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Diritti alla follia

Associazione impegnata sul fronte della tutela e della promozione dei diritti fondamentali delle persone in ambito psichiatrico e giuridico.

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Articoli

C’era una volta una famiglia nel bosco…

Diritti alla Follia · 21/11/2025 · 1 commento

Rassegna, riflessioni e denuncia sulla vicenda di Palmoli

In Italia si parla continuamente di prevenzione.
Prevenire lo stress, prevenire l’esposizione ad ambienti tossici, prevenire le pressioni sociali, prevenire il malessere psicologico che nasce sempre più spesso da ritmi di vita che consumano, schiacciano, logorano.

Eppure – paradossalmente, drammaticamente – chi prova a costruire una forma autonoma di prevenzione viene guardato con sospetto.
Va incontro a controlli, indagini, valutazioni sospensive, fino all’intervento più estremo che un’istituzione possa compiere: l’allontanamento dei figli dal nucleo familiare.

Il caso della famiglia che vive nel bosco di Palmoli, in Abruzzo, ĆØ diventato il simbolo di tutto questo.

Il 1° novembre Il Centro pubblica una lettera firmata da Nathan e Catherine:
ā€œScelta consapevole contro la societĆ  tossicaā€, titolo dell’articolo di Gianluca Lettieri.
Poi, il 5 novembre, L’Indipendente racconta la loro quotidianitĆ :
ā€œVita nel bosco, senza scuola: per una famiglia ĆØ un diritto o un abuso?ā€.

La loro scelta ĆØ chiara:
– vivere lontano dallo stress urbano
– far crescere i figli in mezzo alla natura, con ritmi lenti
– praticare istruzione parentale non standardizzata
– proteggere i bambini da un mondo percepito come troppo veloce, competitivo, disconnesso dai bisogni primari dell’infanzia.

Una scelta argomentata, meditata, coerente.
Eppure, la Procura minorile segnala il caso.
Eppure, arrivano ipotesi di sospensione della responsabilitĆ  genitoriale.
Eppure, l’intero Paese sembra chiedersi: quando una scelta alternativa diventa automaticamente un segnale di pericolo?

Questa domanda, per Diritti alla Follia, ĆØ centrale:
perché ciò che esce dalla norma viene così rapidamente patologizzato?
PerchƩ libertƠ educativa e diversitƠ esistenziale vengono trattate come una minaccia?

Dopo giorni di sovraesposizione mediatica, visite di giornalisti, dichiarazioni dei garanti per i diritti dell’infanzia, appelli pubblici e una petizione da 31.000 firme, arriva la notizia che nessuno voleva leggere.

Il Tribunale per i Minorenni dell’Aquila dispone l’allontanamento immediato dei tre bambini.

Secondo Sky TG24, Corriere della Sera e altri quotidiani, l’ordinanza motiva cosƬ:
– la casa nei boschi ĆØ priva di elettricitĆ , acqua e gas
– esiste un rischio per il ā€œdiritto alla vita di relazioneā€ dei minori
– va ā€œosservata la situazione complessiva in una struttura educativaā€.

L’ANSA specifica che la responsabilitĆ  genitoriale viene sospesa in via esecutiva, con nomina di un tutore provvisorio.

I bambini vengono prelevati la sera, senza auto con sirene, accompagnati da servizi sociali e forze dell’ordine.
La madre può seguirli in comunità; il padre resta solo nel bosco.

Eppure, i genitori respingono qualsiasi accusa di incuria.
Raccontano di bambini sereni, nutriti con cibo autoprodotto senza additivi, abituati a lavarsi con acqua di sorgente, educati senza violenza e senza schermi.
Rivendicano l’unschooling come scelta pedagogica riconosciuta.

L’avvocato Giovanni Angelucci annuncia ricorso, denunciando errori nell’ordinanza, tra cui la contestazione di un attestato di idoneitĆ  giĆ  convalidato per l’istruzione parentale.

Intanto, la loro privacy ĆØ ormai distrutta:
giornalisti dentro e fuori casa, telecamere puntate sulle stoviglie, sui letti, sul bagno, sulla dispensa.
Ogni gesto quotidiano osservato, discusso, analizzato.
Una violenza istituzionale che non ĆØ stata arginata da niente:
– nĆ© dai garanti regionale e nazionale
– nĆ© dalle testimonianze dei giornalisti che hanno vissuto con loro
– nĆ© dalle migliaia di cittadini solidali.

Oggi, 21 novembre 2025, i giornali informano che i tre bambini sono in comunitĆ , ā€œsotto osservazioneā€.

Ma osservazione di cosa?
Della loro ā€œnormalitĆ ā€?
Del loro adattamento a un ambiente che non hanno mai conosciuto?

E allora vengono alla mente domande che nessun tribunale sembra porsi:

– Come reagiranno corpi abituati a cibo naturale a pasti con conservanti, farine raffinate, pesticidi?
– Come risponderĆ  un sistema immunitario cresciuto in aria di bosco al contatto con virus e batteri di ambienti chiusi?
– Come vivranno bambini cresciuti senza plastica in stanze piene di materiali sintetici?
– Che effetto avrĆ  un ritmo sonno–veglia dettato dai regolamenti, invece che dalla luce naturale?

Queste non sono domande marginali.
Sono domande che riguardano la prevenzione — quella vera, quella corporea, quella quotidiana — che una famiglia aveva scelto di praticare.

Lo stridore più doloroso emerge confrontando questa storia con un’altra, tremenda.

Il caso di Paolo Mendico

Paolo, 14 anni, muore suicida a settembre 2025 dopo mesi di bullismo documentato.
Il fratello aveva scritto al Governo e al Ministro dell’Istruzione.
La scuola era stata informata.
Nessuna istituzione ĆØ intervenuta in tempo.
La prevenzione — quella promessa nei protocolli, nei Piani di Zona, nelle linee guida ministeriali — non ha funzionato.

E oggi, mentre la famiglia di Paolo chiede accesso agli atti per capire cosa sia accaduto davvero, la domanda si impone:

Davvero siamo certi che la famiglia nel bosco sia ā€œla famiglia sbagliataā€?
O ĆØ semplicemente quella che non rientra nel modello istituzionale dominante?

Da un lato:
una famiglia che sceglie lentezza, natura, relazioni affettive profonde, protezione dai modelli consumistici.

Dall’altro:
un sistema scolastico e sociale in cui un ragazzo di 14 anni può subire violenza quotidiana senza che nessuno riesca ad intervenire.

E allora: dov’è davvero il rischio?
Dove nasce davvero la sofferenza psichica?
Chi decide quali forme di prevenzione sono legittime e quali no?

Oggi possiamo dire una cosa sola, con amarezza:

Questa famiglia ha sacrificato la propria privacy inutilmente.
Si ĆØ esposta per proteggere i figli, sperando di evitare la separazione.
Ha mostrato l’intimitĆ  della propria vita a un Paese intero.
E oggi l’Italia sa come mangiano, dove dormono, come si lavano, dove vanno in bagno.

Ma questo non ĆØ servito.
Non ĆØ bastato.

E i bambini, ora, sono lontani dalla loro casa, dalla loro foresta, dai loro ritmi, dagli odori e dai sapori del loro mondo.

C’era una volta una famiglia nel bosco.
E oggi quella storia finisce in una comunitĆ , in nome della sicurezza e della normalizzazione.

Una storia che interroga tutti noi su cosa significhi davvero proteggere un bambino — e su quanto siamo disposti a tollerare scelte di vita che mettono in discussione l’idea unica, dominante, di ā€œnormalitĆ ā€.

In allegato:

Lettera aperta alle isituzioni

Comunicato stampa

Lettera aperta alle istituzioni caso Famiglia nel bosco

Comunicato stampa su Famiglia nel bosco

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Elia Del Grande: La denuncia di un internato e il fallimento della legge

Diritti alla Follia · 18/11/2025 · Lascia un commento

Di Maria Rosaria D’Oronzo

 La vicenda di Elia Del Grande, autore della “strage dei fornai” del 1998, ĆØ la drammatica verifica sul campo dei principi no-psichiatrici di Giorgio Antonucci. La sua fuga da una Casa di Lavoro (2025) e le lucide comunicazioni mediatiche hanno trasformato un atto di evasione in una denuncia pubblica contro la coercizione istituzionale.

La sua accusa ĆØ netta, e risuona come un monito antipsichiatrico: le Case di Lavoro sono “i vecchi OPG travestiti” dove si vive nell’abbandono.

Del Grande fu condannato a 30 anni, ma il riconoscimento della semi-infermitĆ  mentale ha innescato il doppio binario, un sistema criticato come struttura di controllo sociale mascherata da legge (Antonucci, Szasz e altri). Scontati circa 26 anni, ĆØ scattata la misura di sicurezza detentiva (Casa di Lavoro) a causa della persistente pericolositĆ  sociale legata al suo processo di condanna.

Questo passaggio dal tempo certo al tempo indefinito ĆØ il nucleo della sua protesta. Del Grande lamenta:

ā€œIo sono stato condannato ad anni 30… mi sono ritrovato nuovamente peggio di un detenuto… ho visto non considerato il mio impegno lavorativo. Le case di lavoro oggi sono delle carceri effettive… chi ĆØ sottoposto alla casa di lavoro non ĆØ un detenuto, bensƬ un internato, ovvero nĆ© detenuto, nĆ© libero.”

L’essere un internato significa l’assenza di benefici e l’essere sottoposto a sole proroghe semestrali. Questa negazione della pienezza dei diritti di cittadinanza e della libertĆ  ripropone il tema centrale di Antonucci: la dignitĆ  umana e la capacitĆ  giuridica devono essere premesse di qualsiasi percorso, non un premio da guadagnare sotto coercizione.

Il legame di Del Grande con la psichiatria ĆØ il motivo legale della sua detenzione e la prova del fallimento etico delle strutture. Le Case di Lavoro, destinate ai soggetti semi-infermi di mente, dovrebbero offrire un percorso curativo. Invece, Del Grande accusa:

ā€œ… la terapia, chiaramente psicofarmaco, viene data in dosi massicce a chiunque senza problemi. L’attivitĆ  lavorativa esistente ĆØ identica a quella dei regimi carcerari.ā€

Questa ĆØ la realizzazione della critica antonucciana agli psicofarmaci: usati come strumento di controllo e sedazione di massa, volti a quietare l’individuo anzichĆ© favorire il dialogo e l’espressione autentica. La psichiatria ĆØ ridotta a mero controllo chimico.

 Il ritorno coatto alla Casa di Lavoro ha cancellato il suo faticoso percorso di reinserimento (lavoro, compagna, autonomia), la vera prova, per Antonucci, di guarigione e reinserimento sociale:

ā€œAvevo ripreso in mano la mia vita… tutto questo svanito nel nulla per la decisione di un magistrato di Sorveglianza… [che mi ha] riproponendomi soltanto la realtĆ  repressiva carceraria, anzi quella delle case lavoro ĆØ ben peggioā€.

La denuncia di Del Grande trova tragica conferma nella ricerca della SocietĆ  della Ragione (ā€œUn ossimoro da cancellareā€, Menabò 2024).

Il paradosso ĆØ evidente: si continua a restare chiusi in cella, senza programmi, senza lavoro, senza prospettive.

A sentire i racconti degli stessi internati, il lavoro non solo ĆØ assente: ĆØ inesistente. Nulla, o quasi nulla, viene proposto.

La misura di sicurezza si svuota del suo senso originario – prevenire, rieducare – e diventa pura afflizione.

Questo sistema in cui l’etichetta prevale sul fatto e sul percorso rieducativo ĆØ l’antitesi della dignitĆ  umana.

La vicenda si allinea perfettamente alla critica radicale che ha portato alla stesura della CRPD e alle denunce del CPT:

CEDU (Art. 3 e 5): L’assenza di cura efficace e la detenzione indefinita sono la negazione della dignitĆ  e configurano un trattamento degradante. La detenzione, basata su una pericolositĆ  che il sistema non rimuove, mette in discussione la legittimitĆ  della privazione della libertĆ .

CRPD (Inclusione e Autonomia): La detenzione coatta e la perdita del lavoro sono la negazione del diritto all’autonomia e all’inclusione sociale (Art. 19).

Conclusione: Il caso Del Grande ĆØ la dimostrazione che il sistema delle misure di sicurezza ĆØ ancora un apparato di coercizione e abbandono, ben lontano dal dialogo e dal rispetto di Giorgio Antonucci. La sua fuga ĆØ la disperata richiesta di un internato di essere riconosciuto come cittadino con diritto alla libertĆ , alla cura autentica e alla dignitĆ , principi che sono stati negati dalle stesse istituzioni che avrebbero dovuto riabilitarlo.

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Giorgio Antonucci: L’approccio No-Psichiatrico, precursore di CRPD e Dialogo Aperto

Diritti alla Follia · 23/10/2025 · Lascia un commento

Di Maria Rosaria D’Oronzo

Il lavoro di Giorgio Antonucci (1973-1996) al Reparto Autogestito di Imola non ĆØ stata una riforma, ma un approccio no-psichiatrico radicale, fondato sulla piena dignitĆ  umana e anticipatore del diritto internazionale e delle pratiche sistemiche moderne.

Antonucci, allievo di Assagioli e vincitore del Premio Thomas Szasz, vedeva il disagio non come ‘malattia mentale’, ma come crisi esistenziale da affrontare con il dialogo tra pari, respingendo ogni forma di coercizione (TSO, contenzione) e la diagnosi come pregiudizio etichettante.

La sua prassi fu il compimento dei suoi principi etici:

De-istituzionalizzazione e Cittadinanza (Ante Litteram CRPD)

Chiamato a Imola nel 1973, Antonucci chiese il reparto più duro (Reparto 14). La sua prima azione fu etica e immediata: slegare le donne e restituire gli abiti civili. Successivamente, nel Reparto Autogestito, compƬ l’atto legale più radicale: scrisse nelle cartelle cliniche che tutti gli ex degenti erano in buona salute psicofisica, abolendo di fatto il loro status di “internati”.

Questa azione ristabilì la loro piena capacità giuridica (CRPD, Art. 12) ed è la pratica ante litteram del diritto alla libertà e integrità.

Dialogo Aperto e Inclusione (Cultura e Cura)

Il suo modello terapeutico era basato sull’ascolto continuo e la non-coercizione, un chiaro precursore del moderno Dialogo Aperto (Open Dialogue).

L’inclusione era culturale:

  • Gli ex degenti avevano le chiavi del reparto.
  • Furono organizzati eventi con la cittĆ : concerti di musica classica (Andrea Passigli, Aldo D’Amico – violoncello) e pop (Francesco Baccini), vernissage con artisti fiorentini guidati da Piero Colacicchi e la testimonianza letteraria di Dacia Maraini.

L’arte e il dialogo erano la restituzione dell’identitĆ  sociale.

L’EreditĆ : Il Processo e la CRPD

La pressione istituzionale culminò nel processo del 1991, che mirava a processare il principio stesso della libertĆ . Nonostante l’assoluzione, il Pubblico Ministero fece appello, evidenziando la persistente ostilitĆ  verso il suo approccio.

La sua lotta per i diritti economici (pensione, salario per il lavoro) e l’abitazione autonoma riflette pienamente gli Art. 27 e 28 della CRPD.

Il Reparto Autogestito ĆØ la prova concreta che la visione di Antonucci non era un’utopia, ma la pratica anticipata dei diritti umani in psichiatria. Il suo lascito dimostra che la sofferenza merita dialogo, dignitĆ  e libertĆ , e non repressione medica.

Per approfondimenti:

il sito del Centro di Relazioni Umane di Bologna e il sito d’archivio di Giorgio Antonucci

Ā www.antipsichiatria-bologna.netĀ Ā Ā https://giorgioantonucci.org/

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COMUNICATO STAMPA

Diritti alla Follia · 17/10/2025 · Lascia un commento

Caso Carpanedo: un’occasione mancata per la Corte d’Appello di Venezia

Oggi, 16 ottobre 2025, si ĆØ concluso a Venezia il processo di appello nei confronti dei due infermieri e dell’operatore socio sanitario condannati (con decisione confermata) per omicidio colposo nei confronti di Eugenio Carpanedo. La notte tra il 23 ed il 24 marzo 2017, secondo i Giudici non avrebbero adottato le cautele necessarie per evitare la morte di Carpanedo in occasione dell’incendio divampato nel reparto di psichiatria dell’ospedale Santorso-Vicenza. 

La Corte d’appello ha anche confermato il diniego del risarcimento nei confronti della parte civile “Cittadinanza e Salute”, presente in udienza con la Presidente Aida Brusaporco e con gli associati Edoardo Berton, Bruna Lanaro e Dolores Razzi (nella foto). Leggeremo le motivazioni: intanto segnaliamo che questa decisione non può che preludere all’ ulteriore negazione di una realtĆ  evidente: Carpanedo era sottoposto a contenzione meccanica e per questo non riuscƬ a mettersi in salvo. Avere negato la realtĆ  della contenzione, con risibili argomento, ha consentito e sta consentendo che a “pagare” siano i “pesci piccoli”, come sempre. Si segnala, poi, come continui a “scoraggiarsi” la presa in carico di queste vicende da parte del mondo associazionistico: l’unico in grado di farle uscire dal “buio” comunicativo in cui le si vorrebbe relegare.

Associazione ā€˜Diritti alla Follia’                             lƬ 16Ā ottobre 2025

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Non può esserci ā€˜salute mentale’ senza consenso

Diritti alla Follia · 10/10/2025 · Lascia un commento

Radio Kalaritana ci ha ospitati per parlare di diritti negati in psichiatria e per presentare il Convegno che si terrĆ  a Cagliari il prossimo 12 novembre, dal titolo ā€œCittadini senza cittadinanza – Diritti negati in psichiatriaā€.
Abbiamo colto l’occasione per riflettere insieme sulle violazioni dei diritti fondamentali che ancora oggi subiscono molte persone direttamente coinvolte in ambito psichiatrico.

Abbiamo scelto Cagliari perchĆ© intendiamo portare anche in Sardegna un momento di confronto pubblico su questi temi. L’iniziativa nasce su proposta della nostra socia sarda Martina Mura, che si ĆØ impegnata per organizzarla insieme al Direttivo dell’associazione.
Diritti alla Follia opera a livello nazionale, ma per noi ĆØ fondamentale essere presenti anche nei territori, incontrare le persone, ascoltare esperienze dirette, confrontarci con realtĆ  locali e professionisti.

Il titolo del Convegno — ā€œCittadini senza cittadinanza – Diritti negati in psichiatriaā€.
 mette in luce una contraddizione profonda: molte persone che entrano in contatto con i servizi psichiatrici pubblici, pur essendo cittadini come tutti, non vedono riconosciuti nella pratica i loro diritti fondamentali.
Quando parliamo di diritti negati, ci riferiamo a situazioni molto concrete: non solo al Trattamento Sanitario Obbligatorio, ma anche a tutte quelle circostanze in cui la libera scelta del medico o del luogo di cura viene di fatto preclusa, o in cui la persona non riceve informazioni chiare e comprensibili sui trattamenti che la riguardano.

Questa mancanza di informazione non si manifesta solo durante il TSO, ma anche negli ambulatori, nei reparti psichiatrici e in tutta la successiva presa in carico.
Ci riferiamo poi alla violazione della privacy, quando dati sensibili vengono trattati senza la dovuta riservatezza, e alla coercizione fisica o farmacologica, che purtroppo resta presente in molte strutture.
Sino ad arrivare alla contenzione, cioĆØ all’essere legati al letto per ore o giorni interi — una pratica che dovrebbe essere bandita da qualunque contesto sanitario.
In alcuni casi, abbiamo raccolto anche segnalazioni di abusi fisici e violenze sessuali subiti da persone ricoverate in stato di costrizione, senza che vi sia stato un reale controllo o una possibilitĆ  effettiva di difesa.

Il Trattamento Sanitario Obbligatorio dovrebbe essere disposto solo in casi di necessitĆ  e urgenza, quando una persona manifesta una grave alterazione psichica, rifiuta le cure e non ĆØ possibile intervenire in modo alternativo al ricovero. Serve la proposta di un medico, la convalida di un secondo medico e, infine, l’autorizzazione del sindaco, che agisce come autoritĆ  sanitaria. Entro 48 ore, il provvedimento deve essere convalidato dal giudice tutelare, che dovrebbe verificare se ci siano davvero le condizioni previste dalla legge.

Sulla carta, quindi, il TSO ĆØ una misura eccezionale e temporanea; nell’attuale normativa i presupposti per il TSO però sono vaghi, i controlli poco efficaci e le garanzie della persona non sono realmente attuabili. Non sempre ĆØ garantita la comunicazione con l’esterno o il diritto alle visite, e questo accresce la sensazione di isolamento e impotenza di chi vi ĆØ sottoposto. Gli abusi, poi, non si fermano al TSO: si verificano anche prima e dopo, nelle strutture residenziali, nei centri di salute mentale, nelle carceri e nelle REMS.

La recente sentenza n. 76 del 2025 della Corte Costituzionale ha riconosciuto l’incostituzionalitĆ  dell’articolo 35 della legge sul TSO, nella misura in cui non garantisce un controllo giurisdizionale effettivo e tempestivo sulla privazione della libertĆ  personale.
La Corte ha ribadito un principio chiaro: nessuna finalità terapeutica può giustificare la sospensione dei diritti fondamentali.

Come associazione, da tempo chiediamo una riforma profonda della legge 833/1978. La nostra proposta di legge di iniziativa popolare mira a introdurre garanzie reali: informazione e notifica obbligatorie del provvedimento alla persona e al suo legale, difesa legale gratuita e obbligatoria sin dall’inizio, audizione diretta della persona da parte del giudice, durata massima di quattro giorni prorogabile solo due volte, divieto assoluto di contenzione fisica e farmacologica, piena tracciabilitĆ  dei TSO e accesso delle associazioni di tutela nei reparti.

La riforma si ispira agli standard internazionali indicati dal Comitato ONU, dal CPT e dall’OMS, che chiedono di superare le pratiche coercitive e sostituirle con modelli basati sul consenso, sul sostegno e sull’autodeterminazione.

Diritti alla Follia ĆØ un’associazione indipendente, senza fini di lucro, che promuove i diritti di utenti, ex utenti e sopravvissuti alla psichiatria. Abbiamo lanciato campagne come ā€œSe la Tutela diventa Ragnatelaā€ e ā€œFragile a Chi?!ā€, curiamo la rubrica ā€œIl Diritto Fragileā€, e collaboriamo con reti europee come ENUSP e Mental Health Europe.
Ci occupiamo di segnalazioni di abusi, ricerca giuridica e sociale, e formazione sui diritti e sul consenso informato.

Per conoscere nel dettaglio le nostre attivitĆ  e le proposte di riforma, potete visitare il nostro sito www.dirittiallafollia.it o seguirci su Facebook, Instagram, YouTube e Telegram.

E vogliamo concludere con le parole pronunciate ai microfoni di Radio Kalaritana:

ā€œNon può esserci ā€˜salute mentale’ senza consensoā€

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