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Diritti alla follia

Associazione impegnata sul fronte della tutela e della promozione dei diritti fondamentali delle persone in ambito psichiatrico e giuridico.

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” del resto, fin da subito, gliel’avevo detto: tutto questo io lo scriverò ”

Diritti alla Follia · 12/01/2022 · Lascia un commento

Vitaliano Trevisan

Il 05 novembre 2021 Repubblica diffonde un articolo a firma di Vitaliano Trevisan, scrittore, attore e regista teatrale.

https://www.repubblica.it/cultura/2021/11/05/news/la_testimonianza_vitaliano_trevisan_io_un_matto_trattato_senza_pieta_-325248117/

Il giorno dopo Vitaliano Trevisan lo condivide sul suo profilo facebook accompagnandolo dal seguente post :
“ del resto, fin da subito, gliel’avevo detto: tutto questo io lo scriverò ”.

Qui di seguito il testo integrale

Repubblica 05 novembre 2021
Io un matto trattato senza pietà
di Vitaliano Trevisan

Un uomo che cammina in piena luce, in Italia, è scoperto, nudo, indifeso. […] Cammina come una vittima, e come un colpevole. […] È lì, scoperto, inerme, esposto ai colpi, alle indagini, alle accuse. Non si può né schermire, né difendere. È una condizione terribile: noi Italiani, non ci possiamo difendere, mai, da nulla, né dall’assassino né dal giudice» (Curzio Malaparte, Misura della Francia, Il Tempo, 4 dicembre 1952).
Né tantomeno, in un paese come l’Italia, ci si può difendere dallo psichiatra, specie se, com’è il (fresco) caso di chi scrive, si è soggetti a un A.S.O. (Accertamento Sanitario Obbligatorio), parente stretto del famigerato, e ben più noto, T.S.O. (Trattamento Sanitario Obbligatorio), ovvero accertamento e trattamento “psichiatrico” obbligatorio, giacché sanitario sta qui per psichiatrico.
Iniziamo col dire che, del mio caso personale, non voglio e non posso dire nulla, sia perché trattasi di questione strettamente privata, che peraltro coinvolge anche dei minori; sia perché, anzi direi soprattutto, se dicessi di aver subito l’accertamento psichiatrico in questione, e il successivo internamento coatto, ingiustamente, sarebbe come se affermassi di non essere pazzo, cosa che, com’è noto (vedi il famosissimo Comma 22) non è possibile affermare.
Partiamo dalla fine, ovvero dalla lettera di dimissioni dell’Azienda Ulss n.8 Berica, dell’Ospedale di Montecchio Maggiore, reparto di psichiatria, firmata dal dott. Christian Di Marco, dove, oltre alla data del ricovero, 3 ottobre, e quella di dimissione, 13 ottobre, tra l’altro si legge: «Emesso provvedimento di accertamento sanitario obbligatorio, paziente si recava e ricoverava poi volontariamente in nosocomio per la valutazione ed il ricovero».
Signor no, signore. Volontariamente, da domenica 3 ottobre, ho fatto solo ciò che mi è stato permesso fare, cioè poco o nulla. Sulle circostanze del mio “arresto sanitario”, per ragioni di spazio, dirò solo che l’Aso mi è stato notificato, peraltro in forma esclusivamente verbale, nella stazione dei Carabinieri di Crespadoro, mio comune di residenza, dal comandante della stazione stessa, alla presenza di due vigili urbani del comando di Arzignano, e un medico e due infermieri di un’unità del 118, venuti appositamente in ambulanza per prelevarmi; ambulanza su cui sono costretto a salire “volontariamente”, sotto la minaccia di un Tso.
L’accertamento vero e proprio, avviene infatti nell’Ospedale di Vicenza, dove lo psichiatra di turno, dott. Gardellin, sempre sotto minaccia di un Tso, mi costringe a ingurgitare, seduta stante, due compresse di tavor da 2,5 mg più due compresse di depakin da 500 mg. Così, io che, grazie a una dieta ferrea, all’assunzione di pochi integratori vitaminici a base di erbe, e a una disciplina fisica che seguo scrupolosamente, ormai da un paio d’anni, non assumo più psicofarmaci, dopo circa venti minuti, letteralmente svengo, per risvegliarmi la mattina seguente, intorno alle cinque, in reparto, dove resto fino al pomeriggio verso le sedici, quando un’altra ambulanza mi preleva e mi consegna al reparto psichiatrico dell’Ospedale di Montecchio Maggiore, dove vengo, sempre “volontariamente”, ricoverato.
Cioè imprigionato, perché di questo si tratta, visto che tutte le finestre hanno le sbarre, le porte sono chiuse a chiave e si è strettamente sorvegliati, giorno e notte, da un manipolo di infermieri/e, che in realtà sono, e per la maggior parte anche si comportano, dei secondini, che, come tutti i sorveglianti che si rispettino, sono sempre pronti a sfogare la propria frustrazione — le paghe sono basse e il lavoro ingrato — sui pazienti/prigionieri, approfittando di un regolamento tanto assurdo quanto legalmente discutibile, che prevede il sequestro dei cellulari, che vengono concessi due ore la mattina, dalle 10 alle 12, e due al pomeriggio, dalle 16 alle 18, e dà la possibilità di fumare solo a orari prestabiliti, circa ogni ora e mezza, all’aperto, in uno spazio chiuso, sotto la sorveglianza di almeno un infermiere. E siccome gli infermieri e le infermiere hanno sempre tanto da fare, come più o meno tutti i dipendenti pubblici, gli orari saltano e, per telefonare o per fumare, tocca aspettare, o, nel caso di un’emergenza, rassegnarsi a saltare il turno.
Il reparto, misto maschi e femmine e tutti i generi vari, occupa un’ala del vecchio ospedale — ala ristrutturata, questo s’intende, ma ristrutturata per gara d’appalto al “miglior prezzo di mercato”, cioè al ribasso — , si compone di sei stanze da quattro posti letto cadauna, collegate da un corridoio a L; una piccola sala mensa con annessa cucina, dove si riscaldano e si servono, di malavoglia, le solite schifezze precotte, ovvero la solita pasta scotta, riso scotto, carne e pesce del tutto insapore eccetera, fornite, sempre in appalto al miglior prezzo eccetera, dalla solita cooperativa che ha vinto il primo appalto almeno vent’anni fa, e periodicamente ri-vinto tutti i successivi. Poi c’è la sala comune, che è anche l’ingresso, con un grande tavolo per le attività comuni, e la televisione. In bagni sono in tutto due, ma uno è spesso fuori uso. Ne resta dunque solo uno, cui il prigioniero può accedere esclusivamente se accompagnato da un’infermiera, che gli apre la porta chiusa a chiave e poi aspetta, in anti-bagno, che il disgraziato abbia espletato, in tempi ragionevoli, cioè brevi, i suoi bisogni corporali.
L’angolo inferiore sinistro del telaio in alluminio verniciato della finestra del bagno è squarciato. Bel materiale l’alluminio: lamiere da 3/5 mm, resistenti, leggere, e, così scoperte, taglienti come un rasoio. Appena esco, riferisco la situazione, con una certa veemenza e a gran voce, alla capo-infermiera, che mi guarda sorpresa. L’angolo della finestra è rotto, dice, e allora? E allora, dico, se solo avessi voluto, ora sarei steso con le vene dei polsi recise. E voi, aggiungo quasi urlando, lasciate che i vostri pazienti si chiudano a chiave in bagno con un rasoio a disposizione? Lei non risponde. E per una volta, è il prigioniero a zittire il sorvegliante. Il giorno seguente, quando vado in bagno, noto che lo squarcio è stato malamente rabberciato con del nastro adesivo. Poi, ed è la cosa più importante, ci sono loro, cioè noi: i pazienti psichiatrici. E, sottoscritto a parte, chi sono questi prigionieri?
È presto detto: A., un ragazzo di 25 anni, dentro da quasi un anno, perché a casa non lo rivogliono, così lui, e ha dei precedenti per consumo e spaccio, scappato in Francia per evitare il Tso, e lì, dopo due mesi, arrestato, imprigionato per mesi due, e infine estradato e internato in attesa di essere accolto in una qualche comunità. Poi c’è F, 19 anni, biondo, occhi azzurri, frangia sugli occhi, rapper maledetto che ha tentato il suicidio, e ora è dentro per uso di sostanze stupefacenti e alcol, con cui lego, chiacchiero di musica, e mi metto d’accordo per una session post-prigionia. E G., 23 anni, anche lei bionda, pelle bianchissima, alta, slanciata, bellissime mani che tremano, e bellissimo viso dell’est dagli zigomi alti, tipico di questi luoghi, fresca di tre giorni di rianimazione dopo un tentato suicidio. Ed E, madre sola di 45 anni con problemi di alcolismo, cui i servizi sociali hanno appena tolto il figlio di anni 8. S, 27 anni, padre sardo e madre veneta, e perciò, così lui, sardo in Veneto e veneto in Sardegna, sotto metadone da anni tre, parcheggiato in reparto in attesa di essere accolto in comunità. Poi I. e C., due signore di una certa età, una anche appena operata all’anca, dentro non so per cosa. E infine, isolati in stanza in stato di contenzione, cioè legati al letto, un vecchio demente e un cinquantenne, minorato dalla nascita, che continua ad agitarsi, parlare e urlare, continuamente, giorno e notte, internato da un paio di settimane, per dar modo alla madre, ormai ottantenne, che lo ha sempre tenuto con sé, ma ormai non ce la fa più, di avere un paio di settimane di respiro.
In questa compagnia, e non certo per merito di un personale scontroso e permalosissimo, a partire da psichiatri e psicologi, i quali, se solo ci si sogna di porsi con loro in rapporto dialettico, cioè si sfida il principio di autorità, si irritano e non si peritano di interrompere il paziente alzando la voce, e di zittirlo minacciando un trattamento obbligatorio, ma forse proprio grazie a questo, i miei giorni di detenzione scorrono via abbastanza velocemente. Il pomeriggio di mercoledì 13 ottobre, dopo aver firmato una lettera di dimissioni falsa, abborracciata e piena di inesattezze, vengo rilasciato.
Sono passate un paio di settimane. Lo shock è riassorbito. Sto scrivendo un reportage, come fossi stato non un paziente, ma un inviato speciale in incognito.
A questo riguardo, resta da dire una cosa. È una cosa che tutti più o meno sanno, ma nessuno dice, e che gli statistici vari, sempre così pronti e zelanti quando si tratta di fornire numeri e dati a supporto di questa o quella teoria filo-governativa, si guardano bene dal rilevare, e la cosa che resta da dire è che i ricoverati, tutti i ricoverati, a prescindere da sesso e religione, hanno in comune una cosa: sono tutti, ripeto tutti italiani, di classe proletaria e sottoproletaria. E sono bianchi. Perché c’è poco da fare o da dire: è il proletariato e il sottoproletariato italiano bianco, oggi, a rappresentare la classe sociale meno protetta di tutte, la meno “vista” di tutte. Agli italiani bianchi di classe sociale inferiore, l’assistenza sociale di stato può espropriare i bambini, mentre la psichiatria di stato, dal canto suo, può internare a colpi di Aso e Tso, e trattare ogni cosa a forza di psicofarmaci, senza che nessuna delle innumerevoli associazioni che lotta per i cosiddetti diritti civili abbia niente da dire.
Ai tempi di Berlusconi, in una delle mie rare apparizioni televisive, Dandini mi chiese se fossi di destra o di sinistra. Risposi: forse sono di destra, risposi, ma non di questa destra. Sono passati più di dieci anni. Ora, dopo aver letto Gramsci, se qualcuno mi facesse la stessa domanda risponderei: non so, forse sono di sinistra. Ma non di questa sinistra.

Nota di Repubblica
Ora quel reparto è stato chiuso
Il reparto di psichiatria dell’ospedale di Montecchio Maggiore (Vicenza) ha chiuso lo scorso 3 novembre. L’intera struttura — che ha ospitato la degenza coatta dello scrittore Vitaliano Trevisan il cui racconto riportiamo in queste pagine — è stata trasferita al San Bortolo di Vicenza, stessa azienda sanitaria Ussl 8 Berica. La decisione è arrivata come un fulmine a ciel sereno in Veneto tanto da sollevare le domande del Partito democratico: il capogruppo in Regione Giacomo Possamai ha posto se non dubbi sulla trasparenza dell’operazione, almeno quesiti. «Quali sono le ragioni della chiusura improvvisa del reparto di Psichiatria dell’ospedale di Montecchio e del trasferimento al San Bortolo? E, soprattutto, sarà realmente una scelta temporanea?», si chiede il consigliere regionale del Veneto. Risponde l’Ussl in una nota: «Le degenze del servizio psichiatrico saranno riattivate a Montecchio Maggiore una volta completato il nuovo ospedale». Forse nel 2025

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Amministrazione di sostegno? Ma anche no….

Diritti alla Follia · 01/01/2022 · 1 commento

C’è da applicare chirurgicamente una sonda gastrica (PEG) per procedere alla alimentazione artificiale di un anziano Parkinsoniano; si tratta di mettere in diretta comunicazione lo stomaco con l’ambiente esterno. I medici non si fidano a decidere da soli. Che si fa? Beh, siamo in Italia: abbiamo l’Amministrazione di sostegno. Ce ne priviamo? Istanza al Tribunale, dunque, per la nomina dello specialista in sonde ed affini. I familiari eccepiscono. Di solito le nomine fioccano. Non questa volta. A Milano, un Giudice Tutelare va in controtendenza e distaccandosi dall’andazzo dominante, prende l’Istituto dell’Amministrazione di Sostegno con le pinze della logica e del buon senso (giuridico), e respinge l’ormai parossistico ricorso a questa figura: che dovrebbe sempre – spiega l’illuminato – essere considerata, “un istituto residuale”.

Il Giudice rileva infatti che non è sufficiente essere anziani – malati – disabili per rendere necessaria (ma nemmeno opportuna) la misura di protezione, dovendosi altrimenti ritenere che qualunque malato necessiti di un AdS, istituzionalizzando e burocratizzando un istituto che, comportando vere e proprie limitazioni alla capacità di agire delle persone, deve essere inteso quale RESIDUALE.

Quando serve l’Amministrazione di sostegno?
https://associazioneincerchio.com/quando-serve-lamministrazione-di-sostegno/

 

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Diritti alla Follia si è unita a ENUSP !

Diritti alla Follia · 19/12/2021 · 1 commento

Rete europea di (ex-)utenti e sopravvissuti alla psichiatria http://enusp.org/

La ENUSP offre agli (ex-)utenti e ai sopravvissuti di tutta Europa un sistema di comunicazione che permette loro di sostenersi a vicenda nella lotta personale, politica e sociale contro l’ingiustizia e la discriminazione.

enusp1

ENUSP é l’unica organizzazione a livello europeo che riunisce organizzazioni locali e nazionali di (ex-)utenti e sopravvissuti alla psichiatria. Rappresenta in maniera diretta il punto di vista delle persone che sono o sono state vittime dei servizi psichiatrici.

Per country
https://enusp.org/members-in-italy/
Members in Italy
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“Diritti alla Follia” in trasferta a Firenze !

Diritti alla Follia · 18/12/2021 · Lascia un commento

Il 21 dicembre 2021, dalle ore 16.30 alle ore 19.00, presso la “Casa della Cultura” di Firenze in Via Forlanini 164, l’associazione Radicale “Diritti alla Follia” ha organizzato una discussione sullo “stato dell’arte” relativo alla negazione dei diritti fondamentali degli utenti psichiatrici in Toscana .
Nell’ ambito dell’ incontro, che sarà trasmesso in diretta su social network e su www.radioradicale.it vi saranno testimonianze circa le molte criticità relative all’applicazione degli istituti che riguardano gli utenti della psichiatria:

  • la degenza in trattamento sanitario obbligatorio;
  • il “funzionamento” dell’ amministrazione di sostegno e dell’interdizione;
  • i rapporti con i Dipartimenti di Salute Mentale.

A riguardo, l’associazione “Diritti alla Follia” aveva inaugurato il 2 luglio 2021 un “presidio” (dinanzi al Tribunale di Firenze), che accompagnerà tutte le udienze del processo ad una nostra iscritta, la signora Jeanette Fraga, madre della signorina Yaska Ghods. La ragazza, cittadina fiorentina, dichiarata interdetta dal 2016 è stata collocata in una struttura psichiatrica contro la sua volontà, drasticamente limitata nell’esercizio della libertà personale, allontanata dai familiari (i genitori, un fratello ed una sorella).
Secondo la Procura di Firenze, la figlia di Jeanette, non è in grado di esprimere validamente un consenso ad un atto di natura sessuale (foss’anche, come nel caso di specie, compiuti con il compagno, dai dieci anni tale).
Si tratta di un processo emblematico del livello della non consapevolezza istituzionale delle prerogative riconosciute ai portatori di disabilità psicosociali , anzitutto dalla Convenzione Onu per i Diritti delle Persone con Disabilità (CRPD) del 2006, legge in Italia dal 2009.
In occasione della celebrazione di altra udienza relativa al processo, il giorno 22 dicembre, alle ore 10.30, torneremo di fronte al Tribunale di Firenze per sostenere la famiglia Ghods con il nostro terzo presidio.

Al dibattito del 21 Dicembre (e molti di essi al presidio del 22 dicembre) saranno presenti ed interverranno i referenti di associazioni, gruppi e collettivi locali.

Ti aspettiamo!

Cristina Paderi, segretaria
Michele Capano , tesoriere
Alessandro Negroni, presidente

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A proposito di amministratori di sostegno…

Diritti alla Follia · 18/12/2021 · 2 commenti

Testimonianza

Con gran sollievo ho appreso che l’organizzazione ”Diritti alla follia” cerca di correggere le storture e le deformità insite nell’istituto dell’amministrazione di sostegno e che purtroppo la mia famiglia ed io abbiamo sperimentato.

Questa è la storia: mia sorella, convivente con me e con mio figlio da circa ventinove anni, nel febbraio scorso, è stata ricoverata in una casa di cura cittadina perchè affetta da una infezione dermatologica e inoltre molto deperita.
In accordo con la geriatra, chiamata da noi, il ricovero sarebbe dovuto durare circa una settimana o al massimo dieci giorni.
L’ amministratrice di sostegno, ( ahimè da noi inizialmente voluta per poi renderci conto dell’ inutilità di questa presenza estranea ) senza alcun preavviso e con una rapidità sorprendente, soprattutto senza il consenso della diretta interessata, ha predisposto il trasferimento o meglio la deportazione di mia sorella in una struttura in cui si trova ormai da quasi cinque mesi. Il senso di questo gesto crudele e cinico è da ricercarsi in parte nel desiderio di mostrarsi zelante con le istituzioni e in parte per vendicarsi della nostra richiesta di rimozione dall’incarico.
Nel giro di un paio di giorni la nostra vita è cambiata; nessun ricorso al giudice, nessuna istanza, nessuna mail, niente di tutto ciò è servito a rimuovere tale situazione dove i più elementari diritti sono stati violati, la volontà di mia sorella è stata ignorata, il nostro parere mai richiesto, ne mai siamo stati ascoltati, a me è stato tolto il contributo sul canone d’affitto che dividevo con mia sorella
mettendomi in grave difficoltà, a lei la dignità di essere umano cosciente e razionale.
Poi che importanza può avere che lei sia una donna di ottantadue anni, che sei anni fa abbia perso l’unico giovane figlio, che noi rappresentiamo per lei la famiglia, la sicurezza e il luogo dei suoi ricordi?
Il giudice ha salomonicamente affidato la sentenza ai servizi sociali che hanno ” consigliato ” un prolungamento della degenza in struttura, periodo abbondantemente trascorso, ha poi rimosso l’amministratrice di sostegno come avevamo chiesto, per sostituirla con una collega della precedente che ne prosegue l’operato. Una situazione grottesca che sembra senza via d’uscita, un rimpallo di
responsabilità, una rete di bugie e di calunnie che circondano quello che a tutti gli effetti è un sequestro di persona.
Aggiungo con amarezza che in un mondo popolato prevalentemente di donne, ho visto emergere con chiarezza viltà e cinismo, sete di vendetta e desiderio di affermazione, esercizio del potere e mediocrità ma mai ho visto una scintilla, uno sprazzo, una luce di quell’intelligenza che diventa poi umanità e compassione.

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