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Diritti alla follia

Associazione impegnata sul fronte della tutela e della promozione dei diritti fondamentali delle persone in ambito psichiatrico e giuridico.

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Diritti alla Follia

Dateci i dati! Campagna per promuovere indagini sulla violenza contro le donne disabili

Diritti alla Follia · 01/04/2022 · Lascia un commento

Rilanciamo l’articolo di Simona Lancioni responsabile di Informare un’h – Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa) sulla Campagna
“Dateci i dati!”, finalizzata a promuovere indagini sulla violenza contro le donne disabili.
La Campagna , a cui ha aderito anche l’associazione Diritti alla Follia, è promossa da Informare un’h, un centro impegnato da diversi anni sui temi della disabilità al femminile.

La Ministra con delega alle Pari Opportunità integri i quesiti già previsti nella Proposta di Legge in materia di statistiche sulla violenza di genere, attualmente in discussione alla Camera dei Deputati, disponendo che i dati che verranno raccolti nelle indagini statistiche previste nel provvedimento siano disaggregati anche per la disabilità e rilevino informazioni sull’accessibilità dei luoghi e dei servizi antiviolenza. È questa, in estrema sintesi la richiesta della campagna di sensibilizzazione “Dateci i dati!”

Violenza sulle donne, dati Istat 2014: Violenze fisiche o sessuali: donne con disabilità: 36,6%, donne senza limitazioni: 31,5%; stupri o tentati stupri: donne con disabilità: 10%, donne senza limitazioni: 4,7%; violenza psicologica dal partner attuale: donne con disabilità: 31,4%; donne senza limitazioni: 25%; stalking prima o dopo la separazione: donne con disabilità: 21,6%, donne senza limitazioni: 14,3%.
I dati ISTAT del 2014 mostrano chiaramente che le donne con disabilità sono più esposte alla violenza di genere rispetto alle donne senza limitazioni.
Già approvata al Senato, è ora in dirittura di arrivo alla Camera dei Deputati la Proposta di Legge n. 2805, avente ad oggetto le “Disposizioni in materia di statistiche in tema di violenza di genere”. Si tratta di un provvedimento strategico per la prevenzione della violenza contro le donne, la protezione delle vittime e la punizione degli autori, in linea con le disposizioni contenute nella Convenzione di Istanbul (ovvero la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica) del 2011, che l’Italia ha ratificato con la Legge 77/2013. Infatti, come in qualsiasi altro ambito, anche in relazione a questo fenomeno, per poter attuare politiche adeguate ed efficaci, è necessario fare riferimento alle evidenze scientifiche. La qual cosa, tradotta in termini pratici, significa trovare degli indicatori utili a descrivere il fenomeno stesso e raccogliere i relativi dati statistici. La statistica è una scienza meravigliosa perché se il campione è costruito utilizzando le tecniche probabilistiche, è possibile impiegare i dati raccolti attraverso esso per risalire a quelli dell’intera popolazione. È attraverso questa procedura che gli Istituti di Ricerca come l’ISTAT (l’Istituto nazionale di statistica) riescono a fare rilevazioni affidabili riguardo ai fenomeni di volta in volta considerati.

La Proposta di Legge n. 2805 dovrebbe segnare un ulteriore passo avanti nel contrasto alla violenza di genere perché sistematizza la raccolta dati su questo fenomeno disponendo che l’ISTAT e il SISTAN (ovvero il Sistema statistico nazionale) realizzino, «con cadenza triennale, un’indagine campionaria interamente dedicata alla violenza contro le donne che produca stime anche sulla parte sommersa dei diversi tipi di violenza, ossia violenza fisica, sessuale, psicologica, economica, anche alla presenza sul luogo del fatto dei figli degli autori o delle vittime, e atti persecutori in riferimento a comportamenti che costituiscono o contribuiscono a costituire reato, fino al livello regionale», così prevede il primo comma dell’articolo 2 in tema di Obblighi generali di rilevazione (grassetti nostri in questa e nelle successive citazioni). Un altro elemento qualificante del provvedimento è dato dal fatto che la raccolta dati è stata impostata in modo che i diversi soggetti coinvolti possano interagire tra di loro. Dunque sono definiti gli impegni delle Strutture sanitarie, del Ministero dell’Interno, del Ministero della Giustizia e dei Centri Antiviolenza. Possiamo ritenere che questa impostazione sia corretta e ringraziamo per il lavoro svolto. Tuttavia, esaminando il testo da un altro punto di vista, riteniamo che esso presenti significative criticità. Ci riferiamo alla mancanza di attenzione specifica alle donne con disabilità, e più in generale alle donne e alle ragazze che sono o potrebbero essere vittime di discriminazione multipla e intersezionale.

In merito a tali questioni è importante sottolineare che l’articolo 4 (Diritti fondamentali, uguaglianza e non discriminazione) della Convenzione di Istanbul individua proprio nell’uguaglianza e nella non discriminazione due dei principi cardine della Convenzione stessa. In particolare il comma 3 dell’articolo 4 prescrive che la sua attuazione «deve essere garantita senza alcuna discriminazione fondata sul sesso, sul genere, sulla razza, sul colore, sulla lingua, sulla religione, sulle opinioni politiche o di qualsiasi altro tipo, sull’origine nazionale o sociale, sull’appartenenza a una minoranza nazionale, sul censo, sulla nascita, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere, sull’età, sulle condizioni di salute, sulla disabilità, sullo status matrimoniale, sullo status di migrante o di rifugiato o su qualunque altra condizione». A ciò si aggiunga che nel Capitolo III, in tema di Prevenzione, è stabilito che «Tutte le misure adottate ai sensi del presente capitolo devono prendere in considerazione e soddisfare i bisogni specifici delle persone in circostanze di particolare vulnerabilità, e concentrarsi sui diritti umani di tutte le vittime» (articolo 12, comma 3). Un’analoga formulazione si trova nel Capitolo VI, in tema di Protezione e sostegno, dove si legge: «Le Parti si accertano che le misure adottate in virtù del presente capitolo: […] soddisfino i bisogni specifici delle persone vulnerabili, compresi i minori vittime di violenze e siano loro accessibili» (articolo 13, comma 3). Il tema dell’accessibilità ricorre anche nelle disposizioni sulle case rifugio: «Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per consentire la creazione di rifugi adeguati, facilmente accessibili e in numero sufficiente per offrire un alloggio sicuro alle vittime, in particolare le donne e i loro bambini, e per aiutarle in modo proattivo» (articolo 23); ed in quelle sul supporto alle vittime di violenza sessuale: «Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per consentire la creazione di centri di prima assistenza adeguati, facilmente accessibili e in numero sufficiente, per le vittime di stupri e di violenze sessuali, che possano proporre una visita medica e una consulenza medico-legale, un supporto per superare il trauma e dei consigli» (articolo 25).

Quanto il nostro Paese sia inadempiente sotto il profilo dell’attenzione alle vittime di violenza che versano in circostanze di particolare vulnerabilità (tra le quali rientrano anche le donne con disabilità) è esplicitato con estrema chiarezza dal GREVIO, il Gruppo di esperti/e indipendenti responsabile del monitoraggio dell’attuazione della Convenzione in questione, nel suo primo Rapporto di valutazione riguardo alla situazione italiana (pubblicato a gennaio 2020). In questa sede non è necessario scendere nel dettaglio (chi volesse farlo può consultare la seguente analisi), tuttavia è importante segnalare che tra le molteplici raccomandazioni in tema di contrasto alla violenza nei confronti delle donne con disabilità espresse dal GREVIO, vi è anche quella di «supportare la ricerca e aggiungere degli specifici indicatori correlati a donne e ragazze, nella raccolta dei dati sulla violenza contro le donne che sono o potrebbero essere vittime di discriminazione intersezionale» (punto 27).

Inoltre vale la pena ricordare che nell’ottobre del 2019 proprio la Camera dei Deputati ha approvato all’unanimità quattro diverse Mozioni presentate da diversi schieramenti e finalizzate a contrastare la discriminazione multipla che colpisce le donne con disabilità. Ebbene, segnaliamo che due di esse – la Mozione 1-00243 (presentata dall’onorevole Lisa Noja e altri/e) e la Mozione 1-00264, (presentata da Alessandra Locatelli e altri/e) – contengono disposizioni per la raccolta di dati disaggregati anche in funzione della disabilità.

Venendo a tempi più recenti, porta la data del 17 novembre 2021 il Piano strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne 2021-2023 approvato dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che annovera tra le sue finalità anche la tutela delle donne «vittime di discriminazioni multiple» (pagina 1), e tra i suoi principi ispiratori il concetto di «inclusione, nell’ottica di considerazione delle vulnerabilità e delle discriminazioni delle vittime», e quello di «intersezionalità, in quanto la parità di genere va considerata in rapporto a tutte le possibili discriminazioni» (pagina 2). Apprezziamo moltissimo questa impostazione, e onestamente non avremmo saputo esprimerci meglio, pertanto ci aspettiamo politiche coerenti e congruenti.

E veniamo al punto: dall’esame del testo della Proposta di Legge n. 2805 non risulta che sia previsto di raccogliere dati disaggregati per la disabilità e neppure sull’accessibilità quanto meno dei centri antiviolenza e delle case rifugio. Gli unici riferimenti espliciti alla disabilità individuati nella Proposta di Legge sono contenuti nel comma 3 dell’articolo 5 (Rilevazioni statistiche del Ministero dell’interno e del Ministero della giustizia), in cui, riguardo alla relazione autore-vittima, si specifica che essa è rilevata, tra gli altri, anche per i reati di «abbandono di persona minore o incapace di cui all’articolo 591 del codice penale», e di «circonvenzione di incapace di cui all’articolo 643 del codice penale».

Il problema è che senza raccogliere dati disaggregati anche per la disabilità in tutti gli snodi del percorso antiviolenza non è possibile descrivere in modo adeguato il fenomeno della violenza nei confronti delle donne con disabilità, né definire e attuare politiche e programmazioni mirate per questo target. Inoltre, senza raccogliere dati sull’accessibilità alle donne con disabilità dei centri antiviolenza e delle case rifugio non sarà possibile intraprendere un percorso di abbattimento delle barriere di diversa natura che queste donne continuano a trovare nell’accesso ai servizi, perpetuando così una situazione di discriminazione sistemico-istituzionale già in atto. Per questo motivo il centro Informare un’h, che da diversi anni è impegnato sui temi della disabilità al femminile, ha deciso di lanciare la campagna di sensibilizzazione “Dateci i dati!” Questa è volta a chiedere che i dati che verranno raccolti nelle indagini statistiche previste nella Proposta di Legge n. 2805 siano disaggregati anche per la disabilità, e che nelle stesse indagini vengano inseriti indicatori sull’accessibilità dei luoghi e dei servizi antiviolenza.

Ci risulta infatti che gli unici dati probabilistici relativi alla violenza nei confronti delle donne con disabilità nel contesto italiano siano quelli, ormai datati, prodotti dall’ISTAT nell’indagine La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia. Anno 2014. E poiché essi mostrano chiaramente che le donne con disabilità sono più esposte alla violenza di genere rispetto alle altre donne*, già questo dovrebbe essere sufficiente a far comprendere quanto sia importante raccogliere dati sulla violenza disaggregati anche per la disabilità.

Ciò premesso, riconosciamo l’importanza della Proposta di Legge n. 2805 e, considerando che ora sta per concludere l’iter parlamentare, non vogliamo impedirne l’approvazione. Ma poiché riteniamo che le lacune evidenziate costituiscano una discriminazione basata sulla disabilità, chiediamo che, in conformità a quanto previsto dal comma 2 dell’articolo 2 della Proposta in questione, la Ministra con delega alle Pari Opportunità, a cui è affidato il potere di indirizzo in merito all’individuazione delle esigenze di rilevazione statistica in materia di prevenzione e contrasto della violenza contro le donne, integri i quesiti già previsti nel testo con appositi provvedimenti volti a sanare le criticità riscontrate. Infine, va opportunamente ricordato che tali provvedimenti vanno definiti in collaborazione con gli organismi di rappresentanza delle persone con disabilità, come previsto dal terzo comma dell’articolo 4 dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (ratificata dall’Italia con la Legge 18/2009).

Il GREVIO ha rilevato che nelle politiche poste in essere dall’Italia nel contrasto alla violenza di genere i riferimenti alla «problematica della discriminazione intersezionale, che riguarda i gruppi di donne più svantaggiate, come le donne con disabilità, le donne Rom, le donne richiedenti asilo e le migranti […] sono frammentari e non prevedono degli obiettivi e degli impegni operativi concreti in termini di prevenzione, protezione, punizione e politiche coordinate» (punto 24). Non è ipotizzabile che tali politiche possano cambiare se non ci disponiamo a raccogliere dati disaggregati per la disabilità. Senza questi dati le donne con disabilità vittime di violenza continueranno ad essere discriminate.

  • Violenze fisiche o sessuali: donne con disabilità: 36,6%, donne senza limitazioni: 31,5%; stupri o tentati stupri: donne con disabilità: 10%, donne senza limitazioni: 4,7%; violenza psicologica dal partner attuale: donne con disabilità: 31,4%; donne senza limitazioni: 25%; stalking prima o dopo la separazione: donne con disabilità: 21,6%, donne senza limitazioni: 14,3% (fonte: ISTAT, La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia. Anno 2014).

ENTI ADERENTI alla data del 31 marzo 2022

La presente campagna è pubblica, gli Enti che desiderano aderire possono farlo scrivendo alla e-mail: info@informareunh.it, trascriviamo di seguito in ordine di arrivo i soggetti che l’hanno sottoscritta.

UILDM Nazionale – Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare
FISH – Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap
Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica
Associazione Casa della Donna di Pisa
Associazione Diritti alla Follia
CERPA Italia – Centro Europeo di Ricerca e Promozione dell’Accessibilità

Dateci i dati! Campagna per promuovere indagini sulla violenza contro le donne disabili

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IL TRIBUNALE DI FIRENZE ASSOLVE JEANETTE FRAGA DALL’ACCUSA DI CONCORSO IN VIOLENZA SESSUALE A CARICO DELLA FIGLIA

Diritti alla Follia · 23/03/2022 · Lascia un commento

ASSOCIAZIONE “DIRITTI ALLA FOLLIA” : “ SIA VIATICO PER SUPERARE LA CONDIZIONE DI SEGREGAZIONE ANCORA VISSUTA DA YASKA”

All’ udienza tenutasi oggi, mercoledì 23 marzo 2023, dinanzi al Collegio A della II sezione penale del Tribunale di Firenze, presieduto dalla dottoressa Mazzeo, Jeanette Fraga è stata assolta, perché il fatto non sussiste, dall’accusa di concorso in violenza sessuale a danno della figlia Yaska.
Il Tribunale, che ha indicato in 90 giorni il termine per il deposito delle motivazioni, ha così accolto la richiesta della stessa Procura della Repubblica che prima ancora che il processo venisse effettivamente celebrato, ai sensi dell’ art. 129 c.p.p., ha scagionato Jeanette Fraga.
Tanto, si ricorda, all’indomani dell’ eguale assoluzione del compagno di Yaska, F.F. (che aveva scelto il rito abbreviato), e dell’archiviazione (soprattutto) della denuncia che Jeanette Fraga aveva depositato a Genova contro il Giudice tutelare di Firenze, Silvia Castriota (segnalando come la stessa, investita di obblighi di garanzia penalmente rilevanti, fosse stata perfettamente consapevole della relazione sessuale di Yaska, e che come tale – in ipotesi – avrebbe dovuto essere egualmente processata). La Procura di Genova aveva nelle scorse settimane chiesto l’archiviazione della posizione della Giudice Castriota proprio segnalando che nessuna violenza sessuale c’era stata.

L’Avv. Michele Capano, legale di Fraga, ha dichiarato: “Finisce “a tarallucci e vino” perché la Procura ed il Tribunale si sono resi conto che, in nome dell’ accanimento contro Jeanette Fraga, sarebbero stati coinvolti magistrati, medici, operatori: tutti a conoscenza della relazione di Yaska. Una pagina oscura, l’ennesima, nel libro nero della storia giudiziaria italiana. Chiederemo conto, in giudizio, della lesione dei diritti fondamentali alla relazione familiare che sono stati prodotti in nome di un’accusa infondata, ma nessuno restituirà a Yaska la vita perduta di una relazione d’amore criminalizzata e massacrata dalla Procura di Firenze e dal Giudice tutelare, che hanno letteralmente terrorizzato un compagno, F.F. tanto più prezioso nella situazione di disabilità vissuta da Yaska, e che ha dovuto mettersi da parte ed affrontare un processo”.

Cristina Paderi, segretaria dell’ associazione radicale “Diritti alla Follia”, ha dichiarato: ” È giunto il momento di “liberare” Yaska e farla uscire dalla struttura che la ospita con la forza, restituirla ai suoi affetti familiari che da mesi non ha la possibilità di coltivare, di prendere atto che – prima e più delle relazioni psichiatriche, che anche in questo processo vengono smentite dagli esiti giudiziari – vi sono dei diritti fondamentali riguardo alle proprie scelte esistenziali che devono essere riconosciuti in ogni caso alle persone con disabilità.
Stamane c’era come di consueto il nostro Presidio dinanzi al Tribunale di Firenze. Ringraziamo Simona Lancioni della UILDM ed Alberto Brugnettini del CCDU di avervi preso parte con altri amici ed amiche: è un impegno che continuerà – con esposti ed iniziative su ogni fronte – finché continuerà la medioevale pratica di negazione della volontà, delle scelte, dei desideri di Yaska”.

Simona Lancioni della UILDM di Pisa, responsabile del “Centro informare un’ h” che si occupa in modo specifico della discriminazione delle donne con disabilità’: “Questo processo e’ incomprensibile alla luce dell’art. 12 della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilita’ (legge in Italia dal 2009, legge 18), che riconosce capacità giuridica e di agire , e dunque la capacita’ di decidere per se’, ad ogni persona disabile (a prescindere dal tipo e dal grado di disabilità): mentre ciò viene negato a Yaska ipotizzandosi che non abbia la possibilità ed il diritto di scegliere riguardo a se’, in ogni ambito ivi compresa la sfera sessuale e riproduttiva. Va anche sottolineato come la stessa Convenzione raccomandi di tenere conto di come la condizione femminile determini un’ esposizione ulteriore alla discriminazione, che risulta così moltiplicata nei suoi effetti concreti. La storia di Yaska, con l’aborto forzato che ha subito, porta appunto il segno di questa combinazione di fattori discriminanti: che va superata restituendole la sua autonomia”.

Alberto Brugnettini, del CCDU (Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani) ha dichiarato “esprimiamo soddisfazione per questo esito: quando i magistrati decidono di entrare nel merito delle vicende umane, senza appiattirsi sulle opinioni espresse dagli psichiatri, i diritti umani vincono. Speriamo che, sull’onda di questa sentenza, anche la vicenda di Yaska si possa concludere velocemente”

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La Francia sotto i riflettori

Diritti alla Follia · 22/03/2022 · Lascia un commento

dell’associazione Advocacy-France, associazione di (ex)utenti della salute mentale

In occasione dell’esame da parte del Comitato CRPD delle Nazioni Unite del rapporto governativo francese, ad Agosto 2021 l’associazione Advocacy-France ha inviato al Comitato il suo contributo critico , cosiddetto rapporto-ombra o rapporto alternativo.

Advocacy-FranceDownload

Qui di seguito la traduzione di un estratto del rapporto.

Advocacy-France, fondata nel 1997, è un’organizzazione nazionale francese senza scopo di lucro di (ex)utenti della salute mentale.
Il direttivo è composto per gran parte da (ex)utenti dei servizi, familiari e amici, professionisti e volontari non utenti rappresentano una minoranza.
Gli obiettivi sono: promuovere e diffondere il concetto e le pratiche di “advocacy” in Francia adattandole alla cultura e alla situazione specifica francese; agire per fornire accesso a ricorsi e rimedi affinché la voce e le richieste degli utenti siano ascoltate, per il rispetto e la dignità e i diritti degli utenti dei servizi di salute mentale in ambito medico, giuridico e sociale.

Dal rapporto :

“Raccomandiamo che la Francia metta veramente in atto le azioni necessarie per i regimi di decisione assistita attraverso la promozione e il riconoscimento delle “persone di fiducia”, dei “consulenti e delle persone di sostegno” e delle “Direttive anticipate in psichiatria”, tra le altre misure di sostegno che devono essere rese facilmente accessibili alle persone in difficoltà. In passato, per esempio, l’agenzia di servizi alle famiglie (Caisses d’allocations familiales – CAF) forniva consulenti economici e sociali nei centri socio-culturali (e non nelle strutture di assistenza sociale o medico-sociale) con un’assistenza personalizzata offerta alle famiglie (aiuto nella gestione del budget alimentare e degli assegni sociali).

Questo servizio tradizionale aperto a tutti, era anche un approccio molto meno stigmatizzante, di cui i nostri membri con disabilità hanno potuto beneficiare.

Riempirsi la bocca delle parole “esperti per esperienza” non porterà mai a un vero riconoscimento finché i problemi di rappresentanza e di autonomia delle persone con disabilità non saranno risolti.

La recente decisione di non costituzionalità pronunciata dal Consiglio costituzionale francese il 4 giugno 2021 su una domanda di pronuncia pregiudiziale prioritaria di costituzionalità presentata da un’organizzazione per la difesa dei diritti in psichiatria (Cercle de Réflexion et de Proposition d’Actions sur la psychiatrie – CRPA) afferma che il controllo giurisdizionale sulle misure di contenzione e di isolamento è necessario poiché esse costituiscono una privazione della libertà. Questa decisione porterà ad una nuova riforma legislativa sulla segregazione e la contenzione dei pazienti psichiatrici, ma solo per quanto riguarda il controllo giurisdizionale sistematico necessario per il mantenimento di tali misure secondo termini e condizioni che restano da determinare, e non per prevedere l’eliminazione di queste pratiche come richiesto dal Comitato ONU.

La Francia rifiuta di capire che le misure di privazione della capacità giuridica, della libertà, dell’isolamento e della contenzione si basano su pratiche discriminatorie basate sulla nozione di carenze reali o percepite e sulla negazione della volontà e delle preferenze delle persone che sono considerate incapaci di acconsentire o di prendere decisioni a causa della loro “condizione” giudicata dagli psichiatri (art. L.3211-2 del Codice della Salute Pubblica).
Questo costituisce anche un rifiuto di riconoscere la disabilità in favore di un approccio biomedico. Di conseguenza, il rispetto della dignità della persona, l’informazione fornita, la presa in considerazione della volontà e delle preferenze della persona e la reintegrazione nella comunità sono quasi impossibili, come possiamo vedere lavorando sul campo.
 
Le procedure di appello e di ricorso non sono sufficientemente accessibili. Le “Commissioni dipartimentali dei servizi di assistenza psichiatrica” (CDSP) citati dalla Francia non hanno i mezzi per svolgere le loro missioni di controllo e valutazione. Ancora più grave, dalla legge 2019-222 (articoli 102 e 109) per la programmazione 2018-2022 e la riforma della giustizia, i magistrati che siedono nel CDSP non sono più rimpiazzati alla fine del loro mandato.
Diverse associazioni hanno protestato perché la mancanza di magistrati è in totale contraddizione con gli orientamenti dati attraverso la “road map della salute mentale e della psichiatria” del 28 giugno 2018 che viene propagandata. Si tratta di una grave battuta d’arresto per la protezione delle libertà individuali e dei diritti fondamentali nelle istituzioni psichiatriche.

La giudiziarizzazione del ricovero e del trattamento non volontario con l’intervento di un giudice delle Libertà e la detenzione per il riesame entro 12 giorni dalla detenzione e dal trattamento della persona non costituisce un vero e proprio rimedio. Con l’effetto di potenti trattamenti farmacologici, le persone hanno grandi difficoltà a difendersi, e i giudici si allineano semplicemente all’opinione dello psichiatra, tenendo conto solo della validità della procedura.
Inoltre, il moltiplicarsi di leggi contraddittorie lascia i tribunali con dilemmi irrisolti .

L’ipocrisia legata alla decisione del Consiglio di Stato secondo cui i trattamenti ambulatoriali forzati (“programmes de soins”) non possono essere soggetti a coercizione – o attuati con la forza fisica – il che significherebbe che sarebbero quindi “liberamente acconsentiti” dalla persona. Tuttavia, in caso di rifiuto, la persona vedrà ripartire nei suoi confronti tutta la procedura di ricovero forzato a tempo pieno.

Raccomandiamo anche che il Comitato chieda alla Francia di mettere in atto un’ampia gamma di servizi che rispondano alle richieste delle persone con disabilità psicosociali, che rispettino la loro autonomia, le loro scelte e la loro dignità, compreso il sostegno tra pari e altre alternative al modello biomedico di salute mentale che è estremamente prevalente in Francia.
Questi servizi devono essere finanziati per un’esistenza sostenibile e integrati in tutto il paese, non implementati come progetti una tantum.
Devono essere liberamente acconsentiti e progettati, gestiti e valutati con la stretta collaborazione e il coinvolgimento di tutte le associazioni che rappresentano le persone con disabilità psicosociali, tra cui:

  • centri di accoglienza di emergenza e di crisi,
  • case di accoglienza (non limitate ai senzatetto), come la Soteria,
  • la formazione basata sul recupero e sui diritti umani in linea con le recenti linee guida dell’OMS per servizi di salute mentale centrati sulla persona e basati sui diritti umani,
  • l’effettiva implementazione del programma OMS Quality Rights che è poco conosciuto nel nostro paese e scarsamente finanziato,
  • Collegi di recovery come il COFOR (Centre de Formation au Rétablissement),
  • Direttive anticipate in psichiatria,
  • Accesso a uno psicologo di propria scelta e a ” terapie di dialogo ” rimborsate dal sistema sanitario pubblico senza dover ricorrere, come è previsto attualmente, a medici generali e psichiatri per un numero limitato di sedute.

Mesi fa il Ministero della Salute ha organizzato un “Summit globale della salute mentale” senza coinvolgerci. Queste ” grandi masse “, come vengono chiamate in Francia, non risolvono mai le questioni e non sono altro che una vetrina.

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ASSOCIAZIONE “DIRITTI ALLA FOLLIA”: PRESIDIO DINANZI AL TRIBUNALE DI FIRENZE il 23 MARZO. UDIENZA PER LA PRESUNTA VIOLENZA SESSUALE A CARICO DI YASKA GHODS: LA STESSA PROCURA CHIEDE L’ASSOLUZIONE PER LA MADRE JEANETTE FRAGA.

Diritti alla Follia · 06/03/2022 · Lascia un commento

Colpo di scena nel processo a carico di Jeanette Fraga, rinviata a giudizio con l’accusa di concorso in violenza sessuale a danno della figlia Yaska Ghods.

All’ indomani dell’ assoluzione perché il fatto non sussiste del fidanzato di Yaska, F.F., che aveva optato per il giudizio abbreviato, arriva la richiesta della Procura di Firenze di un’assoluzione “lampo” per Jeanette Fraga, ancor prima che il processo che la riguarda entri nel vivo.

Già all’ udienza del 23 marzo potrebbe esserci una decisione a riguardo.

L’Avv. Michele Capano, legale di Jeanette Fraga, ha dichiarato: “Questa vicenda, drammatica per i protagonisti, e non ancora conclusa, segna una delle pagine più nere della magistratura italiana. L’accanimento della Procura nei confronti di Jeanette Fraga, rea soprattutto di non arrendersi alla violenza istituzionale perpetrata ai danni della figlia, si è magicamente fermato quando si è profilato il concreto rischio di conseguenze penali a carico del Giudice tutelare dell’ interdetta Yaska Ghods.

Giacché  Jeanette Fraga, sul presupposto che la figlia non sia in grado di autodeterminarsi ad un rapporto sessuale, veniva accusata di avere concorso alla violenza sessuale agevolando rapporti intimi “impropri”, abbiamo denunciato alla Procura di Genova il Giudice tutelare e lo stesso PM (altresì chiedendo che il processo venisse per connessione celebrato per tutti a Genova), chiarendo che  era stato informato dei rapporti intimi di Yaska, e non aveva avuto nulla da obiettare, pur essendo investito di ogni potere di intervento sulla vita dell’ interdetta (avendo cioè una posizione di garanzia).

Solo a questo punto, per salvare “uno di loro”(e anzi più di uno) , cioè un magistrato, le procure di Firenze  e Genova hanno cominciato a fare marcia indietro.

Arriva l’assoluzione di F.F., fidanzato di Yaska, (nell’ ambito di un giudizio abbreviato  in cui viene interrogato senza che la Procura gli faccia una domanda! Mai vista una cosa del genere!), ed arriva da Genova poi, a stretto giro,  la richiesta di archiviazione per il Giudice  motivata (guarda un po’) con l’assoluzione di F. (quindi con l’insussistenza di “violenza sessuale”).

A seguito, dunque , la richiesta di assoluzione della Procura di Firenze per Jeanette Fraga (dunque il PM, con insolita mitezza, invece di fare appello avverso

 l’assoluzione di F. sceglie di “chiudere”).

Naturalmente occorrerà attendere le scelte del Tribunale, ma  quello che è accaduto è una (consueta) vergogna. In molti devono delle scuse a Jeanette Fraga; purtroppo nessuno le farà. Le nostre azioni continuano per fare giustizia delle violenze istituzionali di cui Yaska e la sua famiglia sono vittime da anni.

 Medici, magistrati, avvocati. Troveremo un Giudice, prima o poi; certo non a Firenze. Magari a Strasburgo”.

Cristina Paderi, Segretaria dell’ Associazione Radicale “Diritti alla Follia”, ha dichiarato: “Saremo il 23 marzo con il nostro presidio davanti al Tribunale di Firenze, con i nostri militanti ed i familiari ed amici della famiglia di Yaska. Sentiamo che la Procura oggi chiede l’assoluzione per Jeanette Fraga. Ma il male è fatto.

 La relazione tra   Yaska ed il suo fidanzato è stata distrutta: giacché dopo quelle accuse infamanti il ragazzo non si è più fatto vivo con lei (magari per beccarsi un altro processo …), che soffre tutti i giorni per questo e chiede quotidianamente ed inutilmente notizie del fidanzato. Yaska continua a vivere in una condizione di reclusione: negli ultimi tre mesi, ci fanno sapere che sarebbe  uscita per 11 ore dalla struttura che la ospita, ed allo stato le sarebbe impedito il contatto (neanche “protetto”) con i familiari. Questa mostruosità deve cessare, e purtroppo dubitiamo che la città di Firenze, le cui Istituzioni l’hanno prodotta, sia in grado di “tornare indietro”. Nei prossimi giorni invieremo un esposto al Comitato Onu di Ginevra  che si occupa dell’attuazione della Convenzione ONU 2006 sui Diritti delle persone con Disabilità (CRPD), violata in quasi tutti gli articoli nella vicenda che riguarda Yaska e la sua famiglia”.

Siete tutti invitati a partecipare

Associazione Radicale “Diritti alla Follia”

Un presidio per chiedere la fine della segregazione di Yaska

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” del resto, fin da subito, gliel’avevo detto: tutto questo io lo scriverò ”

Diritti alla Follia · 12/01/2022 · Lascia un commento

Vitaliano Trevisan

Il 05 novembre 2021 Repubblica diffonde un articolo a firma di Vitaliano Trevisan, scrittore, attore e regista teatrale.

https://www.repubblica.it/cultura/2021/11/05/news/la_testimonianza_vitaliano_trevisan_io_un_matto_trattato_senza_pieta_-325248117/

Il giorno dopo Vitaliano Trevisan lo condivide sul suo profilo facebook accompagnandolo dal seguente post :
“ del resto, fin da subito, gliel’avevo detto: tutto questo io lo scriverò ”.

Qui di seguito il testo integrale

Repubblica 05 novembre 2021
Io un matto trattato senza pietà
di Vitaliano Trevisan

Un uomo che cammina in piena luce, in Italia, è scoperto, nudo, indifeso. […] Cammina come una vittima, e come un colpevole. […] È lì, scoperto, inerme, esposto ai colpi, alle indagini, alle accuse. Non si può né schermire, né difendere. È una condizione terribile: noi Italiani, non ci possiamo difendere, mai, da nulla, né dall’assassino né dal giudice» (Curzio Malaparte, Misura della Francia, Il Tempo, 4 dicembre 1952).
Né tantomeno, in un paese come l’Italia, ci si può difendere dallo psichiatra, specie se, com’è il (fresco) caso di chi scrive, si è soggetti a un A.S.O. (Accertamento Sanitario Obbligatorio), parente stretto del famigerato, e ben più noto, T.S.O. (Trattamento Sanitario Obbligatorio), ovvero accertamento e trattamento “psichiatrico” obbligatorio, giacché sanitario sta qui per psichiatrico.
Iniziamo col dire che, del mio caso personale, non voglio e non posso dire nulla, sia perché trattasi di questione strettamente privata, che peraltro coinvolge anche dei minori; sia perché, anzi direi soprattutto, se dicessi di aver subito l’accertamento psichiatrico in questione, e il successivo internamento coatto, ingiustamente, sarebbe come se affermassi di non essere pazzo, cosa che, com’è noto (vedi il famosissimo Comma 22) non è possibile affermare.
Partiamo dalla fine, ovvero dalla lettera di dimissioni dell’Azienda Ulss n.8 Berica, dell’Ospedale di Montecchio Maggiore, reparto di psichiatria, firmata dal dott. Christian Di Marco, dove, oltre alla data del ricovero, 3 ottobre, e quella di dimissione, 13 ottobre, tra l’altro si legge: «Emesso provvedimento di accertamento sanitario obbligatorio, paziente si recava e ricoverava poi volontariamente in nosocomio per la valutazione ed il ricovero».
Signor no, signore. Volontariamente, da domenica 3 ottobre, ho fatto solo ciò che mi è stato permesso fare, cioè poco o nulla. Sulle circostanze del mio “arresto sanitario”, per ragioni di spazio, dirò solo che l’Aso mi è stato notificato, peraltro in forma esclusivamente verbale, nella stazione dei Carabinieri di Crespadoro, mio comune di residenza, dal comandante della stazione stessa, alla presenza di due vigili urbani del comando di Arzignano, e un medico e due infermieri di un’unità del 118, venuti appositamente in ambulanza per prelevarmi; ambulanza su cui sono costretto a salire “volontariamente”, sotto la minaccia di un Tso.
L’accertamento vero e proprio, avviene infatti nell’Ospedale di Vicenza, dove lo psichiatra di turno, dott. Gardellin, sempre sotto minaccia di un Tso, mi costringe a ingurgitare, seduta stante, due compresse di tavor da 2,5 mg più due compresse di depakin da 500 mg. Così, io che, grazie a una dieta ferrea, all’assunzione di pochi integratori vitaminici a base di erbe, e a una disciplina fisica che seguo scrupolosamente, ormai da un paio d’anni, non assumo più psicofarmaci, dopo circa venti minuti, letteralmente svengo, per risvegliarmi la mattina seguente, intorno alle cinque, in reparto, dove resto fino al pomeriggio verso le sedici, quando un’altra ambulanza mi preleva e mi consegna al reparto psichiatrico dell’Ospedale di Montecchio Maggiore, dove vengo, sempre “volontariamente”, ricoverato.
Cioè imprigionato, perché di questo si tratta, visto che tutte le finestre hanno le sbarre, le porte sono chiuse a chiave e si è strettamente sorvegliati, giorno e notte, da un manipolo di infermieri/e, che in realtà sono, e per la maggior parte anche si comportano, dei secondini, che, come tutti i sorveglianti che si rispettino, sono sempre pronti a sfogare la propria frustrazione — le paghe sono basse e il lavoro ingrato — sui pazienti/prigionieri, approfittando di un regolamento tanto assurdo quanto legalmente discutibile, che prevede il sequestro dei cellulari, che vengono concessi due ore la mattina, dalle 10 alle 12, e due al pomeriggio, dalle 16 alle 18, e dà la possibilità di fumare solo a orari prestabiliti, circa ogni ora e mezza, all’aperto, in uno spazio chiuso, sotto la sorveglianza di almeno un infermiere. E siccome gli infermieri e le infermiere hanno sempre tanto da fare, come più o meno tutti i dipendenti pubblici, gli orari saltano e, per telefonare o per fumare, tocca aspettare, o, nel caso di un’emergenza, rassegnarsi a saltare il turno.
Il reparto, misto maschi e femmine e tutti i generi vari, occupa un’ala del vecchio ospedale — ala ristrutturata, questo s’intende, ma ristrutturata per gara d’appalto al “miglior prezzo di mercato”, cioè al ribasso — , si compone di sei stanze da quattro posti letto cadauna, collegate da un corridoio a L; una piccola sala mensa con annessa cucina, dove si riscaldano e si servono, di malavoglia, le solite schifezze precotte, ovvero la solita pasta scotta, riso scotto, carne e pesce del tutto insapore eccetera, fornite, sempre in appalto al miglior prezzo eccetera, dalla solita cooperativa che ha vinto il primo appalto almeno vent’anni fa, e periodicamente ri-vinto tutti i successivi. Poi c’è la sala comune, che è anche l’ingresso, con un grande tavolo per le attività comuni, e la televisione. In bagni sono in tutto due, ma uno è spesso fuori uso. Ne resta dunque solo uno, cui il prigioniero può accedere esclusivamente se accompagnato da un’infermiera, che gli apre la porta chiusa a chiave e poi aspetta, in anti-bagno, che il disgraziato abbia espletato, in tempi ragionevoli, cioè brevi, i suoi bisogni corporali.
L’angolo inferiore sinistro del telaio in alluminio verniciato della finestra del bagno è squarciato. Bel materiale l’alluminio: lamiere da 3/5 mm, resistenti, leggere, e, così scoperte, taglienti come un rasoio. Appena esco, riferisco la situazione, con una certa veemenza e a gran voce, alla capo-infermiera, che mi guarda sorpresa. L’angolo della finestra è rotto, dice, e allora? E allora, dico, se solo avessi voluto, ora sarei steso con le vene dei polsi recise. E voi, aggiungo quasi urlando, lasciate che i vostri pazienti si chiudano a chiave in bagno con un rasoio a disposizione? Lei non risponde. E per una volta, è il prigioniero a zittire il sorvegliante. Il giorno seguente, quando vado in bagno, noto che lo squarcio è stato malamente rabberciato con del nastro adesivo. Poi, ed è la cosa più importante, ci sono loro, cioè noi: i pazienti psichiatrici. E, sottoscritto a parte, chi sono questi prigionieri?
È presto detto: A., un ragazzo di 25 anni, dentro da quasi un anno, perché a casa non lo rivogliono, così lui, e ha dei precedenti per consumo e spaccio, scappato in Francia per evitare il Tso, e lì, dopo due mesi, arrestato, imprigionato per mesi due, e infine estradato e internato in attesa di essere accolto in una qualche comunità. Poi c’è F, 19 anni, biondo, occhi azzurri, frangia sugli occhi, rapper maledetto che ha tentato il suicidio, e ora è dentro per uso di sostanze stupefacenti e alcol, con cui lego, chiacchiero di musica, e mi metto d’accordo per una session post-prigionia. E G., 23 anni, anche lei bionda, pelle bianchissima, alta, slanciata, bellissime mani che tremano, e bellissimo viso dell’est dagli zigomi alti, tipico di questi luoghi, fresca di tre giorni di rianimazione dopo un tentato suicidio. Ed E, madre sola di 45 anni con problemi di alcolismo, cui i servizi sociali hanno appena tolto il figlio di anni 8. S, 27 anni, padre sardo e madre veneta, e perciò, così lui, sardo in Veneto e veneto in Sardegna, sotto metadone da anni tre, parcheggiato in reparto in attesa di essere accolto in comunità. Poi I. e C., due signore di una certa età, una anche appena operata all’anca, dentro non so per cosa. E infine, isolati in stanza in stato di contenzione, cioè legati al letto, un vecchio demente e un cinquantenne, minorato dalla nascita, che continua ad agitarsi, parlare e urlare, continuamente, giorno e notte, internato da un paio di settimane, per dar modo alla madre, ormai ottantenne, che lo ha sempre tenuto con sé, ma ormai non ce la fa più, di avere un paio di settimane di respiro.
In questa compagnia, e non certo per merito di un personale scontroso e permalosissimo, a partire da psichiatri e psicologi, i quali, se solo ci si sogna di porsi con loro in rapporto dialettico, cioè si sfida il principio di autorità, si irritano e non si peritano di interrompere il paziente alzando la voce, e di zittirlo minacciando un trattamento obbligatorio, ma forse proprio grazie a questo, i miei giorni di detenzione scorrono via abbastanza velocemente. Il pomeriggio di mercoledì 13 ottobre, dopo aver firmato una lettera di dimissioni falsa, abborracciata e piena di inesattezze, vengo rilasciato.
Sono passate un paio di settimane. Lo shock è riassorbito. Sto scrivendo un reportage, come fossi stato non un paziente, ma un inviato speciale in incognito.
A questo riguardo, resta da dire una cosa. È una cosa che tutti più o meno sanno, ma nessuno dice, e che gli statistici vari, sempre così pronti e zelanti quando si tratta di fornire numeri e dati a supporto di questa o quella teoria filo-governativa, si guardano bene dal rilevare, e la cosa che resta da dire è che i ricoverati, tutti i ricoverati, a prescindere da sesso e religione, hanno in comune una cosa: sono tutti, ripeto tutti italiani, di classe proletaria e sottoproletaria. E sono bianchi. Perché c’è poco da fare o da dire: è il proletariato e il sottoproletariato italiano bianco, oggi, a rappresentare la classe sociale meno protetta di tutte, la meno “vista” di tutte. Agli italiani bianchi di classe sociale inferiore, l’assistenza sociale di stato può espropriare i bambini, mentre la psichiatria di stato, dal canto suo, può internare a colpi di Aso e Tso, e trattare ogni cosa a forza di psicofarmaci, senza che nessuna delle innumerevoli associazioni che lotta per i cosiddetti diritti civili abbia niente da dire.
Ai tempi di Berlusconi, in una delle mie rare apparizioni televisive, Dandini mi chiese se fossi di destra o di sinistra. Risposi: forse sono di destra, risposi, ma non di questa destra. Sono passati più di dieci anni. Ora, dopo aver letto Gramsci, se qualcuno mi facesse la stessa domanda risponderei: non so, forse sono di sinistra. Ma non di questa sinistra.

Nota di Repubblica
Ora quel reparto è stato chiuso
Il reparto di psichiatria dell’ospedale di Montecchio Maggiore (Vicenza) ha chiuso lo scorso 3 novembre. L’intera struttura — che ha ospitato la degenza coatta dello scrittore Vitaliano Trevisan il cui racconto riportiamo in queste pagine — è stata trasferita al San Bortolo di Vicenza, stessa azienda sanitaria Ussl 8 Berica. La decisione è arrivata come un fulmine a ciel sereno in Veneto tanto da sollevare le domande del Partito democratico: il capogruppo in Regione Giacomo Possamai ha posto se non dubbi sulla trasparenza dell’operazione, almeno quesiti. «Quali sono le ragioni della chiusura improvvisa del reparto di Psichiatria dell’ospedale di Montecchio e del trasferimento al San Bortolo? E, soprattutto, sarà realmente una scelta temporanea?», si chiede il consigliere regionale del Veneto. Risponde l’Ussl in una nota: «Le degenze del servizio psichiatrico saranno riattivate a Montecchio Maggiore una volta completato il nuovo ospedale». Forse nel 2025

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