Di Carla Cannas
Nel 1978 l’Italia chiudeva i manicomi, presentando quella scelta come una svolta di civiltà. Ma chiudere dei luoghi non significa eliminare la cultura dell’istituzione. La domanda resta: abbiamo davvero superato la logica dell’esclusione o l’abbiamo resa meno visibile? I muri non sono scomparsi, si sono trasformati in procedure, firme, automatismi. Il linguaggio resta rassicurante, la realtà spesso molto meno.
Le parole contano. A Platone è attribuita una frase ancora attuale: “La perversione della città inizia con la frode delle parole”. Quando “cura” diventa controllo, “tutela” diventa imposizione e “protezione” diventa esclusione, non siamo davanti a un semplice slittamento terminologico, ma a un problema democratico. Se le parole vengono piegate, insieme a esse rischia di essere piegata la persona.
Le leggi esistono, ma quando si moltiplicano, si sovrappongono e cambiano continuamente, il sistema si ingarbuglia: cresce l’incertezza, si indeboliscono i controlli e diventano meno accessibili le tutele per chi ne ha più bisogno. Non servono più norme, ma norme più chiare e realmente applicate. La Corte Costituzionale e la Corte europea dei diritti dell’uomo hanno ribadito che, soprattutto per le persone vulnerabili, sono indispensabili proporzionalità, ascolto reale e tutela concreta della difesa. Se questi principi restano sulla carta, la fiducia nella protezione dei diritti si indebolisce.
Una persona vulnerabile non è un fascicolo o un problema organizzativo: è un soggetto di diritto. Lo Stato deve intervenire quando salute e sicurezza sono in pericolo, ma ogni intervento deve essere proporzionato, motivato, controllato e temporaneo.
Negli ultimi anni vicende diverse hanno mostrato un filo comune: la compressione dei diritti delle persone più ‘fragili’. Francesco Mastrogiovanni morì il 4 agosto 2009 dopo oltre 80 ore di contenzione durante un TSO; la Corte di Cassazione nel 2016 ha confermato le condanne, affermando che la contenzione non è atto terapeutico ordinario e, senza rigorosi presupposti di necessità, proporzionalità, temporaneità e adeguata documentazione, può integrare il reato di sequestro di persona. Andrea Soldi morì il 5 agosto 2015 durante un TSO a Torino; la Cassazione nel 2022 ha confermato le condanne per omicidio colposo, ribadendo che anche un TSO legittimo deve essere eseguito con modalità proporzionate e rispettose della dignità. La coercizione è extrema ratio, non prassi.
Nelle RSA e nelle strutture per anziani le cronache riportano maltrattamenti, violenze, carenze strutturali e omissioni, con condanne anche per omicidio colposo o peculato in diverse realtà territoriali: episodi diversi, ma indicativi di una fragilità sistemica nei controlli. Anche nell’amministrazione di sostegno emergono criticità: con sentenza n. 3252/2026 la Cassazione ha chiarito che il trasferimento di denaro dal conto dell’assistito a quello dell’amministratore integra peculato, poiché l’amministratore agisce come pubblico ufficiale, e il consenso del beneficiario non esclude il reato. Quando la tutela patrimoniale si trasforma in sottrazione di risorse, la persona perde autonomia e fiducia.
In tema di minori e allontanamenti vi sono situazioni denunciate come sospensioni ingiustificate di incontri e perizie controverse: ogni caso è diverso e richiede prudenza, ma la protezione del minore non può prescindere da trasparenza, contraddittorio effettivo e controllo indipendente. Anche nei CPR emergono segnalazioni di trattenimenti illegittimi o condizioni non rispettose della dignità: quando la libertà è limitata per via amministrativa, le garanzie devono essere massime.
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha più volte censurato l’Italia per violazioni dell’articolo 3 CEDU e di altre garanzie fondamentali. Tra le decisioni recenti: Niort c. Italia (2025), Morabito c. Italia (2025), A.Z. c. Italia (2024) e Gilardi c. Italia (2022). Non si tratta di casi astratti, ma di vite reali.
Perché accade? Il sistema è frammentato: lo Stato legifera, le Regioni organizzano la sanità, le ASL applicano, i Comuni gestiscono i servizi sociali, la magistratura interviene spesso quando il danno è già avvenuto. Quando la responsabilità è diffusa, rischia di non essere di nessuno. A ciò si aggiungono interessi economici rilevanti, autotutela burocratica, scarso ritorno politico e una cultura del controllo che rende più semplice contenere che accompagnare. Non è un complotto, ma l’inerzia di un sistema che tende ad auto-conservarsi.
Le persone ‘fragili’ rappresentano il banco di prova di una democrazia: un anziano può non denunciare, un paziente psichiatrico può non essere creduto, un minore non può difendersi da solo, un migrante ha strumenti limitati, una persona sottoposta ad amministrazione di sostegno può non controllare più le proprie scelte. È nelle stanze chiuse che si misura la qualità delle garanzie. Deistituzionalizzare non significa solo chiudere strutture, ma garantire servizi territoriali accessibili, progetti individualizzati verificabili, revisione periodica delle misure limitative, diritto all’informazione e controlli indipendenti. Se le limitazioni aumentano senza trasparenza e monitoraggi esterni, cambia la forma ma non la sostanza.
In un recente TG5 Speciale l’Italia è stata accostata a Singapore per l’elevato numero di anziani. Anche Singapore affronta un rapido invecchiamento, ma lo ha trattato come trasformazione strutturale da governare, non come emergenza. Pianifica quartieri integrati, rafforza l’assistenza domiciliare, monitora le strutture e investe in prevenzione e autonomia. Ha istituito l’Agency for Integrated Care per coordinare servizi sanitari e sociali ed evitare frammentazioni, e le politiche di invecchiamento attivo hanno ridotto la prevalenza di demenza attraverso screening precoci, promozione di stili di vita sani e inclusione sociale. Non è solo una questione di risorse, ma di volontà politica.
La stessa logica vale per la salute mentale: pazienti psichiatrici e persone con disabilità psicosociale non sono oggetti da gestire, ma cittadini con pari diritti. La Costituzione (artt. 2, 3, 13, 32), il Codice penale (artt. 582, 605, 610) e la CEDU (artt. 3, 5, 8) tutelano la libertà, la dignità e l’integrità della persona. La deistituzionalizzazione ha senso solo se accompagnata da servizi reali, continui e rispettosi della dignità di ciascuno.
Non cambiare non significa risparmiare: un sistema emergenziale costa di più in ricoveri ripetuti, ospedalizzazioni evitabili, contenzioso e perdita definitiva di autonomia. Quando la programmazione pubblica è debole, la risposta si sposta sulla buona volontà dei singoli. L’iniziativa annunciata da Achille Lauro e riportata da ANSA il 17 febbraio 2026, con la nascita della Fondazione Madre e l’apertura della Casa Ragazzi Madre a Zagarolo, è un segnale importante, ma la tutela dei diritti fondamentali non può dipendere dalla sensibilità individuale: deve essere una garanzia pubblica.
Non posso non ricordare la vicenda di mia madre, come quella di tante altre persone segnate dal sistema istituzionale. Troppe volte si è mostrata più attenzione a occultare errori che a prevenirli o correggerli, con conseguenze irreversibili. Raccontare queste storie non è rivendicazione personale, ma richiesta di responsabilità e trasparenza.
L’Associazione Diritti alla Follia, di cui sono socia iscritta, sta elaborando un dossier su TSO, misure di protezione giuridica – interdizione, inabilitazione, amministrazione di sostegno – e misure di sicurezza, strumenti che possono trasformarsi in pratiche di controllo comprimendo libertà e volontà anche in assenza di reati. Il dossier sarà trasmesso a enti nazionali e organismi internazionali per sollecitare ispezioni e maggiore tutela dei diritti fondamentali.
Dettagli e modalità di collaborazione:
https://dirittiallafollia.it/2026/01/15/richiesta-di-collaborazione-dossier-su-casi-storie-e-testimonianze-trasmissione-a-organismi-nazionali-e-internazionali-per-i-diritti-umani/
Informazioni sul VIII Congresso Diritti alla Follia (Collegno, 28-29 marzo 2026):
https://dirittiallafollia.it/2025/12/29/viii-congresso-diritti-alla-folliacollegno-to-28-29-marzo-2026/
Diffondere, partecipare, condividere è il contributo concreto che può trasformare la vulnerabilità in voce e tutela.
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