Di Cristina Paderi
Tra i momenti più importanti dell’VIII Congresso “Diritti alla Follia”, svoltosi a Collegno a fine marzo, c’è stato sicuramente il panel dedicato al Trattamento Sanitario Obbligatorio dopo le recenti pronunce della Corte costituzionale. Gli interventi di Michele Miravalle e Luigi Gariglio, dell’Osservatorio TSO della Città di Torino, hanno avuto il merito di riportare la discussione su un terreno troppo spesso evitato: quello della realtà concreta del TSO, oltre le formule giuridiche e le retoriche rassicuranti.
Da anni il dibattito pubblico continua a descrivere il TSO come uno strumento eccezionale, residuale, utilizzato solo in casi limite e circondato da solide garanzie. La ricerca presentata al Congresso racconta invece qualcosa di molto diverso. Analizzando quasi dieci anni di provvedimenti nella città di Torino (oltre duemila fascicoli e più di millecinquecento persone coinvolte) emerge con chiarezza che il TSO non rappresenta affatto una misura straordinaria, ma un dispositivo ormai pienamente strutturale nel funzionamento quotidiano della salute mentale italiana.
Non colpiscono soltanto i numeri, pur significativi. Colpisce soprattutto il modo in cui il sistema opera concretamente. La quasi totalità delle richieste viene convalidata automaticamente dalle autorità competenti, attraverso procedure spesso standardizzate e seriali, prive di una reale valutazione individualizzata. È difficile non vedere qui proprio quei nodi che la Corte costituzionale ha recentemente iniziato a mettere in discussione: l’assenza di un effettivo contraddittorio, la debolezza delle garanzie difensive, la trasformazione della convalida in un passaggio sostanzialmente burocratico.
Per anni, chi come noi denunciava questi aspetti veniva accusato di estremismo o di ideologismo. Oggi, invece, quelle stesse questioni entrano nel cuore del dibattito costituzionale e mostrano tutta la fragilità di un sistema che continua a limitare la libertà personale attraverso meccanismi scarsamente controllabili dalle persone che li subiscono.
La relazione di Miravalle ha però mostrato anche un altro elemento fondamentale, spesso rimosso nel racconto pubblico del TSO: il fatto che non si tratti semplicemente di un atto sanitario. Il TSO si produce dentro una rete di poteri che coinvolge servizi psichiatrici, amministrazioni comunali, giudici tutelari, forze dell’ordine. È dentro questo intreccio istituzionale che viene amministrato il confine tra cura e coercizione.
E quando si osservano i dati longitudinali, cioè il ripetersi dei TSO sulle stesse persone nel corso degli anni, il quadro diventa ancora più problematico. Una quota significativa delle persone coinvolte subisce infatti ricoveri coatti ripetuti, con percorsi segnati da reiterazioni, proroghe e cicli continui di coercizione. Formalmente si tratta di episodi distinti; materialmente, molto spesso, siamo davanti a vere e proprie traiettorie di istituzionalizzazione intermittente, che finiscono per accompagnare stabilmente la vita delle persone.
È forse questo uno dei punti più importanti emersi dal Congresso di Collegno. Il TSO non può più essere letto soltanto come risposta emergenziale a una crisi individuale. Sempre più chiaramente appare come uno strumento attraverso cui il sistema tenta di governare ciò che non riesce, o non vuole, sostenere diversamente.
Quando mancano casa, reddito, relazioni, supporti territoriali reali e possibilità concrete di autodeterminazione, la coercizione tende inevitabilmente ad espandersi. In questo senso, il TSO non riguarda soltanto la psichiatria. Riguarda il modello sociale complessivo che decide quali vite siano considerate sostenibili dentro la comunità e quali invece debbano essere continuamente amministrate, sorvegliate o contenute.
La ricerca torinese ha avuto il merito di sottrarsi sia alle semplificazioni securitarie sia alle autoassoluzioni istituzionali. Non nega la complessità delle situazioni, ma mostra con chiarezza che la coercizione psichiatrica non può essere ridotta a una mera necessità tecnica o clinica. Dietro il TSO agiscono sempre scelte politiche, culturali e sociali che riguardano il rapporto tra libertà, rischio, controllo e marginalità.
Ed è proprio questo che il Congresso “Diritti alla Follia” ha cercato di mettere al centro: la distanza ancora enorme tra i principi proclamati (consenso, autodeterminazione, diritti umani) e il funzionamento reale delle istituzioni psichiatriche.
Una distanza che non potrà essere colmata attraverso semplici correzioni procedurali o ritocchi normativi, ma solo aprendo finalmente una discussione pubblica radicale sul rapporto tra psichiatria, diritto e libertà personale.