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Diritti alla follia

Associazione impegnata sul fronte della tutela e della promozione dei diritti fondamentali delle persone in ambito psichiatrico e giuridico.

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Articoli

“Per il tuo bene”

Diritti alla Follia · 29/01/2026 · 1 commento

Decisioni prese per amore, cura o controllo?
Una frase che rassicura chi decide, silenzia chi subisce e scompare dietro le buone intenzioni.

Disegnino di Federico – Un ricordo di famiglia: la purezza del bene secondo un bambino, spontaneo e senza filtri. Negli ex bambini – gli adulti – invece, il “bene” spesso si trasforma in ricatto, ambiguità e imposizione.

Di Susanna Brunelli

“Per il tuo bene”. Quante volte l’abbiamo sentito? Parole che dovrebbero rassicurare, ma che spesso soffocano chi le subisce. In psichiatria, tra medici, familiari e operatori, queste tre parole diventano un mantra: sembrano spiegare tutto, ma in realtà nascondono controllo, imposizione e decisioni imposte dall’alto, senza ascoltare chi sta davvero vivendo l’esperienza.

In questo articolo condivido il mio punto di vista: quello di chi ha vissuto tutto dall’interno, come ex paziente e come ESP – Esperta in Supporto tra Pari. Racconto perché il bene non può essere imposto, come la responsabilità viene spesso spostata dal sistema sulla persona, e perché imparare a riconoscere, comunicare e costruire il proprio bene è un percorso fondamentale e trasformativo.

Chi decide per te?

  • I familiari agiscono per il suo bene
  • I medici decidono per il suo bene
  • Gli operatori – infermieri, TERP, educatori – intervengono per il suo bene
  • Gli amministratori di sostegno amministrano per il suo bene
  • I giuristi legittimano per il suo bene
  • Il TSO viene disposto per il suo bene
  • I farmaci vengono somministrati per il suo bene

E il diretto interessato?

Spesso asseconda.
Non perché sia d’accordo, ma perché si adegua al sistema.
Così facendo, però, non persegue il proprio bene, bensì quello che altri hanno deciso al posto suo.

Quando una persona non viene messa nelle condizioni di conoscere sé stessa, di riconoscere i propri bisogni, di dare un nome — non una diagnosi o un’etichetta — a ciò che sente e di comunicarlo, quel “bene” rischia di trasformarsi nel suo contrario.

Il bene imposto

Il bene imposto, non negoziato, non ascoltato, non condiviso, può diventare una forma di violenza.

  • Anche quando è legittimata
  • Anche quando è protocollata
  • Anche quando è animata dalle migliori intenzioni

La domanda allora non è più: di chi è questo bene, e chi ha il diritto di definirlo?
Ecco che il “bene” diventa una parola vuota, usata da tutti tranne che da chi la subisce.
Una vera e propria espropriazione del soggetto.

Dove stanno il consenso, l’autodeterminazione, la voce dell’utente?
Dove si colloca il paziente rispetto a tutto questo?
Dietro? Di lato? Davanti? Sopra? Sotto…?

La mia posizione

Io, personalmente, mi posiziono di fronte
Voglio il confronto
Pretendo il confronto
Scelgo di rompere schemi e condizionamenti ben precisi, proposti o imposti sempre in nome del “mio bene”.

Un bene giustificato e truccato da un buonismo che silenzia il grido di chi si sente in gabbia, chiude le discussioni, evita il conflitto e non ascolta il dissenso.
Un bene che non ammette replica.

E se qualcosa va storto? 

Se succede qualcosa?
La responsabilità ricade sempre sulla persona:

  • chi “non ha collaborato”
  • chi “non era consapevole”
  • chi “non era aderente alle cure”

Intanto il sistema si protegge: farmaci somministrati per silenziare e dimostrare che si sta facendo qualcosa.

 Il bene vero

Ma il bene non è un decreto.
Il bene è un processo, interno ed esterno, che riguarda la persona direttamente coinvolta e il suo contesto relazionale.

“Chi vuole sperare in una guarigione deve passare attraverso la de – prescrizione delle imposizioni esterne, inclusi farmaci e protocolli imposti, e allo stesso tempo affrontare il proprio personale inferno per elaborare e risolvere il trauma.” (Cit. Giovanni “Survivor”)

È qualcosa che si costruisce, con libertà e volontà di scelta, che si programma e si decide insieme, nel rispetto dei tempi e delle risorse a disposizione.
Anche con la possibilità di errore.

 “Il bene se non è imposto. Allora diventa davvero tuo.”

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Non chiamiamoli più ‘malati mentali’

Diritti alla Follia · 24/01/2026 · 1 commento

Di V.C.

Chi si porta dentro le ferite del trauma non è un malato, è un sopravvissuto. Ed è per questo che un approccio alla cura informato sul trauma e incentrato sulla persona deve partire da un linguaggio umano e umanizzante.

Matto. Pazzo. Non collaborante. Problematico. Oppositivo. Scompensato. Sono solo alcune delle parole con cui spesso la stampa, l’opinione pubblica, i familiari degli utenti e lo stesso personale medico ─ in altre parole, l’intero sistema ─ descrive persone che hanno vissuto momenti di crisi e sofferenza acuta che necessitavano di attenzione e aiuto tempestivo.

Eppure, invece di trovare l’appoggio di cui avevano bisogno, si sono scontrati con un muro di ostilità e pregiudizi, etichettati con diagnosi spesso fuorvianti e stigmatizzanti, che rendono chi le subisce un numero senza identità e storia propria piuttosto che un individuo protagonista della propria vita.

Vi sarà capitato almeno una volta nella vita, magari in un periodo di particolare stress emotivo, di sentire dolore in un punto specifico del corpo e di esservi sentiti dire, dopo analisi e indagini approfondite, che non avevate alcun problema fisiologico, che era “tutto nella vostra mente”, come se ciò rendesse il dolore più sopportabile o meno importante.

Che eravate solo ansiosi o troppo sensibili, che si trattava solo di un’emicrania o di un colon irritabile.

Ma quello che si dimenticavano di dire è che, come è stato ampiamente dimostrato, corpo e mente sono strettamente collegati e che molti dei disturbi o patologie di cui soffriamo hanno radice nei dolori dell’anima.

Non si tratta di persone malate o geneticamente difettate. Si tratta di persone traumatizzate, che come tali devono essere sostenute verso un percorso di guarigione interiore piuttosto che vittimizzate e criminalizzate come accade nella maggior parte dei casi nel nostro sistema sociosanitario.

Ma che cos’è il trauma?

A differenza di quanto comunemente si crede, il trauma non sono gli eventi avversi che sono successi nella nostra vita.

Come afferma in un’intervista Gabor Maté, il medico ungaro-canadese noto per la sua esperienza nell’ambito della dipendenza, dello sviluppo infantile e del trauma: “Il trauma non è ciò che ci accade[…] Il trauma è la ferita psichica che subiamo. E i nostri traumi psicologici hanno un impatto per tutta la vita. Nel mio lavoro di medico, ho scoperto che il trauma psicologico, la ferita, è alla base di molte delle cosiddette malattie, che si tratti di malattie autoimmuni o di cancro, o di varie condizioni di salute mentale.”

In altre parole, il trauma è come il nostro corpo e la nostra mente hanno reagito per poter sopravvivere a delle circostanze avverse.

Le reazioni al trauma sono veri e propri meccanismi di difesa radicati nel nostro cervello emotivo, ovvero il sistema limbico, responsabile per regolare le emozioni e il comportamento.

Questi ultimi possono variare dal fight (attacco) o flight (fuga), al freeze (congelamento), o al fawn (accondiscendenza), che spesso si manifestano in comportamenti rispettivamente narcisisti, ossessivi/compulsivi, dissociativi o codipendenti, come Pete Walker, uno psicoterapista americano con quasi quarant’anni di esperienza nella sindrome del disturbo da stress post-traumatico ─ comunemente nota come PTSD ─ scrive nel suo libro Complex PTSD: From Surviving to Thriving.

Il rapporto corpo-mente

Il ruolodi infanzie traumatizzate (che non necessariamente implicano forme di abuso o catastrofi estreme) nella maggior parte dei disturbi psicologici in fase adulta è enorme, dice Walker.

Nel suo libro The body keeps the score. Brain, Mind, and Body in the Healing of Trauma, lo psichiatra e ricercatore olandese Bessel van der Kolk, riconosciuto a livello internazionale come uno dei massimi esperti nel trattamento del trauma, spiega che quest’ultimo modifica il cervello al punto tale da incidere persino sul rischio di sviluppare una qualche forma di demenza nella terza età, come un recente studio dell’University College London ha confermato.

Così come spiega che, a differenza di una carezza, un sorriso, un abbraccio, gli psicofarmaci non ci insegnano ad autoregolare le nostre emozioni.

Non solo, scrive van der Kolk: la negazione delle conseguenze del trauma può avere un impatto devastante sul tessuto sociale della società.

Se dunque si analizzasse la realtà che ci circonda attraverso le lenti del trauma, si avrebbe una società molto più equa e compassionevole verso se stessa e ogni suo membro vulnerabile.

Cosa implica un approccio trauma-informed?

Secondo la definizione dell’Ufficio per il Miglioramento della Salute e delle Disparità del governo inglese (Office for Health Improvement & Disparities), parte del Dipartimento della Salute e dell’Assistenza Sociale (Department of Health and Social Care), che a sua volta si basa sulla definizione riconosciuta a livello internazionale dell’Amministrazione dei Servizi per l’Abuso di Sostanze e la Salute Mentale degli Stati Uniti (United States Substance Abuse and Mental Health Services Administration), la pratica informata sul trauma è un “approccio agli interventi sanitari e assistenziali fondato sulla consapevolezza che l’esposizione al trauma può avere un impatto sullo sviluppo neurologico, biologico, psicologico e sociale di un individuo.”

In altre parole, un approccio trauma-informed vuol dire semplicemente rendersi conto che dietro ogni persona c’è una storia che merita di essere ascoltata.

E invece il nostro attuale modello di cura ─ basato sul controllo, la coercizione, la contenzione fisica o chimica che sia ─ unito ad una narrazione deumanizzante che riduce l’individuo a una bambola di pezza, privandolo dei propri diritti e della propria dignità, non porta ad altro che alla cronicizzazione di qualunque sofferenza della mente, del corpo, e anche dell’anima.

I dati lo confermano: l’istituzionalizzazione è in continuo aumento, nonostante secondo le Linee guida sulla deistituzionalizzazione del Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (CRPD), essa sia una chiara violazione dei diritti umani.

Patologizzare l’ampia gamma di emozioni che fanno parte della natura umana, cercando a tutti i costi di sopprimerle, reprimerle e contenerle, trattando i sintomi del disagio e della sofferenza come un virus da estirpare, un’onta da cui distanziarsi e di cui vergognarsi, piuttosto che come un grido disperato d’aiuto, non fa altro che acuirle e cronicizzarle.

Tutto ciò è peggiorato da obiettivi irrealistici e distorti del percorso di guarigione, che non è una linea retta, ma al contrario, può subire battute di arresto e ricadute.

Ciò non rende la persona irrecuperabile o fallita. La rende semplicemente umana.

Persone, non diagnosi

Le istituzioni dovrebbero accompagnare e sostenere l’individuo in un percorso che l’aiuti ad accettare e ad ascoltare il proprio disagio interiore in un’ottica non giudicante e accogliente.

Purtroppo, nella maggioranza dei casi, accade esattamente l’opposto: l’utente impara a definire se stesso tramite la propria diagnosi, per via di un sistema che colpevolizza e stigmatizza.

Invece che sentirsi motivato a migliorare, la persona perde fiducia nelle sue capacità di recupero e resilienza e nel sistema stesso.

Il potere delle parole

Leggendo i commenti sui socials, emerge un quadro preoccupante: una buona fetta dell’opinione pubblica sembra essere convinta che la soluzione ai mali della società sia proprio l’istituzionalizzazione.

Riapriamo i manicomi! Si legge nove volte su dieci a commento di articoli che parlano dell’ennesimo episodio di cronaca nera.

Se invece si scavasse più a fondo, alla radice del problema, ci si renderebbe conto che essa risiede proprio nell’assenza di una rete di supporto sociosanitario basata sull’ascolto attivo e sull’empatia, su un approccio che incoraggia le persone a migliorarsi e non le discrimina ed etichetta a vita.

La situazione non migliora di certo quando si parla di persone anziane.

È tornata la bestia. Il mostro si è impossessato di mia madre, tuonano spesso i caregivers descrivendo comportamenti a loro detta illogici e irrazionali dei propri cari che soffrono di demenza.

La verità è che quel linguaggio deumanizzante, dietro cui spesso non si nascondono altro che bisogni disattesi, è lo stesso che legittima l’abuso degli anziani nelle strutture ospedaliere e residenziali, o il disabilicidio di persone con disturbi cognitivi più o meno gravi.

Se la malattia le rende persone a metà, ne consegue che anche il loro diritto a vivere viene considerato inferiore a quello di una persona sana di mente.

Una persona non smette mai di esserlo, nè a pochi mesi di vita con un cervello in piena fase di sviluppo, nè a novant’anni, quando le sue capacità cognitive sono in fase di regressione.

Aboliamo l’espressione malato mentale dal vocabolario. E con essa, tutto il resto della terminologia vittimizzante e umiliante che vi gravita attorno.

Parliamo di salute mentale, di cure non farmacologiche, di deistituzionalizzazione.

Portiamo corsi di formazione sul trauma nelle scuole, negli ospedali, nei centri di salute mentale, negli SPDC, nelle carceri, nelle case di cura e di riposo.

Ne guadagneremmo tutti, persino i conti pubblici. Perchè se è vero che il trauma è alla base della maggioranza dei disturbi mentali, parlarne contribuisce a prevenirlo.

È una sfida, un invito e una promessa.

Non siamo diagnosi cliniche o difetti di fabbrica. Siamo esseri umani.

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Alla faccia della deistituzionalizzazione

Diritti alla Follia · 21/01/2026 · 2 commenti

L’ ISTAT fotografa l’espansione dell’istituzionalizzazione

Il Rapporto ISTAT 2023 sulle strutture residenziali socio-assistenziali e socio-sanitarie, rilanciato da Grusol, non lascia spazio a interpretazioni benevole: la residenzialità cresce, i posti letto aumentano, le persone istituzionalizzate sono di più.

Al 1° gennaio 2024 le strutture attive in Italia sono 12.987, con 426mila posti letto (+4,4% in un anno).
Le persone che vivono in queste strutture sono 385.871, +6% rispetto all’anno precedente.

Se questo è il risultato, allora è legittimo dirlo senza giri di parole:
la deistituzionalizzazione non è in atto.

L’ISTAT ci dice che:

  • il 78% dei posti letto è in strutture socio-sanitarie
  • una quota stabile è destinata ad adulti con patologie psichiatriche, persone con dipendenze e minori
  • la gestione è privata nel 76% dei casi

Non stiamo parlando di eccezioni o soluzioni residuali, ma di un sistema strutturato di residenzialità, in espansione e normalizzato.

Cambiano i nomi, si riducono talvolta le dimensioni, ma la sostanza resta:
vite organizzate dall’istituzione.

Le Linee guida sulla deistituzionalizzazione del Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (CRPD) sono esplicite:
l’istituzionalizzazione è una violazione dei diritti umani e gli Stati devono smettere di investirvi.

Per il Comitato ONU:

  • spostare persone in strutture “più piccole” non è deistituzionalizzazione
  • rinominare le strutture non cambia la natura istituzionale
  • continuare ad ampliare l’offerta residenziale viola la Convenzione

Alla luce di queste Linee guida, i dati ISTAT non sono neutrali:
certificano una direzione opposta agli obblighi internazionali assunti dall’Italia.

Ogni nuovo posto letto è una scelta politica.
Ogni incremento della residenzialità è un arretramento sul terreno dei diritti.

Il Rapporto ISTAT non racconta un sistema che si svuota, ma un sistema che si consolida.
Non una transizione, ma una stabilizzazione dell’istituzione.

Fonte:https://www.grusol.it/apriInformazioniN.asp?id=10013

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Un nuovo Statuto per rafforzare la nostra azione: Diritti alla Follia verso il riconoscimento come APS

Diritti alla Follia · 19/01/2026 · Lascia un commento

Negli ultimi mesi l’Associazione Diritti alla Follia ha avviato un percorso di revisione e aggiornamento del proprio Statuto. Questo lavoro, oggi giunto a compimento, rappresenta un passaggio fondamentale per rafforzare la nostra azione politica, culturale e giuridica nella promozione dei diritti delle persone direttamente coinvolte nei dispositivi psichiatrici, civilistici e penalistici.

L’adozione del nuovo Statuto costituisce un atto propedeutico all’iscrizione dell’associazione nel Registro Unico Nazionale del Terzo Settore (RUNTS) e all’acquisizione della qualifica di Associazione di Promozione Sociale (APS), ai sensi del Codice del Terzo Settore (D.lgs. 117/2017). Si tratta di un passaggio necessario per dotare l’associazione di una cornice giuridica più solida e coerente con le attività che da anni porta avanti.

Il nuovo Statuto riafferma con chiarezza il riferimento ai diritti umani e alle libertà fondamentali, ponendo al centro la dignità della persona, così come riconosciuta dalla Costituzione italiana e dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità (CRPD).

Viene esplicitato un principio che costituisce da sempre il fondamento dell’agire di Diritti alla Follia: nessun diritto alla salute può essere imposto contro la volontà dell’individuo, né può giustificare trattamenti sanitari coercitivi o limitazioni della libertà personale. Lo Statuto assume quindi una posizione netta di contrasto alle pratiche che trasformano la cura in obbligo e la protezione in controllo.

Lo Statuto individua con precisione alcuni ambiti di intervento prioritari, in linea con le raccomandazioni rivolte all’Italia dal Comitato ONU CRPD nel 2016. In particolare, l’associazione si impegna a promuovere:

  • una riforma profonda delle procedure di Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO), rendendole pienamente rispettose delle garanzie costituzionali e degli obblighi internazionali
  • l’abrogazione degli istituti dell’interdizione e dell’inabilitazione e il superamento delle forme sostitutive dell’amministrazione di sostegno
  • l’abolizione del “doppio binario” penale, delle misure di sicurezza e dei concetti di pericolosità sociale e non imputabilità, promuovendo una nozione di responsabilità individuale uguale per tutte le persone
  • il superamento dell’istituzionalizzazione forzata e delle prassi coercitive nei servizi di salute mentale, a favore di interventi volontari, sociali e orientati all’autodeterminazione.

Sono espressamente previste attività di supporto informativo, intervento legale e rappresentanza giudiziaria, inclusa la possibilità di costituirsi parte civile e di intervenire nei procedimenti amministrativi e giurisdizionali. Lo Statuto valorizza inoltre il dialogo e la collaborazione con organismi di garanzia nazionali e internazionali impegnati nella prevenzione delle violazioni dei diritti umani.

Il nuovo assetto organizzativo, conforme al Codice del Terzo Settore, prevede una struttura essenziale ma efficace:

  • l’Assemblea come organo sovrano
  • un Consiglio Direttivo composto da un numero ridotto di membri, con funzioni di indirizzo e gestione
  • un Presidente quale unico legale rappresentante dell’associazione
  • una Giunta, eventualmente nominata, con funzioni di supporto operativo

Questa impostazione consente di coniugare partecipazione democratica, responsabilità e capacità di azione.

Il nuovo Statuto non rappresenta un punto di arrivo, ma uno strumento di lavoro. È la base giuridica che accompagna una pratica già esistente e che mira a rafforzarla, rendendo più efficace l’intervento dell’associazione nei contesti istituzionali, giuridici e sociali.

Diritti alla Follia continua così il proprio percorso, con un obiettivo chiaro: contrastare la coercizione, affermare l’autodeterminazione e rendere effettivi i diritti di utenti, ex utenti e sopravvissuti alla psichiatria.

Statuto Diritti alla Follia APSDownload
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Richiesta di collaborazione – Dossier su casi, storie e testimonianze. Trasmissione a organismi nazionali e internazionali per i diritti umani

Diritti alla Follia · 15/01/2026 · 1 commento

l’Associazione Diritti alla Follia ha avviato un progetto di grande importanza: l’elaborazione di un Dossier di casi, storie e testimonianze da trasmettere a organismi nazionali, europei e internazionali per la tutela dei diritti umani.

Il Dossier sarà inviato a istituzioni come i Garanti dei diritti delle persone private della libertà personale, il Garante delle persone con disabilità, il Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura (CPT), la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo (CEDU) l’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali (FRA) e i competenti organismi delle Nazioni Unite.

L’obiettivo è documentare pratiche abusive o distorte nell’uso degli strumenti giuridici che incidono sulla libertà personale, affinché tali criticità emergano in modo chiaro, fondato e non ignorabile.
L’invio del Dossier serve a sollecitare ispezioni, raccomandazioni ufficiali e prese di posizione pubbliche su ciò che oggi avviene nei sistemi di controllo, cura e protezione.

Per questo chiediamo la vostra collaborazione.

Raccogliamo contributi scritti, sotto forma di racconti di casi, esperienze dirette o indirette, sui seguenti ambiti.

1. Misure di sicurezza

Le misure di sicurezza riguardano persone che, a seguito di una valutazione psichiatrica, vengono ritenute non imputabili, cioè non penalmente responsabili di ciò che è accaduto.

In questi casi il giudice non infligge una pena, ma può comunque imporre limitazioni della libertà personale o percorsi di cura obbligatori, sulla base dell’idea che la persona sia “pericolosa”.
In pratica, anche senza una condanna, una persona può essere controllata, trattenuta o sottoposta a obblighi per periodi molto lunghi, spesso senza una durata certa.

Se inviate storie su questo tema, vi chiediamo di indicare, se possibile:

  • le condizioni di libertà durante la misura
  • la durata e le eventuali proroghe
  • il fatto o il reato da cui tutto è nato
  • il ruolo delle perizie psichiatriche
  • l’uso del sistema penale per imporre trattamenti sanitari

2. Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO)

Il TSO è una misura che consente di imporre un trattamento sanitario quando ricorrono condizioni molto stringenti: urgenza, rifiuto delle cure e mancanza di alternative.

Non è solo una cura imposta: è anche una privazione della libertà personale.
Una persona può essere portata con la forza in una struttura, trattenuta e sottoposta a trattamenti senza il proprio consenso.

La legge prevede che il TSO debba essere eccezionale, temporaneo e rigorosamente controllato. Proprio per questo è uno degli strumenti più delicati.

Nei contributi su questo tema vi chiediamo di segnalare in particolare:

  • minacce di TSO usate come strumento di pressione
  • TSO disposti senza i presupposti di legge
  • irregolarità nelle modalità di esecuzione
  • ogni altra criticità rilevante
  • Contenzione meccanica e/o chimica

3. Misure di protezione giuridica

Le misure di protezione giuridica (interdizione, inabilitazione, amministrazione di sostegno) incidono sulla possibilità di una persona di decidere per sé.

In teoria dovrebbero sostenere la persona nelle difficoltà.
In pratica, in molti casi, diventano meccanismi di sostituzione della volontà, con perdita di controllo su:

  • denaro e patrimonio
  • residenza
  • cure
  • relazioni
  • scelte fondamentali di vita

Nei contributi su questo tema vi chiediamo di mettere in evidenza:

  • abusi o distorsioni delle amministrazioni di sostegno
  • situazioni in cui la misura si trasforma in controllo/sostituzione anziché supporto

Anonimato

Tutti i testi devono essere completamente anonimizzati:

  • nessun nome di persone
  • nessuna città o luogo riconoscibile
  • nessuna struttura, servizio o operatore identificabile
  • nessun dettaglio che renda una persona riconoscibile

Proprio perché i contributi sono anonimizzati, non è obbligatoria una liberatoria; tuttavia l’associazione mette a disposizione un modulo a tutela di tutte e tutti.

Indicazioni tecniche

Lunghezza: da 1 a 2 cartelle Word
(1 cartella ≈ 1.800 battute spazi inclusi, circa 250–300 parole)

Formato consigliato

  • Font: Times New Roman
  • Dimensione: 12
  • Interlinea: 1,5

Ogni testimonianza contribuisce a costruire un quadro collettivo, credibile e documentato delle violazioni che continuano a verificarsi.

Grazie a chi vorrà partecipare.

Associazione Diritti alla Follia

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