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Diritti alla follia

Associazione impegnata sul fronte della tutela e della promozione dei diritti fondamentali delle persone in ambito psichiatrico e giuridico.

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Diritti alla Follia

Messico all’avanguardia, Italia ferma al passato.Il diritto di decidere senza sostituti: la procedura per la nomina straordinaria di supporti nel procedimento civile in Messico.L’Italia è pronta a fare lo stesso?

Diritti alla Follia · 03/04/2025 · Lascia un commento

Pubblicato il 24 febbraio 2025 in: Revista del Colegio de Notarios de la Ciudad de México

Autori: Cristián Mendoza, Carlos Ríos Espinosa, Ernesto Rosas Barrientos

Il Messico ha recentemente adottato un nuovo modello di capacità giuridica attraverso il Codice Nazionale di Procedura Civile e Familiare (CNPCF), pubblicato il 7 giugno 2023. Questa riforma rappresenta un’importante evoluzione nel riconoscimento della capacità giuridica di ogni individuo, superando i tradizionali modelli di decisione sostitutiva.

Storicamente, il diritto ha spesso escluso alcune categorie di persone dalla piena partecipazione agli atti giuridici, basandosi su criteri di capacità mentale. Tuttavia, la Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità (CRPD) e la Convenzione Interamericana sui Diritti Umani degli Anziani hanno sancito il diritto alla capacità giuridica indipendentemente da eventuali limitazioni cognitive o fisiche. Il CNPCF si allinea a questi principi, affermando che la capacità giuridica è un diritto inalienabile di ogni persona adulta.

Uno degli aspetti più innovativi del CNPCF è la previsione della designazione straordinaria dei supporti per coloro che si trovano nell’impossibilità di esprimere la propria volontà. Questa figura giuridica non sostituisce la persona interessata, ma la assiste nella presa di decisioni in situazioni specifiche.

La nomina di un supporto straordinario è consentita solo se:

  • La persona non può comunicare la propria volontà con alcun mezzo.
  • Esiste un rischio concreto per i suoi diritti, beni o integrità personale.
  • Sono stati compiuti sforzi significativi per supportare la sua espressione di volontà, senza successo.

Il CNPCF impone che ogni decisione presa con il supporto straordinario sia guidata dalla migliore interpretazione possibile della volontà della persona interessata. Ciò significa considerare:

  • La sua storia di vita, valori e preferenze
  • Eventuali manifestazioni precedenti della sua volontà

Questo approccio supera la tradizionale logica del “miglior interesse”, che spesso portava a decisioni paternalistiche, e privilegia invece l’autonomia della persona.

Il supporto straordinario può essere nominato per questioni patrimoniali o sanitarie, ma non può intervenire in decisioni strettamente personali, come:

  • Contrarre matrimonio o divorzio
  • Redigere un testamento

Il tribunale deve selezionare la persona più adatta a svolgere il ruolo di supporto, tenendo conto:

  • Delle preferenze della persona interessata
  • Del grado di parentela o della relazione di fiducia con la persona
  • Della disponibilità e idoneità del candidato

Se non vi sono persone idonee, il tribunale può rivolgersi a organizzazioni specializzate

L’adozione del CNPCF rappresenta un significativo avanzamento nella protezione dei diritti umani, riconoscendo il diritto universale alla capacità giuridica. Tuttavia, la piena attuazione di questi principi richiederà un adeguamento delle normative statali e un cambiamento culturale nell’approccio alla disabilità e alla capacità decisionale. Il futuro del diritto civile messicano si sta muovendo verso un modello più inclusivo, basato sul rispetto dell’autonomia individuale e sull’interdipendenza umana.

Leggi l’articolo in lingua originale a questo link

https://www.hrw.org/news/2025/02/24/towards-expansion-right-decide-and-recognition-human-interdependence

Leggi la traduzione completa dell’articolo nel file allegato

Verso l’espansione del diritto di decidere e il riconoscimento dell’interdipendenza umana. La procedura per la nomina straordinaria di supporti nel procedimento civile in MessicoDownload

Diritti alla Follia ti invita a sostenere due proposte di legge di iniziativa popolare che mettono i diretti interessati al centro delle decisioni.

✅ FIRMA ORA online gratuitamente, con SPID, CIE o CNS, sulla piattaforma pubblica, in pochi clic, senza uscire da casa.

🔹 ECCO LE PROPOSTE DI LEGGE:

📜 Abolizione dell’Interdizione e dell’Inabilitazione e Riforma dell’Amministrazione di Sostegno

🚫 Superiamo strumenti obsoleti e discriminanti per garantire diritti, trasparenza e protagonismo a chi vive queste realtà.

📜 Riforma del Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO)

📜 Adeguamento alla Costituzione e agli obblighi internazionali per garantire il rispetto dei diritti fondamentali, la difesa effettiva e un controllo giurisdizionale rigoroso e sostanziale.

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ABUSI NEI REPARTI PSICHIATRICI: PERCHÉ SERVONO LE TELECAMERE NEGLI SPDC E UNA RIFORMA DEL TSO

Diritti alla Follia · 24/03/2025 · Lascia un commento

L’orribile caso di Padova, in cui un operatore socio-sanitario è stato condannato per aver abusato di una minorenne ricoverata in un reparto psichiatrico, è solo l’ennesima dimostrazione di quanto sia urgente garantire maggiore sicurezza e trasparenza nei reparti psichiatrici. Secondo le informazioni disponibili, l’OSS ha continuato a lavorare nella stessa struttura anche dopo l’emersione delle accuse, venendo semplicemente trasferito in un altro reparto*.

Questa vicenda non è un caso isolato. Gli abusi nei reparti psichiatrici esistono, ma spesso restano nell’ombra. Perché? Perché chi li subisce non viene creduto. Le donne, in particolare, devono affrontare un doppio ostacolo: da un lato, il radicato scetticismo sociale che tende a minimizzare o mettere in dubbio le denunce di violenza; dall’altro, se hanno una diagnosi psichiatrica, il pregiudizio che le vede come inattendibili, confuse, incapaci di distinguere la realtà dalla fantasia. Così, anche quando trovano la forza di denunciare violenze, soprusi o trattamenti disumani, le loro parole vengono troppo spesso ignorate o screditate.

Nel caso di Padova, la verità è emersa solo grazie alla madre della vittima, che ha dato credito ai racconti della figlia e ha avuto il coraggio di denunciare. Ma quante altre storie restano sepolte nel silenzio? Quanti abusi non vengono mai puniti perché le vittime non vengono credute?

L’associazione ‘Diritti alla Follia’ da tempo denuncia le condizioni in cui versano gli SPDC e propone una riforma concreta per la tutela degli utenti psichiatrici. Uno dei punti cardine della nostra proposta è l’installazione di telecamere di sicurezza nei reparti psichiatrici, nel rispetto della privacy ma con la garanzia di un controllo esterno indipendente.

Molte persone da noi intervistate sul tema delle telecamere – iscritti all’associazione, simpatizzanti, utenti, ex utenti e sopravvissuti alla psichiatria – si sono espresse favorevolmente. Secondo la stragrande maggioranza, l’ago della bilancia pende a favore del diritto alla sicurezza piuttosto che del diritto alla privacy.

Troppi utenti psichiatrici hanno vissuto esperienze di violenza e soprusi nei reparti, e la possibilità di avere un controllo visivo rappresenta per loro una garanzia di tutela, non una minaccia. La paura di essere esposti a trattamenti degradanti o coercitivi senza possibilità di dimostrare quanto accaduto pesa molto più del timore di essere ripresi da un sistema di videosorveglianza regolato e accessibile solo in caso di necessità giudiziaria o difensiva.

Le telecamere nei reparti psichiatrici:
✔ Fungerebbero da deterrente contro gli abusi, riducendo il rischio di violenze e maltrattamenti
✔ Garantirebbero la trasparenza, permettendo di verificare eventuali segnalazioni di abusi o comportamenti scorretti
✔ Proteggerebbero sia gli utenti che gli operatori, evitando false accuse e ricostruendo oggettivamente gli eventi in caso di segnalazioni
✔ Darebbero voce a chi oggi non viene creduto, offrendo prove concrete di ciò che accade nei reparti.

Inoltre, la proposta di legge di iniziativa popolare dell’associazione ‘Diritti alla Follia’prevede l’installazione di telecamere non solo per i trattamenti sanitari obbligatori (TSO), ma anche per le degenze volontarie, che spesso di volontario hanno poco o nulla. Questo perché, in molti casi, le degenze cosiddette volontarie sono frutto di pressioni o mancanza di alternative, rendendo gli utenti altrettanto vulnerabili agli abusi.

L’installazione delle telecamere e la riforma del TSO non risolverebbero da sole tutti i problemi degli SPDC, ma sarebbero primi, fondamentali passi verso un sistema maggiormente garantista, più trasparente e più rispettoso dei diritti umani.

Ecco i punti della proposta di riforma fondamentali per prevenire gli abusi nei ricoveri ospedalieri in ambito psichiatrico:

1. Maggiori garanzie procedurali e tutele legali per le persone direttamente coinvolte

  • Nomina obbligatoria di un difensore d’ufficio o di fiducia, con indicazione del suo nome e contatti già nell’ordinanza sindacale. Attualmente, la normativa non prevede nemmeno l’obbligo di notifica al diretto interessato, lasciandolo privo di qualsiasi strumento di tutela immediata
    • Informazione chiara e accessibile sui propri diritti: la persona deve essere informata in un linguaggio comprensibile sui mezzi per tutelarsi e impugnare il provvedimento
    • Possibilità di ricorrere senza formalità contro il TSO e successiva convalida, con il supporto del difensore
    • Obbligo per il Giudice Tutelare di esaminare eventuali memorie difensive e rispondere entro 24 ore

2. Limitazione del potere discrezionale e maggiori controlli sul TSO

• Necessità di due certificazioni psichiatriche indipendenti per disporre il TSO, entrambe redatte dopo una visita formale
• Divieto assoluto di somministrare farmaci coattivamente prima della notifica dell’ordinanza sindacale
• Limite massimo di 96 ore rinnovabili solo tre volte per il TSO
• Possibilità per familiari, difensori e associazioni di tutela di accedere al reparto senza restrizioni su richiesta del diretto interessato
• Accesso garantito agli atti per il diretto interessato, il difensore e le associazioni di tutela

3. Stop a violenze e abusi durante la degenza

• Divieto assoluto di contenzione meccanica e farmacologica
• Obbligo di video-sorveglianza in tutte le degenze psichiatriche, con conservazione dei filmati per 6 mesi, visionabili solo su richiesta dell’autorità giudiziaria o in ambito difensivo
• Strutture psichiatriche aperte, con condizioni analoghe agli altri reparti ospedalieri
• Diritto inalienabile alla comunicazione: la persona deve poter ricevere visite e usare mezzi di comunicazione (telefono, internet) senza limitazioni arbitrarie

4. Trasparenza e monitoraggio pubblico

• Ogni TSO viene notificato immediatamente al Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale e ristrette
• Obbligo per il Garante di pubblicare annualmente un’anagrafe dei reparti psichiatrici e i dati statistici sui TSO

A chi ci accusa di voler trasformare i reparti psichiatrici in carceri rispondiamo con chiarezza: sono proprio i diretti interessati a chiederlo!

Le persone che hanno vissuto il ricovero coatto – utenti, ex utenti, sopravvissuti alla psichiatria – ci dicono che la vera prigione è già il reparto psichiatrico così com’è oggi: un luogo chiuso, con porte bloccate, guardie giurate all’ingresso e nessuna possibilità di difendersi da abusi e soprusi.

 La videosorveglianza non trasforma il reparto in un carcere, lo rende più sicuro.
Perché mai dovrebbero essere vietate proprio nei reparti dove si verificano più facilmente contenzioni, abusi e trattamenti degradanti?

 Il punto centrale è: chi ha paura della trasparenza? Se un reparto è davvero un luogo di “cura”, perché temere che ciò che accade al suo interno venga documentato?

Il vero problema non è la loro presenza, ma l’idea che un luogo di “cura” possa essere gestito come una prigione senza alcun controllo esterno.

Sostieni la riforma del TSO di ‘Diritti alla Follia’

Per approfondire la proposta di legge di iniziativa popolare sulla riforma del Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) e conoscere tutti i dettagli, puoi consultare il testo e la relazione illustrativa al seguente link:

Riforma della procedura di applicazione del Trattamento Sanitario Obbligatorio

👉 Firma la proposta di legge!
La raccolta firme è attiva e puoi sottoscriverla online tramite la piattaforma ufficiale del Ministero della Giustizia. Tutte le informazioni su come partecipare sono disponibili qui: https://bit.ly/4gadjYU

*https://ossnews24.it/oss-accusato-di-violenza-sessuale-su-paziente-psichiatrica-minorenne-a-padova-chiesta-condanna-a-6-anni-e-8-mesi/139280

PADOVA | ABUSI ALLA PAZIENTE PSICHIATRICA MINORENNE: OSS CONDANNATO A SETTE ANNI
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Tutte le discipline scientifiche evolvono: la psicologia non fa eccezione. Cosa cambia nel lavoro con i Pazienti?

Diritti alla Follia · 22/03/2025 · Lascia un commento

di Miriam Gandolfi, psicologa, psicoterapeuta sistemico-connessionista, Officina del pensiero, Bolzano – Trento, miriamgandolfi53@gmail.com, marzo 2025

La discussione sul destino della proposta di nuovo codice deontologico degli psicologi non ha senso se viene estrapolata dal contesto sociale, culturale e storico più ampio che l’ha visto nascere. Ciò è infatti necessario per comprendere cosa sia un codice deontologico e, nello specifico nell’ambito della cura umana, fisica e psicologica.

 In questo contesto vi proporrò di seguire il filo che separa e insieme unisce il professionista e il paziente nel percorso che ha visto la nascita della psicologia come professione di aiuto, nei diversi momenti culturali e sociali.

 Infatti la relazione di aiuto è caratterizzata da una sorta di doppio legame, perché è evidente un’asimmetria insita in essa: quando si chiede aiuto ci si aspetta che colui a cui ci si rivolge ne sappia più del richiedente. D’altra parte sia il professionista che il paziente sono esseri umani che hanno lo stesso diritto al rispetto e alla tutela della libertà personale. 

Per questo motivo io non amo il termine clienti, un eufemismo che altera la natura reale del rapporto d’aiuto e non garantisce il massimo impegno etico, oltre che professionale, dell’operatore.

Il primo codice deontologico in ambito medico nasce a Sassari nel 1903 (testo originale trovato presso la biblioteca dell’Università di Sassari). È suddiviso in tre capitoli: il secondo, di ben trentasette articoli, parla dei doveri verso i colleghi. Analizzando il testo si comprende che esso rappresenta un correttivo alla competitività tra colleghi, tra istituzioni e al paternalismo medico, di cui quello in ambito della salute mentale è la quintessenza. Allora come ora tali aspetti erano presenti rischiando di inquinare l’atto di cura in sé, riducendo la tutela dei pazienti, della loro salute e della loro libertà di farsi curare.

Il primo articolo recita “Il sanitario sarà diligente, paziente e benevolo e conserverà sempre e scrupolosamente il segreto professionale. Sarà affabile coi poveri, non mostrerà ossequio servile verso i ricchi e curerà gli uni e gli altri con la stessa abnegazione.” l’Art. 4 afferma che il Medico “non intraprenderà alcun atto operativo senza aver prima ottenuto il consenso dell’ammalato o delle persone dalle quali dipende …”.
Con ciò il medico rivendicava a sé la qualità di garante del diritto del cittadino in rapporto alla necessaria tutela della salute pubblica. Ma la cosa ancora più interessante è che esso è antecedente al Regio decreto che istituiva l’Ordine Professionale dei Medici, che è del 1910; a dimostrare che il rispetto dell’agire in scienza e coscienza è più forte di ogni corporativismo.

Questo dovrebbe essere appunto il fulcro di un codice deontologico: l’equilibrio tra asimmetria e simmetria del rapporto, tra libertà dell’individuo e responsabilità sociale, in cui paziente e professionisti sono entrambi coinvolti.

Questo nel 1903, ora cerchiamo di fare un passo avanti.

 Stefano Rodotà, nel suo bellissimo articolo del 2015, L’uso umano degli esseri umani (MicroMega 8/2015, pp.121/166), offre spunti e considerazioni puntuali e profetici.

 La tragedia del nazismo aveva messo in evidenza come questo rischio non valesse solo per fisici e chimici, ma anche per i medici e, vista la necessità di gestire i mezzi di propaganda, anche per gli studiosi della mente e del comportamento. Ricordiamo che l’inventore dell’eugenetica scientifica è stato F. Galton, personaggio di rilievo nella storia della psicologia.

È da quella esperienza che nel 1946 il codice di Norimberga, affrontando il tema della sperimentazione medica umana, asserisce che: “Il consenso volontario del soggetto è assolutamente necessario”.

 Indicazione immediatamente accolta dalla Costituzione Italiana, che all’Art. 32 recita “la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Qui cito Rodotà: “Viene cosi posto un limite invalicabile, più incisivo ancora, di quello previsto dall’articolo 13 per la libertà personale, che ammette limitazioni sulla base della legge e con provvedimento motivato del giudice. L’articolo 32 va oltre… è la sola volta in cui la Costituzione qualifica un diritto come <<fondamentale>>” (op. cit. p.123- 124). Nel suo articolo sottolinea come sia necessario frenare la tentazione di rincorrere una ”assoluta libertà della ricerca scientifica e dell’incondizionato riconoscimento del diritto della tecnologia come “libertà morfologica” in nome di una presunta utilità/indispensabilità  delle “nano-bio-info-neuro-macchine”(op. cit. p.125).

Questo è il punto centrale per il nostro discorso: l’anima antica dell’uomo che aspira ad essere dio e che assegna allo scienziato la possibilità di esserlo, togliendogli ogni limite in nome di un presunto progresso o necessario controllo sociale ed economico.

Nella seconda metà dell’800 si cerca di sottrarre lo studio del comportamento umano alla religione e alla filosofia, cercando di dare ad esso uno statuto scientifico. Il modello metodologico di riferimento diventano la fisica e la matematica. Dunque parole d’ordine: cause materiali individuabili come cause certe dei comportamenti, misurabilità dei fenomeni studiati, quello che oggi viene chiamato evidence based. 

Il primo laboratorio sperimentale viene ascritto a W. Wundt, a Lipsia nel 1879. Ma non possiamo certo dimenticarci né di Pavlov, né di Watson, né di Darwin, che avevano impostato il loro modo di considerare lo studio della psicologia appunto secondo le leggi prese a prestito dalla fisica e dalla matematica. È qui che lo studio del cervello, come sede materiale dai comportamenti, e della genetica, come processo di trasmissione di essi, prende avvio.

Questo approccio materialista e meccanicista, nel costruire teorie su cosa sia la mente, la distinzione tra comportamento normale o patologico o sottosviluppato e come poterlo misurare controllare e selezionare è ancora oggi fondante della psicologia comportamentale o cognitivo-comportamentale e della neuro-psichiatria organicista. Dunque, in questa prospettiva, è lo studioso della mente che sa e conosce i motivi del comportamento, il paziente è relegato in posizione passiva spinto ad affidarsi all’”esperto”.

Si giunge così ai primi decenni del ‘900

È da quella visione dell’uomo che prende forma il magnifico romanzo di Aldous Huxley, Il nuovo mondo, del 1932. Si resta meravigliati della nitida fotografia di scenari di organizzazione sociale che anche oggi ci vengono proposti, inclusa l’idea che sia possibile costruire a piacimento una precoce identità sessuale nei bambini, senza tuttavia occuparsi del loro sviluppo emotivo, considerato un intralcio all’impalcatura dell’ordine di una società “perfetta”. Huxley non a caso pone nel Gotha della gerarchia sociale del romanzo la figura dello psicologo, che con la sua competenza è chiamato a far funzionare i progetti di eugenetica e controllo mentale.

Torniamo al filo rosso del tempo.

Gli anni ’60 sono quelli in cui si allarga il dibattito che agita tutta la storia della psicologia e delle diverse teorie della mente formulate per affrontare l’enigma della mente umana: cos’e il comportamento cosciente e la distinzione tra normale e anormale, tra sano di mente e matto. È infatti dalla definizione stessa di sofferenza mentale che dipende il come trattarla e come considerare colui che manifesta sofferenza psichica nel rapporto tra razionalità ed emozioni. Consideralo un “non in grado di intendere e di volere” e dunque essere legittimati a decidere per lui, o…?

Èil momento più acuto deldibattito tra diritto al rispetto del soggetto e necessità di controllo sociale.

 Infatti anche la psicoanalisi pone il problema della necessità di restituire autonomia e centralità al paziente, cambiando concetti e metodi di trattamento. Ma soprattutto emerge l’impronta dell’esistenzialismo che si oppone all’idea di analisi come frammentazione dell’individuo chiuso in un involucro soggettivo, opponendo la pratica della psicosintesi. Qui troviamo le connessioni con l’esistenzialismo di sinistra cui si ispirerà anche Basaglia collegato al gruppo inglese di Laing ed Esterson. È in questa visione della sofferenza che al paziente viene restituito il diritto di autodeterminarsi e che modifica il rapporto tra professionista e utente.

È nel tentativo di superare la contrapposizione tra aspetti soggettivi e aspetti socio-culturali, ma soprattutto di cercare una strada di accesso più efficace per affrontare la sofferenza mentale grave, il Golem della psichiatria, la psicosi, che sempre in quegli anni nasce la sistemica con la teoria ecologica della mente formulata da Gregory Bateson. È la ricerca di un una cornice epistemologica più ampia, scientificamente fondata, interdisciplinare e utile ad affrontare la complessità della mente e delle sue manifestazioni.

Entriamo negli anni ’70. In Italia si costituisce il gruppo di Mara Palazzoli Selvini e nasce il movimento di psichiatria democratica fondato da Franco Basaglia. Entrambi ci verranno a lungo invidiati e assunti come modello. Specie nel mondo tedescofono e oltre oceano, negli USA e in America Latina.

Quel momento straordinario si caratterizzava proprio per il capovolgimento di quel rapporto paternalistico, denunciato già nel codice del 1903. Si capovolge la visione del “malato mentale” come un “fuori norma”, misurabile con test o criteri classici ritenuti oggettivi a cui il DSM si riferisce ancora oggi (prima edizione 1952, seconda 1968 ultima, la 5 del 2013 ora R). Ma nella visione della scienza del comportamento materialista classica, allora come oggi, il soggetto doveva accettare la sua diversità e, affidandosi, obbedire per il suo bene.

Sono gli anni ’70 il vero punto di svolta:

nel 1971 finalmente vengono istituiti, dopo anni di discussione con una parte della classe medica psichiatrica i primi due corsi di laurea in psicologia in Italia, a Roma e Padova, all’interno della facoltà di Magistero.

Nel 1978 dopo anni di dura lotta sulla riforma sanitaria, viene congedata la legge 180, che prevede l’abolizione degli “ospedali speciali”, i manicomi.

Ci vorranno più di dieci anni perché la legge istitutiva dell’ordine degli psicologi veda la luce: la legge 56/1989 e si dovrà attendere il 1995 perché venga istituita la facoltà di psicologia.

Ed ora? Quale lo stato di autonomia, dignità e responsabilità della nostra disciplina? Quale responsabilità e tutela ci assumiamo verso i nostri pazienti/cittadini?

Ci troviamo di fronte ad un nuovo punto di svolta o a un dietrofront?

 È d’obbligo pensare a Umberto Eco e al suo Passo di gambero, del 2006. Infatti con gli anni duemila inizia una fase caratterizzata da un’enorme euforia da illusione di progresso e cambiamento epocale, che tuttavia agli osservatori più attenti mostra immediatamente il volto seduttivo dell’ambiguità. L’entusiasmo per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale come supporto al sogno transumanista viene visto da Rodotà (op. cit.) come la via che potrebbe portare ad un uso umano degli esseri umani per creare l’uomo aumentato. E dal matematico e fisico Lucio Russo come la legittimazione di una “persistente diffusione di una fede cieca nel progresso, che qualifica ipso facto come “progressivo” qualsiasi mutamento abbastanza forte da imporsi” (p.11). … “un processo che sottrae intelligenza al lavoro” (p.17) dunque sottrae competenza intelligente anche ai professionisti della salute mentale. (Lucio Russo,1998, Segmenti e bastoncini. Dove sta andando la scuola, Feltrinelli, Milano 2016).

Questa infatuazione spiega il vezzo con cui è sempre più dilagante preferire il termine neuropsicologi a quello di psicologi. Dove una parte (il neurone, il cervello) diventa più importante del tutto (la mente-corpo nel loro completo e inscindibile rapporto all’interno di un contesto umano e sociale).   

Éric Sadin, nel suo saggio del 2016(Sadin Éric, La silicolonizzazione del mondo. L’irresistibile espansione del liberismo digitale, (2016) Einaudi, Torino, 2018)analizza quella che definisce la psicopatologia della Silicon Valley.

“Si tratta di una vera e propria visione del mondo, fondata sul postulato tecnico-ideologico di una fondamentale inadeguatezza umana, destinata a essere colmata dall’intelligenza artificiale grazie a poteri sempre più vari ed estesi che le vengono affidati” (p.20)e che si caratterizza per “il disinteresse per gli effetti sociali.” (p.25).

È in questo Zeitgeist che troviamo una perversa saldatura tra biologico e sociale in cui gli psicologi sono tornati ad essere, come negli anni ’60, subalterni alle discipline mediche, testisti certificatori, pronti ad inviare a neuropsichiatri infantili e psichiatri i nuovi disabili del secondo millennio: DSA, ADHD, oppositivi-provocatori, soggetti affetti da disturbi dello spettro autistico,… Aprendo la carriera psichiatrica a ben il 25% della popolazione scolastica, considerata non curabile e solo controllabile. (M. Gandolfi, A. Negri, Disturbi specifici (della relazione) dell’apprendimento. Un approccio ecologico alla didattica, alla diagnosi precoce e all’intervento sui DSA, G. Fioriti, 2023)

In quest’ottica il consenso informato e il riconoscimento dell’utente/paziente come attore attivo degno di agire una scelta consapevole diventa un vero intralcio. Dunque è comprensibile quanto contenuto nel tentato nuovo codice deontologico degli psicologi. Attendiamo quello dei medici! In nome del mai morto paternalismo c’è chi può decidere al posto di chi chiede aiuto, decidere per il suo bene e di una fantomatica comunità etero definita.

È impossibile non cogliere come proprio il contenuto del tentato nuovo codice deontologico delinei il ritorno ad una visione esclusivamente biologica e meccanicistica dell’uomo a cui anche una certa psicologia ha scelto di aderire. (Festival della salute ottobre 2023 Marco Cavallo https://orax.me/blog/forum_art_det.asp?id=126&estrai=tutto )

Ma se si vuole sbandierare la garanzia scientifica dobbiamo rivolgerci a scienziati seri.

Così Guido Tonelli, fisico tra gli scopritori del bosone di Higgs:

 “La fisica del XX secolo archivia definitivamente ogni tentazione di realismo grossolano e di meccanicismo materialistico… (p. 173) … “L’illusine di capire il funzionamento del cervello umano usando gli stessi strumenti che ci hanno permesso di capire il funzionamento di altri nostri organi è tramontata da tempo…Il metodo scientifico non è in discussione…(ma)… balbetta, o risulta del tutto impotente, nell’affrontare i fenomeni privi di queste caratteristiche. (Come appunto la vita di)… una comunità umana di individui pensanti, liberi e interagenti fra loro non può essere trattato come un sistema fisico” (p.175). (Materia. La magnifica illusione, Feltrinelli, Milano, 2023)

Dunque non meno scienza ma più scienza, quella vera che usa il metodo come autocorrezione ed è interessata alla conoscenza e non al potere, per tutelare dignità, libertà e responsabilità sia dei cittadini sia dei professionisti che se ne occupano.

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COMUNICATO STAMPA DELL’ASSOCIAZIONE ‘DIRITTI ALLA FOLLIA’: Giustizia tradita: Lo Stato punisce chi difende la libertà e protegge un sistema criminale

Diritti alla Follia · 20/03/2025 · Lascia un commento

Purtroppo è giunta oggi, 20 marzo 2025, la notizia del rigetto, da parte della Corte di Cassazione, del ricorso di Fabio Degli Angeli e Gabriella Cassano avverso la sentenza della Corte di Appello di Lecce che li aveva condannati (con altri due coimputati).

Secondo i Giudici pugliesi (ora anche secondo la Corte di Cassazione) Fabio e Gabriella sono responsabili di sequestro di persona, di abbandono di incapace, di circonvenzione di incapace, di sottrazione di incapace. Quattro reati commessi – secondo l’accusa – “ai danni” di Marta Garofalo Spagnolo: una ragazza morta a trent’ anni (oltre tre anni dopo i fatti di causa e l'”allontanamento” di Fabio e Gabriella) in una struttura psichiatrica dopo oltre dieci anni di ricoveri coatti effettuati grazie all’amministrazione di sostegno cui era sottoposta. Questa sentenza, ingiusta, punisce Fabio e Gabriella per avere cercato di aiutare Marta a vivere la vita che desiderava vivere, a sottrarsi dalla reclusione forzata che viveva già da anni, a liberarsi dalla morsa di un “sistema” criminale che – raccontando a sè stesso di agire “per proteggere” le persone con disabilità – stritola gli individui, ha stritolato Marta, sta stritolando Fabio e Gabriella, per i quali si aprono drammaticamente le porte del carcere.

Fabio e Gabriella sono innocenti. Marta Garofalo Spagnolo voleva sottrarsi al suo destino di reclusione ed ha chiesto loro aiuto. Gli alti valori – di cui si parla ogni giorno senza viverli mai – della fratellanza e dell’umana solidarietà hanno loro imposto di non restare indifferenti a tale richiesta di aiuto. Per questo vengono condannati dai Tribunali di una Repubblica delinquente, che continua a tenere sequestrate migliaia di persone con disabilità psicosociale nonostante sia teoricamente obbligata a rispettare la Convenzione delle Nazioni Unite per i Diritti delle Persone con Disabilità (CRPD) per la quale “nessuno può essere privato della libertà personale in ragione della propria condizione di disabilità “.

Questa Repubblica colpevole infierisce oggi contro gli innocenti Fabio e Gabriella: un uomo ed una donna che hanno dimostrato che “un altro mondo è possibile, che un’altra umanità è possibile”, e che oggi pagano per questo. 

Li invitiamo a “non mollare”, a continuare in un impegno diretto a riformare questo sistema criminale: noi ci siamo, ‘Diritti alla Follia’ c’è: ci auguriamo che abbiano la forza e la determinazione per continuare ad esserci anche loro.

Per maggiori informazioni sulla vicenda di Marta Garofalo, vi segnaliamo i seguenti link:

  • https://dirittiallafollia.it/2024/07/01/il-blocco-dellillegalita-istituzionale-italiana-si-manifesta-nella-drammatica-vicenda-di-marta-garofalo-spagnolo/
  • https://mad-in-italy.com/tag/marta-garofalo-spagnolo/
  • https://informareunh.it/lamministrazione-di-sostegno-e-leffetto-terra-bruciata/

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Un approfondimento sui reparti psichiatrici: cosa sono e cosa realmente accade al loro interno.

Diritti alla Follia · 02/03/2025 · Lascia un commento

*Di Federico Valenti

I Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC) sono strutture ospedaliere specializzate nel trattamento di pazienti affetti da disturbi psichiatrici in fase acuta. All’interno degli SPDC vengono effettuati sia trattamenti sanitari volontari che obbligatori, come previsto dalla legge italiana. Questi servizi fanno parte del Dipartimento di Salute Mentale e offrono assistenza continua 24 ore su 24, garantendo un ambiente terapeutico intensivo per la gestione delle emergenze psichiatriche. Oltre al ricovero, gli SPDC forniscono consulenza psichiatrica ad altri reparti ospedalieri e collaborano strettamente con i servizi territoriali per assicurare la continuità delle cure dopo la dimissione del paziente.

Tuttavia, in questi reparti vengono spesso ricoverate anche persone che non presentano disturbi definiti come tali. Pur essendo strutture temporanee, il paziente può rimanervi per un periodo indefinito, teoricamente necessario alla stabilizzazione del suo stato psichico, prima di essere indirizzato verso percorsi di cura a lungo termine. Nei reparti psichiatrici (utilizzerò questo termine, in quanto comunemente usato da pazienti e operatori) operano generalmente uno psichiatra, che dovrebbe seguire i pazienti, e personale infermieristico.

Un paziente può accedere a un reparto psichiatrico sia in modo volontario, attraverso un Trattamento Sanitario Volontario (TSV), sia contro la propria volontà, tramite un Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO), di cui ho già parlato in un precedente articolo nel nostro blog Diritti alla Follia.

L’obiettivo dovrebbe essere stabilizzare il paziente e garantirgli un adeguato percorso di cura. Tuttavia, la realtà di ciò che accade all’interno di questi reparti è spesso molto diversa da quanto ci si aspetterebbe.

La fatiscenza del reparto

Pur essendo spesso ospitati all’interno di ospedali moderni, molti reparti SPDC risultano fatiscenti. Le docce e i bagni sono poco curati, i muri spesso scrostati, le aree fumatori piene di scritte e con finestre sbarrate che limitano il ricambio d’aria, rendendo l’ambiente soffocante. Per un paziente, trovarsi in un luogo del genere non può che aggravare la sua condizione, specialmente se soffre di depressione, poiché si tratta di ambienti sporchi, trascurati, chiusi e poco accoglienti.

La poca informazione ai pazienti e la somministrazione indiscriminata di farmaci

Al momento del ricovero, i pazienti vengono subito classificati come soggetti agitati e affetti da disturbi gravi. Poiché in questi reparti sono ricoverati molti pazienti, i farmaci vengono spesso somministrati in modo indiscriminato, senza un’adeguata valutazione medica. Il carrello dei farmaci passa e i pazienti assumono benzodiazepine, neurolettici e altri psicofarmaci, senza che lo psichiatra di riferimento abbia effettuato un’adeguata visita e prescritto una terapia personalizzata. Come accade nelle carceri (tema che ho affrontato in un altro articolo), gli psicofarmaci vengono utilizzati più per controllare e sedare i pazienti che per curarli realmente.

L’assenza di figure di supporto

Nei reparti psichiatrici, il paziente può rimanere anche per periodi di tempo indeterminati, poiché non esiste una normativa che stabilisca un limite massimo di permanenza. Ho conosciuto persone che sono rimaste ricoverate per cinque mesi. Un periodo così lungo, trascorso in un ambiente dove gli psicofarmaci vengono somministrati in modo massiccio, non favorisce la guarigione, ma rende il paziente sedato e apatico.

Il problema principale è l’assenza di figure di supporto: nei reparti non è possibile interagire con psicologi o educatori, non sono previste attività di gruppo né gruppi di supporto. Il paziente può parlare solo con gli altri pazienti e con gli infermieri, ma raramente con lo psichiatra. Certamente, non tutti i reparti SPDC in Italia operano allo stesso modo, ma, sulla base di numerose testimonianze dirette e indirette, questa realtà risulta purtroppo essere assai comune.

Il contenimento forzato

Nei reparti psichiatrici è prassi comune l’uso delle fasce di contenzione. Spesso i pazienti vengono legati per motivi banali e lasciati immobilizzati a letto per ore, o addirittura per giorni. Purtroppo, come dimostra il caso Mastrogiovanni, queste pratiche hanno, in diversi casi, causato la morte del paziente. In Italia, su 318 reparti SPDC, solo 19 non utilizzano la contenzione, un dato che evidenzia la gravità della situazione.

Gli abusi nei reparti

Gli abusi nei reparti SPDC si manifestano in diverse forme: dall’uso sistematico della contenzione meccanica ai maltrattamenti verbali da parte degli operatori, fino alla somministrazione eccessiva di tranquillanti, utilizzati più per sedare i pazienti che per avviare un reale percorso di cura. Troppo spesso, infatti, i pazienti vengono trattati come nei vecchi manicomi, rievocando le pratiche in uso prima della legge Basaglia, che ne sancì l’abolizione.

Non mancano nemmeno i casi di cronaca: a Foggia, ad esempio, gli abusi in un reparto psichiatrico hanno portato ad indagare 15 persone; a Roma, una giovane donna di 25 anni ha denunciato di essere stata violentata nel reparto psichiatrico dell’ospedale Sant’Andrea.

In conclusione, possiamo affermare che, come nel caso dei TSO, dell’amministrazione di sostegno o delle carceri, la realtà dei reparti psichiatrici è spesso ben diversa da quella che dovrebbe essere. Gli SPDC, che dovrebbero essere luoghi di cura, si trasformano troppo spesso in ambienti di abuso e contenimento.

*Federico Valenti (Milano, 30 maggio 1999) studia giornalismo presso la scuola di Panorama e scrive per un magazine. Da sempre appassionato di informazione, storia, politica ed esteri, dedica il suo tempo all’analisi e alla divulgazione.

È attivamente impegnato nelle battaglie sociali, in particolare come membro dell’associazione Diritti alla Follia con cui collabora come editor e co-conduttore della rubrica “Rassegna Stampa”, contribuendo alla diffusione di notizie e approfondimenti.

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