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Diritti alla follia

Associazione impegnata sul fronte della tutela e della promozione dei diritti fondamentali delle persone in ambito psichiatrico e giuridico.

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Comunicato stampa

Comunicato stampa: 4a UDIENZA // PROCESSO A GIGI MONELLO

Diritti alla Follia · 25/10/2023 · Lascia un commento

4a UDIENZA // PROCESSO A GIGI MONELLO

Il prossimo 7 novembre, alle h. 11, presso il Tribunale di Cagliari si terrà la 4a udienza del processo a Gigi Monello, processo che – lo ricordiamo – va avanti dal maggio 2022, e ha tratto origine dalla denuncia per maltrattamenti in famiglia sporta nel marzo 2020 dall’Avv. Debora Amarugi all’epoca Amministratore di sostegno della madre dell’imputato.

Per questa udienza risultano convocati i seguenti testi: Olena Nikitiuk (badante in casa Monello per 14 gg, nel marzo del 2020); Touria Morchid (badante in casa Monello dal dicembre 2019 al luglio 2021); Daniel Lombardi (Maresciallo dei CC, titolare delle indagini su delega del PM). Dobbiamo precisare che, in contrasto con quanto scritto dal Giudice delle indagini preliminari, il quale, nel chiedere il rinvio a giudizio di Gigi Monello, aveva parlato di “solido quadro probatorio”, il processo sta andando avanti tra ritrattazioni (un teste che non conferma quanto dichiarato ai CC circa l’interferenza nella somministrazione dei farmaci), accuse che toccano il grottesco (una teste che accusa l’imputato di aver determinato l’isolamento della madre – un soggetto novantottenne affetto da severa ipoacusia – per il fatto di averle fatto indossare delle cuffie davanti alla TV), sorprendenti inversioni di rotta (una teste che dichiara di “nutrire stima” per l’imputato); clamorose illogicità (la teste Amarugi che denuncia l’imputato come pericolo per la vita della madre, e contemporaneamente lascia che la medesima resti sola con lui per un’ora e mezza, 5 giorni alla settimana, per quattro mesi.

L’Associazione ‘Diritti alla Follia’ vede in questo caso giudiziario l’esempio emblematico ed estremo delle gravissime degenerazioni dell’Istituto dell’Amministrazione di sostegno, che – tra i molti danni – ha anche finito per produrre, in tutta Italia, centinaia di casi simili a questo, cioè la criminalizzazione del familiare più tenacemente impegnato a proteggere “l’amministrato”, additato come disturbatore ed emarginato o, addirittura, colpito penalmente.

Al termine dell’udienza – cui parteciperà una delegazione di iscritti e un gruppo di amici e conoscenti di Gigi – all’esterno di Palazzo Giustizia, raccoglieremo e trasmetteremo in diretta Facebook, il racconto e le osservazioni del protagonista.

Dato il carattere di autentico problema sociale assunto dalla realtà della applicazione dell’Amministrazione di sostegno (oramai divenuta, per via degli amplissimi poteri riconosciuti agli Amministratori, una interdizione mascherata), ancora una volta invitiamo tutta la stampa locale ad intervenire per dare conto alla pubblica opinione di questa veramente unica vicenda giudiziaria.

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Comunicato stampa: Carlo Gilardi, il Professore di Airuno è morto: ora tutto torna “a posto”

Diritti alla Follia · 24/10/2023 · 3 commenti

Carlo Gilardi, il Professore di Airuno è morto: ora tutto torna “a posto”

Adesso il chiasso mediatico che tanto aveva infastidito il collaudato sistema Giudici Tutelari/Amministratori di sostegno – portando nientedimeno che il CSM a censurare la trasmissione “Le Iene” – finalmente si placherà. Carlo Gilardi, il Professore di Airuno è morto a 92 anni in un Hospice del suo paese. Finiti i presidi, gli striscioni, i gesti dimostrativi, le inchieste televisive, le istanze e gli appelli (Giorgia Meloni e Andrea Boccelli), le raccomandazione del Garante Mauro Palma; e felicemente destinati al dimenticatoio – che sospiro di sollievo – anche gli spinosi problemi con la CEDU (Corte europea per i diritti umani), che aveva condannato l’Italia per la violazione dell’articolo 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

Ora, finalmente, tutto torna a posto; e la inarrestabile operazione silenzio e oblio potrà iniziare a macinare risultati. Carlo Gilardi, titolare di un ingente patrimonio di famiglia, era finito sotto amministrazione di sostegno nel 2017, dopo che sua sorella lo aveva segnalato al Tribunale di Lecco per la sua prodigalità verso enti pubblici e persone fisiche. Donazioni al Comune di Airuno e molteplici elargizioni a persone a lui vicine (alcuni extracomunitari, uno dei quali accolto in casa sua ad otto anni e divenuto poi il suo badante; un’anziana ex domestica).

A fine ottobre del 2020 l’incursione dei poteri dello Stato, Padrone e Tutore: l’amministratrice di sostegno, avvocatessa, si presenta in casa Gilardi, scortata da Carabinieri, infermieri e ambulanza; il badante registra il sonoro: Gilardi urla, “Io in casa di riposo non ci vado!”; e incalza, “Io voglio la mia libertà che mi avete sottratto!” A quel punto la registrazione del sonoro fissa l’agghiacciante commento della Amministratrice, “Conviene fare con l’ambulanza, perché… ehh”; e la risposta dell’operatore, “Ok, allora vado ad organizzare”. Gilardi, compreso che si apprestano a sedarlo, a quel punto cede.

L’avvocatessa lecchese, a cose fatte dichiarerà, “Il Professor Gilardi si è convinto a venire con noi e lo abbiamo preliminarmente accompagnato ad effettuare alcuni accertamenti sanitari”; e aggiunge, “Attualmente il Professor Carlo non è affatto rinchiuso in un luogo contro la sua volontà ma, al contrario, ha condiviso con la sottoscritta un progetto di libertà  (…) Il professor Gilardi vuole tornare a vivere da solo a casa sua e questo sarà l’obiettivo, dopo aver messo in sicurezza anche la sua abitazione”.

C’è tornato ad Airuno, sicuramente; promessa mantenuta; qualche settimana fa; dopo quasi tre anni in Rsa (dove più volte ha continuato ad asserire, di fronte a testimoni, di non volerci stare); c’è tornato moribondo.

Nel giugno del 2020, avendo capito la trappola in cui stava per finire, si era sottoposto a perizia psichiatrica, dove, tra le altre cose, si legge “non emergono anomalie o segni di patologia. Il pensiero è privo di alterazioni (…) nessun segno di deterioramento mentale o cognitivo”.

Qualcuno si scruti l’anima; se se la trova.

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RSA: “PRIVILEGIO” DEI BIANCHI

Diritti alla Follia · 08/09/2023 · 1 commento

Loro non sono come noi. Sono meglio. Loro non mettono i loro anziani nelle RSA o cronicari vari. Loro considerano sacri i loro vecchi, anche se dementi, malati, invalidi e li accudiscono in famiglia, con l’aiuto della comunità di riferimento. Loro sono come eravamo noi italiani tanti anni fa, prima che esplodesse il business delle strutture per vecchi. Loro sono i nostri migranti, quelli che vengono in Italia a pulire le nostre case, a occuparsi dei nostri anziani. A fare di tutto e di più. E sono allibiti dal fatto che noi italiani non si abbia tempo per i genitori invecchiati. Che non ci sia intorno a loro una rete di assistenza e protezione fornita dall’intera comunità come accade nei loro paesi.

L’associazione radicale “Diritti alla follia”, nella sua rubrica “Il diritto fragile, ha voluto ascoltare le loro testimonianze, puntando l’accento sui migranti anziani: che fine fanno? Nessuno ne ha mai parlato finora. Nel nostro immaginario i migranti sono tutti giovani e forti, ma anche loro invecchiano. E dopo che succede?

Doumbia, 35 anni, è in Italia da sei e viene dalla Costa d’Avorio: “Sono arrivato con la barca a Lampedusa, racconta, ho visto tanti bambini e donne rimasti in acqua. Poi sono stato trasferito a Verona, ho imparato l’italiano perché per l’integrazione devi conoscere la lingua, ho fatto le scuole serali e ho trovato lavoro alla Fondazione Arena. In Costa d’Avorio gli anziani sono le persone più preziose, quando muoiono è come una biblioteca che brucia. Da noi non esistono centri per anziani, vengono accuditi in casa. Certo, ci sono gli invalidi, ma non è che non li devi rispettare perché tali”.

Celestino Victor Mussomar, 37 anni, è nato in un poverissimo villaggio del Mozambico.  Ora è docente di Filosofia politica all’università di Maputo e presidente del Centro studi africani in Italia. E racconta: “Nel mio villaggio gli anziani sono persone che tramandano la cultura e i valori, non esiste l’esclusione. Primeggia l’essere e non l’avere, come invece è nella cultura occidentale. Per noi africani che stiamo in Italia è inconcepibile portare le persone in RSA, sarebbe contro i diritti umani. Questo distacco fra l’anziano e la famiglia, invece di migliorarli, aumenta i problemi della possibilità di vita per gli anziani.

In Occidente vediamo che l’anziano è diventato un peso per la famiglia. E, dall’altra parte, c’è la cultura di non fare figli. Quindi è una cultura della morte. Ci criticano perché noi africani facciamo tanti figli. Ma fare figli è una banca della vita.  Quello che guarisce è la vicinanza, la condivisione. Un sorriso di un medico potrebbe curare  più di un farmaco. Invece nella RSA l’anziano è un oggetto di guadagno per chi dovrebbe curare.

Voi medicalizzate, internate e separate gli anziani dal mondo. Mi chiedete come ci  comportiamo noi in Mozambico con chi soffre di demenza? Io, in famiglia, ho una persona con demenza. E’ a casa, vive con noi, lo curiamo. Lo portiamo in ospedale quando necessario e poi lo riportiamo a casa.

Devo dire però che c’è un’Africa moderna che è fotocopia dell’Occidente, ma questi centri di ricovero sono contestati perché la maggioranza della nostra popolazione, diciamo il 75%, vive ancora nei villaggi, nell’ambiente rurale. L’Africa al momento è fatta di due culture in conflitto: la cultura tradizionale, al momento, per fortuna, in maggioranza, e l’imitazione dell’Occidente.

Roberta Zanzarelli, ideatrice, regista e sceneggiatrice del primo e unico docufilm  dedicato ai migranti anziani in Italia, “RSA: ‘privilegio’ dei bianchi”, in collaborazione con la giornalista Barbara Pavarotti,  riferisce altre testimonianze,  fra cui quella di una coppia musulmana a Torino:  “Costoro mi hanno detto che per l’Islam il modo con il quale accudisci i genitori anziani sarà la chiave per il Paradiso. E in questo fanno riferimento a specifici versetti del Corano. Inoltre sono molto riconoscenti per la vita e l’educazione ricevuta, quindi si occupano dell’anziano genitore per restituirgli almeno un 10% di quanto hanno avuto. Il marito ha detto: “Le chiamate case di cura o di riposo. Perché non le chiamate case per abbandonare i genitori?”.

“I figli che ricoverano i genitori – prosegue la regista Zanzarelli – sono il frutto del ‘pensa a te stesso, fai carriera, non guardare in faccia a nessuno. Sempre la cultura dell’avere e non dell’essere. E l’hanno interiorizzata così tanto da non guardare in faccia nemmeno i loro genitori”.

Rosaria Impenna, antropologa: “Tempo fa ho letto che la Cassazione ha sentenziato: se i nipoti non vogliono andare a trovare i nonni, ne hanno tutto il diritto. Ci rendiamo conto del punto a cui siamo arrivati? L’anziano come figura sempre più lontana dalla famiglia, un disturbo. La voragine è data dall’istituzione della famiglia ormai sconquassata.  In Occidente siamo diventati antropofagi, ci stiamo divorando. L’anziano non ha salvezza, è una merce di scarto.  Il suo unico diritto è quello di morire, la sua unica funzione è riversare i beni che ha accumulato in vita agli eredi. Perché l’anziano spesso possiede, quantomeno una casetta, quindi la sua eliminazione ci permette di migliorare la nostra condizione economica.  I cronicari rappresentano un passo molto più atroce della badante, che consente di rimanere in casa, coi propri ricordi. Appena lo si sposta in RSA precipita in uno stato comatoso psico-fisico”.

Barbara Pavarotti ricorda che Piero Coppo, il fondatore dell’etnopsichiatria, nei suoi libri spiega come, in culture che l’Occidente ha il vizio di considerare poco sviluppate, la comunità viene considerata come una rete. Se si apre un buco nella rete, con persone in crisi per vari motivi, questa va ricucita. Se ne occupano i guaritori e chi, per esempio –secondo i nostri canoni occidentali – perde il contatto con la realtà non è un demente, ma una persona entrata in contatto col mondo degli spiriti, che è un mondo divino, sacro. Nel nostro Occidente super sviluppato, invece, chi perde il senno è un problema, non serve più a nulla, è un peso morto di cui disfarsi.

Infine l’appello di Doumbia e Celestino agli occidentali.

Doumbia: “Per me quello che manca agli europei è la dignità degli esseri umani. L’Occidente deve tornare a occuparsi degli anziani e a rispettarli”

Celestino: “Basta con la cultura dell’avere e non dell’essere. Sì alla banca della vita, non dei soldi. L’Occidente deve ripensare la famiglia. Una cultura che delega agli altri, agli stranieri, la cura della vita, è una cultura che ha perso ogni orizzonte”.

Per chi lo vuole vedere, ecco il trailer del docufilm: “Rsa ‘privilegio’ dei bianchi.

https://www.youtube.com/watch?v=ev5EtEOxxBU

https://www.facebook.com/DirittiallaFollia/videos/670584875046984

 

 

 

 

 

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FILOMENA DAI LUNGHI CAPELLI. MORTA QUANDO IN RSA GLIELI HANNO TAGLIATI

Diritti alla Follia · 30/08/2023 · Lascia un commento

Filomena era un’anziana assistita tanti anni fa dalla Comunità di Sant’Egidio. Aveva lunghi capelli fino alle ginocchia. Il suo orgoglio. I figli, contro il parere della Comunità, la misero in un istituto. Appena entrata le tagliarono i capelli. Il giorno dopo Filomena morì.

Lo racconta Monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia della Vita, intervistato dall’associazione radicale “Diritti alla Follia” nell’ambito della rubrica “Il Diritto Fragile”.  Paglia ha steso, con l’apposita Commissione da lui presieduta, la “Carta dei diritti degli anziani”. Un lavoro durato due anni, da cui è nato il disegno di una legge delega, approvato dal Parlamento: la legge 33 del 2023, intitolata “Un nuovo patto tra generazioni”, i cui decreti attuativi si avranno a gennaio.

“Proprio dalla storia di Filomena – spiega il Monsignore – decidemmo che questi istituti avrebbero dovuto cessare di esistere. Gli anziani devono rimanere a casa, accuditi dalle famiglie, ma anche dalla comunità, da tutto il quartiere, da tutti coloro a loro legati. Il nemico più grande della vecchiaia è culturale, pensiamo sia uno scarto”.

“Ma ormai”, afferma Michele Capano, presidente di “Diritti alla Follia”, “alla comunità, alla parrocchia, alle relazioni, alla famiglia si è sostituita, per molti anziani, un’amministrazione di sostegno, i giudici e i tribunali. Che ne pensa, Monsignor Paglia?”.

Monsignor Paglia: “La legge non supplisce all’amore, alla pietà”.

Incalza Barbara Pavarotti, giornalista e attivista dei diritti degli anziani: “ Non si sta esagerando con gli anziani sottoposti ad amministrazione di sostegno? Ogni volta che un anziano viene trascinato in tribunale è una sconfitta. Cosa possiamo fare per fermare questo scempio? Come può un giudice decidere per una persona che a volte nemmeno conosce e che si fida solo del filtro dell’amministratore di sostegno?”.

Monsignor Paglia: “Sono convinto che è il momento di mettere mano a tutta la riorganizzazione dell’assistenza, compresa questa legge (ndr. la legge n. 6 del 2004, quella che ha istituito la figura dell’ amministratore di sostegno). Ma c’è bisogno di un disegno che metta in questione anche le Rsa come unica risposta a un anziano con problemi. Per 280.000 ricoverati in Rsa si spendono 12 miliardi all’anno. Per due milioni e 700.000 anziani in casa nemmeno due miliardi. Stanno sorgendo a migliaia Rsa non autorizzate, che tolgono agli anziani la pensione per la retta, magari li sedano e guadagnano in maniera crudele. Mentre per gli anziani e i malati di alzheimer i punti di riferimento sono cruciali. Noi diciamo alle Rsa di trasformarsi: assistenza domiciliare, centri diurni, cohousing”.

Pavarotti: “Un giudice ha detto: tutte le persone con demenza devono avere un ads  (ndr. acronimo di amministratore di sostegno). Possiamo dire che gli anziani non debbono avere una figura così pesantemente sostitutiva dei loro diritti?”

Monsignor Paglia: “Ritengo assolutamente inesatto, inadeguato e impossibile che sia l’amministratore di sostegno l’unico che si debba prendere cura di un anziano. Questa deve essere un’indicazione quando tutto il resto è impossibile. Non possiamo affidare la vecchiaia a una norma giuridica. Noi anziani abbiamo bisogno di amore, non di un ads. Abbiamo bisogno di sostegno affettivo. Dal medico, dall’assistente sociale, dall’amico, dal familiare deve nascere una nuova alleanza. Va riformata questa legge, non c’è dubbio. Ma dobbiamo suonare tutti i tasti del pianoforte: tutti si devono sentire responsabili dei nostri anziani”.

Pavarotti: “Non un giudice però in questa alleanza, per piacere”.

Monsignor Paglia: “Sono d’accordo con lei. Dietro queste vostre sollecitazioni sarà mia cura creare una situazione nella quale poter esporre con un gruppo di magistrati queste riflessioni. Con alcuni di loro ho anche parlato di questo, ma non c’è dubbio che è utile, all’interno di una riscrittura dell’assistenza generale, affrontare anche questa tematica.

Il  quarto Comandamento – che noi abbiamo ridotto ai bambini che devono ubbidire ai genitori – in realtà riguarda gli adulti che non debbono mettere i loro anziani nei cronicari. Anche quando perdono il senno devono onorarli”.

Pavarotti: “Lei lo vorrebbe per sé un amministratore di sostegno?”.

Monsignor Paglia: “Ma col cavolo…”.

Pavarotti: “Ma allora perché bisogna infliggerlo agli altri?”.

Monsignor Paglia: “Cercherò di creare delle condizioni per riflettere in maniera attenta su questa tematica, proprio perché ho avuto esperienza diretta del dramma i tanti anziani. Vogliamo una nuova affezione per gli anziani, non soggetti che devono essere regolamentati con le carte. C’è prima una condizione di affetto che non può decadere. Ecco perché sono convinto che questa battaglia di dare dignità agli anziani sia una battaglia di altissima civiltà. L’ho detto anche alla premier Meloni: l’Italia, essendo il primo paese europeo per vecchiaia, ha il diritto morale di dire a tutta Europa che gli anziani devono essere onorati. Io non cesserò di ricordarlo e di far sì che si dica: l’Italia è un paese dove si invecchia bene”.

Pavarotti: “E i giudici fuori dalla porta, grazie…”.

Monsignor Paglia: “Noi ai giudici, quando diventeranno anziani, gli daremo affetto, non l’amministrazione di sostegno. Noi anziani abbiamo una condizione di fragilità, ma, se condivisa, diventa una forza, non una debolezza. Ecco perché c’è bisogno di tessere un’alleanza fra tutti noi fragili e amici del fragile. E la collocazione in cronicari non dovrà più essere l’unica risposta alla fragilità”.

Monsignor Paglia, a 78 anni, ha l’energia e la grinta di un ventenne. Il suo ultimo libro si intitola “L’età da inventare”. La vecchiaia, appunto. Tutta da reinventare e riformulare perché non sia l’età del castigo.

 

 

 

 

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Comunicato stampa: IL SENATORE ANTONIO GUIDI: NO ALLA “DELEGA IN BIANCO” AGLI AMMINISTRATORI DI SOSTEGNO

Diritti alla Follia · 14/08/2023 · 1 commento

Il Senatore Antonio Guidi, responsabile del Dipartimento “Disabilità ed equità sociale” di Fratelli d’Italia, ha partecipato alle fasi di gestazione della legge n. 6 del 2004 – quella che ha istituito la figura degli amministratori di sostegno – ma ora,  nel corso di un’intervista all’interno della rubrica di informazione “Il Diritto Fragile” a cura dell’associazione radicale “Diritti alla follia in esclusiva, dichiara:

“Non sono mai stato d’accordo su una delega così ampia e in bianco agli amministratori di sostegno, perché prevedevo – non in queste proporzioni e con tale profondità – i pericoli di un assegno in bianco così forte a carico di una persona responsabile di una o più vite umane. Negli anni si è creato – nonostante tanti esempi positivi – un vero e proprio mercimonio di amministratori di sostegno che hanno depredato persone fragili o le hanno rinchiuse in Rsa private, traendone un grande guadagno anche personale e illegittimo.

Questo clima – se non di illegalità, borderline – mi fa dire che, come tutte le leggi, seppur nate positivamente, anche questa deve essere rivista, dopo un paio di decenni. Questo è il momento giusto, soprattutto, ripeto, perché la delega in bianco non può che essere foriera di pericoli troppo spesso diventati realtà.

Tutto qua. E’ chiaro che all’interno di queste parole “tutto qua” c’è un mondo di sofferenze, ingiustizie, complicità anche organizzate.

Un amministratore di sostegno per me? No. Ci mancherebbe altro. Secondo me è quasi naturale il no.  Capisco che in certi casi l’aiuto di una persona terza possa essere utile, per esempio quello di una consulenza legale. Una gestione non eterodiretta e non così potente da superare qualsiasi altro sentimento.

Quanto potrò garantire di concreto non lo so, ma fornirò certamente la massima attenzione attiva, perché l’argomento merita il massimo dell’interesse fattivo. In qualsiasi momento sono con voi”.

Inoltre il senatore Guidi ha fatto il punto sulle politiche della disabilità in Italia.

“Il nostro paese ha fatto una conquista enorme, la chiusura dei manicomi, con la legge 180. I lager di Stato non esistono più, anche se esistono case di cura orribili, centri, anche statali, che fanno vergogna, ma il manicomio per fortuna no. Si sono presi provvedimenti importanti, anche se con eccessiva lentezza e con enorme disparità fra le Regioni. La pandemia, per le restrizioni spesso inutili della libertà personale, ha bloccato il percorso di una lenta conquista della dignità. Recuperare questa forbice è molto difficile, siamo entrati in un periodo di egoismo e di vedere l’altro come un nemico.

Un’epoca è finita, anche in un urlo di dolore, dobbiamo rifondare qualche punto anche per dare un po’ di entusiasmo ai diretti interessati (non utenti, beninteso) con disabilità.

Quindi mi sono permesso, avendo partecipato da semplice medico di provincia alla stesura della legge 104, di dire, in maniera un po’ provocatoria, che si può parlare di stendere una “105”, una legge leggera, agile, veloce, che comprenda tutti i diritti e i doveri enunciati dalla 104, ma che non permetta di evadere così tanto, perché questi diritti così fragili e così poco esigibili sono davvero una condanna”

Altro tema affrontato è quello dell’assenza, nel tavolo sulla Salute mentale istituito presso il Ministero della Salute,  dei destinatari delle riforma.

“Per me, ha detto il senatore Guidi, la partecipazione del diretto interessato è fondamentale, non per una regalia ”para democratica”, ma per un discorso scientifico. Senza questa partecipazione non si può costruire un percorso di terapia, diagnosi e progetto di vita. Io stesso, quando, per tre anni e mezzo, ho presieduto l’Osservatorio sulla salute mentale, quando ero sottosegretario di Stato, ho lamentato la scarsa presenza dei diretti interessati. Perché è molto rassicurante mettere i tecnici a parlare di sè stessi e degli altri, è autoreferenziale. Io mi sono sempre battuto sulla partecipazione, prima di tutto, dei diretti interessati e delle loro famiglie. Però è un percorso molto difficile, perché mette in luce le insicurezze, i dubbi, le problematiche del tecnico. E’ facile dire: là c’è il male, io sono il bene che “bonifica”. Non è così, questo va superato. Io sento molto la mancanza della presenza, meravigliosamente scomoda, dei diretti interessati”.

Qui di seguito il link al video su youtube

 

 

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