Introduzione
La lettera che segue, inviata a “Quotidiano Sanità” e non pubblicata, interviene su un tema di grande rilievo: le garanzie dei diritti delle persone sottoposte a TSO e il ruolo delle istituzioni e della psichiatria.
In assenza di pubblicazione sulla testata, l’Associazione “Diritti alla Follia” sceglie di renderla pubblica attraverso il proprio blog, affinché possa contribuire al dibattito.
Gentile Direttore,
il 19 luglio del 2017, su queste stesse pagine, (https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/gli-psichiatri-ecco-perch-siamo-contro-la-riforma-del-tso/), la Società Italiana di Psichiatria – nelle persone del presidente Bernardo Carpiniello, del past president Enrico Mencacci e del segretario Enrico Zanalda – “insorgevano” contro una proposta di riforma del TSO (allora promossa da Radicali Italiani, oggi portata avanti dall’Associazione “Diritti alla Follia”) mirante a stabilire maggiori garanzie procedurali (ivi compresa l’assistenza legale) per il soggetto attinto da trattamento sanitario obbligatorio.
Si scriveva tra l’altro: “Dov’è allora il vulnus, dov’è il diritto negato che si vuol tutelare? Siamo sicuri che non ci siano altri interessi in gioco nel promuovere una nuova normativa che richiederebbe un’ennesima azione legale “ordinaria”, con tanto di avvocato? Siamo sicuri che proporre un ricorso mediante un legale migliorerebbe la situazione, senza introdurre un ulteriore ostacolo all’esercizio dei propri diritti, visto che avere una tutela legale costa, e che lo stesso il gratuito patrocinio richiede precise condizioni che non sono fruibili da tutti?”.
Oggi, a distanza di anni, il quadro è cambiato. Nel disinteresse del parlamento, è in atto un’opera di “legalizzazione” del TSO, precisamente nella direzione indicata dalla proposta di legge, da parte della Corte Costituzionale:
1) Per un verso, la sentenza del 2025 n. 76 – ne ha dato conto il “Quotidiano sanità” – introduce l’obbligo di notifica all’interessato del provvedimento del Sindaco e del decreto del giudice tutelare, stabilendo altresì a carico di quest’ultimo l’obbligo di audizione del degente prima dell’emanazione del decreto di convalida;
2) Per altro verso, è fissata al 6 luglio 2026 un’udienza in cui la Consulta dovrà pronunciarsi su un’ordinanza del 29 dicembre del 2025 con cui il tribunale di Firenze rimette la questione di costituzionalità con riguardo alla mancata previsione dell’assistenza legale a beneficio del “ricoverato”.
La SIP, cioè, “aveva torto”.
Torto nel non rilevare quanto la procedura di TSO – oltre ogni sacralizzazione della “180” – presentasse macroscopiche mortificazioni delle garanzie a beneficio del soggetto attinto dalla procedura.
Torto nel non cogliere l’occasione per “liberare” lo stesso lavoro degli psichiatri pubblici da una responsabilità coercitiva in sé estranea alla professione medica.
Torto nel non allinearsi – come hanno poi fatto la Corte di Cassazione e la Corte Costituzionale – ai documenti di grandi istituzioni internazionali che indicavano all’Italia la via della riforma necessaria, da Comitato di Prevenzione della tortura operante in seno al Consiglio d’Europa, al Comitato Onu introdotto dalla Convenzione per i Diritti delle Persone con Disabilità, cui con grande lentezza e fatica il nostro sistema giuridico si sta adeguando.
Oggi sottoponiamo alla SIP e a tutti gli uomini “di nuova volontà” la ricchezza del dibattito su questi temi emerso durante l’VIII Congresso “Diritti alla Follia”, svoltosi a Collegno il 28 e 29 marzo 2026, i cui lavori sono disponibili on line.
Lo straordinario intervento di Enrico Tresca – psichiatra e psicoterapeuta in servizio all’ASL Caserta dal 2000, direttore di struttura complessa dal 2021 presso l’unità operativa salute mentale di Piedimonte Matese e da ottobre 2025 destinato alla UOSM di Santa Maria Capua Vetere – ha portato al centro della discussione una contraddizione che non può più essere elusa. Da un lato, un tentativo concreto di coraggiosi psichiatri di orientare i servizi ai principi della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (CRPD): deistituzionalizzazione, vita nella comunità, supporto alle decisioni, riconoscimento della piena capacità giuridica. Dall’altro, una reazione sociale e istituzionale che torna, nella stessa logica autoritaria che nel 2017 l’intervento dei vertici della SIP esibiva, a invocare controllo, sicurezza, protezione.
In quello che abbiamo chiamato “caso Caserta”, una petizione “di cittadini” denuncia criticità reali – mancanza di personale, disservizi, difficoltà nella presa in carico – ma le utilizza per costruire una narrazione in cui la presenza stessa delle persone nei territori diventa problema, rischio, minaccia. La risposta implicita non è più rafforzare i diritti e i supporti, ma rimettere in discussione la libertà, condannando alla segregazione ed alla coercizione i “malati”.
“Per il loro bene”.
Questa formula attraversa tutta la vicenda. Ed è la stessa che storicamente ha legittimato l’istituzionalizzazione, l’incapacitazione, la sostituzione delle persone nelle decisioni che riguardano la loro vita.
Il punto, allora, non è solo organizzativo o clinico. È politico.
Chi decide sulla vita di individui che non sono accusati di alcun reato ma la cui unica responsabilità è quella della “malattia”?
Le istituzioni, in nome della sicurezza? I professionisti, in nome della cura?
O non piuttosto le persone stesse, con i supporti necessari e dovuti in un contesto di solidarietà, come oggi indicato da un quadro normativo sempre più nitido?
L’intervento del dott. Tresca – che alleghiamo per suggerirne la pubblicazione – è cruciale perché non si limita a denunciare la pressione esterna. Mostra anche quanto l’ipocrita “per il tuo bene” attraversi i servizi stessi: nei ritardi culturali, nella paura della responsabilità in rapporto alla “posizione di garanzia” (su cui la proposta, frettolosamente “archiviata” dalla SIP, chiariva e chiarisce come non sia possibile processare uno psichiatra in rapporto a “mancate coercizioni”), nella pigrizia di routine burocratiche incompatibili con il rispetto della dignità degli individui. Nella difficoltà, in ultima analisi, di sostenere davvero, collettivamente, individualmente e professionalmente, il “rischio della libertà”.
Su di esso chiediamo alla “psichiatria organizzata” di prendere posizione, di schierarsi, e di farlo – questa volta – dalla parte giusta.
Vorremmo, tra altri dieci anni, potere dire insieme a loro “avevamo ragione”, piuttosto che tornare a segnalare loro “avevate torto”.
In allegato: – intervento di Enrico Tresca al Congresso Associazione Diritti alla Follia
Cordiali saluti,
Michele Capano, Cristina Paderi
per Associazione Diritti alla Follia
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