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Diritti alla follia

Associazione impegnata sul fronte della tutela e della promozione dei diritti fondamentali delle persone in ambito psichiatrico e giuridico.

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Articoli

VIII Congresso ā€œDiritti alla Folliaā€Collegno (TO), 28–29 marzo 2026

Diritti alla Follia · 29/12/2025 · Lascia un commento

Il Congresso annuale di Diritti alla Follia torna per la sua ottava edizione e si terrĆ  sabato 28 e domenica 29 marzo 2026 a Collegno (Torino), presso la Sala Consiliare del Comune – Parco della Certosa.

Anche quest’anno il Congresso nasce dall’urgenza di interrogare le pratiche istituzionali che attraversano la ā€œsalute mentaleā€ e il diritto, partendo da casi concreti.
Non come cronaca giudiziaria o sanitaria, ma come lenti critiche: dietro ogni ā€œcasoā€ ci sono persone, diritti compressi, relazioni spezzate o ricomposte, responsabilitĆ  collettive spesso rimosse.

Il Congresso si articolerĆ  in quattro sessioni tematiche, ciascuna centrata su un caso emblematico:

  • DSM – Dipartimenti di Salute Mentale
    Il ā€œcaso Casertaā€ per discutere di organizzazione dei servizi, criticitĆ  strutturali, ruolo delle persone esperte in supporto tra pari e scenari di riforma
  • TSO – Trattamento Sanitario Obbligatorio dopo la Consulta
    Un focus sugli effetti concreti della recente sentenza della Corte costituzionale: pratiche attuative, garanzie, limiti e impatto sui diritti delle persone
  • Misure di sicurezza e REMS
    Il ā€œcaso Gianiniā€ per affrontare il tema delle misure limitative della libertĆ , delle perizie psichiatriche e della necessitĆ  di una riforma profonda
  • Amministrazione di Sostegno
    I ā€œcasi Vattimo e Garofaloā€ per mettere a fuoco abusi, criticitĆ  sistemiche e prospettive di cambiamento di uno strumento che troppo spesso si trasforma in controllo sostitutivo.

Accanto agli interventi di operatori, giuristi, ricercatori e rappresentanti istituzionali, il Congresso darƠ spazio centrale a testimonianze dirette, perchƩ senza le voci delle persone coinvolte non esiste analisi credibile nƩ trasformazione possibile.

Il programma prevede inoltre:

  • una passeggiata collettiva nel Parco della Certosa
  • la presentazione del libro Le bocche inutili di Alberto Gaino
  • attivitĆ  parallele legate alla memoria dell’ex ospedale psichiatrico

Informazioni pratiche

Il Congresso si svolgerĆ  presso la Sala Consiliare del Comune di Collegno – Parco della Certosa, uno spazio pubblico facilmente raggiungibile.

Questo Congresso non è sponsorizzato. È uno spazio libero, indipendente e accessibile, costruito con il lavoro volontario di alcuni di noi e con risorse sempre limitate.

Per continuare a portare alla luce ciò che spesso resta invisibile, e farlo in uno spazio pubblico e condiviso, abbiamo bisogno anche del tuo supporto.
Ogni contributo aiuta a coprire i costi organizzativi, logistici e di accoglienza, e rende possibile la partecipazione di chi altrimenti resterebbe escluso.

šŸ’› Puoi sostenere il Congresso con una donazione:

  • PayPal: https://www.paypal.com/donate/?hosted_button_id=V782HRYQSPJ9J
  • Bonifico bancario
    Intestatario: Associazione Diritti alla Follia APS
    Causale: Donazione Congresso
    IBAN: IT89N0306909606100000192123

Per chi può, l’invito ĆØ anche a esserci di persona: il Congresso vive di presenze, corpi, incontri, conflitti e alleanze reali.

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Informazioni_logistiche_Congresso_Diritti_alla_Follia_2026

Locandina DEFINITIVA VIII Congresso Diritti alla Follia Collegno

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Palmoli: perizia sui genitori e bambini lontani dal bosco — protezione o colonizzazione?

Diritti alla Follia · 23/12/2025 · 1 commento

La vicenda della famiglia di Palmoli, i tre bambini allontanati dai genitori e trasferiti in una comunitĆ  educativa, continua a sollevare interrogativi profondi sul ruolo dello Stato e delle istituzioni nella vita delle famiglie.

Secondo le relazioni dei servizi sociali, i bambini ora sono ā€œpuliti, profumati, abituati alle regole quotidianeā€. Le cronache raccontano che hanno reagito con curiositĆ  e sollievo alle docce, ai vestiti profumati e alle attenzioni quotidiane offerte dagli operatori. Il messaggio implicito sembra chiaro: vivere nel bosco senza modelli urbani sarebbe insufficiente, se non inadeguato.

C’è poi un dettaglio rivelatore, apparentemente secondario ma culturalmente potentissimo. ƈ evidente che questi bambini non praticavano la ā€œskin careā€ oggi tanto di moda, ormai normalizzata perfino tra bambine delle scuole elementari, rituali quotidiani di detergenti, creme, profumi, prodotti cosmetici spacciati per ā€œcura di sĆ©ā€. ƈ forse questo ciò che si rimprovera loro?
Questa ossessione per il pulito, il profumato, il corpo normalizzato e addestrato fin dall’infanzia dice molto più del modello culturale dominante che dei bisogni reali dei bambini. Un modello in cui l’igiene diventa performance, il profumo diventa certificato di accettabilitĆ  sociale, e il corpo infantile viene educato precocemente al consumo, all’estetica e al controllo.

Secondo le ultime notizie, mentre i bambini restano temporaneamente in comunitĆ , il Tribunale per i Minorenni dell’Aquila ha affidato a un perito, la psichiatra Simona Ceccoli, l’incarico di svolgere una nuova perizia psico‑diagnostica non solo sui genitori ma anche sui bambini stessi, con un termine di 120 giorni per la consegna del rapporto finale. L’ordinanza, pubblicata di recente, richiede al perito di approfondire aspetti come:

  • stili relazionali famigliari
  • capacitĆ  di riconoscere e rispondere ai bisogni affettivi ed educativi dei minori
  • condizioni attuali di vita e sviluppo psico‑affettivo dei bambini
  • figure di riferimento e modelli di identificazione dei minori

Il provvedimento prevede anche che entro fine gennaio i servizi sociali trasmettano una relazione aggiornata sugli interventi svolti e che le parti possano presentare memorie difensive entro metĆ  febbraio.

Ma c’è un altro lato della riflessione che non può essere ignorato. In Italia, molti bambini crescono immersi in cibo spazzatura, tecnologia e social fin dalla più tenera etĆ . Non si tratta di casi isolati:

  • Più della metĆ  dei bambini italiani consuma snack dolci più di tre volte a settimana, e oltre uno su quattro beve bibite zuccherate ogni giorno
  • Circa un quarto dei ragazzi non consuma frutta e verdura quotidianamente
  • Molti bambini tra i 6 e i 10 anni usano smartphone ogni giorno, e oltre il 62% dei preadolescenti (11‑13 anni) ha almeno un account social

Questi dati confermano che il consumo precoce di tecnologia e cibi ultra-processati ĆØ ormai un fenomeno diffuso, normalizzato e spesso celebrato come indice di attenzione e cura.

Con le feste ormai alle porte, i carrelli dei supermercati straripano di snack, dolci, giocattoli e dispositivi elettronici, e l’esposizione ai social e a YouTube diventa routine fin dalla più tenera etĆ . Tutto questo mentre i bambini della famiglia del bosco cresceĀ­vano liberi, senza schermi, senza social, immersi nella natura e nelle relazioni dirette con il mondo.

Oltre al consumismo e alla tecnologia precoce, un altro dato preoccupante riguarda l’uso crescente di psicofarmaci nei bambini e negli adolescenti italiani. Secondo il Rapporto OsMed 2024 dell’AIFA, la prevalenza dell’uso di farmaci psicotropi nei minori ĆØ più che raddoppiata negli ultimi anni. Nel 2016 era circa lo 0,26% della popolazione pediatrica; nel 2024 ĆØ salita allo 0,57%, equivalente a un minore su 175 che assume psicofarmaci.

Questo aumento riguarda soprattutto antipsicotici, antidepressivi e farmaci per l’ADHD, con un’incidenza maggiore nella fascia 12‑17 anni. Questi dati evidenziano come la medicalizzazione precoce del disagio infantile e preadolescenziale sia un fenomeno diffuso, che si inserisce nella tendenza a normalizzare interventi farmacologici come risposta primaria a problemi di adattamento sociale o educativo.

Siamo davvero di fronte a un intervento che tutela i bambini oppure a una colonizzazione culturale e psicologica, che impone un unico modello di vita considerato ā€œaccettabileā€?

Diritti alla Follia ribadisce che la libertĆ  educativa e il diritto alla diversitĆ  non sono reati, e che i bambini non possono essere standardizzati come prodotti sugli scaffali di un supermercato o su uno schermo luminoso.

šŸ”¹ C’era una volta una famiglia nel bosco… Oggi quei bambini sono nelle mani di un sistema che li vuole puliti, profumati e uniformati, mentre tanti altri crescono immersi in cibo spazzatura e tecnologia. Liberi o conformi: chi detta la norma dell’infanzia?

Fonti principali

  • Articolo di cronaca: Today.it
  • Rapporto Save the Children: Uso precoce di smartphone e social
    Link
  • TG24 Sky: Consumo di snack e alimentazione dei bambini
    Link
  • AIFA, Rapporto OsMed 2024: Psicofarmaci nei minori
    Link
  • Sky TG24 – Famiglia nel bosco: Disposta nuova perizia, i bambini restano nella struttura protetta
    Link
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Mio padre non ĆØ morto di demenza: l’hanno ucciso contenzioni, sedativi e indifferenza.

Diritti alla Follia · 04/12/2025 · 3 commenti

Secondo l’Istituto Superiore della SanitĆ , attualmente in Italia, ci sono circa 1,2 milioni di persone con demenza nella fascia uguale o superiore ai 65 anni. La maggior parte di esse, prima o poi, subiranno contenzioni meccaniche e farmacologiche. Sottoporre anziani e altri soggetti vulnerabili a pratiche deumanizzanti e degradanti non ĆØ e non potrĆ  mai essere un atto di cura, ma una violazione dei diritti umani e della dignitĆ .

Erano poco dopo le tre di mattina quando mi sono svegliata in preda all’angoscia, quell’angoscia viscerale che ti assale nel cuore della notte, mentre la mente, incontrollata, vaga in posti che di giorno non ha il coraggio di esplorare.

Devo partire di nuovo. PapĆ  ha bisogno di me ĆØ stato il primo pensiero appena ho aperto gli occhi. Ero da poco rientrata dall’Italia per visitarlo, ma mi ripromisi di comunicare le mie intenzioni al mio compagno e a mia figlia non appena fosse suonata la sveglia.

Quando la tua vita ĆØ a migliaia di chilometri da un genitore con demenza, inizi a vivere a metĆ , con il fiato sospeso, dilaniata tra i sensi di colpa verso i tuoi figli, il tuo compagno, il tuo lavoro perchĆ© il tuo pensiero ĆØ rivolto verso il familiare malato, e quelli verso quest’ultimo, perchĆ© il tuo corpo ĆØ con loro. La distanza amplifica ogni ansia e preoccupazione.

D’istinto prendo in mano il cellulare per controllare se la badante mi avesse cercato, un rito che si ripeteva diverse volte al giorno da mesi a questa parte.

Tra le chiamate perse, un nome spiccava come una dolce melodia: PapĆ . No, non era possibile: se quella fosse stata la mia ultima occasione di sentire la sua voce, non me lo sarei mai perdonato.

Ma la realtĆ  ĆØ che quando avevo ricevuto quell’ultima chiamata dal suo numero, era deceduto giĆ  da diverse ore. Erano stati i carabinieri a contattare i nomi dei familiari salvati sul suo telefono per avvisarli.

Arresto cardiaco con emorragia interna era stata la causa ufficiale. Che cosa lo aveva portato a quella misera fine però lo sapevamo tutti, medici compresi.

Tutto era iniziato a giugno 2024, quando aveva avuto la prima diagnosi di declino cognitivo lieve. Da allora i vuoti di memoria a breve termine erano andati gradualmente peggiorando, cosƬ come la sensibilitĆ  agli ambienti caotici e ai rumori forti, il ripetere le stesse frasi più volte, l’apatia, l’ansia e l’agitazione.

Ma nonostante i momenti di disorientamento e confusione, era ancora lui. Lo era negli abbracci forti e avvolgenti che mi dava ogni volta che ci vedevamo, nel modo in cui si commuoveva quando leggeva un biglietto affettuoso da mia figlia, nelle sue battute spontanee di cui rideva di cuore per primo.

Ma anche nella paura per quello che stava succedendo, di cui non era del tutto consapevole, anche se avvertiva che qualcosa stava cambiando dentro di lui.

Il terrore di un mondo che disorienta

Deve essere davvero terrificante per una persona sapere che c’è qualcosa che non va e non poter capire cosa perchĆ© le sue capacitĆ  cognitive stanno pian piano venendo meno.

Quelle stesse capacitĆ  cognitive su cui aveva fatto affidamento tutta la vita per scrivere libri, dare lezioni e conferenze in giro per il mondo e interrogarsi su tematiche universali.

Poi di colpo…il vuoto. Tabula rasa.

Cercavo nel mio piccolo di rassicurarlo, di fargli sentire la mia vicinanza attraverso le nostre videochiamate quotidiane, di ricordargli quanto lo amavo e che ci saremmo visti a breve.

Finalmente quel giorno arrivò e un pomeriggio di inizio luglio, accompagnato da mia sorella, ci riabbracciammo in aeroporto. Fu uno degli abbracci più belli della mia vita. Era lì di fronte a me, forte come nei miei ricordi di infanzia, ma al tempo stesso fragile come un bambino che ha bisogno di tanto amore e protezione.

Ed ero felice perchƩ, almeno per i successivi due mesi, mi sarei dedicata anima e corpo a darglieli. Finalmente avrei potuto proteggerlo.

Ero riuscita ad assumere qualcuno che mi aiutasse con la mia attivitĆ , mia figlia aveva rinunciato a partire per le vacanze col padre come ogni estate per star vicino al nonno e il mio compagno era pronto a scarrozzarci dovunque fosse stato necessario non appena uscito dal lavoro. Avevo tutto sotto controllo: avevo fatto una lista delle attivitĆ  da fare, dei posti dove mangiare, scartando quelli troppo grandi e rumorosi, avevo pensato ai pasti che gli avrei preparato, seguendo le indicazioni dei libri che avevo letto sulla demenza.

Con mia figlia e il mio compagno, avevamo anche adattato la casa per renderla a prova di anziano con declino cognitivo: etichettato ogni stanza affinchƩ non si perdesse, comprato quelle lucine con i sensori per evitare che inciampasse durante il wandering notturno, e un gioco di memoria che usavamo la sera dopo cena per incoraggiarlo a raccontarci della sua giovinezza.

Le associazioni per la demenza con cui ero in contatto mi avevano avvertito che, i primi giorni, il cambio di paese avrebbe aumentato la confusione, e cosƬ era stato.

ā€œMa vedrai che con le tue cure premurose, pian piano si rasserenerĆ ,ā€ mi aveva incoraggiato l’operatrice al telefono.

E fu cosƬ che, armata della pazienza e speranza che solo l’amore ti infondono, iniziammo questa avventura, tra momenti di serenitĆ , fugaci ma intensi, e momenti di crisi che cercavamo di gestire come meglio potevamo, curandoli con le tecniche di de-escalation che avevo appreso dall’inizio della prima diagnosi: distrarre, assecondare, non contraddire, rassicurare, condite con lunghe passeggiate nella natura, sorrisi e innumerevoli abbracci.

E con mio immenso piacere, le cose stavano pian piano funzionando. Dopo pochi giorni, iniziò a dormire bene, senza ricorrere a particolari medicine tranne quelle di routine, come le pasticche per l’ipertensione, che prendevano gli over 80 come lui.

I giorni scorrevano tra visite a musei, gallerie, esibizioni, pause caffĆØ in locali dalle luci soffuse e dall’atmosfera rilassante, biblioteche, e parchi naturali.

Vedevo mio padre nuovamente felice, nonostante i disturbi di quel declino cognitivo, che ormai era avanzato a vera e propria demenza vascolare, fossero comunque presenti.

Come ĆØ normale che sia, altrimenti non si tratterebbe di una malattia neurodegenerativa.

Lo disorientava essere lontano dalle sue abitudini, dalla familiaritĆ  della sua casa. Continuava a ripetere che voleva tornare lƬ, tra le sue cose, tra gli odori e i sapori a cui era abituato. CosicchĆ©, dopo essermi consultata con il mio medico e un’associazione per la demenza che era stata di grande supporto emotivo nei mesi precedenti, lo riaccompagnammo in Italia dopo sei settimane di soggiorno, seppur tra sentimenti e pensieri contrastanti.

In taxi fremeva: non vedeva l’ora di arrivare, come un bambino vuole tornare dalla mamma dopo una gita con la scuola.

Annientare anzichƩ aiutare

Il ritorno al nido familiare però non fu quello che lui immaginava, né quello che nessuno di noi avrebbe mai immaginato.

Non sapeva infatti, che il giorno del suo ottantatreesimo compleanno, che festeggiammo insieme solo quattro mesi fa, sarebbe stato l’ultimo giorno in cui si sarebbe sentito davvero libero.

Poco dopo averlo salutato, a seguito di una chiamata al pronto soccorso da parte di mia madre, anche lei anziana, in cui segnalava dei suoi comportamenti aggressivi, il medico decise di ricoverarlo in un reparto di geriatria per ā€œaggiustare la terapiaā€ per la demenza, almeno questa fu l’espressione usata dalle dottoresse con cui parlai al telefono nei giorni successivi.

Quando appresi del suo ricovero ero sotto shock: da un lato mi misi a piangere disperata, dall’altra provai un vago sollievo.

ā€œVedrai che ora gli daranno le cure che gli servono,ā€ mi disse la nuova badante che avrebbe dovuto iniziare a lavorare a casa dei miei genitori quel giorno stesso.

ā€œĆˆ nel posto giusto, dove lo possono aiutare,ā€ mi rassicurò mio zio.

E per un attimo, ci credetti anche io, cercando di convincermi che era arrivato il momento di intervenire con una terapia specifica.

Ma quell’illusione durò poco.

Il modo cinico e ostile con cui una delle dottoresse che aveva in ā€œcuraā€ mio padre (faccio fatica ad usare questo termine perchĆ© per me prendersi cura di una persona ĆØ tutt’altra cosa) descriveva lui e i suoi sintomi, non mi aveva affatto tranquillizzato.

Non riuscivo a comprendere come si potesse criminalizzare e vittimizzare un anziano vulnerabile con demenza che era stato di colpo catapultato da un paese straniero, a un aereo, a un ricovero ospedaliero a cui si era comprensibilmente opposto, e che lo aveva visto trascinato via con la forza dalla sua casa e da tutto ciò che gli era familiare per essere cateterizzato (nonostante non soffrisse nè di incontinenza nè di ritenzione urinaria), legato e sedato contro la sua volontà.

PerchĆ© continuava a ripetere che dovevano sottoporlo a dosi ā€œmassicceā€ di antipsicotici, descrivendolo come un animale fuori controllo che andava semplicemente soppresso, e non come una persona bisognosa di aiuto che andava ascoltata e rassicurata? Non c’era un filo di empatia nelle sue parole e nemmeno nel suo tono di voce giudicante e sospettoso.

Per questo, quando mia zia, che era andata a trovarlo in reparto dopo il primo giorno di ricovero, mi chiamò in lacrime dicendo che quello che aveva visto e sentito l’aveva traumatizzata a vita, non restai del tutto sorpresa, ma il suo racconto superò ogni immaginazione.

Lo trovò legato per polsi e caviglie, il corpo ricoperto di ematomi, pesantemente sedato.

Neppure la voce era più la stessa e aveva sviluppato quel delirio tipico dei malati di demenza negli ambienti ospedalieri.

ā€œChe crimine ho commesso per avermi legato cosƬ? PerchĆ© mi hanno rapito?ā€ continuava a ripetere.

E l’avrebbe ripetuto per gran parte del suo ā€œsoggiornoā€ in ospedale.

Come spiegare a un uomo con demenza che il posto in cui si trova non ĆØ il lager che sembra ma un ospedale pubblico, dove in teoria dovrebbero prendersi cura di lui?

Mi volevo precipitare da lui la sera stessa, ma non potevo essere impulsiva. Dovevo prima capire come muovermi per tirarlo fuori di lƬ.

Non avendo vissuto in Italia da oltre vent’anni, contattai un mio amico avvocato per chiedere indicazioni.

Non feci neanche in tempo a riflettere, perchƩ poco dopo, in una delle mie chiamate quotidiane in reparto per avere aggiornamenti, mi dissero che aveva sviluppato una polmonite settica e, senza neanche farmelo ripetere due volte, mi tuffai sul primo aereo disponibile con la mia famiglia al seguito.

Da quel momento, iniziò un calvario senza fine.

Era impossibile riconoscerlo: da un uomo di almeno 80 chili, ne aveva persi una quindicina in pochi giorni, assieme alla sua massa muscolare. Aveva enormi lividi in tutto il corpo e, proprio come ci aveva detto mia zia, lo trovammo nuovamente ā€œcontenutoā€ per i polsi e le caviglie, con fasce cosƬ strette che ne impedivano la circolazione.

Contenuto: un termine forse preferito al più esplicito ā€œlegatoā€ perchĆ© dĆ  un’aurea di ipocrita rispettabilitĆ  a una pratica disumana ma socialmente accettata.

Un disturbo mentale o cognitivo che sia non va ā€œcontenutoā€ nĆ© soppresso, ma al contrario va accolto ed ascoltato.

Provai a chiedere spiegazioni. A diventare la voce di un uomo che non era più nelle condizioni di difendere i propri diritti da solo, ma capii fin da subito che le mie domande erano considerate scomode e inopportune.

Sembrava che l’unica cosa che importasse era che, formalmente e legalmente, avevano seguito le procedure interne, in quanto, a detta loro, mia madre aveva giĆ  dato tutti gli assensi necessari. Un consenso coatto, in cui non vengono date alternative concrete a un familiare, per di più anziano, tranne quella di monitorare un paziente 24 ore su 24 al posto del personale medico, ĆØ un vero consenso? O un ricatto emotivo?

Avrei dovuto accettare e osservare in silenzio mio padre mentre si trasformava in una larva giorno dopo giorno, il suo corpo devastato da trattamenti che non servivano a curarlo, ma solo ad annientare quello che era rimasto delle sue capacitĆ  cognitive, della sua forza di volontĆ , della sua identitĆ ?

Ricordo che un tardo pomeriggio, mentre gli stavamo dando la cena e chiacchierando del più e del meno (una delle rare volte in cui non lo trovammo del tutto sedato), arrivò una dottoressa che ci osservò e, con aria quasi incredula ma soddisfatta, disse: “Con voi ĆØ tranquillo.”

Continuai a dargli da mangiare senza degnarla di uno sguardo.

Cosa avrei dovuto rispondere?

Che il motivo era che NOI lo trattavamo da essere umano?

Che la cura ĆØ un sorriso, una carezza, una voce rassicurante?

Che legare, sedare e immobilizzare a un letto un anziano che soffre di comportamenti tipici della demenza vascolare quali ansia e agitazione, ĆØ condannarlo a una morte certa?

ƈ annientarlo psicologicamente, fisicamente e cognitivamente?

Quale era la sua colpa?

Voler alzarsi per andare in bagno?

Nelle persone con demenza, l’agitazione nasce da bisogni fisici o emotivi disattesi: la fame, la sete, le infezioni urinarie, la paura di volti e situazioni che non si conoscono, il desiderio di contatto fisico…

PerchĆ©’ punirli, umiliarli e colpevolizzarli per questo?

Finalmente, completata la cura antibiotica per la sepsi, riuscii a portarlo fuori dall’ospedale dopo 17 giorni di ricovero, nonostante proprio la mattina in cui avrebbero dovuto dimetterlo, per uno strano paradosso dato che lo avevano immobilizzato per l’intero soggiorno, lo lasciarono solo senza alcuna supervisione e scivolò ferendosi il sopracciglio.

ā€œMi dispiace,ā€ fu tutto ciò che la dottoressa mi rispose mentre la guardavo incredula.

I danni delle contenzioni

Da quel momento in poi, non tornò mai più quello di prima.

Scompenso cardiaco, insufficienza renale e respiratoria, squilibrio elettrolitico…sono solo alcuni dei danni cronici e irreversibili che il periodo in ospedale gli aveva regalato.

A ciò si aggiungeva un corpo indebolito che non era più in grado di stare in piedi e continue infezioni per via del catetere che gli avevano lasciato e che, ormai,era impossibile togliere avendo sviluppato ritenzione urinaria.

Le cose non andarono meglio nella casa di riposo privata che lo avrebbe ospitato per quello che doveva essere un periodo di ā€œriabilitazioneā€ mentre preparavamo l’assistenza domiciliare h24, con la speranza di riportarlo a casa al più presto: per ben due volte, lo trovammo contenuto su una carrozzina a rotelle, che era a sua volta legata a un camino ricoperto di ceneri, per impedirgli di muoversi. Un paradosso crudele e sadico per un uomo anziano, con demenza vascolare e insufficienza respiratoria.

Dopo poco più di un mese dal primo ricovero, finƬ di nuovo in ospedale a causa di attacchi ischemici transitori a cui seguirono shock settico e un altro corso potente di antibiotici per endovena, anche stavolta legato a un letto, nonostante io e mia sorella ci fossimo opposte, dicendo che la badante si era resa disponibile a stargli vicino quando noi non c’eravamo.

No, non era possibile, soprattutto in un reparto di medicina critica che aveva degli orari di visita brevissimi e rigidissimi. Erano le regole.

ā€œCome mi hai trovato? Come hai saputo del rapimento?ā€ mi disse mio padre quando mi presentai davanti a lui a metĆ  ottobre, il giorno del mio compleanno. ā€œMa allora il mondo magico esiste per davvero?ā€

Era di nuovo delirante, come non lo era mai stato prima del ricovero, seppur felicissimo di vedermi.

Cercai di rassicurarlo. Gli spiegai che si trovava in ospedale, di nuovo, ma che la terapia antibiotica stava funzionando e che a breve sarebbe tornato a casa.

Le mie parole lo rasserenarono.

ā€œQuando ci rivediamo allora?ā€ mi chiese.

ā€œQuando ti dimettono e torni a casa.ā€ Abbracciai il suo corpo esile, di cui potevo contare le vertebre. E pensai a corpi simili al suo che avevo visto nei libri di storia e più di recente, in mondovisione.

Fu il nostro ultimo abbraccio.

Lo dimisero in dimissione ā€œprotettaā€ cinque giorni dopo, due prima del previsto, dicendo che aveva risposto bene alla terapia antibiotica e che avrebbe potuto finirla a casa.

Niente di più lontano dalla realtĆ : soffrƬ un’emorragia interna e smise prima di mangiare e poi di bere, fino a quando il suo cuore cedette per sempre tra indicibili sofferenze a una settimana dalle dimissioni.

Un approccio sistemico, non un caso isolato

Quello che ĆØ successo a mio padre non ĆØ un caso isolato, ma fa parte di un sistema, per mano di cui perdono la vita, la dignitĆ  e i diritti umani innumerevoli vite.

Sarebbe bello avere delle statistiche ufficiali al riguardo, ma non si ammetterĆ  mai che quelle morti sono conseguenza diretta dell’uso delle contenzioni e che, senza di esse, si sarebbero potute evitare. In fondo, parliamo di anziani con una malattia progressiva neurodegenerativa.

ƈ facile dimostrare che sarebbero morti comunque. Ed ĆØ proprio su questa ā€œirrecuperabilitĆ ā€ della malattia che fanno leva. Se tanto morirĆ  comunque prima o poi, perchĆ© investire risorse a preoccuparsi del come?

Forse perchĆ© l’Italia ĆØ firmataria della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), che esplicitamente proibisce ā€œpene o trattamenti inumani o degradantiā€ (Articolo 3) e sottolinea come nessuno possa essere privato della libertĆ , se non in casi specifici e nei modi previsti dalla legge (Articolo 5)?

Finora, in Italia, a differenza di altri paesi, non esiste un framework legislativo che regola espressamente l’uso delle contenzioni.

Un timido e tardivo tentativo di superarne l’uso ĆØ stato fatto di recente, a seguito di una condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Causa Lavorgna contro Italia) tramite le Linee di indirizzo per il superamento della contenzione meccanica nei luoghi di cura della salute mentale, approvate il 23 ottobre scorso, che tuttavia si concentrano solo sul loro uso in ambiti psichiatrici, con non poche lacune e contraddizioni, limitandosi a dire che: ā€œL’auspicio ĆØ che le indicazioni proposte possano costituire uno strumento utile per lo sviluppo di strategie di prevenzione e contrasto della contenzione meccanica in tutti i contesti assistenziali, con l’obiettivo di promuoverne il progressivo superamento.ā€

Nonostante, la raccomandazione n.13 del 2011 del Ministero della Salute (punto 5.3.5) dichiari che: ā€œIn letteratura non vi ĆØ alcuna evidenza scientifica che l’uso della contenzione fisica o farmacologica protegga i pazienti dalle cadute. I mezzi di contenzione meccanica possono provocare, invece, effetti indesiderati psicologici nonchĆ© fisici diretti ed indiretti.ā€

E ancora: ā€œLa contenzione non deve essere utilizzata come alternativa all’osservazione diretta, alla presenza di personale preparato e in numero adeguato alle esigenze assistenziali,ā€ la realtĆ  ĆØ che gli anziani con declino cognitivo e altri soggetti vulnerabili vengono ā€œcontenutiā€ abitualmente proprio per sopperire alla mancanza di personale.

Ma giustificarne l’uso dietro una scarsitĆ  di risorse umane ĆØ una forma di

strumentalizzazione, perchĆ© numerosi studi hanno dimostrato che non c’è una correlazione diretta tra numero di sanitari e frequenza dell’uso delle contenzioni, ma che piuttosto l’abuso si fonda su una cultura che dĆ  prioritĆ  alla (falsa) sicurezza rispetto alla dignitĆ  della persona.

Persino le ultime linee guida si limitano a invitare ad applicare le raccomandazioni anche nel caso di pazienti con demenza, ma non ne impongono l’applicazione.

Una OSS con cui ho parlato del tema ha definito le contenzioni ā€œindispensabiliā€, ritenendo che i malati di demenza dovessero ritenersi fortunati in quanto, grazie alla Legge Basaglia, non si usano più le camicie di forza.

Un protocollo che per prevenire la morte, la causa, non potrĆ  mai essere indispensabile.

ƈ necessario non solo un cambio culturale radicale basato su un modello di cura aperto all’ascolto attivo, incentrato sulla persona e i suoi diritti e formato sul trauma.

Ma soprattutto una legge nazionale che renda illegale questa forma di abuso verso dei soggetti fragili e vulnerabili.

Fino a quando non accadrĆ , continueremo a vedere i nostri genitori, zii e nonni morire senza la dignitĆ  e il rispetto che meritano dopo una vita di duro e onesto lavoro per la societĆ , la famiglia e lo stato.

Di V.C.

Ā 

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L’Associazione ā€œDiritti alla Folliaā€ consegna al Governo la proposta di decreto legislativo per la riforma dell’Amministrazione di Sostegno

Diritti alla Follia · 27/11/2025 · 3 commenti

L’Associazione Diritti alla Follia ha oggi trasmesso ufficialmente alla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Struttura di missione per la semplificazione normativa la propria proposta di decreto legislativo attuativo dell’art. 17 della Legge 10 novembre 2025, n. 167, la cosiddetta ā€œLegge di Semplificazioneā€.

Questa legge conferisce al Governo una delega precisa: riformare l’intero sistema delle misure di protezione giuridica, superando i meccanismi sostitutivi (interdizione, inabilitazione, amministrazione di sostegno usata in modo sostitutivo) e garantendo finalmente alle persone con disabilitĆ  il pieno rispetto della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con DisabilitĆ  (CRPD), in vigore in Italia dal 2009.

La proposta dell’Associazione ĆØ un testo completo di decreto legislativo: articoli, commi, norme di coordinamento e disposizione transitorie, interamente riscritti per adeguare gli articoli 404–413 del codice civile ai principi internazionali di:

  • autodeterminazione
  • pari riconoscimento davanti alla legge (art. 12 CRPD)
  • supporto al processo decisionale
  • limitazione rigorosa dei poteri sostitutivi
  • garanzie procedurali effettive per la persona interessata

Insieme al testo normativo, abbiamo trasmesso una corposa relazione illustrativa, che documenta in modo puntuale vent’anni di criticitĆ , abusi, violazioni di diritti fondamentali e prassi distorsive nell’attuale applicazione dell’amministrazione di sostegno.

Il nostro lavoro ĆØ il frutto di dieci anni di:

  • testimonianze dirette da parte di familiari e persone sottoposte ad ADS
  • analisi dei decreti dei Giudici Tutelari
  • studio sistematico delle raccomandazioni del Comitato ONU (2016)
  • osservazione delle gravi conseguenze dell’assenza di un reale supporto decisionale nella vita delle persone con disabilitĆ  psicosociali

Troppo spesso, l’amministrazione di sostegno — nata come misura ā€˜leggera’ — si ĆØ trasformata, nella prassi quotidiana, in una forma impropria di interdizione, con poteri ā€œampiā€, ā€œpienissimiā€ e di fatto sostitutivi della volontĆ  del beneficiario.
In molti casi ciò ha comportato:

  • limitazioni indebite alla libertĆ  personale, affettiva e familiare
  • decisioni sanitarie prese senza ascolto nĆ© consenso reale
  • impoverimento dei rapporti sociali
  • isolamento
  • abusi patrimoniali e relazionali;
  • esclusione dal processo decisionale sulla propria vita

ƈ tempo che l’Italia si adegui ai suoi obblighi internazionali e costituzionali.

Il decreto attuativo proposto dall’Associazione introduce:

  • l’obbligo di difesa tecnica per la persona, sin dall’inizio del procedimento
  • il diritto inderogabile all’ascolto del beneficiario, anche via strumenti telematici
  • una nuova procedura trasparente e garantita
  • il divieto di poteri sostitutivi, salvo situazioni eccezionalissime e rigorosamente motivate
  • la tutela della bigenitorialitĆ  e dei rapporti familiari
  • la limitazione degli incarichi degli ADS per evitare la ā€œprofessionalizzazioneā€ selvaggia
  • il riconoscimento penale degli abusi
  • la trasformazione di interdizioni e inabilitazioni in misure di supporto non sostitutivo
  • un sistema fondato sulla volontĆ  della persona, non sulla discrezionalitĆ  degli uffici.

Si tratta della riforma più ampia, organica e coerente con la CRPD mai proposta in Italia.

La delega prevista dall’art. 17 della Legge 167/2025 apre una possibilitĆ  storica:
per la prima volta in vent’anni, l’Italia può riformare davvero il sistema di protezione giuridica, mettendo al centro la persona, i suoi diritti e la sua autonomia.

Il Governo ha ora nelle sue mani la responsabilitĆ  di avviare i decreti legislativi.
Noi abbiamo scelto di contribuire con un testo pronto all’uso, completo e immediatamente adottabile.

L’Associazione Diritti alla Follia seguirĆ  da vicino ogni passaggio dell’esercizio della delega, mettendosi a disposizione del Governo, delle Commissioni parlamentari, dei tecnici e dei cittadini per:

  • audizioni,
  • approfondimenti,
  • ulteriori proposte,
  • analisi degli impatti

 Associazione ā€˜Diritti alla Follia’                         Roma 27 novembre 2025

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LETTERA APERTA: C’era una volta una famiglia nel bosco…Sulla vicenda di Palmoli e sul dovere istituzionale di tutelare anche le scelte non conformi

Diritti alla Follia · 21/11/2025 · 2 commenti

Si trasmette in allegato la documentazione ufficiale relativa alla vicenda della famiglia di Palmoli, predisposta dall’Associazione Diritti alla Follia. Si chiede cortese presa in carico e riscontro istituzionale.

In allegato si inviano la lettera aperta, l’articolo e il comunicato stampa dell’Associazione Diritti alla Follia

LETTERA APERTA

C’era una volta una famiglia nel bosco…
Sulla vicenda di Palmoli e sul dovere istituzionale di tutelare anche le scelte non conformi

Alla cortese attenzione di:
– Ministro dell’Istruzione e del Merito
– Ministro per la Famiglia, la NatalitĆ  e le Pari OpportunitĆ 
– AutoritĆ  Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza
– Garante regionale per l’Infanzia e l’Adolescenza
– Presidente del Consiglio
– Conferenza delle Regioni
– Conferenza Nazionale Minori
– Ordine degli Assistenti Sociali
– Commissioni parlamentari competenti

Oggetto: tutela dei diritti dei minori, rispetto delle libertĆ  familiari e necessitĆ  di piena trasparenza nella vicenda della famiglia di Palmoli

Gentili AutoritĆ ,
l’associazione Diritti alla Follia segue da tempo, con crescente preoccupazione, la vicenda della famiglia che vive nei boschi di Palmoli, in Abruzzo. Ci rivolgiamo alle Istituzioni per esprimere un allarme che non riguarda solo un caso individuale, ma l’intero equilibrio tra libertĆ , prevenzione e controllo istituzionale nel nostro Paese.

In Italia si parla molto di prevenzione: prevenire lo stress, le condizioni ambientali tossiche, l’ipercompetizione scolastica, la sofferenza psichica che nasce da ritmi di vita sempre più frenetici.
Esiste però un paradosso: quando la prevenzione viene esercitata dalle famiglie in forme autonome,

Come ricordato dalla stampa nazionale – tra cui Il Centro (1 novembre) e L’Indipendente (5 novembre) – Nathan e Catherine avevano compiuto una scelta educativa e di vita meditata:

  • vivere lontano dallo stress urbano
  • crescere i loro tre figli a contatto diretto con la natura
  • praticare istruzione parentale e percorsi non standardizzati
  • proteggere l’infanzia da modelli percepiti come iperconsumistici e accelerati

Una scelta fondata su argomenti pedagogici, ecologici, filosofici.

Tuttavia questa scelta ĆØ stata oggetto di segnalazione, indagine e sospetto, fino all’ipotesi di sospensione della responsabilitĆ  genitoriale.

Il 20 novembre 2025, secondo quanto riportato da numerose testate, il Tribunale per i Minorenni dell’Aquila ha disposto l’allontanamento immediato dei tre minori e la sospensione in via esecutiva della responsabilitĆ  genitoriale, nominando un tutore provvisorio.

Nonostante:
– una copertura mediatica imponente
– il coinvolgimento dei garanti nazionale e regionale
– una petizione con oltre 31.000 firme
– la testimonianza di giornalisti che hanno condiviso la quotidianitĆ  della famiglia
– la presenza costante dell’avvocato difensore

i bambini sono stati prelevati e collocati in una comunitĆ  educativa ā€œper un periodo di osservazioneā€.

Ci chiediamo: osservazione di cosa? Della loro conformitĆ  a uno standard? Della loro capacitĆ  di adattarsi a un contesto che non appartiene alla loro esperienza?

In una democrazia, la diversitĆ  delle scelte esistenziali dovrebbe essere tutelata, non punita.
È legittimo discutere della sicurezza di una casa priva di elettricità o gas; è doveroso verificare la presenza di adeguati strumenti educativi.
Ma è altrettanto doveroso riconoscere che la sola divergenza dal modello dominante non può essere considerata un rischio in sé.

Nel valutare la ā€œtutelaā€ dei minori, nessun atto pubblico sembra interrogarsi su aspetti fondamentali del loro benessere reale, corporeo e quotidiano:

– Quale sarĆ  l’impatto su organismi cresciuti con cibo naturale e autoprodotto, ora esposti a conservanti, pesticidi, farine raffinate?
– Come reagiranno sistemi immunitari abituati all’aria di bosco al contatto con ambienti chiusi e affollati?
– Che effetti avranno nuovi ritmi sonno–veglia imposti da regolamenti rigidi, lontani dai cicli naturali?
– PerchĆ© l’assenza di plastica nella loro quotidianitĆ  viene letta come carenza, mentre l’esposizione improvvisa a materiali sintetici non viene problematizzata?

Queste domande rientrano pienamente nel concetto di prevenzione che le istituzioni dichiarano di voler promuovere.

Mentre questa famiglia viene considerata a rischio perchĆ© troppo ā€œdiversaā€, un altro caso – quello di Paolo Mendico, 14 anni, morto suicida dopo ripetuti episodi di bullismo denunciati senza esito – mostra come il sistema ordinario non sempre riesca a prevenire la sofferenza.

Una famiglia fuori norma viene trattata come potenzialmente pericolosa.
Una famiglia dentro la norma non viene protetta in tempo da una violenza documentata.

ƈ legittimo chiedersi dove si annidi davvero il rischio.

Alla luce di quanto esposto, Diritti alla Follia chiede formalmente:

  1. La revisione urgente del provvedimento di allontanamento, con valutazione specifica dell’impatto della misura sul benessere fisico ed emotivo dei minori
  2. La nomina di un’équipe terza e indipendente, con competenze in pedagogie alternative, ecologia dello sviluppo e modelli non standard di educazione familiare
  3. La garanzia di piena trasparenza su tutti gli atti, comprese le motivazioni complete dellā€™ā€œosservazioneā€ richiesta
  4. L’apertura di un tavolo nazionale sulle pratiche di vita alternativa, istruzione parentale e minoranze educative, per evitare che la diversitĆ  sia automaticamente scambiata per pericolo.
  5. La tutela effettiva della privacy della famiglia, giĆ  gravemente compromessa

C’era una volta una famiglia nel bosco.
Oggi quella famiglia ĆØ divisa, in nome della sicurezza e della normalizzazione.

È urgente interrogarsi su quale società stiamo costruendo: una società che protegge solo ciò che conosce, o una società capace di riconoscere e tutelare anche ciò che esce dal campo visivo del modello dominante?

Con rispetto ma con determinazione,
chiediamo che una scelta di vita alternativa non venga trasformata in un reato di diversitĆ .

Diritti alla Follia – Associazione nazionale per la tutela dei diritti nelle pratiche psichiatriche e sociali
21 novembre 2025

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