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Diritti alla follia

Associazione impegnata sul fronte della tutela e della promozione dei diritti fondamentali delle persone in ambito psichiatrico e giuridico.

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amministrazione di sostegno

Amministrazione di sostegno? Ma anche no….

Diritti alla Follia · 01/01/2022 · 1 commento

C’è da applicare chirurgicamente una sonda gastrica (PEG) per procedere alla alimentazione artificiale di un anziano Parkinsoniano; si tratta di mettere in diretta comunicazione lo stomaco con l’ambiente esterno. I medici non si fidano a decidere da soli. Che si fa? Beh, siamo in Italia: abbiamo l’Amministrazione di sostegno. Ce ne priviamo? Istanza al Tribunale, dunque, per la nomina dello specialista in sonde ed affini. I familiari eccepiscono. Di solito le nomine fioccano. Non questa volta. A Milano, un Giudice Tutelare va in controtendenza e distaccandosi dall’andazzo dominante, prende l’Istituto dell’Amministrazione di Sostegno con le pinze della logica e del buon senso (giuridico), e respinge l’ormai parossistico ricorso a questa figura: che dovrebbe sempre – spiega l’illuminato – essere considerata, “un istituto residuale”.

Il Giudice rileva infatti che non è sufficiente essere anziani – malati – disabili per rendere necessaria (ma nemmeno opportuna) la misura di protezione, dovendosi altrimenti ritenere che qualunque malato necessiti di un AdS, istituzionalizzando e burocratizzando un istituto che, comportando vere e proprie limitazioni alla capacità di agire delle persone, deve essere inteso quale RESIDUALE.

Quando serve l’Amministrazione di sostegno?
https://associazioneincerchio.com/quando-serve-lamministrazione-di-sostegno/

 

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A proposito di amministratori di sostegno…

Diritti alla Follia · 18/12/2021 · 2 commenti

Testimonianza

Con gran sollievo ho appreso che l’organizzazione ”Diritti alla follia” cerca di correggere le storture e le deformità insite nell’istituto dell’amministrazione di sostegno e che purtroppo la mia famiglia ed io abbiamo sperimentato.

Questa è la storia: mia sorella, convivente con me e con mio figlio da circa ventinove anni, nel febbraio scorso, è stata ricoverata in una casa di cura cittadina perchè affetta da una infezione dermatologica e inoltre molto deperita.
In accordo con la geriatra, chiamata da noi, il ricovero sarebbe dovuto durare circa una settimana o al massimo dieci giorni.
L’ amministratrice di sostegno, ( ahimè da noi inizialmente voluta per poi renderci conto dell’ inutilità di questa presenza estranea ) senza alcun preavviso e con una rapidità sorprendente, soprattutto senza il consenso della diretta interessata, ha predisposto il trasferimento o meglio la deportazione di mia sorella in una struttura in cui si trova ormai da quasi cinque mesi. Il senso di questo gesto crudele e cinico è da ricercarsi in parte nel desiderio di mostrarsi zelante con le istituzioni e in parte per vendicarsi della nostra richiesta di rimozione dall’incarico.
Nel giro di un paio di giorni la nostra vita è cambiata; nessun ricorso al giudice, nessuna istanza, nessuna mail, niente di tutto ciò è servito a rimuovere tale situazione dove i più elementari diritti sono stati violati, la volontà di mia sorella è stata ignorata, il nostro parere mai richiesto, ne mai siamo stati ascoltati, a me è stato tolto il contributo sul canone d’affitto che dividevo con mia sorella
mettendomi in grave difficoltà, a lei la dignità di essere umano cosciente e razionale.
Poi che importanza può avere che lei sia una donna di ottantadue anni, che sei anni fa abbia perso l’unico giovane figlio, che noi rappresentiamo per lei la famiglia, la sicurezza e il luogo dei suoi ricordi?
Il giudice ha salomonicamente affidato la sentenza ai servizi sociali che hanno ” consigliato ” un prolungamento della degenza in struttura, periodo abbondantemente trascorso, ha poi rimosso l’amministratrice di sostegno come avevamo chiesto, per sostituirla con una collega della precedente che ne prosegue l’operato. Una situazione grottesca che sembra senza via d’uscita, un rimpallo di
responsabilità, una rete di bugie e di calunnie che circondano quello che a tutti gli effetti è un sequestro di persona.
Aggiungo con amarezza che in un mondo popolato prevalentemente di donne, ho visto emergere con chiarezza viltà e cinismo, sete di vendetta e desiderio di affermazione, esercizio del potere e mediocrità ma mai ho visto una scintilla, uno sprazzo, una luce di quell’intelligenza che diventa poi umanità e compassione.

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Atto di Giustizia e Verità per Gianni Vattimo

Diritti alla Follia · 18/12/2021 · Lascia un commento

Atto di Giustizia e Verità per Gianni Vattimo. La Corte d’Appello Civile del Tribunale di Torino riconosce all’anziano docente (filosofo di fama mondiale) la piena capacità di intendere e volere e la conseguente facoltà di provvedere – senza concorsi esterni – a sé stesso e ai suoi interessi economico-patrimoniali.

Revocato dunque l’Amministratore di sostegno. Dopo circa due anni di calvario, si conclude – anche se solo in parte, dato che resta pendente un procedimento penale contro l’assistente del professore – una vicenda che dimostra in modo emblematico le “dinamiche pazze” generate dall’ Istituto giuridico della AdS.


Dal dispositivo della sentenza:

Ritiene la Corte che la lucidità mentale del professor Gianteresio Vattimo, le sue capacità cognitive, la sua costante attività in ambito filosofico e sociologico con partecipazione a convegni in tutto il mondo, lo rendano tuttora capace di autogestirsi e di amministrare le proprie sostanze in maniera autonoma

https://torino.repubblica.it/cronaca/2021/12/01/news/la_rivincita_di_vattimo_il_giudice_gli_restituisce_patrimonio_e_autonomia-328450015/

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Teorie,macchie ed andazzi.

Diritti alla Follia · 08/12/2021 · Lascia un commento

Di Gigi Monello

http://picciokkumalu.blogspot.com/2021/12/ce-in-italia-unassociazione-che-difende.html

martedì 7 dicembre 2021

Teorie, macchie ed andazzi

C’è in Italia un’Associazione che difende i diritti dei “deboli”: le persone che per malattia, disagio psichico o vecchiaia non sono pienamente capaci di provvedere a sé stesse. Si chiama “Diritti alla Follia”, nasce nel fertile humus del Partito Radicale e ne porta l’inconfondibile impronta (competenza e idealismo). Poche settimane fa a Roma si è svolto il suo 4° Congresso nazionale.
Se il nome risente dell’iniziale prevalere delle tematiche della antipsichiatria, il moltiplicarsi di casi di abusi e deviazioni nel campo della Amministrazione di Sostegno, ha spinto l’Associazione a rafforzare l’impegno su questo fronte.

L’Ads è il nuovo Istituto giuridico che doveva offrire una alternativa più “leggera” alla vecchia “tutela”, e che, per via della sua sorprendente elasticità, ha creato un’onda anomala che dal 2004 sommerge i Tribunali. Un successo strepitoso. Al momento esistono in Italia 260000 soggetti (i “beneficiari”) sottoposti a Ads. Per dare la misura della plasticità della norma, diremo che oggi possono andare sotto Ads, signorine quarantenni affette da oniomania (schopping compulsivo), stagionate mogli alcolizzate, attempati ludopatici incalliti (videopoker, corse di cavalli, roulette e affini), vecchi gentiluomini di campagna (lucidissimi) intenti a finire i loro giorni donando ai bisognosi; e persino Docenti universitari di fama mondiale che, superati gli ottanta, divengono “circonvenibili”. Chissà che un bel mattino la radio non ci dica di un coniuge cui è riuscito il colpaccio di mettere sotto amministrazione il partner erotomane (con Ads rigorosamente dello stesso sesso).

Tra le molte voci sentite al Congresso, c’è stata (in video) quella di Paolo Cendon, autore della Legge 6/2004, Ordinario di Diritto Privato a Trieste, studioso ed esperto di indiscussa statura. Il suo intervento è stato interessante sotto un triplice profilo: 1) per ciò che ha detto; 2) per come lo ha detto; 3) per ciò che non ha detto. Seguiremo l’ordine:
1) nonostante le criticità, piaccia o meno, la fragilità esiste ed è più vasta di quanto si crede; ci sono in Italia 260000 beneficiari, ma la platea potenziale è di circa 4 milioni di soggetti fragili (deboli, ma non tanto da essere interdetti); senza l’Ads rischiamo di abbandonarli. Per le difficoltà registrate in quindici e passa anni di applicazione, si può pensare ad un Regolamento attuativo più stringente verso il potere dei Giudici Tutelari: buone pratiche, limiti, sorveglianze, protocolli più esatti. Ma l’impianto è sano. Bene sarebbe, poi, uno Sportello di ascolto e, più in generale, un Contropotere che vigili sopra i potenziali abusi. Casi di disfunzioni, per quanto dolorosi, non inficiano comunque la sostanza.
2) una lunga captatio benevolentiae, dove subito si percepisce, mescolato ad affabilità e caldi apprezzamenti, un senso di olimpica superiorità: “sono d’accordo che esistiate” (prontamente stemperato con un “sono felice che ci siate”); fate un lavoro “meraviglioso e meritorio” ma “vi devo muovere dei rimproveri” (critiche e obiezioni sono per i pari grado); il vostro progetto di Ombudsman alla svedese? “Disneyland”. Il vostro sospettare chissà quali segrete familiarità tra Giudici e Ads? “Paranoico”. I vostri Documenti? “Quando i Giudici li leggono si mettono le mani nei capelli” (rimandati a settembre).
3) neppure mezza parola sul fatto che delle 260000 Ads, il 26% (dunque 67600 persone) è affidato ad “esterni” (non famigliari), cioè ad avvocati e commercialisti (dato AIASS); neppure mezza parola sul carattere smaccatamente economicistico assunto dalla mansione (che per legge sarebbe dovuta, nell’ordinario, restare gratuita); silenzio di tomba sul fatto che gli Ads esterni curano decine e decine di beneficiari (a volte 60 e anche più); silenzio sul fatto che è prassi abituale che il Giudice non si prenda affatto la briga di ascoltare il Beneficiario (ancora capace) su ricovero in struttura o rapporti affettivi da mantenere o interrompere, lasciando tutto nelle mani del Dominus. Nemmeno mezza parola sull’avvitamento perverso tra Ads e ricorso a go go al reato di circonvenzione di incapace; andazzo che ha generato una valanga di casi dubbi.

Spontaneo riaffiora un ricordo: diversi secoli fa, un dottissimo Professore padovano non potendo accettare che la perfezione dei Cieli aristotelici venisse rovinata dall’esistenza di montagne sulla luna e macchie sul sole, pare si rifiutasse di guardare nel cannocchiale. La teoria era salva, ma macchie e montagne restarono testarde al loro posto. Pubblicato da gigi monello 

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Un popolo di Santi, Poeti, Amministratori…

Diritti alla Follia · 13/10/2021 · Lascia un commento

Di Gigi Monello

La sigla suona vagamente iettatoria, ricorda la malattia che decenni orsono si portò via il grande Freddie. ADS significa “Amministrazione di sostegno” ed è l’Istituto creato da un illustre giurista di Trieste, Paolo Cendon, a suo tempo collaboratore di Franco Basaglia. Ottime le intenzioni, sconcertanti i risultati. L’obiettivo era una tutela più blanda e rispettosa per persone deboli ma non incapaci; la realtà – parliamo di amministratori “esterni” – è una nuova, strisciante forma di schiavitù legale e la nascita di un autentico affarismo geriatrico.

La Legge 6/2004 candidamente richiama la “gratuità” della mansione o, al massimo, l’equo indennizzo nel caso di gestioni difficoltose; e questo nel paese che vanta una pletora di avvocati sotto-occupati come nessun altro al mondo. Era così difficile immaginare cosa sarebbe successo a far balenare a siffatta platea, un reddito integrativo senza “impegni d’aula”, con l’aggiunta della torbida gratificazione dell’esercizio di un dominio sulle altrui vite? Era così difficile ricordare l’eterna, italica mentalità che nel ventennio produsse il “Capo-fabbricato”, il gerarchetto di condominio che controllava la moralità dei casigliani?

I casi dubbi crescono a vista d’occhio; coinvolgono Star e poveri Cristi. Di pochi giorni fa, la notizia sulla “Gina nazionale”: la Cassazione conferma: la novantatreenne attrice ha bisogno dell’Amministratore di sostegno. Il meccanismo è scattato nella sua classica combinazione: 1) anziano con qualche idea originale circa la fase finale della sua esistenza; 2) ottima, buona o, quanto meno, interessante dotazione patrimoniale del medesimo; 3) parenti stretti preoccupati che un “sopravvenuto” sfili loro sotto il naso un sostanzioso peculio.

Capita, dunque, che la “Bersagliera” conosca anni addietro un trentaduenne sveglio, gaio e spigliato, che tanto entra nelle sue simpatie da indurla ad affidargli compiti fiduciari vari: una specie di segretario. Figlio e nipote si allarmano: “Sta a vedere che …”. Più che naturale. La signora vive in una grande villa sull’Appia Antica, circondata da oggetti d’arte e preziosi cimeli di una gloriosa carriera. Ancora popolare, ancora cercata dai media, non disfatta dall’età, si gode serenamente i suoi anni, ben consapevole che non mancheranno certo liquidità e beni di fortuna. E qui entra in scena la 6/04: figlio e nipote “espongono” al Giudice Tutelare: è palese che la Diva viene circonvenuta dall’abile segretario – ufficialmente legato e con figlia battezzata “Gina” -, interessato al cospicuo patrimonio. Lapalissiano. Comincia la battaglia legale; dura sette anni e si conclude (pare) con la pronuncia della Cassazione: il Tutore new model ha da esserci. La Signora è, per caso, svanita di cervello? Non parrebbe. A parte bizze, impuntature e beate sbadataggini contabili (ma queste son cose anche di Divi/e trentenni), tutto lascia pensare che la testa funzioni. Gli stessi Giudici lo dicono: le perizie mediche non hanno rilevato nessun disturbo psichiatrico. E allora? Allora si passa alla categoria del “vago e dell’indefinito”: il soggetto sarebbe “suggestionabile”, “vulnerabile”, “indebolito”; insomma circonvenibile. Cerca, il gentil Segretario, prevalentemente il peculio? Tutto può essere. Ma stando a quanto si sa sui passati rapporti tra Diva e congiunti (da lungo tempo non buoni), l’ipotesi che questi agiscano per motivi non troppo diversi, è plausibile.

Vedremo le prossime puntate (se ce ne saranno). Intanto la Gina conferma l’onestà dell’Assistente, scrive indignata a Mattarella, minaccia pubblicamente (gettando nella disperazione il sindaco di Castel Pietro Romano, il borgo di Pane, amore e fantasia dove è ricevuta come una Santa Patrona) di andarsene dall’Italia.

Terreno fertile, l’ambiente delle glorie del Cinema. Da poco è spuntato fuori anche Lando Buzzanca, maschera scanzonata di un certo machismo all’italiana; anche lui all’incirca con lo stesso copione. Da cinque anni sta pubblicamente con una donna di 40 anni più giovane (il Silvio nazionale batte da sempre tutti, ma nessuno osò mai dire che stesse rincoglionendo); due figli subodorano perfida frode e imbracciano la Cendon. La sospettata – giornalista, autrice e conduttrice TV – non parrebbe esattamente corrispondere al tipo della cacciatrice di dote. Il programma era di sposarsi; ora, per vederlo una sola volta in ospedale, dove l’attore è da tempo ricoverato, la fidanzata deve inginocchiarsi di fronte ad un Amministratore. Per parte sua, l’amministrato così commenta, “I miei figli mi vogliono far passare per rimbambito, vogliono vendere la mia casa bellissima e vogliono mettermi qualcuno accanto che gestisca i miei soldi e i miei beni. Non merito di finire così”.

Dalla Roma delle leggende del Cinema, passiamo adesso ad un ameno paese del Lecchese, Airuno, tra verdi colline e l’Adda. Ad Airuno viveva in santa pace, dedito ad agresti occupazioni, un novantenne ricco di famiglia, Carlo Gilardi, professore in pensione, galantuomo, persona colta, perfettamente presente a se stesso. Un unico difetto: la decisione di trascorrere la fase conclusiva della sua vita nello “spirito francescano” (parole sue). L’anziano fa beneficenza, regala, ospita, aiuta i bisognosi (di ogni razza), dona al Municipio del suo paese. Un esagerato. La sorella obietta: il congiunto sperpera sconsideratamente il “peculio di famiglia”; va fermato. Il mezzo c’è, basta indicarlo come “circonvenibile”. Scatta la trappola: solita sequenza: domestico straniero fiduciario dell’anziano denunciato, Amministratore nominato; a perfezionare il tutto arriva, su istanza del dominus, il ricovero coatto in RSA. Il francescanesimo non è roba per i nostri tempi.

E veniamo adesso al caso in assoluto più stupefacente. Non ci sposteremo di molto. Nella civilissima Torino, in uno spazioso appartamento del centro, vive Gianni Vattimo, 85 anni, ex docente universitario, filosofo, studioso, saggista, politico, personaggio stranoto. Ancora oggi Vattimo scrive, lavora, rilascia interviste, partecipa a convegni, ha una ricca vita di relazione. È il filosofo italiano più tradotto all’estero. Checché si voglia dire del suo “pensiero debole”, proposta filosofica alla moda tra anni settanta e ottanta (impietosamente satireggiata da un suo collega di Facoltà), Vattimo è un uomo di alta qualità intellettuale e sicura rispettabilità morale. Sulla integrità delle sue facoltà mentali non esiste il minimo dubbio. Eppure un Giudice lo ha ritenuto “circonvenibile” e, puntualmente, il giovane segretario fac-totum sud-americano che da anni lo assiste, è stato denunciato. Qui non ci sono congiunti, solo solerti “amici”, i quali per “proteggere” il benestante professore hanno segnalato al Tribunale l’incombente pericolo. Da parte sua, l’interessato così commenta, “Non credo proprio di essere rincoglionito. Alcuni pseudo amici pensando di farmi un favore mi hanno nominato questo amministratore di sostegno (…) Non sono completamente interdetto, ma devo chiedere a lui per qualsiasi cosa. Spero si tolga dai piedi al più presto.”

Certo, se anche Gianni Vattimo è sotto amministrazione di sostegno, bisognerà pur convenire che qualcosa di veramente “infernale” c’è in questo arnese giuridico circolante per l’Italia. In effetti, se si considerano le sue pressoché sconfinate potenzialità di applicazione, si può seriamente affermare che, superati i 70, quasi tutti siamo a possibile rischio.

Facciamo un esempio: mettiamo che un signore, per 40 anni diligente impiegato dello Stato e con un passato giovanile di rockettaro, decida, una volta in pensione, di riappropriarsi dei vissuti di una volta. Non gli basta però ricordare; vuole rivivere. Visto che la sua passione è sempre stata il chitarrismo elettrico, eccolo fare sodalizio con giovane artista di strada, con il quale, a domeniche alterne, si esibisce sulla pubblica piazza, stivaletti ai piedi e cappellino d’epoca in testa. I nipoti riflettono: “Sta a vedere che s’è rincoglionito e tutto il peculio svanisce in Rock and Roll? Qui ci vuole un bell’Amministratore di sostegno, possibilmente uno sperimentato Avvocato, specialista in Rinscimuniti & Affini”. Impossibile? Visti i precedenti, non pare. Vogliamo chiudere con una “fantasticheria”: ricordate quel tal Conte marchigiano bibliofilo, molto bigotto e molto reazionario? Quello che, fosse stato per lui, non ci sarebbe mai stata istruzione elementare per il popolo? Beh, se per immaginosa ipotesi ai suoi tempi fosse esistito un Prof. Cendon, state tranquilli che sarebbe finito sotto Amministrazione di sostegno anche Giacomo Leopardi.

Gigi Monello

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