullismo denunciati senza esito – mostra come il sistema ordinario non sempre riesca a prevenire la sofferenza.

Una famiglia fuori norma viene trattata come potenzialmente pericolosa.
Una famiglia dentro la norma non viene protetta in tempo da una violenza documentata.

ƈ legittimo chiedersi dove si annidi davvero il rischio.

Alla luce di quanto esposto, Diritti alla Follia chiede formalmente:

  1. La revisione urgente del provvedimento di allontanamento, con valutazione specifica dell’impatto della misura sul benessere fisico ed emotivo dei minori
  2. La nomina di un’équipe terza e indipendente, con competenze in pedagogie alternative, ecologia dello sviluppo e modelli non standard di educazione familiare
  3. La garanzia di piena trasparenza su tutti gli atti, comprese le motivazioni complete dellā€™ā€œosservazioneā€ richiesta
  4. L’apertura di un tavolo nazionale sulle pratiche di vita alternativa, istruzione parentale e minoranze educative, per evitare che la diversitĆ  sia automaticamente scambiata per pericolo.
  5. La tutela effettiva della privacy della famiglia, giĆ  gravemente compromessa

C’era una volta una famiglia nel bosco.
Oggi quella famiglia ĆØ divisa, in nome della sicurezza e della normalizzazione.

È urgente interrogarsi su quale società stiamo costruendo: una società che protegge solo ciò che conosce, o una società capace di riconoscere e tutelare anche ciò che esce dal campo visivo del modello dominante?

Con rispetto ma con determinazione,
chiediamo che una scelta di vita alternativa non venga trasformata in un reato di diversitĆ .

Diritti alla Follia – Associazione nazionale per la tutela dei diritti nelle pratiche psichiatriche e sociali
21 novembre 2025

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COMUNICATO STAMPA: Palmoli: Diritti alla Follia denuncia una deriva istituzionale nella gestione delle scelte familiari alternative

Diritti alla Follia · 21/11/2025 · Lascia un commento

Roma, 21 novembre 2025 – L’associazione Diritti alla Follia esprime profonda preoccupazione per il provvedimento con cui il Tribunale per i Minorenni dell’Aquila ha disposto l’allontanamento dei tre figli della famiglia che vive nei boschi di Palmoli, in Abruzzo.
La misura ĆØ stata eseguita nella serata di ieri, con trasferimento dei minori in una comunitĆ  educativa ā€œper un periodo di osservazioneā€ e sospensione in via esecutiva della responsabilitĆ  genitoriale.

Secondo l’associazione, il caso rappresenta un punto critico nel rapporto tra libertĆ  familiari, modelli educativi non standard e intervento delle autoritĆ .
ā€œIn un Paese che parla di prevenzione, la prevenzione autonoma viene trattata come sospetta. Qui la diversitĆ  ĆØ stata scambiata per pericoloā€, afferma l’associazione.

Diritti alla Follia rileva inoltre una sproporzione tra la scelta di vita della famiglia – motivata da ragioni pedagogiche, ecologiche e di protezione dell’infanzia – e la risposta istituzionale, che arriva dopo settimane di esposizione mediatica, visite dei garanti, appelli pubblici e una petizione con oltre 31.000 firme.

La vicenda, si sottolinea nel comunicato, solleva interrogativi più ampi sulla tendenza italiana a patologizzare ciò che non rientra nei modelli dominanti, mentre casi di sofferenza reale – come quello di Paolo Mendico, il quattordicenne vittima di bullismo – dimostrano falle evidenti nei sistemi di tutela ordinari.

L’associazione chiede:
– la revisione urgente del provvedimento;
– la nomina di un’équipe valutativa indipendente;
– piena trasparenza sugli atti;
– l’apertura di un tavolo nazionale sulle scelte educative e abitative non standard.

ā€œC’era una volta una famiglia nel boscoā€, conclude Diritti alla Follia. ā€œOggi quella storia finisce in comunitĆ . ƈ il momento di chiederci quale spazio l’Italia intende riconoscere alla libertĆ  di vivere e crescere i propri figli in modi diversi, ma non per questo meno responsabili.ā€

Allegati:
– Articolo integrale pubblicato sul blog Diritti alla Follia
– Lettera aperta alle istituzioni

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C’era una volta una famiglia nel bosco…

Diritti alla Follia · 21/11/2025 · 1 commento

Rassegna, riflessioni e denuncia sulla vicenda di Palmoli

In Italia si parla continuamente di prevenzione.
Prevenire lo stress, prevenire l’esposizione ad ambienti tossici, prevenire le pressioni sociali, prevenire il malessere psicologico che nasce sempre più spesso da ritmi di vita che consumano, schiacciano, logorano.

Eppure – paradossalmente, drammaticamente – chi prova a costruire una forma autonoma di prevenzione viene guardato con sospetto.
Va incontro a controlli, indagini, valutazioni sospensive, fino all’intervento più estremo che un’istituzione possa compiere: l’allontanamento dei figli dal nucleo familiare.

Il caso della famiglia che vive nel bosco di Palmoli, in Abruzzo, ĆØ diventato il simbolo di tutto questo.

Il 1° novembre Il Centro pubblica una lettera firmata da Nathan e Catherine:
ā€œScelta consapevole contro la societĆ  tossicaā€, titolo dell’articolo di Gianluca Lettieri.
Poi, il 5 novembre, L’Indipendente racconta la loro quotidianitĆ :
ā€œVita nel bosco, senza scuola: per una famiglia ĆØ un diritto o un abuso?ā€.

La loro scelta ĆØ chiara:
– vivere lontano dallo stress urbano
– far crescere i figli in mezzo alla natura, con ritmi lenti
– praticare istruzione parentale non standardizzata
– proteggere i bambini da un mondo percepito come troppo veloce, competitivo, disconnesso dai bisogni primari dell’infanzia.

Una scelta argomentata, meditata, coerente.
Eppure, la Procura minorile segnala il caso.
Eppure, arrivano ipotesi di sospensione della responsabilitĆ  genitoriale.
Eppure, l’intero Paese sembra chiedersi: quando una scelta alternativa diventa automaticamente un segnale di pericolo?

Questa domanda, per Diritti alla Follia, ĆØ centrale:
perché ciò che esce dalla norma viene così rapidamente patologizzato?
PerchƩ libertƠ educativa e diversitƠ esistenziale vengono trattate come una minaccia?

Dopo giorni di sovraesposizione mediatica, visite di giornalisti, dichiarazioni dei garanti per i diritti dell’infanzia, appelli pubblici e una petizione da 31.000 firme, arriva la notizia che nessuno voleva leggere.

Il Tribunale per i Minorenni dell’Aquila dispone l’allontanamento immediato dei tre bambini.

Secondo Sky TG24, Corriere della Sera e altri quotidiani, l’ordinanza motiva cosƬ:
– la casa nei boschi ĆØ priva di elettricitĆ , acqua e gas
– esiste un rischio per il ā€œdiritto alla vita di relazioneā€ dei minori
– va ā€œosservata la situazione complessiva in una struttura educativaā€.

L’ANSA specifica che la responsabilitĆ  genitoriale viene sospesa in via esecutiva, con nomina di un tutore provvisorio.

I bambini vengono prelevati la sera, senza auto con sirene, accompagnati da servizi sociali e forze dell’ordine.
La madre può seguirli in comunità; il padre resta solo nel bosco.

Eppure, i genitori respingono qualsiasi accusa di incuria.
Raccontano di bambini sereni, nutriti con cibo autoprodotto senza additivi, abituati a lavarsi con acqua di sorgente, educati senza violenza e senza schermi.
Rivendicano l’unschooling come scelta pedagogica riconosciuta.

L’avvocato Giovanni Angelucci annuncia ricorso, denunciando errori nell’ordinanza, tra cui la contestazione di un attestato di idoneitĆ  giĆ  convalidato per l’istruzione parentale.

Intanto, la loro privacy ĆØ ormai distrutta:
giornalisti dentro e fuori casa, telecamere puntate sulle stoviglie, sui letti, sul bagno, sulla dispensa.
Ogni gesto quotidiano osservato, discusso, analizzato.
Una violenza istituzionale che non ĆØ stata arginata da niente:
– nĆ© dai garanti regionale e nazionale
– nĆ© dalle testimonianze dei giornalisti che hanno vissuto con loro
– nĆ© dalle migliaia di cittadini solidali.

Oggi, 21 novembre 2025, i giornali informano che i tre bambini sono in comunitĆ , ā€œsotto osservazioneā€.

Ma osservazione di cosa?
Della loro ā€œnormalitĆ ā€?
Del loro adattamento a un ambiente che non hanno mai conosciuto?

E allora vengono alla mente domande che nessun tribunale sembra porsi:

– Come reagiranno corpi abituati a cibo naturale a pasti con conservanti, farine raffinate, pesticidi?
– Come risponderĆ  un sistema immunitario cresciuto in aria di bosco al contatto con virus e batteri di ambienti chiusi?
– Come vivranno bambini cresciuti senza plastica in stanze piene di materiali sintetici?
– Che effetto avrĆ  un ritmo sonno–veglia dettato dai regolamenti, invece che dalla luce naturale?

Queste non sono domande marginali.
Sono domande che riguardano la prevenzione — quella vera, quella corporea, quella quotidiana — che una famiglia aveva scelto di praticare.

Lo stridore più doloroso emerge confrontando questa storia con un’altra, tremenda.

Il caso di Paolo Mendico

Paolo, 14 anni, muore suicida a settembre 2025 dopo mesi di bullismo documentato.
Il fratello aveva scritto al Governo e al Ministro dell’Istruzione.
La scuola era stata informata.
Nessuna istituzione ĆØ intervenuta in tempo.
La prevenzione — quella promessa nei protocolli, nei Piani di Zona, nelle linee guida ministeriali — non ha funzionato.

E oggi, mentre la famiglia di Paolo chiede accesso agli atti per capire cosa sia accaduto davvero, la domanda si impone:

Davvero siamo certi che la famiglia nel bosco sia ā€œla famiglia sbagliataā€?
O ĆØ semplicemente quella che non rientra nel modello istituzionale dominante?

Da un lato:
una famiglia che sceglie lentezza, natura, relazioni affettive profonde, protezione dai modelli consumistici.

Dall’altro:
un sistema scolastico e sociale in cui un ragazzo di 14 anni può subire violenza quotidiana senza che nessuno riesca ad intervenire.

E allora: dov’è davvero il rischio?
Dove nasce davvero la sofferenza psichica?
Chi decide quali forme di prevenzione sono legittime e quali no?

Oggi possiamo dire una cosa sola, con amarezza:

Questa famiglia ha sacrificato la propria privacy inutilmente.
Si ĆØ esposta per proteggere i figli, sperando di evitare la separazione.
Ha mostrato l’intimitĆ  della propria vita a un Paese intero.
E oggi l’Italia sa come mangiano, dove dormono, come si lavano, dove vanno in bagno.

Ma questo non ĆØ servito.
Non ĆØ bastato.

E i bambini, ora, sono lontani dalla loro casa, dalla loro foresta, dai loro ritmi, dagli odori e dai sapori del loro mondo.

C’era una volta una famiglia nel bosco.
E oggi quella storia finisce in una comunitĆ , in nome della sicurezza e della normalizzazione.

Una storia che interroga tutti noi su cosa significhi davvero proteggere un bambino — e su quanto siamo disposti a tollerare scelte di vita che mettono in discussione l’idea unica, dominante, di ā€œnormalitĆ ā€.

In allegato:

Lettera aperta alle isituzioni

Comunicato stampa

Lettera aperta alle istituzioni caso Famiglia nel bosco

Comunicato stampa su Famiglia nel bosco

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Elia Del Grande: La denuncia di un internato e il fallimento della legge

Diritti alla Follia · 18/11/2025 · Lascia un commento

Di Maria Rosaria D’Oronzo

 La vicenda di Elia Del Grande, autore della “strage dei fornai” del 1998, ĆØ la drammatica verifica sul campo dei principi no-psichiatrici di Giorgio Antonucci. La sua fuga da una Casa di Lavoro (2025) e le lucide comunicazioni mediatiche hanno trasformato un atto di evasione in una denuncia pubblica contro la coercizione istituzionale.

La sua accusa ĆØ netta, e risuona come un monito antipsichiatrico: le Case di Lavoro sono “i vecchi OPG travestiti” dove si vive nell’abbandono.

Del Grande fu condannato a 30 anni, ma il riconoscimento della semi-infermitĆ  mentale ha innescato il doppio binario, un sistema criticato come struttura di controllo sociale mascherata da legge (Antonucci, Szasz e altri). Scontati circa 26 anni, ĆØ scattata la misura di sicurezza detentiva (Casa di Lavoro) a causa della persistente pericolositĆ  sociale legata al suo processo di condanna.

Questo passaggio dal tempo certo al tempo indefinito ĆØ il nucleo della sua protesta. Del Grande lamenta:

ā€œIo sono stato condannato ad anni 30… mi sono ritrovato nuovamente peggio di un detenuto… ho visto non considerato il mio impegno lavorativo. Le case di lavoro oggi sono delle carceri effettive… chi ĆØ sottoposto alla casa di lavoro non ĆØ un detenuto, bensƬ un internato, ovvero nĆ© detenuto, nĆ© libero.”

L’essere un internato significa l’assenza di benefici e l’essere sottoposto a sole proroghe semestrali. Questa negazione della pienezza dei diritti di cittadinanza e della libertĆ  ripropone il tema centrale di Antonucci: la dignitĆ  umana e la capacitĆ  giuridica devono essere premesse di qualsiasi percorso, non un premio da guadagnare sotto coercizione.

Il legame di Del Grande con la psichiatria ĆØ il motivo legale della sua detenzione e la prova del fallimento etico delle strutture. Le Case di Lavoro, destinate ai soggetti semi-infermi di mente, dovrebbero offrire un percorso curativo. Invece, Del Grande accusa:

ā€œ… la terapia, chiaramente psicofarmaco, viene data in dosi massicce a chiunque senza problemi. L’attivitĆ  lavorativa esistente ĆØ identica a quella dei regimi carcerari.ā€

Questa ĆØ la realizzazione della critica antonucciana agli psicofarmaci: usati come strumento di controllo e sedazione di massa, volti a quietare l’individuo anzichĆ© favorire il dialogo e l’espressione autentica. La psichiatria ĆØ ridotta a mero controllo chimico.

 Il ritorno coatto alla Casa di Lavoro ha cancellato il suo faticoso percorso di reinserimento (lavoro, compagna, autonomia), la vera prova, per Antonucci, di guarigione e reinserimento sociale:

ā€œAvevo ripreso in mano la mia vita… tutto questo svanito nel nulla per la decisione di un magistrato di Sorveglianza… [che mi ha] riproponendomi soltanto la realtĆ  repressiva carceraria, anzi quella delle case lavoro ĆØ ben peggioā€.

La denuncia di Del Grande trova tragica conferma nella ricerca della SocietĆ  della Ragione (ā€œUn ossimoro da cancellareā€, Menabò 2024).

Il paradosso ĆØ evidente: si continua a restare chiusi in cella, senza programmi, senza lavoro, senza prospettive.

A sentire i racconti degli stessi internati, il lavoro non solo ĆØ assente: ĆØ inesistente. Nulla, o quasi nulla, viene proposto.

La misura di sicurezza si svuota del suo senso originario – prevenire, rieducare – e diventa pura afflizione.

Questo sistema in cui l’etichetta prevale sul fatto e sul percorso rieducativo ĆØ l’antitesi della dignitĆ  umana.

La vicenda si allinea perfettamente alla critica radicale che ha portato alla stesura della CRPD e alle denunce del CPT:

CEDU (Art. 3 e 5): L’assenza di cura efficace e la detenzione indefinita sono la negazione della dignitĆ  e configurano un trattamento degradante. La detenzione, basata su una pericolositĆ  che il sistema non rimuove, mette in discussione la legittimitĆ  della privazione della libertĆ .

CRPD (Inclusione e Autonomia): La detenzione coatta e la perdita del lavoro sono la negazione del diritto all’autonomia e all’inclusione sociale (Art. 19).

Conclusione: Il caso Del Grande ĆØ la dimostrazione che il sistema delle misure di sicurezza ĆØ ancora un apparato di coercizione e abbandono, ben lontano dal dialogo e dal rispetto di Giorgio Antonucci. La sua fuga ĆØ la disperata richiesta di un internato di essere riconosciuto come cittadino con diritto alla libertĆ , alla cura autentica e alla dignitĆ , principi che sono stati negati dalle stesse istituzioni che avrebbero dovuto riabilitarlo.

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